Riflessioni di Carlo Gregori sul “Manoscritto trovato in una bottiglia” di E.A. Poe
in ricordo di "Coppa", lupo di mare
Il “Manoscritto trovato in una bottiglia” (Manoscritto) di Edgar Alan Poe dimostra, con un gioco di prestigio irripetibile, che è possibile scrivere un racconto con un andamento a spirale che, come una molla, torna indietro fino a metà e riparte fino al punto finale.
Quando lo si legge per la prima volta, il racconto può sembrare sgangherato e raffazzonato, come in effetti è nella sua stesura che odora di secco legno antico e di improvvisazione orale da taverna di Nantucket. Questa patina di rozzezza ha sicuramente pesato sulle valutazioni dei critici. Non la pensavano così, però, romanzieri di mare eccelsi come Herman Melville e soprattutto Joseph Conrad che sapevano coglierne una bellezza esoterica. Un secolo dopo Witold Gombrowicz renderà omaggio al Manoscritto di Poe ricalcandolo nella prima parte del suo racconto "Le avventure".
Conrad lo considerava il racconto di mare più fine che si possa scrivere e “così autentico nei dettagli che potrebbe essere stato raccontato da un marinaio dotato di un sobrio e poetico genio nell'invenzione del genere fantastico”.
Siccome non voglio guastare il piacere della lettura di queste poche pagine rivelando il finale, sul quale mi concentrerò, invito il mio lettore a leggerlo prima di continuare.
***
Il racconto, piuttosto breve, anticipa di qualche anno la più celebre “Narrazione di Gordon Pym” (Pym).
Pubblicato nell'ottobre 1833 sul Baltimore Sunday Visitor come feuilletton, il Manoscritto aveva vinto un premio di 50 dollari dell'epoca, una somma consistente, al concorso letterario del giornale.
La storia parla di un benestante gentiluomo sradicato dalla sua patria che racconta di un suo viaggio marittimo dall'Isola di Giava e di come durante una tempesta finisce per cadere su un vascello spaventoso che precipita da un cavallone e si schianta sulla sua nave. Sulla nuova nave il gentiluomo resta nascosto e invisibile all'equipaggio e al suo strano capitano. Capisce che questa misteriosa e orribile nave sta veleggiando verso l'ignoto a sud del mondo. Poi improvvisamente un gorgo risucchia la nave e il narratore sparisce.
Data l'importanza del passo conclusivo, riporto l'ultimo paragrafo:
Frattanto, abbiamo sempre il vento in poppa e, poiché siamo forniti di una quantità enorme di vele, la nave talvolta emerge completamente dal mare! Oh! Orrore su orrore! Il ghiaccio si apre d'un tratto a destra e a sinistra e stiamo girando vertiginosamente in immensi cerchi concentrici intorno ai margini d'un gigantesco anfiteatro, i cui muri affondano la sommità nelle tenebre e nella distanza. Ma ormai poco tempo mi resta per meditare sul mio destino! I cerchi si fanno rapidamente più piccoli – affondiamo a velocità pazza nella stretta del vortice – e in mezzo al mugghio dello scroscio, al tuono dell'oceano e della tempesta, la nave trema – mio Dio! - e affonda! (Edizione Sansoni. Trad: Fernanda Pivano)
Nel testo originale l'ultima frase è:
The circles rapidly grow small ― we are plunging madly within the grasp of the whirlpool ― and amid a roaring, and bellowing, and thundering of ocean and of tempest, the ship is quivering ― oh God! and ― going down!
***
E' stato detto che il Manoscritto è, in fondo, un racconto d'avventure di mare convenzionale dedicato alle prime esplorazioni verso lo sconosciuto Polo Sud, alla fine del mondo. Anche Pym termina nello stesso luogo con un andamento simile, ma la chiusa risulta completamente diversa: il testo si interrompe con la visione di una sorta di fantasma nella nebbia bianca che si avvicina al narratore e all'equipaggio. Il finale resta mozzo.
Si è parlato del fatto che Pym, scritto cinque anni dopo (1838), avrebbe dovuto avere una seguito a questo taglio improvviso. Al contrario, il Manoscritto finisce con la fine del protagonista inghiottito dal gorgo mentre descrive su carta la sua morte.
