venerdì 15 agosto 2014

PLAYBOY NEL BOSCO
racconto di Ferragosto di Carlo Gregori






Parcheggiò la sua Harley Davidson davanti all'ingresso della discoteca intorno a mezzanotte. Ripulì il parafango da alcune macchioline: gli piaceva vederlo specchiato. Si trovava in montagna e tirava un venticello che faceva dimenticare la calura della città. 
 “Sì, sei l'uomo immagine, me l'hanno detto. Entra pure”, gli fece il buttafuori dandogli un colpetto sulla spalla.
 “Ogni tanto dai un'occhiata alla mia moto”, gli disse passandogli dieci euro. L'altro annuì. 
  Dentro, la serata stava entrando nel vivo. Chi beveva, chi ballava, chi parlava all'orecchio di qualche donna annoiata. Entrò a passo lungo, il modo migliore per farsi notare. Con lo sguardo cercò Pepe, il socio delle sue magiche serate. Era in fondo con una moracciona di mezza età. Rideva e guardava con insistenza nella scollatura le due grosse poppe un po' avvizzite.
 “Allora, Pepe?”
 “Ci riscaldiamo, dai”, gli rispose strizzando l'occhio, mentre la sua amica tirava già fuori il cellulare.
 “Facci una foto, Pier!”, esclamò la moracciona entusiasta.
 La riconobbe: frequentava il Pappagallo e gli aveva anche telefonato qualche volta. Divorziata di lungo corso, donna rancorosa. Da evitare. Le mancava un premolare.
 Li fotografò abbracciati e sorridenti seduti sul bracciolo di un divanetto.
 Due mani gli coprirono gli occhi.
 “Oddio, si comincia!”, esclamò seccato. “Chi sei?”
 “La Patty!”, cinguettò la Patty facendosi vedere raggiante. Ci mancava la Patty. Più tirata del solito, pettinata in modo atroce biondo Disney, labbra rosso troia fiammante, cosce che uscivano dagli short pants come da un tritacarne. 
 “Cosa ci fai qui in montagna, amore?”, gli chiese.
 “Sono qui per te, tesoro”.
 "Io no", disse scoppiando a ridere in modo convulso.
 "Me l'hai fatta una volta e basta. Ma ti ho perdonato. Mi fai tenerezza: non sai amare".
 “Sai come la penso", le disse con tono confidenziale aprendo un sorriso da far svenire. "L'amore richiede impegno e io sono svogliato. Mi date tanto amore. Tutte... Ma non imparo mai niente da voi. Per questo sono un eterno ripetente. Ogni sera ricomincio a scoprire il vostro mondo fatato e ogni mattina lo dimentico. Cosa posso farci, Patty?"
 La Patty rise.
 “Ti ho mandato tanti messaggini”, gli sussurrò.
 “Con i cuoricini, certo. Patty, lasciamo stare. Te lo dico con la mia solita, brutale franchezza: il mio cuore l'ha preso un'altra. Almeno fino a domattina”.
 Tirarono avanti dieci minuti: lei cercava di fargli cambiare idea solo per quella sera; lui cercava di scrollarsela di dosso. Intanto Pepe e la moracciona erano tornati a sedere al bar e Pepe le palpava il culo nella penombra. Le dita grassocce dell'amico sprofondavano lentamente nel tessuto aderente alla carne.
 Pier sapeva di essere bello e fico. Che importava se aveva ormai quarantacinque anni? Viveva in cima al mondo da quando ne aveva sedici e poteva addirittura permettersi di essere pagato per partecipare a quelle serate: sapeva attirare le divorziate in cerca di facili sensazioni. Le corteggiava come si faceva quando avevano vent'anni o meno. Le faceva sognare un po'.
 Scopate, poche: l'uccello non gli tirava più come un tempo. Diceva che era colpa di quelle donne: troppe e tutte uguali. Non si possono amare tutte le donne del mondo. Quanto al suo problema, si guardava bene dal raccontarlo in giro; ne erano all'oscuro persino Pepe e Gancio, i suoi compari di scorribande, cinquantenni perennemente abbronzati con capelli lunghi phonati, magliette e catene al collo. Anzi, tra di loro, non se ne parlava proprio. La disfunzione erettile era una faccenda tabù che finiva tra lui e lo specchio. Con gli amici si fermava ad apprezzamenti sconci su quelle rimorchiate.

