giovedì 26 dicembre 2013

UNA STORIA DI NATALE
racconto di Carlo Gregori






Mio padre non parlava mai della guerra: l'aveva fatta tutta, dal primo all'ultimo giorno; e anche dopo. Non ho mai capito come ha potuto vivere tanto a lungo nel silenzio solo per portarsi dentro le cicatrici e la rabbia di una giovinezza che gli era stata rubata a vent'anni dalla follia del Fascismo. In famiglia e tra i suoi amici, mio padre era considerato una specie di guerriero sconosciuto: avevo un papà Rambo. Anche se era un borghese a tutti gli effetti, aveva mantenuto anche in famiglia un comportamento da testa di cuoio. Odiava le medaglie, disprezzava chi aveva fatto carriera con la guerra. Era passato dall'esercito ai partigiani ma papà non aveva combattuto per il comunismo. In realtà, mio padre era destinato a trovarsi in eterna minoranza, era un cane sciolto, un solitario.
 E ogni tanto mi torna in mente una delle rare storie di guerra su quel giovane invecchiato in modo brutale che mi aveva raccontato la nonna.

 Avevo nove o dieci anni e, passata la giornata di Natale, i miei e mio fratello se ne erano tornati a casa a Modena lasciandomi per qualche giorno dalla nonna, in centro a Bologna. Era sera e le chiesi se potevo dormire nel lettone con lei. Mi piaceva quel materasso duro e mi incuriosivano le sue abitudini: le scarpe dentro il comodino, il vaso da notte da pulire, le coperte pesanti da rimboccare nel letto di legno massiccio, la nonna in vestaglia che si spazzolava i lunghi capelli bianchi seduta davanti alla specchiera. Non faceva in tempo a finire il rito che mi ero già addormentato.
 Quella sera di Natale, siccome avevo poco sonno, restai a parlare con lei a luce spenta. E così finì per raccontarmi il Natale di mio padre nel 1942.

 La guerra infuriava in tutta Europa, ma non ancora in Italia. Mio padre, sottotenente di complemento, era stato assegnato a Civitavecchia con l'incarico di istruire le reclute sull'uso degli esplosivi e dei lanciafiamme. Strano, avere un padre con queste conoscenze. Ancora oggi mi sembra di vederlo nel cortile della caserma mentre accendeva il lanciafiamme e allungava la lingua di fuoco...
 La nonna si girò nel buio verso di me.
 “Pensa che faceva mettere i soldati in fila e poi gettava la fiamma in mezzo alle gambe di ognuno. Si spaventavano a morte, qualcuno sveniva, ma perdevano subito la paura. Quante volte me l'ha raccontato! Come quando andavano a far saltare i vecchi ponti in campagna o a sminare i terreni...”
 Mi stavo innervosendo: mia nonna era una di poche parole ma adesso non arrivava mai al punto. Forse aveva solo paura che mi addormentassi prima di lei.
 “E allora?”, le chiesi.
 “Tuo padre aveva ventidue anni e comandava quella massa di reclute. Però gli piaceva stare in mezzo a quei ragazzi e non faceva molte distinzioni fra la truppa e i graduati. E' insolito tra militari, sai?, e gli ufficiali vedono di malocchio chi fraternizza. Così aveva conosciuto altri due di Milano. Ricordo che uno si chiamava Nanni. Due lazzaroni, gente che frequentava già le bische. Poi c'era un sergente di Perugia e un altro soldato di Modena o di Reggio, non ricordo. Facevano gruppo. Nelle lettere che mi scriveva, mi raccontava che usciva con loro a fare baldoria. Figurati che allegria a Civitavecchia di sera durante la guerra... La verità è che non avevano niente da fare. Si annoiavano da morire. Il fronte era lontano, in Africa e in Russia, e in quella caserma preparavano gli eroi della patria, quelli che Mussolini mandava ad ammazzare o a morire di freddo. Ne vedeva arrivare e partire di continuo mentre loro restavano lì, in quel paese cadente vicino al mare. Quante volte me l'ha scritto! Fumava tantissimo. Si faceva mandare stecche di sigarette Macedonia; a Milano si trovavano ancora. Le scambiava con lamette da barba, rullini fotografici e altre cose rare. C'era una specie di mercatino dentro la caserma. Tra di loro si vendevano soprattutto le maglie e le mutande di lana. La biancheria pesante era merce preziosa e in caserma faceva un freddo cane”.
 La nonna restò in silenzio.
 “Poi iniziarono a giocare a poker”.
 Chiesi cosa ci fosse di male. 
 “E' un vizio", disse usando un'espressione allora tipica per il gioco d'azzardo. "Bisogna capire, Carletto”, aggiunse aprendo la “e” di Carletto con un forte accento milanese.
 “Ormai il Natale era vicino e tutte le sere dopo cena giocavano a poker. Un giorno ti farò leggere le lettere che mi mandava. Ti accorgerai di quanta solitudine c'era in quelle vite, quanta attesa inutile e soprattutto di quanta miseria. Neppure un pasto decente. Una vita triste. Erano in Italia, la guerra era lontana, eppure mangiavano nelle gavette un brodo rancido di cavoli e verza. Tra loro parlavano poco: in quei mesi molti erano disgustati dal Fascismo, ma si partiva per il fronte e avevano paura che qualcuno li denunciasse. E quando giochi, taci".

 Di sera, la caserma era appena illuminata. Si vedevano a fatica le lucine intorno al forte di Civitavecchia, vicino al porto; il resto era immerso nel buio. Giravano per il paese e c'era un vento gelido che sfiorava le pietre nei campi e tagliava la pelle. Entravano in qualche bar, bevevano un bicchierino, andavano al porto, restavano a fissare il mare, pisciavano insieme e poi tornavano per il contrappello. Così ogni giorno. Al sabato andavano al cinema a vedere i film preceduti dai falsi documentari di guerra che il Duce faceva girare proprio a Civitavecchia, da loro: mio padre aveva fatto l'attore in una finta azione vittoriosa in Libia, gli avevano fatto usare il lanciafiamme... E mentre il Natale si avvicinava, ogni volta finivano la sera passando il tempo a fumare sigarette, parlare di esplosivi, bere grappa e giocare a poker.
 Nelle sue lettere, mio padre accennava al fatto che in quei giorni sapeva perfettamente che stavamo perdendo la guerra dappertutto.
 Ci fu un momento di silenzio.    
 Mia nonna sbottò nel buio rigirandosi tra le lenzuola: "Lo hanno spennato. Ecco!”
 Venni così a sapere che mio padre aveva perso una fortuna, una sera dietro l'altra. La nonna mi disse la cifra; non la ricordo più, ma era una somma enorme.
 “Come ha fatto a pagare?”, chiesi.
 La nonna sospirò.
 “Tuo padre non ci diceva niente. Abbiamo saputo dopo”.

 I compagni d'armi lo presero di mira. Se ne fregavano del fatto che fosse un loro superiore e questo fu l'aspetto più grave. Non aveva soldi e non poteva pagare il debito di gioco e intanto continuava a prendere tempo, ma quelli si innervosivano e usavano toni sempre più minacciosi e sempre meno rispettosi delle cariche.
 Una sera prima della Vigilia lo portarono dietro la caserma. Li trovarono ad attenderli un altro soldato, un abruzzese. Era uno che aveva fatto qualche mano di poker con lui. Anche quel ragazzo, aveva debiti di gioco, ma era un soldato semplice. Lo spinsero avanti a scappellotti prendendolo in giro e lo portarono fino alla grande cisterna di pietra che faceva da cesso. Lo mandarono su e lo fecero camminare sull'ascia. Mio padre osservava dal bordo. C'era un'aria pesante. Uno di loro fece lo sgambetto al soldato che piangeva e il soldato finì in mezzo alla merda. “Paga!”, gli gridavano comprendo le sue urla. E lo lasciarono lì dentro, al buio. “Sei nella merda fino al collo! Paga!”, gli ripeté il modenese.
 Si allontanarono ridendo. L'abruzzese urlava e piangeva nel buio. Uno di loro abbracciò mio padre che si voltava perplesso verso la cisterna. L'indomani il soldato partì per la licenza di Natale. Salutò mio padre tenendo gli occhi un po' abbassati; non provava rancore, ma vergogna. In una lettera scritta dalla clandestinità, quando era partigiano, spiegò a mio nonno che lo tormentava il dispiacere per non aver difeso quel ragazzo abruzzese e di ricordare l'odore terribile di quella notte.

