UNA STORIA DI NATALE
racconto di Carlo Gregori
Mio padre non parlava mai della guerra: l'aveva fatta tutta, dal primo all'ultimo giorno; e anche dopo. Non ho mai capito come ha potuto vivere tanto a lungo nel silenzio solo per portarsi dentro le cicatrici e la rabbia di una giovinezza che gli era stata rubata a vent'anni dalla follia del Fascismo. In famiglia e tra i suoi amici, mio padre era considerato una specie di guerriero sconosciuto: avevo un papà Rambo. Anche se era un borghese a tutti gli effetti, aveva mantenuto anche in famiglia un comportamento da testa di cuoio. Odiava le medaglie, disprezzava chi aveva fatto carriera con la guerra. Era passato dall'esercito ai partigiani ma papà non aveva combattuto per il comunismo. In realtà, mio padre era destinato a trovarsi in eterna minoranza, era un cane sciolto, un solitario.
E ogni tanto mi torna in mente una delle rare storie di guerra su quel giovane invecchiato in modo brutale che mi aveva raccontato la nonna.
Avevo nove o dieci anni e, passata la giornata di Natale, i miei e mio fratello se ne erano tornati a casa a Modena lasciandomi per qualche giorno dalla nonna, in centro a Bologna. Era sera e le chiesi se potevo dormire nel lettone con lei. Mi piaceva quel materasso duro e mi incuriosivano le sue abitudini: le scarpe dentro il comodino, il vaso da notte da pulire, le coperte pesanti da rimboccare nel letto di legno massiccio, la nonna in vestaglia che si spazzolava i lunghi capelli bianchi seduta davanti alla specchiera. Non faceva in tempo a finire il rito che mi ero già addormentato.
Quella sera di Natale, siccome avevo poco sonno, restai a parlare con lei a luce spenta. E così finì per raccontarmi il Natale di mio padre nel 1942.
La guerra infuriava in tutta Europa, ma non ancora in Italia. Mio padre, sottotenente di complemento, era stato assegnato a Civitavecchia con l'incarico di istruire le reclute sull'uso degli esplosivi e dei lanciafiamme. Strano, avere un padre con queste conoscenze. Ancora oggi mi sembra di vederlo nel cortile della caserma mentre accendeva il lanciafiamme e allungava la lingua di fuoco...
La nonna si girò nel buio verso di me.
“Pensa che faceva mettere i soldati in fila e poi gettava la fiamma in mezzo alle gambe di ognuno. Si spaventavano a morte, qualcuno sveniva, ma perdevano subito la paura. Quante volte me l'ha raccontato! Come quando andavano a far saltare i vecchi ponti in campagna o a sminare i terreni...”
Mi stavo innervosendo: mia nonna era una di poche parole ma adesso non arrivava mai al punto. Forse aveva solo paura che mi addormentassi prima di lei.
“E allora?”, le chiesi.
“Tuo padre aveva ventidue anni e comandava quella massa di reclute. Però gli piaceva stare in mezzo a quei ragazzi e non faceva molte distinzioni fra la truppa e i graduati. E' insolito tra militari, sai?, e gli ufficiali vedono di malocchio chi fraternizza. Così aveva conosciuto altri due di Milano. Ricordo che uno si chiamava Nanni. Due lazzaroni, gente che frequentava già le bische. Poi c'era un sergente di Perugia e un altro soldato di Modena o di Reggio, non ricordo. Facevano gruppo. Nelle lettere che mi scriveva, mi raccontava che usciva con loro a fare baldoria. Figurati che allegria a Civitavecchia di sera durante la guerra... La verità è che non avevano niente da fare. Si annoiavano da morire. Il fronte era lontano, in Africa e in Russia, e in quella caserma preparavano gli eroi della patria, quelli che Mussolini mandava ad ammazzare o a morire di freddo. Ne vedeva arrivare e partire di continuo mentre loro restavano lì, in quel paese cadente vicino al mare. Quante volte me l'ha scritto! Fumava tantissimo. Si faceva mandare stecche di sigarette Macedonia; a Milano si trovavano ancora. Le scambiava con lamette da barba, rullini fotografici e altre cose rare. C'era una specie di mercatino dentro la caserma. Tra di loro si vendevano soprattutto le maglie e le mutande di lana. La biancheria pesante era merce preziosa e in caserma faceva un freddo cane”.
La nonna restò in silenzio.
“Poi iniziarono a giocare a poker”.
Chiesi cosa ci fosse di male.
