venerdì 26 maggio 2017

UNA STORIA VERA
racconto di Carlo Gregori




Questa è una piccola storia vera che mi è capitata qualche giorno fa.

Sono a casa di un amico stravaccato sul divano di fronte al suo. Sorseggiamo una birra. Mentre mi parla, si alza in piedi, apre una credenza e tira fuori una busta con un pacco di foto. Me l'allunga in silenzio.
"Dopo ti devo chiedere una cosa", aggiunge con tono misterioso.
Apro la busta e mi trovo di fronte a qualcosa di inatteso e spiazzante. Sono foto di una nostra comune amica nuda in posizioni oscene. La riconosco subito. Avrà avuto 20 o 25 anni. Un corpo mozzafiato, senza dubbio, ma non riesco a guardarla in quelle posizioni con quello sguardo perso da ubriaca. Vorrebbero essere foto erotiche ma non hanno niente di eccitante, a partire dalla carta invecchiata e dai colori sbiaditi, assorbiti in un arancione indistinto. Foto scattate tanti anni fa, nel fiore della sua bellezza, 
quando era giovane. Anzi: quando eravamo giovani.
Le sfoglio in pieno imbarazzo. Dopo la terza, sono tutte uguali anche se le pose sono tutte oscenamente diverse.

"Allora?", mi chiede l'amico. "Cosa dici di farne? Gliele ridò o le getto via?"
"Perché dovresti ridargliele? Lei sapeva dell'esistenza di queste foto?"
"Credo di sì", mi fa. "Era ubriaca quella sera. Non ricordo chi le ha scattate, ma ero lì. Fino a una settimana fa non ricordavo neanche di averle. Le ho ritrovate per caso".
"Tu cosa pensi di farne?"
"Prima dimmi tu".
"Io le butterei. Che senso ha tenere delle foto erotiche del genere dopo così tanti anni?"


Le giro tra le mani. E' un segreto più che imbarazzante: può modificare per sempre la considerazione e l'affetto che provo per quella donna. Non voglio custodire simili segreti. Me ne devo sbarazzare.

Le rinchiudo nella busta e le butto sul tavolino tra me e lui.
"Non sono neanche eccitanti", dico per dire qualcosa mentre sorseggio la birra. "E' come vedere un film porno con mia zia".
"Gliene ho parlato", mi confessa.
Cristo santo!

E perché mi chiedi cosa farne, allora?
"Cosa ti ha detto?", chiedo.
"Le rivuole indietro".
"Ma era curiosa?", lo incalzo.
"No, non più di tanto. Le rivuole e basta".
Tra noi c'è una pausa di silenzio. Fissiamo quella busta sul tavolino.

"E adesso?"
"Non so. Le butterò, forse"
"Faresti bene. E' robaccia. Non credo che troverà divertente rivederle".

"Accidenti, se era bella allora!", esclama.
Cala il silenzio.
Comincio a pensare all'uso che ha fatto delle foto in tutti questi anni. Lo osservo. E' un uomo maturo, con moglie e figli adulti. Avrà vissuto i suoi sogni erotici ossessionandosi sulla nostra amica. Quella festa finita così, vicino a lei in quella falsa intimità, lo ha segnato. E adesso ha deciso di tagliare quel filo che lo legava a lei, a quella sera. Perché proprio adesso si sbarazza del suo sogno erotico mummificato in quel mazzo di foto inguardabili?

"Ho conservato queste foto per tutti questi anni in assoluto segreto. Nessuno sa della loro esistenza tranne te. Beh, non si può dire che per lei siano un ricordo del quale andare fieri. E poi sai che lei dimentica tutto in fretta".
Afferra la busta e la rinchiude nella credenza.
"Vedremo", conclude.

Beviamo un sorso di birra.
Proprio a me doveva rivelarlo?