 Ma mio padre era un duro: non avrebbero messo i piedi in testa anche a lui. La sera mandò un caporale in camerata a chiamare il modenese e lo fece portare nel suo alloggio. Rimasero soli. 
 “Quanto vi devo?”
 “Lo sa, tenente”, gli disse l'altro sedendosi.
 “Avete barato”.
 L'altro scattò in piedi indignato.
 “Ci sta provando? Se lei crede di non pagare...”
 Mio padre lo ricacciò a sedere.
 “Pago. Ma non ora...”
 “Guardi che finisce male”,
 Mio padre odiava le minacce. Tirò fuori dal cassetto un panno e lo appoggiò sul tavolo. Si sentì un tonfo. Dal panno estrasse la sua Beretta parabellum. Dal cassetto tirò fuori anche un barattolino d'olio e uno straccio e iniziò a pulire l'arma.
 L'altro lo osservava in silenzio.
 Mio padre alzò gli occhi.
 “Ho detto: "ora". Vuol dire che non li ho ora. Tranquillo, domani è la Vigilia e arriva un vaglia dai miei. Sanno tutto. Poi con voi ho chiuso”.
 Scarrellò la pistola e la puntò in faccia al modenese.
 “Domani sera facciamo l'ultima partita e saldiamo i conti, va bene?”
 L'altro teneva i palmi della mano aperti contro il tavolo e lo osservava con gli occhi bassi.
 “Va bene”.
 “Ci vediamo allo spaccio io, te, Nanni e il perugino alle dieci e mezza. Il Giangi lasciatelo fuori. Il sergente Ravegnini ha già riservato la saletta”.
 Posò la pistola e lo invitò ad uscire.

 Venne la Vigilia ma da Milano non arrivò un vaglia. Gli consegnarono invece un pacco con maglie di lana, un berretto e una sciarpa fatta da una sua sorella. La nonna si scusava: il nonno era in gravi difficoltà economiche, l'esercito gli aveva sequestrato tutta la scuderia dei cavalli da corsa e non riusciva più a ricevere i saldi commerciali dalla Svizzera e dalla Francia. A Milano gli affari andavano a rotoli e ormai scarseggiavano i viveri. E ad Addis Abeba gli inglesi avevano arrestato lo zio Oreste che ora chiedeva aiuto...
 Mio padre chiuse la lettera e la nascose in un libro che stava leggendo. Buttava male. La guerra si faceva sentire.
 Alle due, dopo il rancio prenatalizio – un pezzo di salsiccia nella solita brodaglia – entrò nella camerata e andò diretto dal Nanni.
 “Toh, ciapa chi! ”, gli gridò allegro. “E' arrivato un pacco dai miei. Saluti da Milano. Si divide da buoni camerati!”. E gli lanciò quattro maglie, una per ciascuno degli amici d'armi.
 “Grazie, tenente”, gli fece il Nanni infilando tutto sotto il materasso, svelto come un furetto. “Poi vedo se riesco a ricambiare. Se vuole, ho qualche sigaretta, due lamette, cose così... Buon Natale”.
 “Ci vediamo stasera per un pokerino, dai. Poi mettiamo i conti in pari”,
 “Sì, so tutto. Va bene”.

Quella sera le carte girarono male. Non solo: mio padre si sentiva spiato. Si erano visti in refettorio: mio padre da solo nell'angolo degli ufficiali e i quattro al tavolo a confabulare.  In caserma era rimasto pochissimo personale. L'ultimo scaglione appena formato era già partito a destinazione, quasi tutto in Tunisia; le burbe sarebbero arrivate dopo l'Epifania; quasi tutti gli altri erano stati spediti a casa in licenza per alleggerire le spese militari. Tuttavia, quella sera di Vigilia dopo cena i pochi rimasti formarono un assembramento intorno allo spaccio. Era la paura della solitudine; sotto Natale diventa terribile. Mio padre si accorse che il Giangi lo seguiva mentre gli altri quattro lo tenevano d'occhio. Allora si mescolava apposta alla piccola folla che in quell'angusto bar parlava a voce alta tra il tintinnio dei bicchieri e il forte alito di grappe, in mezzo a una densa nube di fumo di sigari e sigarette; e poi ecco che improvvisamente riappariva lasciando rassicurati i suoi inseguitori. Temevano che scappasse. Dovevano confidare molto su quel debito: era un pollo da non lasciar scappare prima di averlo spennato. Ma mio padre, aggiunse la nonna, in fondo non si era mai pentito di aver dato corda a dei sottoposti che vivevano di espedienti e malaffare. Anzi, lasciava che loro credessero di lui ciò che volevano. Era furbo.

 Arrivarono le dieci e mezza e il responsabile dello spaccio, il sergente Ravegnini, un romagnolo squadrato come un armadio con una barba curatissima, gli consegnò le chiavi della saletta. 
 “Portaci una bottiglia di alcolici. Basta che non sia la grappa schifosa dell'esercito”, gli disse allungandogli una banconota.
 Intorno al tavolo si trovarono mio padre, il perugino, il Nanni e il modenese. Il Nanni non era proprio milanese: abitava in città, ma da poco; veniva dalle montagne sopra Lecco. Era una specie di contrabbandiere o qualcosa del genere, uno della leggera, come si diceva allora dei piccoli delinquenti; a Milano aveva trovato un lavoretto da commesso tramite uno zio. Il perugino era furbo come una volpe; da civile, lavorava alla pasticceria del padre. Il modenese lavorava in un magazzino di pezzi di ricambio per i trattori Landini.
 Divisi i gettoni, stapparono il brandy, si scolarono un bicchierino urlando due frasi soldatesche, lanciando quattro imprecazioni contro la guerra e mollando due scoregge per il Duce e poi partirono con la prima smazzata.
 Le carte giravano male, come al solito. Mio padre fece due prese all'inizio e poi per tutta la sera passò molte mani e ne vide alcune incredibilmente sfortunate: scale reali contro i suoi full, un colore contro il suo poker di sette, un tris di re contro il suo tris di jack e cose così. Gli altri erano sempre un soffio avanti, soprattutto il modenese.
 Durante una smazzata, guardò l'orologio e si alzò.
 “Vado al cesso”, disse. Il perugino fece un cenno al Nanni e il Nanni si alzò per seguirlo. Lo tenne d'occhio fino alla cisterna poi non vide più niente. Sentì scricchiolare l'asse. Rimase in attesa. Ma mio padre intanto era sgattaiolato giù. E facendo il giro della cisterna dalla parte opposta, corse per il campo e raggiunse la cucina dalla porta di servizio. 
 La cucina era vuota, le luci spente. Accese la fiamma centrale e vi mise sopra una pentola senz'acqua, riempita solo di fogli di giornale e di noci. Uscì e tornò alla cisterna. Finse di scendere e tornò verso lo spaccio allacciandosi i pantaloni, mentre Nanni lo precedeva.
 “Tutto bene”, disse Nanni ai camerati mettendosi a sedere in fretta e furia prima che arrivasse mio padre.
 Ripresero a giocare e mio padre ormai perdeva forte. Gli capitò un full – tre otto e due regine – per scoprire dopo molti rilanci che il perugino aveva un bel poker di nove. Non aveva cambiato neanche una carta. Chissà come diavolo facevano a barare così bene.
 “Signor tenente, è meglio se ci fermiamo a fare i conti”, gli disse il modenese.
 “Sta perdendo forte”, aggiunse il Nanni.
 “Ancora una mano o due. Mi voglio rifare”.
 "E' mezzanotte e mezza".
 "Domani non c'è l'appello".
  E tirò fuori dalla tasca una mazzetta di banconote sventolandola a filo del tavolo. L'aveva creata con il solito vecchio trucco: qualche banconota davanti e di dietro e in mezzo una pila di fogli di giornali ritagliati. Un buon lavoro: ci erano cascati. Infilò la mazzetta in tasca.
 Il modenese distribuì le carte, ma controvoglia. La tensione stava crescendo. In una lettera mio padre scrisse a mia nonna che in quel momento sentì che l'agitazione saliva; si aspettava che accadesse qualcosa di grave e l'avrebbe affrontata da solo...
 “Al fuoco! Al fuoco!”, gridarono da fuori. I quattro sospesero il poker e scattarono verso la finestra. Tutta la marmaglia nello spaccio si mise in agitazione. Dalla saletta si sentivano le sedie gettate contro il muro e lo scalpiccio degli stivali sull'impiantito di legno.
 Fuori, urlavano.
 “Portate l'idrante! Correte! Sbrigatevi!”
 "Tenente!", gridava uno.
 Lo spaccio era ormai vuoto e il sergente Ravegnini stava sull'uscio a guardare cosa succedeva in caserma.
 Mio padre gli fece un cenno.
 “Va a fuoco la cucina, signor tenente”.
 “Cosa aspettate, aggregatevi!”, urlò guardando anche gli altri. “Forza, lasciate tutto così. Torniamo dopo. Lei, sergente, vada a chiudere la saletta, così non ci sono discussioni”.
 Ravegnini eseguì senza fiatare, mentre mio padre marciava a gamba lunga verso la cucina circondata da una folla. Avvicinandosi sentiva il crepitio del legno che bruciava. Dalle finestre scoppiate usciva un denso fumo e dietro si vedeva qualche lingua di fuoco che faceva brillare l'aria in quella notte gelida e tersa. Si era formata una catena di soldati che si passavano i secchi dalla fontana esterna alla cucina e intanto dal capannone stavano organizzando il camion con l'idrante. 
 “Fate largo! Largo, ho detto!”, gridava mio padre entrando dentro la porta. Sparì nel fumo. E da allora nessuno di loro lo vide mai più.