“E' un vizio", disse usando un'espressione allora tipica per il gioco d'azzardo. "Bisogna capire, Carletto”, aggiunse aprendo la “e” di Carletto con un forte accento milanese.
“Ormai il Natale era vicino e tutte le sere dopo cena giocavano a poker. Un giorno ti farò leggere le lettere che mi mandava. Ti accorgerai di quanta solitudine c'era in quelle vite, quanta attesa inutile e soprattutto di quanta miseria. Neppure un pasto decente. Una vita triste. Erano in Italia, la guerra era lontana, eppure mangiavano nelle gavette un brodo rancido di cavoli e verza. Tra loro parlavano poco: in quei mesi molti erano disgustati dal Fascismo, ma si partiva per il fronte e avevano paura che qualcuno li denunciasse. E quando giochi, taci".
Di sera, la caserma era appena illuminata. Si vedevano a fatica le lucine intorno al forte di Civitavecchia, vicino al porto; il resto era immerso nel buio. Giravano per il paese e c'era un vento gelido che sfiorava le pietre nei campi e tagliava la pelle. Entravano in qualche bar, bevevano un bicchierino, andavano al porto, restavano a fissare il mare, pisciavano insieme e poi tornavano per il contrappello. Così ogni giorno. Al sabato andavano al cinema a vedere i film preceduti dai falsi documentari di guerra che il Duce faceva girare proprio a Civitavecchia, da loro: mio padre aveva fatto l'attore in una finta azione vittoriosa in Libia, gli avevano fatto usare il lanciafiamme... E mentre il Natale si avvicinava, ogni volta finivano la sera passando il tempo a fumare sigarette, parlare di esplosivi, bere grappa e giocare a poker.
Nelle sue lettere, mio padre accennava al fatto che in quei giorni sapeva perfettamente che stavamo perdendo la guerra dappertutto.
Ci fu un momento di silenzio.
Mia nonna sbottò nel buio rigirandosi tra le lenzuola: "Lo hanno spennato. Ecco!”
Venni così a sapere che mio padre aveva perso una fortuna, una sera dietro l'altra. La nonna mi disse la cifra; non la ricordo più, ma era una somma enorme.
“Come ha fatto a pagare?”, chiesi.
La nonna sospirò.
“Tuo padre non ci diceva niente. Abbiamo saputo dopo”.
I compagni d'armi lo presero di mira. Se ne fregavano del fatto che fosse un loro superiore e questo fu l'aspetto più grave. Non aveva soldi e non poteva pagare il debito di gioco e intanto continuava a prendere tempo, ma quelli si innervosivano e usavano toni sempre più minacciosi e sempre meno rispettosi delle cariche.
Una sera prima della Vigilia lo portarono dietro la caserma. Li trovarono ad attenderli un altro soldato, un abruzzese. Era uno che aveva fatto qualche mano di poker con lui. Anche quel ragazzo, aveva debiti di gioco, ma era un soldato semplice. Lo spinsero avanti a scappellotti prendendolo in giro e lo portarono fino alla grande cisterna di pietra che faceva da cesso. Lo mandarono su e lo fecero camminare sull'ascia. Mio padre osservava dal bordo. C'era un'aria pesante. Uno di loro fece lo sgambetto al soldato che piangeva e il soldato finì in mezzo alla merda. “Paga!”, gli gridavano comprendo le sue urla. E lo lasciarono lì dentro, al buio. “Sei nella merda fino al collo! Paga!”, gli ripeté il modenese.
Si allontanarono ridendo. L'abruzzese urlava e piangeva nel buio. Uno di loro abbracciò mio padre che si voltava perplesso verso la cisterna. L'indomani il soldato partì per la licenza di Natale. Salutò mio padre tenendo gli occhi un po' abbassati; non provava rancore, ma vergogna. In una lettera scritta dalla clandestinità, quando era partigiano, spiegò a mio nonno che lo tormentava il dispiacere per non aver difeso quel ragazzo abruzzese e di ricordare l'odore terribile di quella notte.
Ma mio padre era un duro: non avrebbero messo i piedi in testa anche a lui. La sera mandò un caporale in camerata a chiamare il modenese e lo fece portare nel suo alloggio. Rimasero soli.
“Quanto vi devo?”
“Lo sa, tenente”, gli disse l'altro sedendosi.
“Avete barato”.
L'altro scattò in piedi indignato.
“Ci sta provando? Se lei crede di non pagare...”
Mio padre lo ricacciò a sedere.
“Pago. Ma non ora...”
