racconto notturno di Carlo Gregori

Sogno che mi trovo in America in un ristorante di napoletani e mentre aspetto i miei compagni di viaggio ecco che noto Miles Davis seduto a un tavolo vicino al mio. Il più grande trombettista del mondo è un anziano magro, un fascio di muscoli sottili; il viso, dai tratti addolciti e ancora affascinanti, è coperto di rughe e gli restano pochi capelli, ondulati e lunghi. Dalle smorfie capisco che soffre terribilmente per i suoi malanni. In silenzio, lo osservo a lungo mentre scrive su un taccuino scuro. Miles alza gli occhi e mi fa cenno di raggiungerlo. “Hei, dimmi, tu sei quello del catering al concerto di Los Angeles. Luglio 1969, vero?”, mi fa ringhiando. Impossibile: avevo sette anni. Annuisco lo stesso. “Gran serata, li abbiamo stesi, eh? Ventimila”. Chi se ne frega se Miles si sbaglia; Miles è morto vent'anni fa e sono qui ad ascoltarlo. “Mi ricordo quel catering”, mi fa puntandomi gli occhi addosso, “non faceva così schifo”, sussurra rauco lasciandosi scappare un sorriso. Gli butto lì qualche titolo di suoi pezzi giusto per fargli capire la mia ammirazione. Roba buona e roba così così, mi accenna Miles. "I ragazzi erano in gamba. I critici sbavavano o scrivevano stronzate, o sì o no", mi fa muovendo la mano tesa di qua e di là. “E-let-tri-ci-tà. Fa paura. Funk!", scandisce con un tono cavernoso. "Siediti, fammi compagnia a pranzo”. Sono imbarazzato. Vado a prendere una bottiglia di vino bianco gelato nel secchiello: me l'hanno appena portata i napoletani. “No, no! Cazzo!”, esplode Miles con un vocione roco da far tremare, “Hei, portatene due!” I camerieri arrivano di corsa con due bottiglie di Gewurztraminer nei secchi ghiacciati e le stappano. Due bottiglie per noi sono tante; deve essere per una sua improvvisa voglia di socializzare. “Prendi”, mi dice Miles allungandomi una bottiglia un attimo prima di tornare a scrivere appunti. Ed ecco che arriva una bionda americana sui cinquant'anni. Indossa dei jeans, una camicetta bianca aperta e un paio di sandali raffinati. Mi sorride. Un tempo doveva essere proprio bella. Gli sussurra qualcosa, lo aiuta a sollevarsi e se lo porta via. Miles si volta e mi fa un cenno. Ha ancora una luce immensa negli occhi.
Ciao, Miles.
Modena, febbraio 2014
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