 Non lo credevano morto: mia nonna mi rassicurò. In un incendio si resta carbonizzati, non polverizzati, e in quel caso non trovarono tracce di vittime. Ci misero poco a scoprire che mio padre era scappato. Quanto all'incendio, era bruciata la stufa con i banconi di legno e si erano anneriti i muri, ma le fiamme erano state spente in fretta.

 Facendosi largo nel fumo, mio padre era riuscito ad arrivare subito alla scala che portava al suo alloggio di servizio. Agguantò la borsa già pronta sotto il letto e uscì da una porta secondaria. Non si sa come, riuscì a uscire dalla caserma evitando la ronda all'ingresso. Prese una bicicletta che aveva nascosto dietro un cespuglio e pedalò fino alla stazione di Civitavecchia. Quando entrò in paese guardò l'orologio: stava per scattare la mezzanotte. Le strade erano già piene di gente che si affrettava verso il duomo per la messa di Natale. Arrivò in stazione, gettò la bici in un cortile e comperò un biglietto. Sul primo binario prese il treno e cinque minuti dopo era già partito verso Roma dove all'una lo aspettava il treno per il nord. Confidava molto sulla puntualità dei treni del Duce...
Alla nonna aveva raccontato molte volte il senso di profonda solitudine e incertezza durante quel viaggio su due treni completamente vuoti. Verso Roma, nel suo vagone c'erano due o tre passeggeri in tutto che sarebbero presto scesi: gente del posto che aveva cenato con i parenti. I commilitoni non sapevano ancora che era scappato dalla caserma, ma sicuramente poteva capitare qualche intoppo. Sperava che il controllore non gli chiedesse la licenza. Sperava di non dover usare la pistola. A Roma avrebbe fatto un nuovo biglietto, per Milano.

 Così mio padre ha disertato dall'esercito italiano in quel Natale di guerra.
 Per anni mi sono chiesto se fosse stato un gesto vile. La nonna mi aveva turbato svelandomi che aveva disertato per non pagare un grosso debito di gioco a un gruppo di bari. In fondo, mio padre non era così innocente, ma a sua discolpa la nonna disse che non giocò mai più d'azzardo. Non era vero, ma quella notte suonava bene.
 Ovviamente mio padre non scese alla stazione di Milano. Si fermò a Bologna e da lì, in abiti borghesi, prese un treno locale per Modena. Raggiungeva la città d'origine della sua famiglia. C'era stato una sola volta da bambino per visitare qualche anziano parente e dei cugini lontani. In campagna, erano già sfollati da Milano molti nostri familiari. Restò lì tutto l'inverno, aiutato da una sorella e da alcuni parenti, ed entrò in contatto con la Resistenza.
  I quattro bari non lo trovarono mai. La polizia lo catturò invece durante un controllo a Milano nel marzo del 1943, quando la guerra ormai era quasi persa, gli italiani aprivano gli occhi e ogni giorno nelle fabbriche della città scoppiavano grandi scioperi. Degli agenti in borghese lo fermarono in piazzale Cordusio e lo rinchiusero in cella, prima in questura e poi in isolamento. Alla nonna raccontò che lo avevano trattato sempre bene: anche se disertore, era ancora ufficiale. Lo mandarono a Brescia dove fu processato dal tribunale militare. Fu convincente sulla fuga per evitare le botte per i debiti di gioco; non riuscirono a incriminarlo per l'incendio nelle cucine. E così, non si sa come, se la cavò con la pena minima. Una domenica mattina lo degradarono davanti alla truppa subito dopo l'appello. Un colonnello strappò le mostrine, gli mollò un ceffone e gli disse che era un disonore per l'esercito. Poi, come soldato semplice, lo mandarono a scortare da solo i primi prigionieri inglesi dalla Reggia di Caserta fino a un campo di prigionia a Brescia o a Bergamo. Avanti e indietro così, per mesi. Ma mio padre parlava inglese, fatto raro a quei tempi in Italia, e durante quei lunghi viaggi in treno, faccia a faccia con il nemico, conobbe dei soldati come lui che gli spiegavano che erano pronti a morire per la libertà. L'8 settembre scappò di nuovo. Questa volta fuggì vivendo in solitudine tra i boschi del crinale appenninico; da Caserta raggiunse a piedi Modena dove si unì ai partigiani della pianura. Aveva solo ventitré anni ed era già un uomo disilluso pieno di cicatrici e segreti. Ma questa è un'altra storia e io non la conosco. Non so neppure se ha disertato davvero.

Modena, dicembre 2013

In foto: Guastatori del Genio a Civitavecchia durante un'esercitazione



mercoledì 11 dicembre 2013
















GENTE COMUNE

- Ma chi sono questi Forconi?
- Gente comune...
- Gente comune? Cosa vuol dire? E' uno sciopero politico, non vedi?

(Silenzio)

- Stamattina hanno chiuso il casello autostradale
- Ho sentito
- E la polizia li ha denunciati per "interruzione di pubblico servizio"?
- Pare di no 
- E perché?
- Perché è stata la stessa polizia a chiudere il casello prima che lo facessero loro
- Ma come?


(Silenzio)


- Ma la polizia può farlo?
- Evidentemente sì
- Sembra che abbia molte simpatie per questi manifestanti. Se altri avessero fatto le stesse cose, apriti cielo...
- Già... Ho visto che hanno fatto posti di blocco. Stamattina la tangenziale era paralizzata
- Lo so bene: ho perso un'ora
- Facevano passare un'auto alla volta. Allungavano volantini e spiegavano le ragioni.
- Sembrano bene organizzati
- Anche a me
- Gente comune, hai detto...
- Così dicono al telegiornale


(Escono)