  Sganciata la Patty con vaghe promesse, si mise al banco seduto a fianco di Pepe e ordinò un gin tonic. Si diede un'occhiata nello specchio del bar. Sistemò la camicia aperta fin sotto al petto, guardò le catenine al collo, raddrizzò la giacca di pelle e controllò gli stivali di pitone a punta e con tacco rientrante. Si piaceva vestito da bifolco del New Mexico. 
 “Pensavo che non venissi fin qui”, gli disse Pepe voltandosi verso di lui mentre la moracciona lo fissava. “E' seccante farsi cinquanta chilometri di montagna in moto. Noi siamo andati a cena qui dietro. C'è una trattoria niente male”.
 “Aspetto la Carla”.
  “E bravo, Pier, sempre in trincea”.
 La Carla meritava la sua attenzione per due motivi: era un gran pezzo di fica anche se ormai vicina ai quaranta e soprattutto era separata ma i soldi li aveva lei. E ne aveva tanti. Gli avrebbero fatto comodo, i soldi della Carla. La sua idea era di farci qualche serata e poi proporle un certo affaruccio. La sua bottega di orologi e gioielli usati stava andando a rotoli con la crisi. Ci voleva grana, tanta grana per rimetterla in moto. Conosceva un tipo che a New York aveva giri con i banchi dei pegni e selezionava orologi automatici. A questo rivenditore non gli interessavano più i brillanti e le pietre preziose e quindi gli aveva offerto uno smercio. Roba un po' vecchia ma garantita. Il vintage va forte e costa poco. Carla poteva entrare in società con lui. Se non le fosse interessato l'affare, impietosendola forse riusciva a portare a casa un affitto o due del negozio, il tempo di riorganizzarsi e inventare qualcosa in autunno.

 Il titolare del locale gli diede una pacca sulla spalla. Odiava quel gesto volgare ma gli sorrise: gli avrebbe sganciato un centone per la gita in montagna e in cambio non gli chiedeva altro che fare presenza. Si dissero due parole, poi il padrone fece un cenno al barman: il gin tonic era pagato.
  Alle spalle del padrone, Pier vide Carla entrare nel locale con due amiche. Ne aveva scaricate tante dopo giorni di chattate, messaggini e qualche chiacchierata al telefono, ma Carla era diversa. Gli piaceva proprio.Non avevano combinato niente, ma sapeva già che era lei la predestinata. Era sicuro che quella sera tutto sarebbe andato secondo i suoi piani: l'attrezzo avrebbe fatto il suo dovere.
 La tempestò di sguardi sorridendole; Carla lo ricambiava. Era fatta. Finito il gin tonic e le andò incontro. 
 “Pier!”, lo salutò festoso un pischello che lo seguiva su Facebook. La sua faccia da panzerotto fritto era fissata in una camicia a maniche corte ricavata da una tovaglia. “Signore e signori!", gridò il giovane babbione; "Ecco Pier il Bello, quello che mette cento punti esclamativi in ogni frase su Facebook”.
 “Ci vuole sempre qualcosa che ti distingua, ricorda”, gli disse rivolgendo subito un penetrante sorriso a Carla. “Ti do una lezione di vita, bello. Non si può pensare di essere più intelligenti degli altri. Bisogna dimostrarlo. C'è chi mette tre puntini per far pensare, c'è chi fa le domande con tanti punti interrogativi e c'è chi come me sottolinea i fatti importanti con il punto esclamativo. E' il mio marchio: una vita sopra le righe”.
 Carla rise.
“A volte le spari proprio, dai”, disse il pischello divertito dal fatto che il gagà gli dava corda. Era così idiota nella sua devozione che faceva tenerezza.
 “Bisogna rischiare. Altrimenti raccogli quello che buttano gli altri. Anche in amore”.
 Pier tirò fuori il petto: si vedeva lo sterno.
  “L'amore è come una piscina. E' bello immergersi, l'importante è non cascarci mentre ci giri attorno”.
 Faccia-da-panzerotto scoppiò a ridere.
  “Sapevi che venivo qui stasera?”, gli chiese Carla.
 “Ti stavo aspettando. Fai con comodo, ci vediamo tra un attimo”, tagliò corto affilando il sorriso da vecchia canaglia e si allontanò.
 Si mise a girare tra la folla dispensando saluti, occhiate e strette di mano. Nel locale il caldo si faceva soffocante. Pier cercava di tenere sotto controllo il sudore. Fanculo alla discoteca al chiuso in estate!
 Tornò a prendere Carla distraendola dalle amiche che sorseggiavano mojito. Le mise una mano attorno alla spalla. 
 “E' ora che usciamo a prendere una boccata d'aria. Me l'hai promesso”.
 “E quando?”, gridò Carla sopra l'alto volume della musica.
 Le amiche scoppiarono a ridere. 
 “E va bene”, disse Carla appoggiando il bicchiere. “Cinque minuti, però. Di te non mi fido”.
 “E fai bene”, le rispose ridendo. "La vita è un brivido che vola", disse alle amiche strizzando l'occhio.


