L'ENERGUMENO
Racconto non-autobiografico di Carlo Gregori
Certi pischelli del giornalismo li scopri subito dall’agitazione. Li tradisce sempre una frase esagerata...
Sono in un viale del centro e sto guardando una vecchia Fiat bianca tutta scassata. Il cofano è schiantato contro il cordolo di cemento nella mezzeria. E’ sera e le luci del traffico mi circondano sfrecciandomi quasi a pelo. Le auto si spicciano mentre un poliziotto agita la paletta e un collega, che mi fa dare una sbirciata, mi indica il sedile posteriore dell’auto. C’è un passamontagna dei banditi. All’interno della Fiat arriva il bagliore delle luci al neon del cinema Splendor, alle mie spalle. Mi piego per guardare bene e sotto il sedile vedo brillare un pezzetto della canna di una vecchia pistola semiautomatica mezza arrugginita. Sono con la testa nell’auto attento a non toccare niente ed ecco che un giovane collega assunto da un mese mi chiama al telefono. Lo squillo mi spaventa, mi alzo, do una capocciata.
"Corri subito in via Magnani", mi fa agitato, "la radio dice che c’è un gran casino in un appartamento al 12, secondo piano. La polizia sta arrivando". Quasi quasi me lo vedo trafelato mentre sputa parole nella cornetta.
Cosa fa un povero cronista in questi casi? Molla la rapina in oreficeria con inseguimento, incidente e fuga a piedi in mezzo al viale principale nel traffico dell’ora di punta e va a vedere questa emergenza. Non si sa mai, di questi tempi…
Chiamo il fotografo anziano che, sprezzante della sua incolumità, in mezzo al traffico dell’ora di punta sta scattando e flashando a raffica attorno all’auto abbandonata e a quella della polizia, ferma dietro. Cerca invano di inquadrare anche i poliziotti e il proprietario dell’auto, appena arrivato.
Si parte in cerca di questa strada non lontana ma infrattata chissà dove. Il fotografo ha il gps sul telefonino nuovo ma non sa usarlo. Frena bruscamente contromano e inchioda al muro un cinquantenne con pancia ben in vista che risponde con accento campano: "Sta laggiù. La seconda a destra dopo quella là. Vedi?" Infatti lungo la strada male illuminata vediamo davanti a un cancello un trambusto infernale. Ci fermiamo in strada all’ingresso di una palazzina a tre piani.
La casa è carina. Ha anche un bel cortiletto con la ghiaia, proprio come un tempo. Ci mescoliamo in un manipolo di vicini che discute accanitamente. Uno di loro sta in disparte - un operaio trentenne col volto tutto sfarinato di gesso - e si avvicina minaccioso al fotografo: "Tu", gli intima con accento marocchino, "tu non mi fare la foto. Non a me, capito? Se no, ti cerco". Il fotografo è anziano; conosce questi ceffi dalla voce grossa e così gliela fa lo stesso. L’altro lo guarda come farebbe un cane ringhioso ma non muove un passo. "Mi hai fatto la foto, ti ho visto!", gli grida ferito nell’anima. E intanto, approfittando di questa distrazione che in realtà non interessa a nessuno, per capire cosa succede socializzo col gruppetto. Dal balcone del primo piano, un’anziana grida: "E’ ancora lì! Correte!"; e indica un punto sopra di lei. Una coppia di giovani dall’aria stanca mi indica la stanza. Non mi fanno domande: credono che io sia un poliziotto o qualcosa del genere.
Improvvisamente, mi trovo davanti a una quarantenne prosperosa con dei capelli leonini neri neri e una grossa collana di perle che sbuca tra un paio di tette enormi che si spalancano a balcone nel bel mezzo del cappotto semiaperto. "Venga, venga con me a vedere", mi dice sorridendo. Ha una voce quasi mielosa, tipica di certe signore di mezza età. Ne ho conosciute parecchie così, tra le mie coetanee. Ti parlano con il tatto e la gentilezza di una persona squisita d’altri tempi, se in altri tempi ce ne sono mai state. Si affretta sui gradini che conosce bene, nonostante il tacco alto degli stivali e la gonna colorata leggera e svolazzante. La seguo ma il fotografo è rimasto indietro: forse sta prendendo un sacco di botte dall’operaio infuriato.
Arriva un frastuono infernale. La donna si ferma, si scuote un attimo per ravvivarsi e prendendomi per il braccio mi sussurra: "Non ci vado. Mi capisce? Non ce la faccio, sto troppo male, ho paura. Vada lei. Vada, la prego", mi supplica piegando lo sguardo. Mi fissa in silenzio, abbozzando un sorriso. Non posso dire che è bella, ma ha un suo fascino. La circonda un’aria altamente confidenziale.
"Venga!"; "Vada!" Mah...