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martedì 12 novembre 2013


LA MIA GENERAZIONE

Noi eravamo pronti
ma poi arrivò un futuro
e non era il nostro

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martedì 15 ottobre 2013

APPLICAZIONI TECNICHE 

racconto scemo alla "maniera emiliana" di Carlo Gregori






  Quando andavo alle medie, con il seghetto elettrico creavo delle tette di polistirolo. Allora avevo undici o dodici anni e mi faceva ridere quel nome - "seghetto elettrico " - mentre giocavo con il cutter e aspettavo che il filo sottile della lama diventasse incandescente. Il prof di applicazioni tecniche, un’inutile materia oggi estinta, era un fancazzista di prima categoria, con la faccia raschiata, spruzzato di profumo impestante e con i capelli tutti unti di brillantina: all’inizio della lezione il babbione dava quattro ordini facendo la voce grossa, spargeva qualche minaccia verso i più riottosi e poi spariva fino a dieci minuti dalla fine lasciandoci in quel putrido laboratorio negli scantinati della scuola. Sotto la soporifera luce al neon intagliavo sul bancone quella materia bianca soffice che, strinando, puzzava di chimico e mentre mi dannavo per darle una forma tondeggiante in un incavo caldo immaginavo di maneggiare un paio di tette di carne. Lavoravo sodo al bordo del tavolone accanto ai miei compagni di classe che si accontentavano di intagliare scatolette, barattoli, pezzi a incastro e scemenze del genere. Io cercavo di arrivare a una forma tonda perfetta. Temevo solo che il pantalone si gonfiasse troppo: mi avrebbero seppellito di risate, cancheri e battute. Però mi piaceva anche pensare che quel pezzo di plastica soffice fosse un surrogato della carne, mentre mi sforzavo di immaginare la consistenza di una tetta vera. Traevo ispirazione da un’amica di mia madre che si chiamava Ornella, bella come il sole e dall’aria godereccia. Mi sforzavo anche di ricordare le tette di una biondina della scuola che una volta avevo visto piegarsi per sfilare il lucchetto dalla bici: due bocce perfette che, alzandosi, si ricomponevano spalmandosi sul torso e lasciando aprire la fenditura centrale sul plesso solare. Verso primavera avevo ormai trovato una tecnica per intagliare e incurvare sempre meglio le mie tette finte. Ogni volta che ne terminavo un paio, le nascondevo sotto il bancone e a fine ora le infilavo dentro la borsa. Nessuno avrebbe pensato che trasportavo un paio di tette finte in mezzo ai libri. I pezzi migliori li nascondevo a casa; tutti gli altri li buttavo via strada facendo. Imparai a creare anche una protuberanza sulla punta riscaldando e condensando subito il polistirolo. In maggio ero riuscito a creare il capezzolo. Ho passato molto tempo a sfiorarlo con il dito. Mi sentivo invincibile come un grande scultore della Grecia antica quando accarezzava la sua statua di marmo appena levigata, più bella del corpo della sua modella. Eppure tra un ragazzino come me e il sommo scultore greco c’era una enorme differenza: io non avevo mai visto una donna nuda, se non nelle riviste erotiche. Ma non era una faccenda che mi urtasse: anzi, mi sentivo superiore perché portavo la mia fantasia all’estremo, mentre lui si faceva chiamare artista quando in realtà copiava solo dalle modelle. E a casa, chiuso nella mia camera da letto, lontano da occhi indiscreti, davanti allo specchio mi infilavo quelle tette finte sotto il maglione eccitandomi all’idea di vedermi allo specchio al femminile, vedermi come che non sarei mai stato, come non avrei dovuto né voluto essere… E allora pensavo al seghetto, ma non quello elettrico.


Modena, ottobre 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia
non è autobiografico
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Nella foto:  Erwin Blumenfeld  'The Eye of Male Mortality', 1947

martedì 1 ottobre 2013



ITALIANI
Dramma in un atto

In una piazza

Primo attore: "Il Paese va a rotoli"
Secondo attore: "X è il responsabile!"
Terzo attore: "No, è colpa della politica"
Secondo attore: "Tutti uguali"
Primo attore: "E' tutto un magna magna"
In coro: "Buffoni!"

(Escono. Sipario)


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mercoledì 18 settembre 2013

LO SCOTCH
racconto di Carlo Gregori













“E' sua questa foto?”
Osservò il vigile che gli stava di fronte e poi lo spazzino che si nascondeva dietro il vigile. Non si era ancora ripreso dallo stupore di quella visita, dopo aver aperto il portone.
Il vigile gli diede una foto stampata in un formato più grande del solito. La prese dal retro: era rattoppata in mille punti con una ragnatela di scotch. La girò e sentì un tuffo al cuore. In quella foto era in compagnia della ex moglie, Anna. Guardò la foto attentamente in silenzio. Lo colpivano gli occhi di Anna: sorridevano. Anche le sue labbra sorridevano. Momenti felici durante una cena in un ristorante con gli amici. Chissà chi aveva fatto quella vecchia foto. 
“Signore, è sua?”, insisteva il vigile con il tono arrogante di chi non ha tempo da perdere.
“Sì”, sussurrò.
Che tempi lontani! Com'erano spensierati! Notò che Anna gli stringeva la mano furtivamente.
Quella foto gli era capitata tra le mani una settimana prima, sgusciando fuori da un mazzo di scartoffie di vecchie bollette. Gli era venuto un nervoso tremendo vedendola. Non l'aveva neppure osservata attentamente, come stava facendo adesso. L'aveva presa e stracciata con furia in mille pezzi.
“Anche questo oggetto è suo, signore?”, gli disse il vigile mostrando dei cocci.
“E' il portafoto rotto”.
 E' da lì che aveva sfilato la foto riducendola furiosamente a brandelli.
Il portafoto, lo aveva gettato a terra. Se ne voleva sbarazzare: un oggetto inutile. Si era persino compiaciuto del rumore mentre si infrangeva in mille pezzi. Li aveva raccolti con la paletta e, sovrappensiero, aveva gettato tutto nel bidone della carta, così come si fa per un gesto inutile e obbligato, pensando d'istinto che la foto è di carta.
Era accecato dall'odio: quella foto gli aveva fatto esplodere i ricordi del matrimonio finito male, di Anna che faceva le valigie per andare a vivere con un loro amico comune con il quale aveva una tresca. Si erano separati firmando un documento d'accordo ma con rancore. Li univa la volontà di non vedersi più. Era una stronza, Anna. Non meritava altro che di finire a pezzetti. Anche la sua faccia, però, era stata sminuzzata in piccoli brandelli. Aveva cancellato due facce. Guardò stupito cosa restava della sua, tra i mille pezzetti nel palmo della mano. Erano coriandoli che a volte restavano tenacemente uniti l'uno sull'altro, impossibili da dividere. Si mise a riflettere ma non gli veniva nessun pensiero. E ora eccole di nuovo, le loro facce, tutte e due miracolosamente restaurate con la minuzia che può impiegare un imbecille in divisa maniaco di puzzle e di gialli. Lui e Anna, due facce a pezzi piene di scotch. Guardò i cocci: erano muti.
“Sono cose sue?”, gli chiese il vigile impaziente mentre guardava lo spazzino. “Le riconosce?”
“Sì. Le ho gettate via qualche giorno fa”.
“Infatti sono state notate ed eccole qua. Lei sa che nel bidone della carta si può gettare solo carta. Questa foto è di carta plastificata; quindi deve stare con la plastica. Ma questi cocci non sono di carta”.
“E' stato un gesto di rabbia. Di solito sono attento”.
“Dicono tutti così. Devo eseguire un ordine, mi dispiace per lei”.
Tirò fuori dal borsello un foglio perfettamente piegato e glielo consegnò. Era una notifica di sanzione: 566 euro.
“Mi scusi ma devo andare”, tagliò corto il vigile.
Guardò lo spazzino.
“E' stato lei a raccogliere questi pezzi?”
Lo spazzino bofonchiò qualcosa e se ne andò a occhi bassi.
“Ha fatto solo il suo dovere. Arrivederci. E si ricordi di fare la raccolta differenziata con cura”, sentenziò il vigile. Doveva andare: le multe ai veicoli in sosta lo aspettavano.
Gli mise in mano la foto e i cocci.
Li vide allontanarsi.
Andò in cucina, appoggiò la multa sul bancone, poi aprì il pattume e gettò i cocci. Si mise a sedere, mise la foto al tavolo e lentamente sfilò lo scotch, striscia per striscia. Stava riducendo di nuovo la foto a pezzi. Voleva raggiungere lo stato del suo amore. Nessun vigile glielo avrebbe impedito.