 Uscirono urtando ragazzotti strafatti di ecstasy e cocaina. Gli facevano schifo gli strafatti ma gli erano utili per distinguersi da loro. Diceva sempre che c'è una sola droga al mondo: l'organo genitale femminile. Droga sana, tutta salute. A quello pensava sorridente mentre accompagnava Carla all'esterno.
 Nel piazzale, salutò il buttafuori come se fosse uno fidato della sua servitù.
 “Ti va un giro in moto?", le insufflò nell'orecchio. "Andiamo in un paese qui vicino, beviamo un calice di vino e torniamo. Un quarto d'ora”.
 Carla annuì facendo buffe smorfie.
 Le diede un casco e partirono lasciando nel parcheggio la vibrazione del rombo della Harley. Carla pareva appagata. Ogni tanto Pier sentiva le sue tette appoggiarsi alla schiena. Lo stringeva forte alla pancia. Gli faceva piacere: si sarebbe accorta che, alla sua età, di pancia non ne aveva.
 Arrivarono in una frazione sconosciuta. Ricordava quel posto: l'aveva attraversato salendo verso la discoteca. Tra la farmacia e una trattoria c'era una specie di wine bar che aveva un'aria simile alla discoteca: forse il padrone era lo stesso. Davanti, due ragazzi discutevano di calcio.
 Suonò il telefono. Era la Milly. Gli diede dello stronzo a raffica. Non si era neanche ricordato che era il giorno del suo compleanno. Santo cielo, mica poteva ricordarseli tutti. Blaterava parole smozzicate per fermare quel flusso di insulti.
 Non sapeva come scaricarla. Ogni volta quella pazza scatenata tornava all'attacco con un altro numero di telefono e non riusciva a fermarla. Fece dei cenni a Carla mentre la Milly continuava a sacramentare, poi con la mano le fece capire di seguirlo attraversando la strada.
 Entrarono in un bosco. Pier passeggiava lungo un sentiero, Carla lo seguiva. Rispondeva con mezze parole veloci. Cercava di far sì che Carla non capisse. La Milly intanto urlava come un gatto castrato: aveva aspettato una settimana la sua chiamata. Non aveva neanche il coraggio di farsi vedere al Pappagallo, tanto era stronzo. Pier annuiva e intanto sorrideva a Carla: uno sconosciuto avrebbe pensato alla chiamata di un notaio che annuncia un'eredità. Era abituato a sorbirsi le urla isteriche delle sue amiche. La solita scenata di ogni sera, cambiava solo l'attrice.
 Continuarono a passeggiare nel bosco al chiaro di luna. La strada era ben illuminata e il wine bar restava alle spalle in fondo al viottolo. Prese Carla per mano mentre cercava di frenare quella furia umana al telefono. Sventolò il cellulare roteando gli occhi. Fece cenno di buttarlo. Mimò l'isterica. Carla scoppiò a ridere. La Milly sentì che una donna vicino a lui rideva del suo dolore e per lui si spalancarono le porte all'inferno. Passeggiarono mentre Pier faceva segno che era matta e agitava la mano: quanto parlava quella! Cercò di risponderle qualcosa mentre scavalcava un tronco e poi aiutava Carla a fare altrettanto.