Modena maggio 2017

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martedì 9 maggio 2017

POPULISMO 2017
note di Carlo Gregori






Il cosiddetto populismo - termine improprio che non ha nulla a che fare col populismo ottocentesco (i Narodniki russi, Herzen, Mazzini ecc) - è un circuito comunicativo chiuso tra un leader e il popolo, ovvero folle già sottoposte a più processi di massificazione intensivi negli ultimi 15 anni (in particolare in questi dieci anni di crisi). Il leader è chi si rivolge a loro affermando di volerle rappresentare nel loro interesse (il leader oggi si propone sempre, non si impone mai). Il leader parla al popolo offrendo al popolo ciò che vuole e il popolo ricambia sostenendo il leader perché si rispecchia nei suoi desideri e anche nei suoi godimenti perversi. Di qui il circuito chiuso di scambio comunicativo che recinge la "politica", evocata formalmente secondo la tradizione democratica. La prassi "populista" - circolare e saldata - si fonda sull'espressione a gran voce del malcontento e fa presa su sentimenti elementari, persino infantili, come egoismo, senso del possesso, senso di appartenenza, volontà di esclusione, paura, insicurezza sia fisica che economica, perdita di status sociale ecc. Questi sentimenti combaciano con quelli del singolo individuo massificato, un soggetto che si comporta come gli altri (è un conformista) ma che si proclama "libero", "indipendente", "diverso dalle masse", "ben informato" ecc. La massa di questi individui vive poi la politica come un'azione quotidiana di comunità.

 Questo circuito chiuso che si rinnova ogni giorno con proclami e spesso ricorre a forme di sostegno plebiscitario (referendum, elezioni con candidati ad excludendum) non ha alcun contatto con la reale linea politica esercitata dal leader e dalla sua élite, composta ormai principalmente da uomini d'affari, grandi burocrati, mediatori, alti ufficiali ed "esperti" (problem solver). Dal lato opposto, il cosiddetto "popolo" - che poi è solo la parte di elettorato che segue il suo leader fingendo di essere una volontà corale e totalizzante, secondo la vecchia tradizione nazionalista - riecheggia le parole del capo e vi trova incoraggiamento. In sostanza il populismo attuale è un cerchio ipnotico di simboli e immagini tenuti costantemente in circolazione e scambiati ma che non produce nulla di reale, non ha quasi mai conseguenze concrete, si alimenta quotidianamente dell'odio per i gruppi che esclude e per i suoi nemici ma non crea miti. In mancanza di notizie reali, il leader e il suo apparato mettono continuamente in circolazione anche false notizie (fake news) proprio per tenere costante il flusso emotivo che cementa e rassicura il "popolo" e attrarre possibili nuovi adepti. Per questo il movimento/partito inventa un suo passato ma non riesce a proiettarsi nel futuro.

 E' insomma una nuova tecnica di manipolazione di massa perfezionata dalla élite, frutto di innesti di tecniche totalizzanti nate sotto lo stalinismo, il nazismo e il fascismo che allora si basavano sul "culto della personalità" per un leader lontano, muto, che parlava solo ai raduni di folle o in grandi occasioni, dati i media dell'epoca. E, ovviamente, per quanto riguarda la dissimulazione degli aspetti negativi e dei due piani politici (quello popolare e quello di dominio delle élites) non è altro che lo sviluppo di tecniche applicate dal Dopoguerra ad oggi in tutte le democrazie attraverso la tv e la stampa.

 Oggi i leader puntano sul dialogo simulato con le masse grazie ai nuovi media interattivi. La tendenza attuale è di arrivare a eliminare i riferimenti agli orientamenti tradizionali ("Non ci sono più destra e sinistra" è il mantra) e persino a uno specifico partito. Nel frattempo, la politica reale avviene dietro le quinte. Il dominio reale non è quindi più sottoposto a un controllo "popolare" se non per acclamazione. Le masse delegano la gestione e il dominio al leader, sul quale vengono informate di tutto ma del quale non sanno nulla circa le sue reali intenzioni politiche. Questa scissione tra piani politici - il cerchio del populismo e la politica reale come dominio e business occultati alle masse - sta producendo una doppia storia schizofrenica che più si allarga come una forbice più alimenta la paranoia, il sospetto, lo spionaggio e il complottismo: sono tentativi di coprire la conoscenza dello spazio vuoto tra i due piani che spesso producono soltanto una maggiore distorsione interpretativa.