Modena, settembre 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia
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Nella foto: Picabia, "La nuit espagnole" 1922

venerdì 2 agosto 2013

SOGNI INFRANTI

Non critico chi oggi giosce della condanna di B dopo averlo esaltato per anni (ne conosco parecchi). Dovrei criticare la nostra storia nazionale, piena di sogni infranti. Ci sono sempre così tanti italiani che devono sbattere la faccia contro il muro per prendere atto della realtà

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venerdì 19 luglio 2013

FANTAMERICA

Detroit fallita: tutto in vendita, aumentano vertiginosamente le tasse locali, la città si svuota ancora di più, negozi e uffici sono vuoti, le grandi fabbriche chiudono, parte un programma di imposte insostenibili, si tagliano tutte le spese possibili, si scioglie la polizia, si chiudono le scuole pubbliche, i bus non funzionano più, le strade sono abbandonate, i disabili non più assistiti, i lampioni spenti, nessuna attività culturale o sociale. La gente fugge dalla città fantasma. Il centro è in mano a criminali e disperati. Il governo americano corre ai ripari e fa una legge che obbliga ad abitare lì. La guardia nazionale pattuglia le strade per impedire di uscire dalla città, chi resta si arma...

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mercoledì 17 luglio 2013

TETTE GROSSE
racconto di Carlo Gregori







Francesco passava molto tempo in ufficio a postare foto di donne giovani e belle con le tette grosse. Ogni tanto scriveva messaggi alla sua fidanzata Sandra che, pur dotata anche lei di tette grosse, non era però bella come le ragazze postate. Sceglieva accuratamente le foto tra un vasto repertorio di siti porno ed erotici che conosceva a menadito cercando un punto di fuga inguinale del costume oppure una perfetta aderenza al culo. Aveva un debole per le ragazze che sorridevano con sguardo angelicamente malizioso. Della sua fidanzata, invece, apprezzava la pazienza. Si sentiva solo. Le ragazze che postava sul momento parevano tutte a portata di mano, simpatiche e disponibili, mentre in realtà in ventisei anni non ne aveva mai conosciuta neanche una che assomigliasse a loro. Si gongolava all'idea di praticare sesso estremo con una o due così e si chiedeva a lungo quale fosse la più bella tra quelle scelte per gli amici. Al contrario, Sandra era sempre disponibile con lui, si faceva in quattro per sollevargli la giornata. Lo infastidiva solo quando gli telefonava per fare domande banali mentre selezionava con cura nuove foto di bellezze poppute. Ogni tanto Sandra lo rimproverava per il suo passatempo, che conosceva; le pareva un'attrazione squallida per il corpo femminile, adatta a un ragazzino alle prime armi. Finiva, però, sempre per stemperare la sua tensione con una battuta che rendeva la sua collera caricaturale. Per questo Francesco non se ne interessava se non sul momento: sapeva come sarebbe andata a finire. Per placarla le postava dei cuccioli con qualche cuoricino. Ultimamente aveva preso l'abitudine di aggiungere anche commenti alle foto. I nuovi rimproveri di Sandra lo frenarono, ma poi riprese coinvolgendola, citandola nei commenti, punzecchiandola. Le sue parole ricalcavano con ironia i tipici litigi di coppia per amor proprio, come quelli che esplodono passeggiando accanto a una sventola. Prima Sandra la prese male, poi cercò di stare al gioco e infine lo affrontò. Ebbero un serio litigio. Questa volta Francesco capì di essere andato oltre il limite. Sandra gli rimproverò di postare decine di foto di bellezze poppute seminude in posizioni erotiche mentre da settimane non aveva postato una sua fotografia, per tacere della loro intimità... Francesco si difese dicendo che non ne aveva di fresche, gliele avrebbe fatte alla prima occasione. Quanto a quelle foto erotiche, erano innocenti: lei non aveva idea di cosa girava sui siti porno. No, Sandra non ne aveva idea. La accusò di rimproverarlo con argomenti da femminista bacchettona perché questa è l'Italia; Facebook è pieno di donne poppute fotografate in ogni posizione e in America lo fanno tutti i giovani, senza sensi di colpa... Sandra decise di lasciar stare e così il diverbio si placò ma si scavò un solco tra i due. Francesco continuò a postare foto di giovani poppute dallo sguardo malizioso aggiungendo insipidi commenti come: “Buongiorno”, "Biricchina", “Aspettami, faccio le valige e partiamo” e simili. Ricadde sotto la scure di Sandra il giorno in cui pubblicò una gara tra i culi più belli. Insieme con tre suoi amici, tutti appassionati dello stesso argomento oltre che di calcio, si prodigò in una lunga digressione su quale ragazza fosse più appetibile, divertendosi a ingigantire i rari difettucci dei fondoschiena. Questo sì che lo faceva ridere di gusto!



 Ma poi un pomeriggio, al rientro dalla pausa pranzo, lo chiamò il direttore. Lo fece sedere, orientò lo schermo del computer verso Francesco e in silenzio, tenendogli gli occhi addosso, gli mostrò una lunga serie di fotografie delle ragazze poppute postate negli ultimi due mesi e gliene chiese conto. Francesco tentò di difendersi ma non ci fu appiglio: le foto erano datate al momento della pubblicazione. “Vede, Francesco – gli disse il direttore prendendo pericolosamente le distanze - questo file l'ho avuto da un suo collega che su mio ordine ha raccolto tutto il materiale dal suo computer e dalla sua pagina di Facebook". Venne a sapere che in segreteria avevano verificato che in tutti i momenti nei quali postava queste foto era al lavoro. "Lei quindi sa cosa deve fare”, concluse il direttore. Firmò le dimissioni per evitare un licenziamento per giusta causa. Tornò a casa frastornato. Non aveva più un lavoro per colpa della sua passione per le ragazze belle e poppute. Sandra gli chiese perché mai fosse già tornato. Francesco abbassò lo sguardo, diede una spiegazione vaga sulla crisi dell'azienda. Ma Sandra insisteva: gli avevano almeno promesso molto denaro in cambio delle dimissioni? No, le spiegò non potendo fare diversamente, non avrebbe avuto altro denaro. “E come faremo adesso?”, gli chiese Sandra spalancando le braccia. “Già prendevi poco, non so se mi rinnovano il contratto, abbiamo bisogno dei soldi per pagare il mobile della camera da letto ecc ecc”. Francesco intanto le osservava il seno. Aveva due enormi poppe incatenate ai lati dalla maglietta verde scollatissima: se il tessuto avesse ceduto, sarebbero esplose in fuga verso i lati nella loro massiccia polposità, seguendo una forza centrifuga. Erano indubbiamente due belle tette, si disse Francesco, ma non bastavano per amarla. Poteva farne senza? Può darsi, rifletteva. Le conosceva bene e sentiva di non provare più alcun desiderio reale per loro, tanto meno per lei. E intanto immaginava di trovarsi di fronte a una di quelle fotomodelle che postava. Solo questo pareva interessarlo in un momento così drammatico. Dal suo sguardo Sandra intuì l'accaduto. “Ti hanno beccato a postare quelle foto?” Francesco rimase zitto. "Non si può perdere il posto per le foto di tette. Devi crescere, Francesco", gli disse paonazza. Le puntò gli occhi addosso e con uno strano sorriso le sibilò: "Anche a te piace esporle, vedo". Sandra lo guardò. Era diventato viscido, un estraneo, e la stava provocando. “Mi fai schifo”, gli disse e corse in camera a riempire un valigia. Francesco rimase in cucina: sentiva il baccano di Sandra e pensava che era un suo modo per fargli capire che era sì indignata ma che lo aspettava per la battaglia finale: se l'avesse spuntata lui, lei sarebbe rimasta. Non tutto era ancora perduto tra loro. Ma non si alzò. Anzi, la vide sfilare davanti a sé diretta alla porta. Sandra andò due o tre volte avanti e indietro verso la camera da letto e il bagno. Gli stava dando l'ultima occasione. Francesco restò a fissare il corridoio, stava registrando solo il suo viavai. La vide passare un'ultima volta e gli rimasero impresse le due grandi, turgide poppe che di profilo prorompevano dalla scollatura della maglietta. Poi sentì sbattere la porta, uno scalpiccìo sulle scale e un lungo silenzio che finì per ronzargli in testa. Prese in mano il cellulare e postò due giovani poppute in motocicletta che se la ridevano. “Vita nuova! Arrivo, ragazze!”, commentò. Piovvero subito quindici “mi piace”. Aveva fatto la scelta giusta, si disse compiaciuto. Ora sì che si sentiva libero.