La rivelazione – l'elemento chiave dei racconti di Poe – si trova nell'ultima frase. Tutto questo viaggio perilioso era destinato a quel punto: il narratore-scrittore sarebbe improvvisamente morto risucchiato da un mostro della natura, un gorgo. Il segreto in questo caso è dunque il finale stesso con la sua spaventosa sospensione prima dell'ultima vertigine, una profonda boccata d'aria prima della morte.
In un certo senso, il racconto è un gorgo.
***
Sia Pym che il Manoscritto, però, pur con finali così diversi, pongono uno stesso problema al lettore perplesso. Come farà a salvarsi il narratore per poterci raccontare la vicenda? Fin dall'inizio, infatti, il narratore parla dell'avventura come di una passata esperienza.
Se per Pym il finale è rinviato a un immaginario seguito del racconto interrotto, nel Manoscritto Poe lascia intendere che il narratore finisce di scrivere il manoscritto, lo mette nella bottiglia, la lancia e muore alla fine dell'abisso creato dal gorgo; il mare porterà il manoscritto con la sua voce a qualcuno fino a noi. Nella storia, infatti, non si cita mai la bottiglia perché realisticamente la bottiglia è il contenitore della storia scritta e quindi ne è esclusa.
Ma come è possibile poi che qualcuno riesca a scrivere quell'ultima frase descrivendo la sua morte e lo stupore mentre sta morendo? Non è assurdo?
Voglio far notare un elemento che, secondo me, è ancora più insensato. Mi ha sempre colpito il fatto che, in una ricostruzione così concreta, Poe abbia scelto con estrema cura l'ultimo verbo della sua storia: to quiver. In inglese questo verbo indica uno scuotimento vibrante e corto, in questo caso quello della nave mentre precipita nel gorgo.
L'uso di un verbo così inusuale, preciso e prezioso come to quiver mi spinge a mettere in discussione tutto il racconto. Lo considero un chiaro segnale che Poe lascia per il lettore attento.
Il lettore grossolano si accontenta della storia di mare avventurosa che finisce un attimo prima di una terribile fine. Lo colpisce il meraviglioso della natura e il mistero dei rapporti umani, il caso giornalistico e scientifico dietro a questo viaggio fatale verso il polo sud, che non dovrebbe né potrebbe avere un resoconto a causa della sua orribile morte.
Questo finale spettacolare - poche parole di grande potenza evocativa - serve insomma ad appagare le emozioni più forti di chi lo legge o lo ascolta.
Invece, il lettore attento sa di trovarsi di fronte a un finale pieno di crepe. Come è possibile che il racconto venga interrotto mentre scrive che sta per morire? Come è possibile che sia lo stesso narratore a raccontarlo da capo e quindi dopo il tragico naufragio verso il polo sud? A chi verrebbe in mente di usare un verbo così sofisticato per chiudere la sua esistenza mentre precipita l'intero mondo?
Poe ci sta segnalando in queste ultime parole che il suo racconto è impossibile, più che inverosimile (il che, se fosse riferito da un viaggiatore, sarebbe tollerato come una fanfaronata) dal momento che scaturisce dopo una morte. Intende dire che la realtà dei fatti non può tollerare questa ricostruzione narrativa. Eppure la vicenda pare ben concatenata, almeno fino agli appunti sparsi e spezzettati – frammenti a una prima lettura noiosi e privi di senso – scritti dal nostro viaggiatore nascosto sul veliero con l'equipaggio che non lo vede.
Prima non accenna mai al fatto che tiene un diario o qualche appunto. Sta parlando. Solo dopo, proprio in mezzo a questi appunti frammentari a metà storia che rendono così discontinua la stesura del racconto, ci fa sapere di essere andato nella cabina del comandante e di aver rubato il giornale di bordo con l'inchiostro e di averne fatto il suo giornale che diventerà poi il manoscritto nella bottiglia.
E' la sua scrittura, insomma, che fa la differenza tra la realtà dei fatti, del tutto inattingibile ad altri in una situazione di catastrofe - ma sappiamo quanto Poe leggesse avidamente le cronache di questi viaggi e si può immaginare come fosse affascinato dal mistero dell'oceano a sud dei gorghi del Capo di Buona Speranza - e il loro racconto, in questo caso scritto, racconto per sua natura impossibile.
