APPLICAZIONI
TECNICHE
racconto scemo alla "maniera emiliana" di Carlo Gregori
Quando andavo alle medie, con il seghetto elettrico creavo delle tette di polistirolo. Allora avevo undici o dodici anni e mi faceva ridere quel
nome - "seghetto elettrico " - mentre giocavo con il cutter e aspettavo che il filo sottile della lama diventasse incandescente. Il
prof di applicazioni tecniche, un’inutile materia oggi estinta, era un fancazzista di prima categoria, con la faccia raschiata, spruzzato di profumo impestante e con i capelli tutti unti di brillantina: all’inizio
della lezione il babbione dava quattro ordini facendo la voce grossa, spargeva qualche
minaccia verso i più riottosi e poi spariva fino a dieci minuti dalla fine lasciandoci
in quel putrido laboratorio negli scantinati della scuola. Sotto la soporifera
luce al neon intagliavo sul bancone quella materia bianca soffice che,
strinando, puzzava di chimico e mentre mi dannavo per darle una forma tondeggiante in un incavo caldo immaginavo di maneggiare un paio di
tette di carne. Lavoravo sodo al bordo del tavolone accanto ai miei compagni di
classe che si accontentavano di intagliare scatolette, barattoli, pezzi a incastro e scemenze
del genere. Io cercavo di arrivare a una forma tonda perfetta. Temevo solo che il
pantalone si gonfiasse troppo: mi avrebbero
seppellito di risate, cancheri e battute. Però mi piaceva anche pensare che quel pezzo di
plastica soffice fosse un surrogato della carne, mentre mi sforzavo di
immaginare la consistenza di una tetta vera. Traevo ispirazione da un’amica di
mia madre che si chiamava Ornella, bella come il sole e dall’aria godereccia. Mi
sforzavo anche di ricordare le tette di una biondina della scuola che una volta avevo
visto piegarsi per sfilare il lucchetto dalla bici: due bocce
perfette che, alzandosi, si ricomponevano spalmandosi sul torso e lasciando aprire
la fenditura centrale sul plesso solare. Verso primavera avevo ormai trovato
una tecnica per intagliare e incurvare sempre meglio le mie tette finte. Ogni volta che ne
terminavo un paio, le nascondevo sotto il bancone e a fine ora le infilavo dentro
la borsa. Nessuno avrebbe pensato che trasportavo un paio di tette finte in
mezzo ai libri. I pezzi migliori li nascondevo a casa; tutti gli altri li
buttavo via strada facendo. Imparai a creare anche una protuberanza sulla punta
riscaldando e condensando subito il polistirolo. In maggio ero riuscito a
creare il capezzolo. Ho passato molto tempo a sfiorarlo con il dito. Mi sentivo invincibile come un grande scultore della
Grecia antica quando accarezzava la sua statua di marmo appena levigata, più bella
del corpo della sua modella. Eppure tra un ragazzino come me e il sommo scultore greco c’era una enorme
differenza: io non avevo mai visto una donna nuda, se non nelle riviste erotiche. Ma non era
una faccenda che mi urtasse: anzi, mi sentivo superiore perché portavo la mia
fantasia all’estremo, mentre lui si faceva chiamare artista quando in realtà
copiava solo dalle modelle. E a casa, chiuso nella mia camera da letto, lontano da
occhi indiscreti, davanti allo specchio mi infilavo quelle tette finte sotto il
maglione eccitandomi all’idea di vedermi allo specchio al femminile, vedermi
come che non sarei mai stato, come non avrei dovuto né voluto essere… E allora pensavo al seghetto, ma non quello elettrico.
Modena, ottobre 2013
Questo racconto è frutto della mia fantasia
non è autobiografico
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Nella foto: Erwin Blumenfeld 'The Eye of Male Mortality', 1947
Modena, ottobre 2013
Questo racconto è frutto della mia fantasia
non è autobiografico
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Nella foto: Erwin Blumenfeld 'The Eye of Male Mortality', 1947

excellente, j'aime
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