Modena, luglio 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia
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sabato 13 luglio 2013



La vacca che ride
poema di Carlo Gregori
2001-02






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lunedì 17 giugno 2013


IL ROSSO, IL PACCO E LO STRANIERO

racconto di Carlo Gregori

 






In Italia non c'è mestiere più insensato dello scrittore. Pochi ti leggono e presto ti dimenticano. Puoi sperare di non crepare di fame, se ti chiamano in tv o a un festival oppure se trovi uno sponsor. I lettori ti scelgono tra mucchi di libri soltanto se hai la faccia da scrittore. I premi letterari non sono decisi dal tuo capolavoro. E se molli la professione per la scrittura, come ho fatto io, va a finire che ti trovi a quarant'anni a sbatterti ogni santo giorno tra una marea di bollette in scadenza e l'eredità della nonna che si prosciuga.

E' un pomeriggio fiacco. Sto cercando di mettere insieme due idee e di buttare giù una trama. Abbasso un po' la tapparella. Bevo un sorso di putrido caffè. Sono imbestialito e non solo perché faccio fatica a scrivere: il postino mi ha appena consegnato altre tre multe. Ho pagato in ritardo l'abbonamento alla Zona a traffico limitato; vai dentro e vai fuori con l'auto e ogni volta la videosorveglianza fa scattare una multa. Non si può, puttana la miseria. Possibile che sia l'unico imbecille da spennare in tutta Bologna? Metto via le multe, devo concentrarmi. Qui si rischia di fallire miseramente.

Soldi freschi, pochi. Tiri su tutte le offerte di lavoro che puoi, pur di pubblicare qualcosa. Quando hai solo un nome da difendere, devi tenerlo sulla piazza come se fossi in trincea. Mica vai per il sottile. Devi sbadilare sterco fischiettando in allegria. O scrivi o crei polemiche, qualcosa devi pur fare per esserci. Due mesi fa, tra un lavoretto e l'altro, mi è toccato mandare a un rivista "popolare" una storiella pulp, "IL GIOSTRAIO". Una scemenza. Una signora separata con due figli ormai adolescenti va ad abitare in una villetta al bordo di un campo nomadi. C'è questo giostraio che è un tipo davvero losco e comanda sui suoi tre figli che spacciano, rubano, imbarcano ragazzine da seconda media e vanno giù di brutto con il coltello. Il vecchio giostraio è una carogna manesca. Intorno a lui, solo donne incinte con larghe gonne e sporchi piedi inciabattati. La vicina lo spia dietro la tendina, con il binocolo vede un delitto. O crede di vederlo, chissà. Si convince di essere stata scoperta, si mette in testa che il giostraio la segue. Poi un giorno scopre che sua figlia si fa venire a prendere a scuola da un figlio del giostraio. Una storia da sgrisore, il sogno di ogni mamma. Serve a iniettare un po' di paura nei lettori: le dosi di ogni giorno non bastano mai. L'ho scritta sotto pseudonimo, si intende; per questa robaccia mi danno seicento euro. La gente vuole questo. Contenti loro...
 
 Adesso una rivista alla moda per signore - quelle riviste che parlano di orgasmi, smalti per unghie e cucina thailandese con foto sfuocate - mi ha chiesto una storia "avvincente". Giuro, mi ha detto così la tizia che ho incontrato al bar a Milano. Una biondina tutto pepe sui trent'anni. Mi sembrava un po' scema, ma non lo dico per pregiudizio verso le biondine. Mi fa: "Ci vorrebbe una bella storia noir, un giallo avvincente, cosa ne dici?" "Noir"... Non lo sentivo dire da vent'anni. Si addice al Festival di Cannes. Va bene, le vendo la storiella "noir". So cosa cercano. E poi tutta entusiasta, va avanti a stuzzicarmi: "Guarda, se viene bene allarghiamo il discorso al reparto editoriale e vediamo di farci un libro. Non hai una trama alla Dan Brown? Il reparto editoriale è a caccia di storie di quel genere". Parole come miele. Ed eccomi qui a creare un capolavoro "noir" alla Dan Brown. Ho una bella storia avvincente di misteri e cadaveri per allietare le serate alle signore tra un'asciugatura di smalto, l'aperitivo e il concorso canoro in tivù.

La trama è un po' incasinata, lo ammetto, ma deve esserlo: è un giallo pieno di misteri. Adesso mi metto a scriverla. Il materiale che serve è tutto in testa e sui fogli sparsi per la stanza.

Il racconto, per ora, si chiama "IL PACCO". Gianni, giovane avvocato bolognese e appassionato di storia, mentre rientra a casa in auto, si ferma al rosso lungo i viali, pronto a svoltare in via Santo Stefano. E mentre aspetta, ricapitolando i clienti che non pagano l'onorario (no, troppo crudo; meglio fargli ricapitolare le prossime udienze), ecco che vede passare davanti a sé un corpulento giovane dell'Est tutto rasato appena uscito dai Giardini Margherita. Quel tizio con la faccia da bambino tiene in mano un pacco sfondato, chiuso con lo scotch marrone. Improvvisamente, alle spalle dell'omone arriva uno smilzo con i capelli corti in avanti - un suo conterraneo (stesse facce, stessi vestiti) - che gli sferra una coltellata ai lombi. Mentre l'omone si accascia, l'altro gli sfila il pacco. Il nostro avvocato, sporgendosi verso il parabrezza, nota però che, appena l'aggressore alza la caviglia cercando di scappare, l'omone a terra gliela afferra e lo fa inciampare, prende il coltello appena caduto in terra e lo pugnala da sotto lasciandolo esanime sull'asfalto. Si rialza sanguinante, afferra il pacco, si getta sul cofano dell'avvocato, a fatica fa il giro, apre lo sportello di dietro e sale.

L'inizio è buono. E' il resto della storia che fa schifo. Non quadra. E' un guazzabuglio di dati e date, ma ce l'ho tutta in testa.

Suona il campanello. Merda! Proprio adesso, mentre tiro i fili della trama. Vado a vedere, è lo spazzino che raccoglie la plastica. Brutto stronzo, gli grido mentre chiudo la finestra, tutti i giorni suoni solo a me? E infatti suona anche il telefono. Addio, concentrazione. Tutti insieme, qui, adesso. Fatemi vivere! E' il mio avvocato, Clara. Siamo stati compagni di classe alle medie, io e Clara. Ero dietro di lei, passavo ore e ore a guardarle il collo. Era una bella ragazza, Clara. Ogni tanto l'ho rivista in giro; negli ultimi anni abbiamo frequentato lo stesso locale per gli aperitivi e così abbiamo riallacciato i rapporti. Due chiacchiere e basta, si intende. Così, quando mi è capitata una grana, l'ho chiamata.

Le chiedo come va la mia causa.

"Va avanti", resta zitta, poi aggiunge. "Vedremo di inventare qualcosa per far quadrare la faccenda della truffa"

"Ma dai, è un reato minore! Ogni giorno quante cause per truffa ci saranno in tribunale?"

"Dipende dal giudice".

"Figurati se vado in galera".

"Vedremo...", mi risponde stando al gioco. "Sono stata questa mattina all'ufficio del gip. Se vuoi, ci incontriamo".

Fissiamo l'appuntamento al solito bar tra due ore, così parliamo della mia grana e beviamo un aperitivo. Mi piace, Clara. Se non fosse il mio avvocato, ci proverei di brutto. Mi piace più adesso di allora. Sempre elegante, capelli curati, un bel paio di tette sode e sempre quel neo sotto l'orecchio destro. La donna matura che ogni uomo sogna, soprattutto se non è mai diventato maturo.

Torno al lavoro ma, sotto sotto, resto preoccupato per la mia causa.







