martedì 25 febbraio 2014

CIAO, MILES
racconto notturno di Carlo Gregori






Sogno che mi trovo in America in un ristorante di napoletani e mentre aspetto i miei compagni di viaggio ecco che noto Miles Davis seduto a un tavolo vicino al mio. Il più grande trombettista del mondo è un anziano magro, un fascio di muscoli sottili; il viso, dai tratti addolciti e ancora affascinanti, è coperto di rughe e gli restano pochi capelli, ondulati e lunghi. Dalle smorfie capisco che soffre terribilmente per i suoi malanni. In silenzio, lo osservo a lungo mentre scrive su un taccuino scuro. Miles alza gli occhi e mi fa cenno di raggiungerlo. “Hei, dimmi, tu sei quello del catering al concerto di Los Angeles. Luglio 1969, vero?”, mi fa ringhiando. Impossibile: avevo sette anni. Annuisco lo stesso. “Gran serata, li abbiamo stesi, eh? Ventimila”. Chi se ne frega se Miles si sbaglia; Miles è morto vent'anni fa e sono qui ad ascoltarlo. “Mi ricordo quel catering”, mi fa puntandomi gli occhi addosso, “non faceva così schifo”, sussurra rauco lasciandosi scappare un sorriso. Gli butto lì qualche titolo di suoi pezzi giusto per fargli capire la mia ammirazione. Roba buona e roba così così, mi accenna Miles. "I ragazzi erano in gamba. I critici sbavavano o scrivevano stronzate, o sì o no", mi fa muovendo la mano tesa di qua e di là. “E-let-tri-ci-tà. Fa paura. Funk!", scandisce con un tono cavernoso. "Siediti, fammi compagnia a pranzo”. Sono imbarazzato. Vado a prendere una bottiglia di vino bianco gelato nel secchiello: me l'hanno appena portata i napoletani. “No, no! Cazzo!”, esplode Miles con un vocione roco da far tremare, “Hei, portatene due!” I camerieri arrivano di corsa con due bottiglie di Gewurztraminer nei secchi ghiacciati e le stappano. Due bottiglie per noi sono tante; deve essere per una sua improvvisa voglia di socializzare. “Prendi”, mi dice Miles allungandomi una bottiglia un attimo prima di tornare a scrivere appunti. Ed ecco che arriva una bionda americana sui cinquant'anni. Indossa dei jeans, una camicetta bianca aperta e un paio di sandali raffinati. Mi sorride. Un tempo doveva essere proprio bella. Gli sussurra qualcosa, lo aiuta a sollevarsi e se lo porta via. Miles si volta e mi fa un cenno. Ha ancora una luce immensa negli occhi.
 Ciao, Miles.

Modena, febbraio 2014
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domenica 23 febbraio 2014

PENSIERO

Le esperienze giovanili sono le più entusiasmanti, se non sono di un altro.

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giovedì 20 febbraio 2014

CONCORRENTI

Gli dicevano che se voleva essere felice doveva vedere negli altri dei concorrenti da distruggere.

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martedì 18 febbraio 2014

"CAMPARE E' UN VIZIO"
Note su "Stanze di confine" di Emilio Rentocchini
scritte da Carlo Gregori






Mi è arrivata per posta “Stanze di confine”, l'ultima raccolta di liriche in ottava rima del sassolese Emilio Rentocchini, uno dei massimi poeti italiani (anche secondo la critica) e una voce libera e chiara della nostra letteratura. Nella dedica mi scrive che “questo è un libro di devozioni domestiche”. Lo intendo in senso intimo e non letterario: le sue sono poesie che nascono sempre (così mi pare) da una riflessione approfondita su ciò che ha visto o da una parola ascoltata, sulla storia di questo piccolo fatto e sulle sue conseguenze, anche quelle meno visibili. Ma quello che dà splendore alla sua lirica – perché Rentocchini scrive ottave pulite e brillanti come pietre levigate dall'acqua – è la doppia versione: in dialetto sassolese e in italiano. Il sassolese non è solo quello del bar o della piazza (da noi a Modena il dialetto è una lingua d'uso viva) ma non è neanche un'invenzione da dotto celebratore delle radici locali; e l'italiano è semplice e scarno come le sue idee, ridotte all'osso dopo una lunga riflessione. Insomma è poesia semplice, come può esserlo alla fine di un continuo lavoro di limatura, che tutti noi possiamo leggere o recitare.
 Il piacere della lettura dei suoi versi – che in realtà andrebbero ascoltati dalla sua voce – sta nella continua sorpresa dei temi che tratta, scanditi come se rimuginasse a bassa voce tra sé. Ci sono continui richiami alla natura e all'agricoltura, ma anche alla vita da ufficio, ai piccoli problemi quotidiani e alla vita cittadina sassolese. In ogni verso ritorna un'attenzione estrema per la luce e l'ombra, per i passaggi della vita e della morte (immagino che questo passaggio sia il "confine" del titolo). Segnalo, ad esempio, una stanza in cui il poeta racconta il ricongiungersi della vita dopo la morte e il rischio della morte appena si vive con la nascita del bimbo settimino: versi di rara potenza. Sempre all'inizio una splendida ottava su un soggetto umile, di quelli che piacevano anche a Pablo Neruda: la rapa.
La riporto nelle sue due versioni (sassolese e italiano) per fare capire come la sua grandezza sta nel creare bellezza da qualcosa di semplice e profondo che esiste sotto gli occhi di tutti.