“Guardi che finisce male”,
Mio padre odiava le minacce. Tirò fuori dal cassetto un panno e lo appoggiò sul tavolo. Si sentì un tonfo. Dal panno estrasse la sua Beretta parabellum. Dal cassetto tirò fuori anche un barattolino d'olio e uno straccio e iniziò a pulire l'arma.
L'altro lo osservava in silenzio.
Mio padre alzò gli occhi.
“Ho detto: "ora". Vuol dire che non li ho ora. Tranquillo, domani è la Vigilia e arriva un vaglia dai miei. Sanno tutto. Poi con voi ho chiuso”.
Scarrellò la pistola e la puntò in faccia al modenese.
“Domani sera facciamo l'ultima partita e saldiamo i conti, va bene?”
L'altro teneva i palmi della mano aperti contro il tavolo e lo osservava con gli occhi bassi.
“Va bene”.
“Ci vediamo allo spaccio io, te, Nanni e il perugino alle dieci e mezza. Il Giangi lasciatelo fuori. Il sergente Ravegnini ha già riservato la saletta”.
Posò la pistola e lo invitò ad uscire.
Venne la Vigilia ma da Milano non arrivò un vaglia. Gli consegnarono invece un pacco con maglie di lana, un berretto e una sciarpa fatta da una sua sorella. La nonna si scusava: il nonno era in gravi difficoltà economiche, l'esercito gli aveva sequestrato tutta la scuderia dei cavalli da corsa e non riusciva più a ricevere i saldi commerciali dalla Svizzera e dalla Francia. A Milano gli affari andavano a rotoli e ormai scarseggiavano i viveri. E ad Addis Abeba gli inglesi avevano arrestato lo zio Oreste che ora chiedeva aiuto...
Mio padre chiuse la lettera e la nascose in un libro che stava leggendo. Buttava male. La guerra si faceva sentire.
Alle due, dopo il rancio prenatalizio – un pezzo di salsiccia nella solita brodaglia – entrò nella camerata e andò diretto dal Nanni.
“Toh, ciapa chi! ”, gli gridò allegro. “E' arrivato un pacco dai miei. Saluti da Milano. Si divide da buoni camerati!”. E gli lanciò quattro maglie, una per ciascuno degli amici d'armi.
“Grazie, tenente”, gli fece il Nanni infilando tutto sotto il materasso, svelto come un furetto. “Poi vedo se riesco a ricambiare. Se vuole, ho qualche sigaretta, due lamette, cose così... Buon Natale”.
“Ci vediamo stasera per un pokerino, dai. Poi mettiamo i conti in pari”,
“Sì, so tutto. Va bene”.
Quella sera le carte girarono male. Non solo: mio padre si sentiva spiato. Si erano visti in refettorio: mio padre da solo nell'angolo degli ufficiali e i quattro al tavolo a confabulare. In caserma era rimasto pochissimo personale. L'ultimo scaglione appena formato era già partito a destinazione, quasi tutto in Tunisia; le burbe sarebbero arrivate dopo l'Epifania; quasi tutti gli altri erano stati spediti a casa in licenza per alleggerire le spese militari. Tuttavia, quella sera di Vigilia dopo cena i pochi rimasti formarono un assembramento intorno allo spaccio. Era la paura della solitudine; sotto Natale diventa terribile. Mio padre si accorse che il Giangi lo seguiva mentre gli altri quattro lo tenevano d'occhio. Allora si mescolava apposta alla piccola folla che in quell'angusto bar parlava a voce alta tra il tintinnio dei bicchieri e il forte alito di grappe, in mezzo a una densa nube di fumo di sigari e sigarette; e poi ecco che improvvisamente riappariva lasciando rassicurati i suoi inseguitori. Temevano che scappasse. Dovevano confidare molto su quel debito: era un pollo da non lasciar scappare prima di averlo spennato. Ma mio padre, aggiunse la nonna, in fondo non si era mai pentito di aver dato corda a dei sottoposti che vivevano di espedienti e malaffare. Anzi, lasciava che loro credessero di lui ciò che volevano. Era furbo.
Arrivarono le dieci e mezza e il responsabile dello spaccio, il sergente Ravegnini, un romagnolo squadrato come un armadio con una barba curatissima, gli consegnò le chiavi della saletta.
“Portaci una bottiglia di alcolici. Basta che non sia la grappa schifosa dell'esercito”, gli disse allungandogli una banconota.