L'omone slavo stringe il pacco a sé, mentre Gianni, il nostro avvocato, guida piano piano lungo i viali chiedendosi cosa fare di quell'ospite che sanguina dalla schiena... L'altro gli grida di sbrigarsi. Deve portarlo all'ospedale? "No, taci! Guida! Vai a casello di autostrada a Borgo Panigale. Subito!" E giù con una tempesta di indicibili imprecazioni in lingua slava finché non arrivano in via Emilia. Ma quando si ferma al parcheggio davanti al casello, l'avvocato guarda nello specchietto retrovisore e vede il misterioso passeggero accasciato. Sembra addormentato. Lo chiama, non risponde. Scende, apre lo sportello e l'omone cade a terra stringendo il pacco. Gianni si guarda attorno: non c'è nessuno. Il cadavere è quasi in mezzo agli arbusti pieni di rifiuti e l'auto lo copre da sguardi indiscreti. Lo trascina e lo nasconde tra il fogliame e i copertoni di camion. Fruga nelle tasche e trova un passaporto russo; lo nasconde nel cruscotto. Sposta l'auto sull'asfalto, scende, cancella le tracce dei suoi pneumatici e se ne va via con il pacco chiuso nel bagagliaio. Torna a casa e con Gladys - la sua fidanzata accorsa senza sapere bene quali minacce incombono - pulisce l'auto in garage. Ormai è sera e, gettati in lavatrice gli stracci con il sangue, si siedono nel salotto. Osservano il pacco sul tavolino. Ci sarà un carico di droga? L'avvocato fa scattare il temperino svizzero e taglia lo scotch. Dentro, trova chiusi in un imballo di plastica due libri stampati in cirillico e un pacco di documenti vecchi. Sfogliano i libri. Non sono opere destinate al pubblico: si capisce dalla stampa particolare. Hanno l'aria di essere rapporti di un qualche ministero russo. Entrambi i volumi terminano con una data: 1966. Gianni e Gladys si fissano (ma l'amore non c'entra). Sfogliano i documenti. Sono scritti in inglese. Vecchi fogli: sembrano originali battuti a macchina un secolo fa. 

  
 "Guarda qui, Gladys. E' un documento del 1920 firmato da Churchill e Lloyd George". Osservano sorpresi. Controllano su internet e scoprono che in quell'anno il secondo era premier del governo inglese e il primo capo dell'opposizione. Prendono il dizionario e pazientemente traducono il breve testo intitolato: "MEMORANDUM SULLE CONCESSIONI CONTRO LA DIFFUSIONE DEL COMUNISMO". Trovano un documento simile su carta velina azzurra firmato da Lloyd George e dal presidente americano Wilson. E' chiaro: inglesi e americani hanno segretamente esteso ai loro popoli e ai loro alleati migliori condizioni di vita, diritti, denaro per evitare che diventassero comunisti. "Ecco perché, oggi che non c'è più la minaccia dell'Unione Sovietica, ogni giorno ci tolgono il denaro e i diritti e le nostre condizioni peggiorano", esclama Gladys stupita.
  Capiscono che quei vecchi documenti contengono un grande segreto di stato. Sono parole battute a macchina vecchie di un secolo, ma possono ancora giustificare omicidi, ricatti, eccetera. Ma ecco che mentre discutono, sentono un gran trambusto intorno alla lavanderia. Dalla finestra notano tre uomini dall'aria minacciosa che cercano di forzare la porta finestra. Devono scappare. Mettono i documenti nel pacco, afferrano due cose e un po' di denaro ed escono dalla finestra della cucina che dà sul lato opposto. Mentre i tre salgono in casa, i nostri due eroi riescono a far uscire l'auto dal garage e scappare. Qualcuno li sta cercando per il pacco. Qualcuno teme che i documenti finiscano nelle mani di sconosciuti, come le loro. Come avranno fatto ad arrivare a noi?, chiede Gladys mentre Gianni imbocca l'autostrada verso la Riviera romagnola.

"Mi hanno per forza visto al parcheggio. Era il luogo di appuntamento tra il bestione morto e loro", le dice più tardi all'autogrill.

Gladys è stupita e spaventata. Gianni l'abbraccia.

"Credo che abbiano letto il mio numero di targa e, quando hanno visto che il bestione era morto, hanno preso informazioni scoprendo dove abito. Dobbiamo cambiare aria per qualche giorno, Gladys. Mi spiace, tesoro", spiega l'avvocato.

"Non hai creato tu questo pasticcio, amore".

La passione trionfa sul terrore.





Sto pensando a una succulenta scena di sesso tra l'avvocato e Gladys nel loro rifugio romagnolo, un discreto albergo a tre stelle nel centro di Riccione (a Viserbella no, squalificherebbe la storia), quando suona il telefono. E' Clara. "Dove sei?" Finge di sgridarmi: sono in ritardo. Le chiedo scusa: arrivo subito. Come vola il tempo! Mi infilo le braghe, metto una camicia e la raggiungo in bici.

 "Se è per ragioni creative sei perdonato", mi dice sorridente sorseggiando lo spritz in mezzo alla folla. "Sai che apprezzo il tuo lavoro e quando sei in forma scrivi in modo strepitoso".

Bene, qualcuno mi legge ancora. Due romanzi pubblicati contano qualcosa. Siamo partiti con il piede giusto. E adesso che ci siamo seduti, sotto con le magagne giudiziarie. L'editore che mi aveva dato l'anticipo non ritira la querela: gliel'ha confermato il suo avvocato. Tutto preoccupato, faccio qualche rimostranza, ma mi tranquillizza: fa parte del gioco delle parti. Gli avvocati fanno sì la voce grossa, ma è tutta scena (devo ricordarmi di sfruttarlo per il mio racconto). Le chiedo perché me lo dice solo adesso. Perché voleva sapere lo stato delle indagini in Procura, mi risponde; alla cancelleria del Gip non è ancora depositato alcun atto di fine indagini. Lo immaginava: non mi è ancora arrivata la  raccomandata che me lo comunica.

 "Hai paura che ti succeda qualcosa?", aggiunge fissandomi con aria misteriosa mentre bevo un lungo sorso finale pescandolo tra il ghiaccio e la fetta d'arancio. Sono ancora in graticola, insomma.

Porca miseria, sbotto dopo avere ordinato altri due spritz, possibile che debba avere tutti questi casini per un anticipo di mille euro? Quanti me ne ha fregati l'editore, eh? Per anni mi ha fatto correggere testi e bozze di autori più o meno famosi pagandomi quattro soldi. Se io sono un truffatore, allora lui cos'è? Io non ho mai pensato di denunciarlo; invece, quella carogna mi denuncia l'unica volta che mi anticipa un miserabile acconto e io non consegno niente. Io, un truffatore! Non può metterla giù così.

Clara è convinta che si sistemerà tutto. Certo che si sistemerà, le rispondo; scriverò un racconto per quel bastardo così la facciamo pari e patta. Mi dice di aspettare. Non c'è niente da aspettare, ormai. Lo sanno tutti che la canaglia non solo non paga molti autori, ma sta per mandare a spasso tutti i suoi fichissimi editor. Ci penserà un manipolo di polacchi a correggere la spazzatura che pubblica: inutili storie per signore e signorine dal cuore infranto, improbabili gangster, spie e complotti con morti ammazzati senza un fiore sulla tomba, ricordi di infanzie altolocate che profumano di erre blesa, pantagruelici commissari saccenti... Perché non diciamo ad alta voce a cosa si è ridotta la letteratura oggi? 
 Ecco, mi sono sfogato: odio il lavoro che ho scelto.

Brindiamo e lentamente scivoliamo nella tranquillità. Faccio due battute da finto arrabbiato, le strappo qualche risata. Clara si fa dolce. Apre una bottiglia di passito. Sento che tra noi è la serata giusta. Finiamo a casa sua e le parlo per ore di quando ho lasciato la mia professione di merda e ho deciso di scrivere e basta. Capisce quanto sono preoccupato e deluso per l'ottusità degli editori e dei loro supponenti redattori che fingono di interessarsi a ciò che scrivi. Provo a spiegarle che la libertà di scrittura è un'illusione vincolata da ciò che gli editori scelgono di pubblicare, di quanto sia infimo il margine di autonomia dell'autore tra stravolgimenti, tagli e rifacimenti obbligati. Bisogna dare alla gente quello che vuole: robaccia che si legga in fretta e distragga, pagine che ammazzino il tempo.