Salgo da solo e vedo una porta sfasciata. Una mazza da baseball giace rotta su un gradino del pianerottolo. Dall’interno arrivano urla. I mobili sono a pezzi. Dopo una pausa di silenzio, due voci sottotono parlano brutalmente in arabo; si rivolgono all’energumeno che non si lamenta più. Lo sento singhiozzare. Entro ma non faccio in tempo ad arrivare al corridoio che due giovani forse marocchini mi spingono via facendo passare un uomo di statura colossale. Lo guardo impaurito. L’omone piange e si copre la faccia, sembra un enorme bambino. Sotto, le sirene della polizia singhiozzano prima di spegnersi dopo una frenata. I due sconosciuti spingono via in fretta il colosso e, insieme, spariscono inghiottiti dalla scala. Sporgendomi dal corrimano, li vedo in fondo alla tromba che fuggono dal retro, dentro la cantina con lavanderia (so che c'è, conosco troppo bene queste vecchie case). Un attimo dopo arrivano di corsa gli agenti. Indico la via di fuga e li seguo. Sbuchiamo nel retro del cortile. C’è un passaggio attraverso due reti per un altro condominio. Ma è un palazzone gigantesco a tre o quattro scale, tutto a facciata. Il portico d’ingresso, appena illuminato, si spalanca spettrale. Non c’è anima viva. Sentiamo solo i nostri passi. Un agente chiede una pattuglia di rinforzo; l’altro si guarda attorno, come un cane da punta in cerca delle prede: non possono scappare via velocemente; e poi il colosso è stordito o minacciato e questo rallenta la fuga. Torno indietro incrociando il fotografo che mi ferma chiedendomi cosa è successo. E che accidenti vuoi che sia successo? Non c’eri, ecco cos’è successo… E’ la solita storia. Eri a litigare con un tizio infuriato con la faccia bianca di polvere che aveva paura di finire nelle tue fotografie. No, in realtà, non glielo dico, ma lui sa che lo penso. Gli indico i poliziotti: almeno a quelli farà una maledetta foto...
Davanti all’ingresso, in via Magnani, il gruppetto della palazzina è rimasto immobile. Manca solo l’operaio infarinato. Mentre mi avvicino, la signora mi afferra per il gomito attirando la mia attenzione.
"Ha visto che roba? Che barbari!"
"Signora, sono un giornalista", le confesso subito per evitare altri equivoci.
"Un giornalista? Ah, meglio ancora. Oggi le sorprese non finiscono mai. Guardi che roba: pensavo che in casa mia ci fosse un ingegnere moldavo…" e mi osserva lasciando la frase in sospeso.
"In casa sua?", chiedo perplesso.
Ma che razza di persona è questa, così ingioiellata e addobbata di abiti costosi? Una squillo stagionata?
"Certo, e stasera in casa mia invece ho trovato quell’energumeno che sfasciava tutto".
"E l’ingegnere?"
"E chissà dov’è".
Mi arrendo. Disinibita, la signora.
"Mai visto prima?"
"Giuro".
"E come faceva ad avere le chiavi di casa sua?"
"Bella domanda. Pensi che quando è arrivato il bestione, in casa c’era una donna. Così mi hanno detto. Secondo me è stata una scenata di gelosia", conclude ravvivandosi all’indietro i capelli corvini.
"Una sconosciuta in casa sua?"
"Sì, sui trent’anni, magra, carina. Attenzione: me l’hanno descritta. Non l’ho mai vista. Dicono che è una straniera".
"E lei vive con queste persone in casa?"
"Ma cosa ha capito?", mi dice con uno sguardo materno che copre un dolce rimprovero, "sono la proprietaria di casa. L’ho affittata. Ho questo palazzo e delle altre case qui nei paraggi".
Mi sento sollevato: pensavo di avere il cervello in pappa. La signora con le perle non è una puttana, insomma, bensì una ricca possidente immobiliare.
Si ferma un’altra volante della polizia e gli agenti corrono sul retro verso il corridoio tra gli orti.
Sento la signora che mi afferra ancora per il gomito. Mi dà fastidio quando mi afferrano lì. La scuoto via.
"Venga su a vedere cosa hanno combinato", mi invita con tono mellifuo.
Tra di noi si sta scaldando l’atmosfera. Mi fa impressione, tanto è confidenziale. Ma chi se ne frega? Mica sono sposato. E poi ho guardato la sua mano: non ha la fede. Siamo due adulti, santo cielo!
S’incammina e la seguo. Sale le scale tutta sinuosa con la sua gonna leggera che sventola tra il cappotto e gli stivali alla moda lasciando una scia di profumo. Mamma mia, è in corso una battuta di caccia grossa…
Mi fa strada attraverso la porta sfasciata. Dai pezzi di legno sparsi sembra che sia passata una squadra di vigili del fuoco armati di accette.