 Proseguirono  per un pezzo trovandosi in una radura rotonda circondata da alberi ad alto fusto. A quel punto Carla diede segni di impazienza. 
 A Pier piaceva la situazione. Con Carla aveva fatto la figura del simpatico mascalzone. E così troncò la chiamata. Ma prima rassicurò Milly: si sarebbe fatto vivo presto. Come no!
 Mise via il telefonino.
 “Hai visto che posto?”
 “Già, bello”, disse Carla guardandosi intorno.
 La radura era uno splendido anfiteatro naturale illuminato dalla luna quasi piena. Si sentiva imbarazzata. Erano rimasti loro due. Con lo sguardo basso, Pier si avvicinò e la cinse alla vita, poi la baciò. Tre minuti e aveva già le mani tra le coscie di lei. Mugugnarono un po'. 
 “Fermati!”, esclamò Carla tenendolo a bada con un sorriso. “Ma quanto corri!”.
 Si sedette sull'erba e accese una sigaretta. Pier non fumava. Restò in piedi tutto rigido: se si piegava, poteva strapparsi il cavallo dei pantaloni.
 “Tutte le sere litighi con le baiadere già provate?”
 “No, non vederla così, è squallido”, le rispose chinandosi in avanti e tirando un filo d'erba. “Sono loro che hanno provato me”.
 “Ah, capisco” e sbuffò il fumo. “Quindi ti sto seducendo io?”
 “Certo, puoi vederla così. Mi piaci ma siamo in prova. A questo punto, conta solo l'odore della pelle”.
 “Ma in cosa mi vado a imbarcare?”, esclamò Carla facendo scoppiare una risata nervosa. Spense la sigaretta e mise il mozzicone in un fazzoletto. Passò un attimo di silenzio.
 “Possiamo tornare indietro, se vuoi. Non ho mai costretto una donna a stare con me”.
 “Sono solo un po' diffidente. Non sono in cerca di avventure”.
 “Capisco”.
Poi la guardò negli occhi. “Io sì, invece, perché l'amore è l'unica grande avventura”.
 Si avvicinò e la baciò di nuovo, poi la sdraiò sull'erba e le toccò le parti intime. Carla godeva, lui no. Era concentrato sul suo attrezzo: restava immobile. Più ci pensava e meno lo sentiva. Dopo mezz'ora, lei diede forti segni di impazienza. Voleva andare fino in fondo: faceva caldo, erano quasi svestiti, si baciavano e strusciavano; cosa li ostacolava? Eppure Pier insisteva nel baciarla. La baciava con una foga eccessiva, persino sospetta. La faccenda non andava avanti.
 “Cosa succede? C'è qualche problema?”
 “No!”, disse Pier sedendosi. “E' che mi piaci troppo”.
 “Ah, ho capito. Non ti preoccupare, succede”.
 “Mai capitato”, confidò sussurrando.
 “ Allora sono quella sfortunata”.
 “Non mi sfottere”.
 “Figurati, può succedere”. Carla si drizzò di scatto.
 “Senti... Non dirlo in giro, mi raccomando. Mi farebbe troppo male”, si raccomandò Pier.
 Carla lo osservò. Era un folle narcisista insicuro e disturbato.
  “Va bene, torniamo”, concluse sconcertata.
 Si alzarono. Pier si sistemò i pantaloni sopra gli stivali pitonati da cowboy. 
 “Il telefono non va. Non c'è segnale”, gli comunicò Carla.
 “Fantastico”.
 Si guardarono attorno. Erano al centro della radura perfettamente circolare. La luna la illuminava perfettamente con la sua luce chiara. Si accorsero presto che tra i tronchi non si vedeva distintamente il loro sentiero.
 “Da dove siamo arrivati?”, gli chiese Carla.
 Pier non rispose.
 “Forse da là”, disse quasi a caso.
 Si incamminarono. In quel punto non c'erano varchi nel bosco: gli arbusti e il fogliame chiudevano ogni spazio. Anche più avanti non c'era segno del passaggio umano.
 Poi, trovarono uno stretto sentiero.
 “Di qua”, disse Pier.
 “Aspetta. Non ricordo questi rovi di more”, gli disse Carla afferrandolo per la giacca. “Non avere fretta. Prima guardiamo se ci sono altri passaggi”.
 Percorsero tutta la circonferenza del prato e trovarono altri due sentieri. Questi erano molto simili al primo. Se erano arrivati da uno dei due, quale era?
 “Allora, cosa dici di fare?”, gli chiese.
 “Non so”.
“Cosa vuol dire: non so?"
"Che non so cosa dirti. Mai stato qui. Non so niente di boschi".
 "Non sei tu il maschio, quello che decide tutto?”
"Non ho fatto il boy scout da piccolo, spiacente".
 "Ma che risposte idiote dai? Per favore!", sbottò girandosi.
 Era anche incapace di prendere la situazione in mano. Un cocco di mamma. Un belloccio inutile.
 “Carla, calmati. Siamo in un bosco e forse ci siamo persi. Non prendo mai decisioni avventate”.
 “Bravo, fai come in amore”.
 “Ma che cazzo vuoi da me?”, le urlò diventando paonazzo.
 Carla lo guardò trasformarsi in un omuncolo che stava per uscire dalla tua vita.
 “Vado di qua. Ti saluto”.
 Si incamminò da sola.
Pier stava per fermarla. Voleva dirle di aspettarlo. Ma era francamente troppo. E così prese l'altro sentiero. Era sicuramente quello giusto. Sarebbe presto sbucato davanti al wine bar. L'avrebbe aspettata seduto sulla moto. Avrebbe fatto un figurone. Ma quando si era orma inoltrato di un centinaio di metri e più e non sentiva più il frusciare dei rami spostati da Carla, iniziò a pensare di aver commesso un grosso sbaglio. Se Carla si perdeva, come avrebbe raccontato agli amici? E poi: doveva aspettarla, non poteva tornare alla discoteca senza di lei. Gli altri avrebbero chiesto perché l'avesse lasciata andare da sola nel bosco di notte. Una figura da vigliacco. 
 Cominciò a chiamarla sempre più forte ma senza risposta. Sentiva la sua voce echeggiare nel silenzio del buio. All'improvviso davanti sulla sinistra da un ceppo una civetta si levò in volo. Quasi gli venne un infarto. E quando sentì qualche strano animale scappare tra il fogliame lo colpì un attacco di panico.
 “Carla!”, urlava mettendo tutti i punti esclamativi possibili. “Carla!”. Ma Carla non rispondeva
 Era sperduto in un bosco sconosciuto nel cuore della notte e ogni tanto inciampava.
  Il sentiero si stringeva. Si convinse che Carla, per pura fortuna, aveva imbroccato la strada giusta. Pensò di tornare indietro. In fondo, ci avrebbe messo mezz'ora. Ma decise di andare avanti per i piedi: erano maledettamente gonfi. Quegli stivali da cowboy erano di pura bellezza, non servivano a niente in un bosco se non a stritolare il piede. Sentì un brivido.
 Camminava chiudendosi il giubbino di pelle tenendo le braccia conserte al petto. Intanto, aveva paura di inciampare di nuovo o di venire aggredito da qualche animale. La luce pallida della luna illuminò un bastone. Lo raccolse e iniziò a farsi largo sventolandolo qua e là come se fosse un machete. Camminò a lungo ma quel sentiero non lo portava da nessuna parte. Solo quando vide una casa abbandonata, fu certo di aver sbagliato strada. Si fermò a guardarla. Almeno era un rifugio per la notte. Col bastone, abbassò la rete metallica arrugginita ed entrò nel prato del cortile. Ma quando un topo gli passò tra le gambe scappò via tornando sul sentiero.
 Si sentì sperduto.
 Guardò ancora una volta il telefono. Non dava segnale. Provò a spedire un messaggino a Carla ma non partiva.
  Era notte fonda. Sentiva l'umidità nelle ossa.
 Scoppiò a piangere.