***
In secondo luogo, è proprio una scritta casuale del narratore, un gesto fatto per svago, che torna a dare un significato al viaggio e quindi al racconto: in un momento di noia, il nostro anonimo eroe pittura con il catrame l'orlo ripiegato dello scopamare, una vela accessoria da bel tempo, per farci poi sapere che:
Lo scopamare ora è spiegato sulla nave e i tocchi distratti del pennello appaiono distesi a formare la parola SCOPERTA (DISCOVERY)” (maiuscolo nell'originale)
Cosa ci sta dicendo Poe quando lancia questi segnali nel testo che ci portano indietro verso la metà nel racconto, nella palude di paragrafi smozzicati?
Per capirlo facciamo un altro passo indietro, quando racconta come durante una tempesta la sua nave viene investita da un veliero di dimensioni spaventose che scivola giù da un'onda altissima e, nell'urto, entra in collisione. I critici letterari hanno voluto vedere in questa nuova imbarcazione il mitico Flying Dutchman, l'Olandese Volante, una delle più grandi leggende marinare di tutti i tempi: un enorme veliero di misteriosi pirati condannato a veleggiare nell'oceano sconosciuto oltre il Capo di Buona Speranza senza mai attraccare in un porto.
Il Flying Dutchman era anche al centro di mille racconti popolari per una leggendaria battaglia coi pirati del Pearl sul bordo interno di uno spaventoso gorgo oceanico, evento che riecheggia nella chiusa del Manoscritto.
Anche se Poe non lo nomina mai, il Flying Dutchman era un'allusione che qualunque lettore dei suoi tempi avrebbe colto subito provando brividi e stupore. Anzi, ai suoi tempi era persino un elemento di revival letterario: richiamare il Flying Dutchman significava ritornare a una tradizione popolare ma anche a una moda romantica inglese di mezzo secolo prima.
Dunque, se così fosse (Poe cita distrattamente un marinaio olandese poco dopo...), il narratore si trova su una nave fantasma che solca l'oceano in direzione sud verso l'ignoto. Il nostro eroe, un clandestino a bordo niente meno che dell'Olandese Volante, non è però notato dall'equipaggio. Rischia la pelle ma, chissà perché, nessuno lo vede. E' un'atmosfera di suspance stranamente simile a quella descritta da Melville in "Benito Cereno" (1855) attraverso il suo protagonista, Delano.
L'anonimo che parla e poi scrive è quindi un intruso suo malgrado (è stato sbalzato dalla collisione, non ha scelto di finire lì) ed è anche invisibile. Una condizione ideale solo in parte, perché dovrà subire passivamente ogni evento, compresa la catastrofe, potendo solo procurarsi carta e inchiostro per scriverla, rubandola a un distratto comandante-fantasma.
Rileggendo adesso fino alla fine, tutto sembra ancor più irreale rispetto alla prima lettura. L'unico aspetto nuovo è che Poe ci sta segnalando che, in seconda lettura, il suo non è più il racconto realistico di un viaggio ma un racconto fantastico di un'avventura (mi pare che Conrad volesse dire questo). Siamo su un piano diverso dell'arte narrativa nel quale non trova più spazio la descrizione realistica, allora di moda, ma solo quella più fantastica che si appoggia all'elemento reale. Di qui, il finale assurdo del racconto che ora però ha un senso.
***
Non dico niente di nuovo: si è sempre saputo del doppiofondo di lettura del Manoscritto. A differenza di Conrad, la critica letteraria ha però voluto vedere in questo racconto uno scherzo, una parodia del racconto di mare dell'epoca. Un biografo di Poe, William Bittner, ha parlato di “genere burlesque” del racconto di mare. La narrazione finisce un attimo prima della morte del narratore, ma in realtà sappiamo che non muore perché un giorno racconterà l'accaduto, come fa oralmente nella prima parte. Visto così, il racconto pare quindi un stanza di specchi senza uscita. Ma, come sempre in Poe, è dove meno te lo aspetti che arriva un suo aiuto a risolvere il mistero.
Credo di averlo trovato racchiuso nella dedica:
Qui n’a plus qu’un moment a vivre
N’a plus rien a dissimuler.
E' una citazione da "Atys", un'opera di Philippe Quinault, drammaturgo francese del Seicento. Niente di meno interessante: è posta all'inizio, quando il lettore è smanioso di cominciare ed è quindi portato a saltarla. Eppure “chi non ha che un momento per vivere non ha più niente da dissimulare” in questo caso ha un profondo significato ironico. Va letto al contrario: chi vive ha tempo per dissimulare.
