martedì 18 febbraio 2014

"CAMPARE E' UN VIZIO"
Note su "Stanze di confine" di Emilio Rentocchini
scritte da Carlo Gregori






Mi è arrivata per posta “Stanze di confine”, l'ultima raccolta di liriche in ottava rima del sassolese Emilio Rentocchini, uno dei massimi poeti italiani (anche secondo la critica) e una voce libera e chiara della nostra letteratura. Nella dedica mi scrive che “questo è un libro di devozioni domestiche”. Lo intendo in senso intimo e non letterario: le sue sono poesie che nascono sempre (così mi pare) da una riflessione approfondita su ciò che ha visto o da una parola ascoltata, sulla storia di questo piccolo fatto e sulle sue conseguenze, anche quelle meno visibili. Ma quello che dà splendore alla sua lirica – perché Rentocchini scrive ottave pulite e brillanti come pietre levigate dall'acqua – è la doppia versione: in dialetto sassolese e in italiano. Il sassolese non è solo quello del bar o della piazza (da noi a Modena il dialetto è una lingua d'uso viva) ma non è neanche un'invenzione da dotto celebratore delle radici locali; e l'italiano è semplice e scarno come le sue idee, ridotte all'osso dopo una lunga riflessione. Insomma è poesia semplice, come può esserlo alla fine di un continuo lavoro di limatura, che tutti noi possiamo leggere o recitare.
 Il piacere della lettura dei suoi versi – che in realtà andrebbero ascoltati dalla sua voce – sta nella continua sorpresa dei temi che tratta, scanditi come se rimuginasse a bassa voce tra sé. Ci sono continui richiami alla natura e all'agricoltura, ma anche alla vita da ufficio, ai piccoli problemi quotidiani e alla vita cittadina sassolese. In ogni verso ritorna un'attenzione estrema per la luce e l'ombra, per i passaggi della vita e della morte (immagino che questo passaggio sia il "confine" del titolo). Segnalo, ad esempio, una stanza in cui il poeta racconta il ricongiungersi della vita dopo la morte e il rischio della morte appena si vive con la nascita del bimbo settimino: versi di rara potenza. Sempre all'inizio una splendida ottava su un soggetto umile, di quelli che piacevano anche a Pablo Neruda: la rapa.
La riporto nelle sue due versioni (sassolese e italiano) per fare capire come la sua grandezza sta nel creare bellezza da qualcosa di semplice e profondo che esiste sotto gli occhi di tutti.

La rèva solitaria in la so busa
intèinta a scartusères tra i malòch
la sèint pasèr adòs l'aria ch'la brusa,
la lònsaed chi du òc, e pòch a pòch
la tèinta d'insabières, fers piò inclusa,
chivèr la sapa ch'la la tòs dal fiòch
d'èmbra mòia inspireda da l'inèssi.
E'ter che liberté, campèr l'è un véssi.

La rapa solitaria nella sua buca
intenta a scartocciarsi tra le zolle
sente passarsi addosso l'aria che brucia,
il lampo di due occhi, e a poco a poco
tenta d'insabbiarsi, farsi più inclusa
per schivare la zappa che la cava dal fiocco
di umida ombra inspirata dall'inizio.
Altro che libertà, campare è un vizio.

In questi versi come in quasi tutti quelli di “Stanze di confine” l'uomo compare come un'ombra, anche per sé e per gli altri. La natura è continuamente rimaneggiata dall'uomo e così anche la vita moderna, soprattutto quando l'uomo è assente ma incombe con la sua previsione, come se nulla potesse seguire un suo corso originario. Queste poesie si allargano in un respiro profondo verso una considerazione più ampia della vita: un grande mistero naturale che noi cerchiamo di manipolare ma dal quale siamo alla fine manipolati. In questo credo stia il significato di una delle ultime ottave nella quale parla della “doppia o semplice vita”.
Concludo soffermandomi sull'amore, sia sentimentale che carnale, che per forza diventa un tema centrale del libro. L'amore è qualcosa di estremamente carico di mistero perché, ci spiega il poeta, rimanda sempre a qualcosa di altro, a un senso di compimento e a un significato della vita stessa che in qualche modo ci è precluso ma nel quale possiamo sbirciare. Questo vale anche nella sua massima carnalità: “L'amore è il sogno di abitare l'altro / condividendo il suo spessore dall'interno”, scrive all'inizio di una ottava.
Per questo, come in questa splendida ottava, l'amore ci permette di dare un significato a ciò che facciamo senza però darci una spiegazione comprensibile.

La vétta l'as diràma in un inèst
conténuev, perciò stèss la blèssa po'
la spècia al vòd; e fèr l'amòur, dal rèst,
l'è s.cèta nostalgia. Andèrsen so
per l'infinì, perfèt e come in prèst,
a impaciughères l'ànma col garò.
Pèina a la mància, el vòus el dvèinten bòtt
e un fiòmm al pàsa ascòus d'ed sa da tòtt.

La vita si dirama in un continuo
innesto, proprio per questo la bellezza
specchia il vuoto; e fare l'amore, del resto,
è pura nostalgia. Andarsene giù
per l'infinito, perfetti e come in prestito,
a impaciugarsi l'anima col garò.
Appena dentro la macchia le voci diventano germogli
e un fiume scorre arcano di qua da tutto


Modena, febbraio 2014
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