Modena maggio 2017

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lunedì 1 maggio 2017

Rifkin, apocalisse senza carisma
di Carlo Gregori



NOTA.Questo articolo fu scritto sedici anni fa nei giorni prima del G8 di Genova in vista della pubblicazione su una rivista, ma poi è rimasto nel cassetto. E' una serie di mie impressioni su un suo incontro con Umberto Eco a Modena. Ricordo di avere ascoltato Rifkin in precedenza a un incontro con gli studenti delle superiori a Modena un giorno in cui parlava della "società dell'accesso", senza dubbio una delle sue più grandiose previsioni. In quella occasione si lanciò, in modo convincente, in una previsione sul futuro dell'industria culturale di massa spiegando che, per abbassare le spese e aumentare i profitti della produzione, avrebbe abbassato gli standard narrativi fino a renderli minimi e recuperato il patrimonio della grande letteratura, perché è gratuito in quanto privo di diritti d'autore, portandolo a un livello elementare per farne opere di ogni tipo, soprattutto film e serial tv. E così sta avvenendo.


Riappropriarsi di ciò che ci hanno preso: questo potrebbe essere uno slogan per definire il pensiero di Jeremy Rifkin. Questo intellettuale americano di mezza età in dialogo col "popolo di Seattle" riempie aule universitarie raccogliendo platee enormi per raccontare ciò che viene deciso e fatto da pochi potentissimi gruppi economici. Racconta la disfatta lenta del pianeta, delle comunità e delle nostre civilità in nome del possesso e del profitto di pochi.

   Ma Jeremy Rifkin non è un guru nel senso tradizionale del termine. La sua figura resta lontana da quella di un capo carismatico. Non ha tic e vezzi naturali o coltivati che lo identificano, come è stato il sigaro ritorto per Jacques Lacan o lo sguardo glabro e sarcastico di Michel Foucault. Non è neppure uno street preacher esagitato o un sofisticato radical come tanti intellettuali americani. Rifkin è un uomo qualunque: un bianco, americano e agiato. Il suo volto da alto burocrate è marcato da un paio di baffi all'insù curati in modo quasi maniacale. All'incontro di Modena con Umberto Eco indossa un abito in leggero gessato con una cravatta grigio perla intonata con un fazzoletto, abbronzato quanto basta. Non alza la voce; non si mette in posa. Risponde alle domande di chiunque. Insomma, non crea distacco tra sé e gli altri. E questo nell'epoca dell'apparenza suona strano.

   Potremmo dire che - come scrisse con ironia Roland Barthes di come era considerato Einstein - il suo segreto sta nel cervello. Rifkin pensa. E' un dato di fatto. Il suoi libri più celebri tra i 14 pubblicati - "La fine del lavoro", "Il secolo biotech" e l'ultimo e centrale "L'era dell'accesso" - parlano delle conseguenze di ciò che accade ora sulla Terra. Il suo incarico è scrutare il presente: il suo lavoro - etichettato malamente come di economista e filosofo - consiste nel mettere assieme i frammenti intuibili ma non chiari delle grandi decisioni prese dalle multinazionali, dai gruppi finanziari, dalle banche off shore, dai monopolisti e da chiunque può prendere decisioni dalle conseguenze catastrofiche. Rifkin oggi è uno dei perni del dissenso contro la globalizzazione e allo stesso tempo viene additato come pessimista irrecuperabile.