"Venga, venga a vedere", mi ripete per la millesima volta e poi si appoggia al tavolino all’ingresso, tutto piegato, puntando i palmi delle mani. Non me lo aspettavo, quel gesto. "Avevo affittato questo appartamento a un ingegnere moldavo. Una persona per bene. E ora vengo a sapere che ci abita una ragazza che non si sa quale lavoro faccia per vivere. Si rende conto come siamo messi oggi noi proprietari di case?"
Eh già, è un bel problema trovare un inquilino serio…
Siamo soli. Sulle scale non si sente un rumore. La signora, sempre appoggiata, distende la schiena contro lo specchio rimasto intatto e si stira facendomi vedere un pezzo delle sue cosce sopra le ginocchia. Punta le dita dei piedi sollevando gli stivali. La gonna modella i fianchi ormai un po’ larghi e mi pare di vedere sporgere al centro il Monte di Venere. Forse sto fantasticando: ormai ho i feromoni che schizzano. Devo calmarmi. Mica sono qui per scopare una signora sconosciuta.
Istintivamente, mi avvicino a lei. Il suo volto è illuminato con crudezza dalla potente lampadina che penzola solitaria dal soffitto: il paralume è a pezzi per terra. Non riesco a resistere a tutte quelle trappole di seni, cosce, fianchi, collane, perle, profumi. Porca troia, sono fatto di carne…
Ormai siamo faccia a faccia.
"E lei vive con gli affitti degli appartamenti?", chiedo indiscreto.
"No, ma dai", mi dice introducendo brutalmente il tu , "faccio la prof di inglese". Siamo pericolosamente vicini. "Insegno in un liceo. Lo faccio con passione".
E’ troppo tardi. Con la mano afferro il bordo della gonna. Sembra di seta, come le mie dita. Guardo in giù e vedo tutte le strisce colorate di quel costoso capo che si muovono. Da far girare la testa. Poi la sollevo lentamente. Le mani strusciano contro i collant color carne. La guardo mentre tocco la sua cosce. Lei mi fissa sorridente. "Vieni qua", mi fa muovendo la massa di capelli neri gonfi con quella sua aria svagata. Mi porta nella stanza da letto tutta sottosopra e la getto sul letto. Le coperte sono appallottolate per terra. Ci troviamo sul lenzuolo stropicciato gettato sopra il materasso nudo. Il suo cappotto mi racchiude tra le sue tette. Le perle quasi mi arrivano in bocca. Sento il calore e il profumo che si espandono dal suo corpo e dai capelli corvini. Dell’appartamento, dell’ingegnere, dell’inquilina misteriosa e dell’energumeno sfasciacase, pare proprio che non gliene freghi un bel niente. E’ un imprevisto momento di relax.
Ho la mano incastrata dentro le mutande e i collant. Sto frugando nelle sue parti intime, lei geme come una pazza dimenando le cosce più sode di quanto immaginassi e solleva il culo mentre punta pericolosamente ginocchia e stivali sui miei pantaloni tanto che sento la stoffa pericolosamente in tensione; ed ecco che piano piano percepisco un rumore. E’ qualcuno che sta bussando alla porta d’ingresso. Ma la porta è sfasciata: chiunque sia, potrebbe entrare in camera da un momento all’altro. La mia dolce prof si ricompone in fretta e furia. Si affaccia una donna sui trent’anni, coi capelli chiari e gli occhiali da vista.
"Posso?", chiede con un mezzo sorriso.
"Venga signora, si accomodi in sala. Si fa per dire…", le dice sorridente indicando la stanza a soqquadro, "mi può aspettare di là un attimo?" Poi si volta verso di me e aggiustando la mia camicia mi dice: "Torna tra un’ora. Quella ragazza vuole affittare l’appartamento a qualunque costo. L’ha saputo dai vicini ed è corsa qua. Oggi non va tutto così male, dai. Mi raccomando: porta il "cappuccetto" ".
Il "cappuccetto"? E’ ridicolo chiamare così il preservativo. E infatti, mentre scendo le scale, mi scappa da ridere. Il "cappuccetto"… ma come si fa?
Comunque, a piccole dosi, mi piace il suo ottimismo zuccheroso.
In cortile, trovo il fotografo che sta ancora correndo dietro ai poliziotti flashandoli qua e là, come una lucciola innamorata. Torniamo in redazione. Scriverò il pezzo su un bestione nordafricano pazzo di gelosia per una giovane puttana, lo titolerò, metterò la foto in pagina e poi tornerò in via Magnani 12, secondo piano. Chissà se mi aspetterà davvero. Mai avuto un incontro tanto ravvicinato con una ricca e sexy prof. Non è il mio tipo di donna ma mi incuriosisce. E’ strano come tutto sia avvenuto così in fretta. Non so neanche come si chiama. In fondo, è un bel lavoro, il cronista: si vive sempre in mezzo agli imprevisti.
Modena, ottobre 2011
I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia
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