La rèva solitaria in la so busa
intèinta a scartusères tra i malòch
la sèint pasèr adòs l'aria ch'la brusa,
la lònsaed chi du òc, e pòch a pòch
la tèinta d'insabières, fers piò inclusa,
chivèr la sapa ch'la la tòs dal fiòch
d'èmbra mòia inspireda da l'inèssi.
E'ter che liberté, campèr l'è un véssi.

La rapa solitaria nella sua buca
intenta a scartocciarsi tra le zolle
sente passarsi addosso l'aria che brucia,
il lampo di due occhi, e a poco a poco
tenta d'insabbiarsi, farsi più inclusa
per schivare la zappa che la cava dal fiocco
di umida ombra inspirata dall'inizio.
Altro che libertà, campare è un vizio.

In questi versi come in quasi tutti quelli di “Stanze di confine” l'uomo compare come un'ombra, anche per sé e per gli altri. La natura è continuamente rimaneggiata dall'uomo e così anche la vita moderna, soprattutto quando l'uomo è assente ma incombe con la sua previsione, come se nulla potesse seguire un suo corso originario. Queste poesie si allargano in un respiro profondo verso una considerazione più ampia della vita: un grande mistero naturale che noi cerchiamo di manipolare ma dal quale siamo alla fine manipolati. In questo credo stia il significato di una delle ultime ottave nella quale parla della “doppia o semplice vita”.
Concludo soffermandomi sull'amore, sia sentimentale che carnale, che per forza diventa un tema centrale del libro. L'amore è qualcosa di estremamente carico di mistero perché, ci spiega il poeta, rimanda sempre a qualcosa di altro, a un senso di compimento e a un significato della vita stessa che in qualche modo ci è precluso ma nel quale possiamo sbirciare. Questo vale anche nella sua massima carnalità: “L'amore è il sogno di abitare l'altro / condividendo il suo spessore dall'interno”, scrive all'inizio di una ottava.
Per questo, come in questa splendida ottava, l'amore ci permette di dare un significato a ciò che facciamo senza però darci una spiegazione comprensibile.

La vétta l'as diràma in un inèst
conténuev, perciò stèss la blèssa po'
la spècia al vòd; e fèr l'amòur, dal rèst,
l'è s.cèta nostalgia. Andèrsen so
per l'infinì, perfèt e come in prèst,
a impaciughères l'ànma col garò.
Pèina a la mància, el vòus el dvèinten bòtt
e un fiòmm al pàsa ascòus d'ed sa da tòtt.

La vita si dirama in un continuo
innesto, proprio per questo la bellezza
specchia il vuoto; e fare l'amore, del resto,
è pura nostalgia. Andarsene giù
per l'infinito, perfetti e come in prestito,
a impaciugarsi l'anima col garò.
Appena dentro la macchia le voci diventano germogli
e un fiume scorre arcano di qua da tutto


Modena, febbraio 2014
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sabato 15 febbraio 2014

IL MAGO E LE GALLINE

Una storia semplice che mi hanno raccontato





Conosco un anziano che da una vita alleva le galline e non le uccide. Il pollame vive in libertà nel suo giardino secondo leggi di natura che nessun uomo conosce. Gli piace osservare i polli crescere e i galli fare la corte alle galline. Ogni tanto gli tocca fare il funerale a una gallina defunta. Non lo considera il suo pollame; lo ospita per così dire in amicizia. Le galline sono così contente che ogni tanto da qualche fattoria vicina spunta una nuova amica pennuta. Fanno il passaparola, confida sorridendo: sanno che da lui non tirano il collo. Lo facevano anche i suoi. Sua madre era anche amica del Mago Silvan. Ogni volta che passava in autostrada dal casello di Modena Sud, fin da giovane il Mago Silvan si presentava alla fattoria chiedendo due ovetti freschi da bucare e bere sul momento. Diceva che quelle uova erano più buone perché venivano da galline rilassate. La mamma ogni volta gli chiedeva di non far scomparire le sue galline e il Mago Silvan sorrideva. Con gli anni ci giocavano sopra e il Mago Silvan anticipava la battuta strappando una risata. Una volta il Mago Silvan ipnotizzò una gallina lasciandoli di stucco: non pensavano che fosse così facile. E così ancora oggi, tanti anni dopo la morte della mamma, il mago Silvan è un amico di famiglia che può comparire all’improvviso e bere due uova fresche.

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mercoledì 12 febbraio 2014

NOI

Noi baby boomers, quarantenni e cinquantenni che hanno goduto tutto il benessere e che non si sono mai occupati di politica, noi cosa vogliamo fare? Noi che avevamo nonni e padri politici generosi e gelosi che decidevano tutto loro finché non crepavano e dei fratelli maggiori che si sono persi tra droga e sogni assurdi oppure sono diventati berlusconiani? Spariremo senza mai aver detto nulla o deciso nulla? Noi non ci sporcheremo mai le mani?

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mercoledì 5 febbraio 2014

"MI PIACE/NON MI PIACE"

La politica non è una margherita da sfogliare con il "mi piace/non mi piace". La politica ha conseguenze reali che a volte diventano terribili, come omicidi, saccheggi e stupri. Spesso chi si limita a godere della politica come di un'opinione umorale è colui che autorizza, con il suo sostegno distratto, i crimini peggiori.

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