  "Non è vero - ribatte a Umberto Eco che glielo ricorda - io sono solo realista". Prendere atto della realtà come la ricostruisce lui, dalla sua postazione di accesso come presidente della Greenhouse Crisis Foundation, come consulente del governo federale Usa, professore universitario e consulente di tante aziende enormi, è come guardare dall'alto la scena di una battaglia in atto, senza che i soldati, laggiù, sappiano di essere in combattimento. 

  L'incontro con Eco ha permesso di fare il punto sulla situazione che riguarda tutti noi, ormai. Rifkin parte sempre dall'idea della recinzione: ci viene tolto qualcosa con scappatoie legali; si crea una proprietà reclusa e noi tutti siamo più poveri. Ad esempio, oggi ci tolgono il genoma, un patrimonio biologico insito nell'uomo, per brevettarlo. Non lo brevettano direttamente ma con una scappatoia: brevettano la procedura per conoscerlo. Oggi l'industria della tv e del cinema comincia a sfruttare l'immenso patrimonio di storie popolari, racconti, romanzi e poemi schiacciati dalla stessa industria di Hollywood. Ulisse, conclude, diventerà proprietà privata della Sony?

   Nell'Ottocento la chimica trionfava. Nessuno scienziato si è mai sognato di brevettare l'ossigeno o l'idrogeno. Oggi lo farebbero tutti. Oggi chi controlla il settore genetico controlla la biologia e quindi la farmaceutica, l'agricoltura e tanto altro. "Non credo che il pool genetico sia della Monsanto. Non è un'invenzione. Non può diventare né proprietà privata  né proprietà politica. E' una eredità storica. Ora potremmo fare una cosa giusta: un grande trattato sul pool genetico aperto a tutti i Paesi del mondo. Sarà da amministrare come patrimonio per le generazioni future. Invece, ora i Paesi del Terzo Mondo vendono i brevetti alle multinazionali", spiega Rifkin. 

   Mentre Eco replica attenuando il pessimismo del collega americano con brillanti intuizioni, battute e sottili effetti per persuaderci che non tutto è perduto, Rifkin resta con gli occhi chiusi e la mano sulla fronte. La sua concentrazione ha qualcosa di portentoso: ci riporta all'antica immagine del pensatore, una figura ormai divorata dagli intellettuali da talk show. Quando parla, la sua voce resta sottile e ferma, mentre lo sguardo passa dalla fissità a un colpo d'occhio sulla platea. Il suo desiderio di verità lo afferra. Inizia a spiegare gli effetti disastrosi del monopolismo sulle frequenze elettromagnetiche in mano a poche compagnie radio-tv e di telefonia. 

Si chiede se è giusto abolire la schiavitù dell'uomo adulto per ricrearla a livello embrionale attraverso la manipolazione genetica. E poi: se l'automazione porterà a lavorare di meno, che cosa si farà del tempo libero? La stragrande maggioranza degli uomini non ha passioni, passatempi, hobbies di bricolage o interessi culturali veri; guarderà più tv e farà più viaggi all'estero. Quindi, si espanderanno enormemente le industrie del leisure, il tempo libero, e dell' entertainment, lo spettacolo di intrattenimento puro. Si potrà chiamare tempo libero questo?

   La lucidità con la quale affronta pezzi della nostra realtà quotidiana si ferma davanti a queste grandi, angoscianti domande. La Terra sopravviverà alla distruzione, al surriscaldamento, alla corsa allo sfruttamento? Le sue risposte per resistere ci paiono persino ingenue: più attenzione, più partecipazione, più volontariato. La sua ricetta è riscoprire la vita in comunità. 
Basterà tutto questo? Ma è davvero possibile raggiungere questi obiettivi "ingenui", tanta è diventata la nostra diffidenza verso il prossimo e tanto il suo desiderio di profitto? 

Rifkin non crede nella politica, ridotta a servire i potentati economici. Crede nell'azione personale e spontanea. Ingenuo lo è, ma volutamente. Eppure, proprio perché è un pensiero che esce da una mente che non è ridotta a macchina un po' di speranza resta in chi lo ascolta.

Modena giugno 2001

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