Intorno al tavolo si trovarono mio padre, il perugino, il Nanni e il modenese. Il Nanni non era proprio milanese: abitava in città, ma da poco; veniva dalle montagne sopra Lecco. Era una specie di contrabbandiere o qualcosa del genere, uno della leggera, come si diceva allora dei piccoli delinquenti; a Milano aveva trovato un lavoretto da commesso tramite uno zio. Il perugino era furbo come una volpe; da civile, lavorava alla pasticceria del padre. Il modenese lavorava in un magazzino di pezzi di ricambio per i trattori Landini.
Divisi i gettoni, stapparono il brandy, si scolarono un bicchierino urlando due frasi soldatesche, lanciando quattro imprecazioni contro la guerra e mollando due scoregge per il Duce e poi partirono con la prima smazzata.
Le carte giravano male, come al solito. Mio padre fece due prese all'inizio e poi per tutta la sera passò molte mani e ne vide alcune incredibilmente sfortunate: scale reali contro i suoi full, un colore contro il suo poker di sette, un tris di re contro il suo tris di jack e cose così. Gli altri erano sempre un soffio avanti, soprattutto il modenese.
Durante una smazzata, guardò l'orologio e si alzò.
“Vado al cesso”, disse. Il perugino fece un cenno al Nanni e il Nanni si alzò per seguirlo. Lo tenne d'occhio fino alla cisterna poi non vide più niente. Sentì scricchiolare l'asse. Rimase in attesa. Ma mio padre intanto era sgattaiolato giù. E facendo il giro della cisterna dalla parte opposta, corse per il campo e raggiunse la cucina dalla porta di servizio.
La cucina era vuota, le luci spente. Accese la fiamma centrale e vi mise sopra una pentola senz'acqua, riempita solo di fogli di giornale e di noci. Uscì e tornò alla cisterna. Finse di scendere e tornò verso lo spaccio allacciandosi i pantaloni, mentre Nanni lo precedeva.
“Tutto bene”, disse Nanni ai camerati mettendosi a sedere in fretta e furia prima che arrivasse mio padre.
Ripresero a giocare e mio padre ormai perdeva forte. Gli capitò un full – tre otto e due regine – per scoprire dopo molti rilanci che il perugino aveva un bel poker di nove. Non aveva cambiato neanche una carta. Chissà come diavolo facevano a barare così bene.
“Signor tenente, è meglio se ci fermiamo a fare i conti”, gli disse il modenese.
“Sta perdendo forte”, aggiunse il Nanni.
“Ancora una mano o due. Mi voglio rifare”.
"E' mezzanotte e mezza".
"Domani non c'è l'appello".
E tirò fuori dalla tasca una mazzetta di banconote sventolandola a filo del tavolo. L'aveva creata con il solito vecchio trucco: qualche banconota davanti e di dietro e in mezzo una pila di fogli di giornali ritagliati. Un buon lavoro: ci erano cascati. Infilò la mazzetta in tasca.
Il modenese distribuì le carte, ma controvoglia. La tensione stava crescendo. In una lettera mio padre scrisse a mia nonna che in quel momento sentì che l'agitazione saliva; si aspettava che accadesse qualcosa di grave e l'avrebbe affrontata da solo...
“Al fuoco! Al fuoco!”, gridarono da fuori. I quattro sospesero il poker e scattarono verso la finestra. Tutta la marmaglia nello spaccio si mise in agitazione. Dalla saletta si sentivano le sedie gettate contro il muro e lo scalpiccio degli stivali sull'impiantito di legno.
Fuori, urlavano.
“Portate l'idrante! Correte! Sbrigatevi!”
"Tenente!", gridava uno.
Lo spaccio era ormai vuoto e il sergente Ravegnini stava sull'uscio a guardare cosa succedeva in caserma.
Mio padre gli fece un cenno.
“Va a fuoco la cucina, signor tenente”.
“Cosa aspettate, aggregatevi!”, urlò guardando anche gli altri. “Forza, lasciate tutto così. Torniamo dopo. Lei, sergente, vada a chiudere la saletta, così non ci sono discussioni”.
Ravegnini eseguì senza fiatare, mentre mio padre marciava a gamba lunga verso la cucina circondata da una folla. Avvicinandosi sentiva il crepitio del legno che bruciava. Dalle finestre scoppiate usciva un denso fumo e dietro si vedeva qualche lingua di fuoco che faceva brillare l'aria in quella notte gelida e tersa. Si era formata una catena di soldati che si passavano i secchi dalla fontana esterna alla cucina e intanto dal capannone stavano organizzando il camion con l'idrante.
“Fate largo! Largo, ho detto!”, gridava mio padre entrando dentro la porta. Sparì nel fumo. E da allora nessuno di loro lo vide mai più.
