martedì 15 ottobre 2013

APPLICAZIONI TECNICHE 

racconto scemo alla "maniera emiliana" di Carlo Gregori






  Quando andavo alle medie, con il seghetto elettrico creavo delle tette di polistirolo. Allora avevo undici o dodici anni e mi faceva ridere quel nome - "seghetto elettrico " - mentre giocavo con il cutter e aspettavo che il filo sottile della lama diventasse incandescente. Il prof di applicazioni tecniche, un’inutile materia oggi estinta, era un fancazzista di prima categoria, con la faccia raschiata, spruzzato di profumo impestante e con i capelli tutti unti di brillantina: all’inizio della lezione il babbione dava quattro ordini facendo la voce grossa, spargeva qualche minaccia verso i più riottosi e poi spariva fino a dieci minuti dalla fine lasciandoci in quel putrido laboratorio negli scantinati della scuola. Sotto la soporifera luce al neon intagliavo sul bancone quella materia bianca soffice che, strinando, puzzava di chimico e mentre mi dannavo per darle una forma tondeggiante in un incavo caldo immaginavo di maneggiare un paio di tette di carne. Lavoravo sodo al bordo del tavolone accanto ai miei compagni di classe che si accontentavano di intagliare scatolette, barattoli, pezzi a incastro e scemenze del genere. Io cercavo di arrivare a una forma tonda perfetta. Temevo solo che il pantalone si gonfiasse troppo: mi avrebbero seppellito di risate, cancheri e battute. Però mi piaceva anche pensare che quel pezzo di plastica soffice fosse un surrogato della carne, mentre mi sforzavo di immaginare la consistenza di una tetta vera. Traevo ispirazione da un’amica di mia madre che si chiamava Ornella, bella come il sole e dall’aria godereccia. Mi sforzavo anche di ricordare le tette di una biondina della scuola che una volta avevo visto piegarsi per sfilare il lucchetto dalla bici: due bocce perfette che, alzandosi, si ricomponevano spalmandosi sul torso e lasciando aprire la fenditura centrale sul plesso solare. Verso primavera avevo ormai trovato una tecnica per intagliare e incurvare sempre meglio le mie tette finte. Ogni volta che ne terminavo un paio, le nascondevo sotto il bancone e a fine ora le infilavo dentro la borsa. Nessuno avrebbe pensato che trasportavo un paio di tette finte in mezzo ai libri. I pezzi migliori li nascondevo a casa; tutti gli altri li buttavo via strada facendo. Imparai a creare anche una protuberanza sulla punta riscaldando e condensando subito il polistirolo. In maggio ero riuscito a creare il capezzolo. Ho passato molto tempo a sfiorarlo con il dito. Mi sentivo invincibile come un grande scultore della Grecia antica quando accarezzava la sua statua di marmo appena levigata, più bella del corpo della sua modella. Eppure tra un ragazzino come me e il sommo scultore greco c’era una enorme differenza: io non avevo mai visto una donna nuda, se non nelle riviste erotiche. Ma non era una faccenda che mi urtasse: anzi, mi sentivo superiore perché portavo la mia fantasia all’estremo, mentre lui si faceva chiamare artista quando in realtà copiava solo dalle modelle. E a casa, chiuso nella mia camera da letto, lontano da occhi indiscreti, davanti allo specchio mi infilavo quelle tette finte sotto il maglione eccitandomi all’idea di vedermi allo specchio al femminile, vedermi come che non sarei mai stato, come non avrei dovuto né voluto essere… E allora pensavo al seghetto, ma non quello elettrico.


Modena, ottobre 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia
non è autobiografico
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Nella foto:  Erwin Blumenfeld  'The Eye of Male Mortality', 1947

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