lunedì 1 maggio 2017

Rifkin, apocalisse senza carisma
di Carlo Gregori



NOTA.Questo articolo fu scritto sedici anni fa nei giorni prima del G8 di Genova in vista della pubblicazione su una rivista, ma poi è rimasto nel cassetto. E' una serie di mie impressioni su un suo incontro con Umberto Eco a Modena. Ricordo di avere ascoltato Rifkin in precedenza a un incontro con gli studenti delle superiori a Modena un giorno in cui parlava della "società dell'accesso", senza dubbio una delle sue più grandiose previsioni. In quella occasione si lanciò, in modo convincente, in una previsione sul futuro dell'industria culturale di massa spiegando che, per abbassare le spese e aumentare i profitti della produzione, avrebbe abbassato gli standard narrativi fino a renderli minimi e recuperato il patrimonio della grande letteratura, perché è gratuito in quanto privo di diritti d'autore, portandolo a un livello elementare per farne opere di ogni tipo, soprattutto film e serial tv. E così sta avvenendo.


Riappropriarsi di ciò che ci hanno preso: questo potrebbe essere uno slogan per definire il pensiero di Jeremy Rifkin. Questo intellettuale americano di mezza età in dialogo col "popolo di Seattle" riempie aule universitarie raccogliendo platee enormi per raccontare ciò che viene deciso e fatto da pochi potentissimi gruppi economici. Racconta la disfatta lenta del pianeta, delle comunità e delle nostre civilità in nome del possesso e del profitto di pochi.

   Ma Jeremy Rifkin non è un guru nel senso tradizionale del termine. La sua figura resta lontana da quella di un capo carismatico. Non ha tic e vezzi naturali o coltivati che lo identificano, come è stato il sigaro ritorto per Jacques Lacan o lo sguardo glabro e sarcastico di Michel Foucault. Non è neppure uno street preacher esagitato o un sofisticato radical come tanti intellettuali americani. Rifkin è un uomo qualunque: un bianco, americano e agiato. Il suo volto da alto burocrate è marcato da un paio di baffi all'insù curati in modo quasi maniacale. All'incontro di Modena con Umberto Eco indossa un abito in leggero gessato con una cravatta grigio perla intonata con un fazzoletto, abbronzato quanto basta. Non alza la voce; non si mette in posa. Risponde alle domande di chiunque. Insomma, non crea distacco tra sé e gli altri. E questo nell'epoca dell'apparenza suona strano.

   Potremmo dire che - come scrisse con ironia Roland Barthes di come era considerato Einstein - il suo segreto sta nel cervello. Rifkin pensa. E' un dato di fatto. Il suoi libri più celebri tra i 14 pubblicati - "La fine del lavoro", "Il secolo biotech" e l'ultimo e centrale "L'era dell'accesso" - parlano delle conseguenze di ciò che accade ora sulla Terra. Il suo incarico è scrutare il presente: il suo lavoro - etichettato malamente come di economista e filosofo - consiste nel mettere assieme i frammenti intuibili ma non chiari delle grandi decisioni prese dalle multinazionali, dai gruppi finanziari, dalle banche off shore, dai monopolisti e da chiunque può prendere decisioni dalle conseguenze catastrofiche. Rifkin oggi è uno dei perni del dissenso contro la globalizzazione e allo stesso tempo viene additato come pessimista irrecuperabile.

  "Non è vero - ribatte a Umberto Eco che glielo ricorda - io sono solo realista". Prendere atto della realtà come la ricostruisce lui, dalla sua postazione di accesso come presidente della Greenhouse Crisis Foundation, come consulente del governo federale Usa, professore universitario e consulente di tante aziende enormi, è come guardare dall'alto la scena di una battaglia in atto, senza che i soldati, laggiù, sappiano di essere in combattimento. 

  L'incontro con Eco ha permesso di fare il punto sulla situazione che riguarda tutti noi, ormai. Rifkin parte sempre dall'idea della recinzione: ci viene tolto qualcosa con scappatoie legali; si crea una proprietà reclusa e noi tutti siamo più poveri. Ad esempio, oggi ci tolgono il genoma, un patrimonio biologico insito nell'uomo, per brevettarlo. Non lo brevettano direttamente ma con una scappatoia: brevettano la procedura per conoscerlo. Oggi l'industria della tv e del cinema comincia a sfruttare l'immenso patrimonio di storie popolari, racconti, romanzi e poemi schiacciati dalla stessa industria di Hollywood. Ulisse, conclude, diventerà proprietà privata della Sony?

   Nell'Ottocento la chimica trionfava. Nessuno scienziato si è mai sognato di brevettare l'ossigeno o l'idrogeno. Oggi lo farebbero tutti. Oggi chi controlla il settore genetico controlla la biologia e quindi la farmaceutica, l'agricoltura e tanto altro. "Non credo che il pool genetico sia della Monsanto. Non è un'invenzione. Non può diventare né proprietà privata  né proprietà politica. E' una eredità storica. Ora potremmo fare una cosa giusta: un grande trattato sul pool genetico aperto a tutti i Paesi del mondo. Sarà da amministrare come patrimonio per le generazioni future. Invece, ora i Paesi del Terzo Mondo vendono i brevetti alle multinazionali", spiega Rifkin. 

   Mentre Eco replica attenuando il pessimismo del collega americano con brillanti intuizioni, battute e sottili effetti per persuaderci che non tutto è perduto, Rifkin resta con gli occhi chiusi e la mano sulla fronte. La sua concentrazione ha qualcosa di portentoso: ci riporta all'antica immagine del pensatore, una figura ormai divorata dagli intellettuali da talk show. Quando parla, la sua voce resta sottile e ferma, mentre lo sguardo passa dalla fissità a un colpo d'occhio sulla platea. Il suo desiderio di verità lo afferra. Inizia a spiegare gli effetti disastrosi del monopolismo sulle frequenze elettromagnetiche in mano a poche compagnie radio-tv e di telefonia. 

Si chiede se è giusto abolire la schiavitù dell'uomo adulto per ricrearla a livello embrionale attraverso la manipolazione genetica. E poi: se l'automazione porterà a lavorare di meno, che cosa si farà del tempo libero? La stragrande maggioranza degli uomini non ha passioni, passatempi, hobbies di bricolage o interessi culturali veri; guarderà più tv e farà più viaggi all'estero. Quindi, si espanderanno enormemente le industrie del leisure, il tempo libero, e dell' entertainment, lo spettacolo di intrattenimento puro. Si potrà chiamare tempo libero questo?

   La lucidità con la quale affronta pezzi della nostra realtà quotidiana si ferma davanti a queste grandi, angoscianti domande. La Terra sopravviverà alla distruzione, al surriscaldamento, alla corsa allo sfruttamento? Le sue risposte per resistere ci paiono persino ingenue: più attenzione, più partecipazione, più volontariato. La sua ricetta è riscoprire la vita in comunità. 
Basterà tutto questo? Ma è davvero possibile raggiungere questi obiettivi "ingenui", tanta è diventata la nostra diffidenza verso il prossimo e tanto il suo desiderio di profitto? 

Rifkin non crede nella politica, ridotta a servire i potentati economici. Crede nell'azione personale e spontanea. Ingenuo lo è, ma volutamente. Eppure, proprio perché è un pensiero che esce da una mente che non è ridotta a macchina un po' di speranza resta in chi lo ascolta.

Modena giugno 2001

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