  Per Clara sono un uomo coraggioso. Per me Clara è intrigante ma soprattutto una gran bella gnocca. Ci baciamo e lentamente la spoglio. La accarezzo. A differenza della mia, casa sua ha un comodo divano a tre posti sul quale ci sdraiamo baciandoci. Lentamente la tocco e sento che mi invita a continuare. Ci dimeniamo. Sfilo le mutandine. "Ho sempre amato il tuo collo, fin dalla scuola", le sussurro.

 A cose fatte, ci addormentiamo abbracciati. Gran bella serata.

 Mi sveglio con la faccia incartapecorita. Fa un po' di luce. Mi alzo, vado in bagno, mi guardo allo specchio: faccio schifo ma sono felice. Le sussurro che la richiamerò più tardi. Appena tiro la porta, il resto della storia mi esce di getto che è un piacere.








Gladys chiama un'amica di Cattolica che lavora con i russi a Rimini e San Marino. Si incontrano in un bar sulla spiaggia vicino alle terme di Riccione. L'amica legge i due documenti e sfoglia i volumi. "E' una bomba!", esclama. Conferma che quel documento riporta un accordo segreto tra Churchill e Lloyd George per fare ampie concessioni di soldi e diritti per evitare la diffusione del comunismo nell'Impero. (Già detto! Devo cambiare. Ma anche Dan Brown si ripete spesso...) "Qui dice soprattutto in India e in Irlanda", e indica il passaggio in questione. Allora avevano capito bene, Gladys e il suo amore!

"Ti rendi conto? Hanno usato e preso in giro almeno tre generazioni di europei e americani. Ecco perché adesso ci tolgono tutto. Non ci credo... Che schifo! Roba da far scoppiare una rivoluzione", commenta l'amica imbustando quel materiale scottante.

Arriva Gianni e i tre si interrogano: i documenti sono autentici o falsi e soprattutto perché sono conservati in quel pacco? In che mani dovevano finire? Perché l'agguato a quell'omone russo? E soprattutto chi li sta inseguendo? L'amica studia i due volumi: sono in russo. Sicuramente, si tratta di un pericoloso segreto di stato sovietico sfuggito da qualche gabinetto ministeriale russo, dov'era custodito gelosamente dal 1966. L'avvocato, perspicace, ricorda di averlo intuito subito. Ragionandoci sopra a lungo con l'aiuto di Wikipedia, i tre capiscono che questo accordo è stato la necessaria conseguenza del fallimento totale della sollevazione dei "bianchi", pagati dagli Alleati, contro il nuovo governo bolscevico. La disfatta del piano inglese per eliminare il comunismo in Russia doveva aver costretto il governo e l'opposizione inglese a giungere a questa conclusione: meglio il benessere per il popolo piuttosto che rischiare di perdere tutto; quindi i ricchi avrebbero messo mano al portafoglio mentre i socialisti si sarebbero impegnati in una finta opposizione al capitalismo.

"Sfido che questi documenti sono rimasti nascosti per più di mezzo secolo", esclama l'amica al momento dei saluti. "Dove li avete trovati?"

Quando Gladys e l'avvocato, rimasti soli, scoprono su internet che il 1966 era l'anno in cui Breznev prende il potere in Unione Sovietica puntando sulla ripresa della Guerra fredda, non ci sono più dubbi sull'origine di quei due strani volumi a stampa. Uno è la relazione del Kgb e l'altro la trascrizione in russo di quei documenti con commenti di esperti. Materiale che scotta. C'è da lasciarci la pelle. Resta da capire uno strano foglietto strappato con una scritta in caratteri latini: "Pope 6 J 00RT" e la firma J.F. Jameson. Cosa c'entra il papa? Oppure si riferisce a un pope russo? E chi era Jameson?

Il pomeriggio successivo telefonano all'amica, ma risponde un carabiniere. E' accaduto qualcosa di grave. Poco dopo scopriranno che l'amica è morta andando a sbattere in curva contro un platano. Arrivano sul luogo dell'incidente. Gladys nota che sull'asfalto non ci sono segni di frenata. Qualcuno tra i curiosi ha visto un furgone bianco. "Sono sulle nostre tracce", conclude l'avvocato. Gladys chiede chi sono e come avranno fatto a individuarli (chissà perché, questa domanda la fa sempre lei). "Ho pagato con la carta bancomat la stanza dell'albergo, tesoro. E' gente che ha strumenti e agganci potenti", risponde dopo aver riflettuto un bel po', mentre imbocca l'autostrada diretto a Venezia. "Ho paura che ci stiano seguendo - aggiunge Gianni pensieroso - probabilmente ci stanno dando corda per capire le nostre intenzioni. La morte della tua amica è un segnale chiaro per noi". "Credi che la morte della mia amica sia un segnale per noi?" "Sì", taglia corto Gianni guidando in terza corsia con gli occhi sullo specchietto retrovisore: sta tenendo d'occhio una Bmw nera tre auto dietro di lui. 
 A Venezia troveranno un amico che lo ospita e soprattutto un anziano storico esperto di crittogrammi papali che svelerà loro un importante segreto. Intorno a loro, solo terra bruciata e un nome senza senso: Jameson...

Sento che mi sta venendo mal di testa. Mollo il computer, la storia è ormai cucinata al punto giusto. Potrei davvero proporre due puntate. Chissà se accettano. Se allungo il brodo, ci scappa un romanzo. Sì, la trama mi pare abbastanza alla Dan Brown; ora si tratta di chiuderla. Lo infarcisco di inseguimenti, misteri, rivelazioni e qualche cadavere. Meglio un po' di massoneria, un cardinale ambiguo, gli Illuminati o è una congregazione segreta di banchieri? Non sarebbe male qualche riferimento a un monastero russo con un pope che mantiene i suoi intrallazzi con la rete dei "bianchi" durante gli ultimi anni di Lenin. Si potrebbe seguire una pista che porta in Vaticano e divagare sul manoscritto di qualche saggio monaco medievale, qualche profeta eretico, un cataro... Beh, vediamo; la trama così può reggere più di un'idea.

Sono le undici e tra un'ora devo partecipare a un incontro pubblico su un mio vecchio libro. Devo spicciarmi, sono anche senza benzina. Mi fermo al rosso dei viali per girare in via Murri. Mi abbandono ai miei pensieri, divisi tra il distributore più conveniente lungo la strada e su come stringere la storia senza schiacciare i lettori con troppi riferimenti storici. Dovrà diventare chiaro che molti anni dopo, diciamo nel 1947, i sovietici entrano in possesso dei due documenti originali e li usano per ricattare inglesi e americani. Tutto questo può funzionare solamente finché c'è la garanzia che i documenti sono al sicuro in una cassaforte blindata di un ufficio inaccessibile del Kgb. Ma ora che erano stati rubati, qualcuno deve recuperarli e altri devono pagare, anche con la vita. Intorno a Gianni e a Gladys si stende lentamente una scia di sangue tra misteri e rivelazioni di ex comunisti, gangster, spie, banchieri, dignitari papali e il misterioso Jameson. Ma i killer incalzano e ormai li hanno braccati...

Mentre penso a questo caotico finale, mi gongolo all'idea di un bel romanzo con fascetta e tutto il resto, ovviamente primo in classifica e record di incassi. Aspetto che venga verde. Fisso lo sguardo sui Giardini Margherita. Un giovane africano con il faccione tondo e due occhi grossi così passa davanti alla mia auto. Tiene in mano un pacco chiuso con lo scotch marrone. All'improvviso, alle spalle gli arriva un altro negro, più alto e corpulento, che lo butta a terra e lo accoltella. I due lottano; la vittima non molla il pacco. Mentre il pelato si piega urlando, il faccione tondo si alza e corre verso di me, dà una manata sul cofano e mi getta il pacco contro il finestrino. Mi urla di aiutarlo. Cazzo, perde sangue nella pancia! Cosa diavolo succede? Non riesco a chiudere le portiere. Lo sconosciuto sale sulla mia auto. E' proprio come nella mia storia ma questa è una storia vera!

Ma cosa c'entrano gli africani?



maggio 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia e non è autobiografico
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La prima foto: Laura Bonaguro, Milano, ItaliaLa seconda foto: Harry Callahan, 1984 Atlanta, Usa