"CAMPARE E' UN VIZIO"
Note su "Stanze di confine" di Emilio Rentocchini
scritte da Carlo Gregori
Mi è arrivata per posta
“Stanze di confine”, l'ultima raccolta di liriche in ottava rima del sassolese
Emilio Rentocchini, uno dei massimi poeti italiani (anche secondo la
critica) e una voce libera e chiara della nostra letteratura. Nella
dedica mi scrive che “questo è un libro di devozioni domestiche”.
Lo intendo in senso intimo e non letterario: le sue sono poesie che
nascono sempre (così mi pare) da una riflessione approfondita su ciò
che ha visto o da una parola ascoltata, sulla storia di questo
piccolo fatto e sulle sue conseguenze, anche quelle meno visibili. Ma
quello che dà splendore alla sua lirica – perché Rentocchini
scrive ottave pulite e brillanti come pietre levigate
dall'acqua – è la doppia versione: in dialetto sassolese e in
italiano. Il sassolese non è solo quello del bar o della piazza (da noi a Modena il dialetto è una lingua d'uso viva) ma non è neanche
un'invenzione da dotto celebratore delle radici locali; e l'italiano è
semplice e scarno come le sue idee, ridotte all'osso dopo una lunga riflessione. Insomma è poesia semplice, come può esserlo alla fine di un continuo lavoro di limatura, che tutti noi possiamo leggere o recitare.
Il piacere
della lettura dei suoi versi – che in realtà andrebbero ascoltati
dalla sua voce – sta nella continua sorpresa dei temi che tratta, scanditi come se rimuginasse a bassa voce tra sé. Ci sono continui richiami
alla natura e all'agricoltura, ma anche alla vita da ufficio, ai
piccoli problemi quotidiani e alla vita cittadina sassolese. In ogni verso ritorna un'attenzione estrema per la luce e l'ombra, per i
passaggi della vita e della morte (immagino che questo passaggio sia il "confine" del titolo). Segnalo, ad esempio, una stanza in
cui il poeta racconta il ricongiungersi della vita dopo la morte e il
rischio della morte appena si vive con la nascita del bimbo
settimino: versi di rara potenza. Sempre all'inizio una splendida
ottava su un soggetto umile, di quelli che piacevano anche a Pablo
Neruda: la rapa.
La riporto nelle sue due
versioni (sassolese e italiano) per fare capire come la sua grandezza
sta nel creare bellezza da qualcosa di semplice e profondo che esiste sotto gli occhi di tutti.
La rèva solitaria in la
so busa
intèinta a scartusères
tra i malòch
la sèint pasèr adòs
l'aria ch'la brusa,
la lònsaed chi du òc, e
pòch a pòch
la tèinta d'insabières,
fers piò inclusa,
chivèr la sapa ch'la la
tòs dal fiòch
d'èmbra mòia inspireda
da l'inèssi.
E'ter che liberté, campèr
l'è un véssi.
La rapa solitaria nella
sua buca
intenta a scartocciarsi
tra le zolle
sente passarsi addosso
l'aria che brucia,
il lampo di due occhi, e a
poco a poco
tenta d'insabbiarsi, farsi
più inclusa
per schivare la zappa che
la cava dal fiocco
di umida ombra inspirata
dall'inizio.
Altro che libertà,
campare è un vizio.
In questi versi come in
quasi tutti quelli di “Stanze di confine” l'uomo compare come
un'ombra, anche per sé e per gli altri. La natura è continuamente rimaneggiata dall'uomo e così anche la vita moderna,
soprattutto quando l'uomo è assente ma incombe con la sua
previsione, come se nulla potesse seguire un suo corso originario.
Queste poesie si allargano in un respiro profondo verso una
considerazione più ampia della vita: un grande mistero naturale che
noi cerchiamo di manipolare ma dal quale siamo alla fine manipolati. In questo
credo stia il significato di una delle ultime ottave nella quale
parla della “doppia o semplice vita”.
Concludo soffermandomi
sull'amore, sia sentimentale che carnale, che per forza diventa
un tema centrale del libro. L'amore è qualcosa di estremamente
carico di mistero perché, ci spiega il poeta, rimanda sempre a
qualcosa di altro, a un senso di compimento e a un significato della
vita stessa che in qualche modo ci è precluso ma nel quale possiamo
sbirciare. Questo vale anche nella sua massima carnalità: “L'amore
è il sogno di abitare l'altro / condividendo il suo spessore
dall'interno”, scrive all'inizio di una ottava.
Per questo, come in
questa splendida ottava, l'amore ci permette di dare un significato a
ciò che facciamo senza però darci una spiegazione comprensibile.
La vétta l'as diràma in
un inèst
conténuev, perciò stèss
la blèssa po'
la spècia al vòd; e fèr
l'amòur, dal rèst,
l'è s.cèta nostalgia.
Andèrsen so
per l'infinì, perfèt e
come in prèst,
a impaciughères l'ànma
col garò.
Pèina a la mància, el
vòus el dvèinten bòtt
e un fiòmm al pàsa
ascòus d'ed sa da tòtt.
La vita si dirama in un
continuo
innesto, proprio per
questo la bellezza
specchia il vuoto; e fare
l'amore, del resto,
è pura nostalgia.
Andarsene giù
per l'infinito, perfetti e
come in prestito,
a impaciugarsi l'anima col
garò.
Appena dentro la macchia
le voci diventano germogli
e un fiume scorre arcano
di qua da tutto
Modena, febbraio 2014
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
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