 Pier, il belloccio delle discoteche, l'elegante playboy che faceva strage di donne mature, si era perso in un bosco. Stava succedendo proprio adesso.
 Qualcuno sarebbe venuto a cercarlo. Forse Pepe. Difficile: Pepe era a spassarsela con la moracciona. Il gestore si era sicuramente accorto della sua assenza, ma non sarebbe certo uscito dal locale per lui. Neanche il buttafuori si sarebbe preoccupato. Di Carla, non se ne parlava neanche.
  Chissà dov'era Carla adesso.
 Era tutto così pesante. Mentre camminava angosciato, pensava che non poteva finire così: Carla gli avrebbe mangiato la faccia, gli altri gli avrebbero chiesto perché era da solo. Le amiche lo avrebbero saputo. Avrebbero pensato che era un imbecille. Non vedevano l'ora di sparlare di lui, ne era certo. Il suo fascino sarebbe svanito.
 L'idea lo sconcertò. 
 Era assurdo che tutto il suo mondo finisse così, quella sera.
 Era da quando aveva 16 anni che viveva in mezzo alle discoteche, seduto sui divanetti tra donne e drink. Lo conoscevano tutti. Su Facebook le sue frasi spiritose piacevano tanto alle sue amiche. Ma cos'era rimasto di lui adesso, dopo questo incidente? E anche se nessuno lo avesse cercato, Carla lo avrebbe raccontato in giro. Era furiosa con lui. Avrebbe anche svelato il suo terribile segreto.
 Insomma, era finita.