Non lo credevano morto: mia nonna mi rassicurò. In un incendio si resta carbonizzati, non polverizzati, e in quel caso non trovarono tracce di vittime. Ci misero poco a scoprire che mio padre era scappato. Quanto all'incendio, era bruciata la stufa con i banconi di legno e si erano anneriti i muri, ma le fiamme erano state spente in fretta.
Facendosi largo nel fumo, mio padre era riuscito ad arrivare subito alla scala che portava al suo alloggio di servizio. Agguantò la borsa già pronta sotto il letto e uscì da una porta secondaria. Non si sa come, riuscì a uscire dalla caserma evitando la ronda all'ingresso. Prese una bicicletta che aveva nascosto dietro un cespuglio e pedalò fino alla stazione di Civitavecchia. Quando entrò in paese guardò l'orologio: stava per scattare la mezzanotte. Le strade erano già piene di gente che si affrettava verso il duomo per la messa di Natale. Arrivò in stazione, gettò la bici in un cortile e comperò un biglietto. Sul primo binario prese il treno e cinque minuti dopo era già partito verso Roma dove all'una lo aspettava il treno per il nord. Confidava molto sulla puntualità dei treni del Duce...
Alla nonna aveva raccontato molte volte il senso di profonda solitudine e incertezza durante quel viaggio su due treni completamente vuoti. Verso Roma, nel suo vagone c'erano due o tre passeggeri in tutto che sarebbero presto scesi: gente del posto che aveva cenato con i parenti. I commilitoni non sapevano ancora che era scappato dalla caserma, ma sicuramente poteva capitare qualche intoppo. Sperava che il controllore non gli chiedesse la licenza. Sperava di non dover usare la pistola. A Roma avrebbe fatto un nuovo biglietto, per Milano.
Così mio padre ha disertato dall'esercito italiano in quel Natale di guerra.
Per anni mi sono chiesto se fosse stato un gesto vile. La nonna mi aveva turbato svelandomi che aveva disertato per non pagare un grosso debito di gioco a un gruppo di bari. In fondo, mio padre non era così innocente, ma a sua discolpa la nonna disse che non giocò mai più d'azzardo. Non era vero, ma quella notte suonava bene.
Ovviamente mio padre non scese alla stazione di Milano. Si fermò a Bologna e da lì, in abiti borghesi, prese un treno locale per Modena. Raggiungeva la città d'origine della sua famiglia. C'era stato una sola volta da bambino per visitare qualche anziano parente e dei cugini lontani. In campagna, erano già sfollati da Milano molti nostri familiari. Restò lì tutto l'inverno, aiutato da una sorella e da alcuni parenti, ed entrò in contatto con la Resistenza.
I quattro bari non lo trovarono mai. La polizia lo catturò invece durante un controllo a Milano nel marzo del 1943, quando la guerra ormai era quasi persa, gli italiani aprivano gli occhi e ogni giorno nelle fabbriche della città scoppiavano grandi scioperi. Degli agenti in borghese lo fermarono in piazzale Cordusio e lo rinchiusero in cella, prima in questura e poi in isolamento. Alla nonna raccontò che lo avevano trattato sempre bene: anche se disertore, era ancora ufficiale. Lo mandarono a Brescia dove fu processato dal tribunale militare. Fu convincente sulla fuga per evitare le botte per i debiti di gioco; non riuscirono a incriminarlo per l'incendio nelle cucine. E così, non si sa come, se la cavò con la pena minima. Una domenica mattina lo degradarono davanti alla truppa subito dopo l'appello. Un colonnello strappò le mostrine, gli mollò un ceffone e gli disse che era un disonore per l'esercito. Poi, come soldato semplice, lo mandarono a scortare da solo i primi prigionieri inglesi dalla Reggia di Caserta fino a un campo di prigionia a Brescia o a Bergamo. Avanti e indietro così, per mesi. Ma mio padre parlava inglese, fatto raro a quei tempi in Italia, e durante quei lunghi viaggi in treno, faccia a faccia con il nemico, conobbe dei soldati come lui che gli spiegavano che erano pronti a morire per la libertà. L'8 settembre scappò di nuovo. Questa volta fuggì vivendo in solitudine tra i boschi del crinale appenninico; da Caserta raggiunse a piedi Modena dove si unì ai partigiani della pianura. Aveva solo ventitré anni ed era già un uomo disilluso pieno di cicatrici e segreti. Ma questa è un'altra storia e io non la conosco. Non so neppure se ha disertato davvero.
Modena, dicembre 2013
In foto: Guastatori del Genio a Civitavecchia durante un'esercitazione

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