Il nostro eroe-scrittore deve sopravvivere alla caduta nell'orribile vuoto che è la morte; ma noi lettori capiamo che sta dissimulando la sua fine perché arriva a tradirsi scrivendo un ultimo verbo troppo raffinato.
Non solo: il narratore scrive mentre muore descrivendo l'attimo dell'orrore senza ritorno. E sappiamo che non è possibile.
L'abilità dell'autore sta quindi nel far credere in prima battuta che sia una storia vera, quindi accaduta, quindi reale, quando in seconda lettura il racconto si trasforma in una gradevole frottola frutto di un'insensata fantasia su vecchie leggende.
Che cos'è allora il messaggio nella bottiglia?
***
Torniamo indietro e ricapitoliamo. La storia inizia con una sorta di narrazione orale finché, diventato un intruso, il narratore inizia a scrivere su un foglio. Lo fa inizialmente in modo sconnesso, poi lo stile si fa sempre più simile a quello adatto a un pregiato giornale di bordo finché alla fine torna a diventare un pezzo di carta che finirà in una bottiglia.
Ricordiamo che siamo sul Flying Dutchman la nave volante invisibile. Per cui tra equipaggio e narratore avviene un'inversione di realtà: la ciurma dei fantasmi vede tutto ma non lui, che però esiste, "poiché – scrive l'anonimo narratore – questa gente non vuole vedere”. (corsivo nell'originale) Quindi se il lettore osserva la realtà di una dimensione fantastica, anche il finale è tale e perciò la narrazione torna ad essere autentica nel momento in cui vien pubblicata e letta. Allo stesso tempo, anche il lettore ora sa che è solo finzione.
Questo finale così ricco di trabocchetti ci dimostra quindi che Poe voleva lanciare un segnale esoterico al lettore più attento ricordandogli che era proprio quello il segreto da svelare: a ben guardare, la storia è la trascrizione della trama di un sogno che prevede tutti i tipici elementi di angoscia (l'essere invisibile, la paura di essere scoperti, il viaggio verso l'ignoto e soprattutto la morte improvvisa precipitando) disegnata sulla trama di un comune racconto di mare; l'una si sovrappone all'altra. L'abilità dello scrittore consiste nel portare le emozioni forti della trama onirica nella realtà raccontandole ma facendo sì che subito non si noti la loro provenienza.
***
La “scoperta” del Manoscritto si mette in moto con la pennellata casuale su una vela minore che spinge la nave fantasma senza pace verso la fine del mondo in un'atmosfera che un critico (Kenneth Silverman) ha definito un viaggio verso una “sempre più imminente catastrofe”.
Questo spazio sconosciuto che si intravvede dentro il finale ci mostra chiaramente, secondo me, come Poe raffigura la trama di un sogno: sta descrivendo quella “cosa onirica” che vive, pulsa, produce sorprendenti catene di eventi, mette a contatto con l'imprevisto, decide il destino del narratore e lo spinge in un gorgo che lo inghiotte ma gli permette di arrivare irragionevolmente, impossibilmente alla realtà fino ai nostri occhi e alle nostre orecchie. E arriva a noi chiusa in una bottiglia immaginaria evocata soltanto nel titolo.
In questo per me sta il genio di Poe.
***
Ma il lettore potrebbe interpretare il finale del Manoscritto anche come una chiusa inverosimile a un esperimento di descrizione realistica. E' quello che lascia intendere Poe con la postilla di spiegazioni "scientifiche". (Ed è un espediente che Jules Verne spremerà fino in fondo). Che gli sia rimasto il dubbio di aver esagerato, lo suggerisce il fatto che in Pym il finale è troncato: sicuramente lo considerava preferibile all'assurdità del narratore che descrive la sua morte improvvisa del Manoscritto.
Lo dimostra ancor più il racconto "Una discesa nel Maelström", scritto lo stesso anno della pubblicazione del Manoscritto, ma pubblicato solo nel 1841. Il racconto descrive una scena identica: un peschereccio norvegese finisce in un gorgo che scaraventa la barca sul fondale con incredibile violenza. I marinai, risucchiati, muoiono tutti, tranne uno che si aggrappa a un barile vuoto, ritorna a galla e viene sospinto verso la spiaggia. Questo è un finale di stile realistico plausibile. Ma è un'altra storia e per me è più noiosa.
Modena, dicembre 2015
Riproduzione Riservata solo all'autore
Solo per diffusione senza scopo di lucro