 Si fece coraggio.
  Avrebbe pensato cosa fare; prima doveva togliersi da quell'impiccio.
  Si sedette su una roccia. Ma poi si alzò di scatto: si ricordò che le vipere dormono sotto le pietre.
 Vipere... Tutte quelle donne erano vipere. Era una vita che gli stavano addosso perché era bello e non lo lasciavano respirare. Era stanco di quella pantomima. In fondo, era lui che nutriva l'inesauribile sete di amore di donne ferite, deluse, schifate da altri uomini. Gli pareva un compito persino assurdo, tanto era inutile, oltre che gravoso. Pensò da quanto tempo sognava un'altra vita. Ma finora era stato fortunato e quella vita, la sua vita, gli piaceva nonostante le vipere. Era nato per dare amore. 

 Mentre procedeva sventolando il bastone e tremando dal freddo, gli salì una furia cieca e tornò a meditare con disprezzo su quella banda di sciamannate rimaste senza un marito. Donne mature che fuggivano nel loro passato. Quarantenni che si rifugiavano nell'illusione di poter vivere da ventenni. Cinquantenni che facevano concorrenza alle figlie. Ecco chi gli toccava consolare. Prima le doveva far stare bene, poi le doveva lasciare. Era ovvio, funziona così. E quelle non volevano saperne. Erano delle povere ottuse: perché non capivano che le cose vanno così? Cosa potevano sperare se non qualche momento di tenerezza e di amore? Perché si sarebbe dovuto legare a loro? Loro, poi, che cosa gli davano? Era amore, il loro? In fondo, le fortunate erano loro.
 Come la Milly. Quella rompiscatole. Se l'era scopata una volta. L'attrezzo aveva funzionato a dovere. Bastava così e invece la Milly insisteva. Una pazza isterica con due occhi spiritati. C'era un mare di follia e di desideri perversi dietro lo sguardo dolce delle foto sfuocate che pubblicava su Facebook. Era un'idiota come tante: mica aveva bisogno di lui, le bastava farlo. Farlo anche con degli sconosciuti, ma le sarebbe bastato farlo furiosamente, ciecamente, ossessivamente. Tutto ciò che le serviva era solo scopare. Aveva fatto bene il marito a sparire.
 Si ripeteva che in fondo sono tutte così. E' la natura. Ne hanno voglia i maschi, ne hanno voglia le femmine. E poi basta vederle come si muovono quando ballano. Te la offrono sul momento. Quelle sono tutte troie. Altro che amore! "Amore" è un etichetta, si disse.

  Sbucò in uno spiazzo. Si guardò attorno. Era una strada. Sperò che passasse qualcuno ma non accadde. Allora si chiese quale direzione prendere, destra o sinistra?
 Meglio la destra: si sarebbe avvicinato a Carla.
 Mentre camminava dolorante con gli stivali pitonati sull'asfalto – il terreno era duro come l'acciaio - pensò che magari l'avrebbe raggiunta. Poi però si ricordò del cerchio: dalla radura i sentieri partivano come raggi e quindi si era sicuramente allontanato molto dall'uscita di Carla. Doveva camminare per qualche chilometro.
 Meditò su quella notte orribile, la più brutta della sua vita. Il cellulare era sempre isolato.
 Dopo quasi un'ora di cammino incrociò l'uscita del sentiero di Carla. La chiamò, ma non rispondeva nessuno. Allora proseguì: si era sicuramente incamminata verso il wine bar prima di lui. L'avrebbe trovata là ad aspettarlo.

 Raggiunse il locale quando ormai faceva già luce. Guardò il suo prezioso orologio automatico nascosto tra catenelle e fascette al polso: erano quasi le cinque. Intorno a lui si sentivano cinguettare gli uccelli.
 Era salvo.
 Intorno però non c'era nessuno.
 Guardò la sua moto parcheggiata.
 Tutto a posto, dai.
 Salì a cavalcioni della moto. Sotto si sé sentì la rugiada che copriva il sellino mentre penetrava a contatto con le natiche e l'inguine. Scese. Si era bagnato i pantaloni, accidenti.
 In lontananza, arrivava un'auto.
 Accese la moto.
 L'auto frenò, parcheggiò e scesero tre persone. 
 “Pier! Allora, dove cazzo sei finito?”
 Era Pepe. Riconobbe dietro di lui la moracciona e Carla.
  “Eravamo preoccupati per te”, gli gridò Carla sarcastica. “Avevo paura che ti fossi perso nel bosco”.
 “Stronzi!”, gridò Pier. Ma lo gridò con una tale rabbia malcelata che tutti scoppiarono a ridere.
 “Ti sei sporcato gli stivali di pitone, tesoro?”, gli chiese Carla scendendo e avvicinandosi.
 “Ti abbiamo cercato dappertutto, tatone”, gli disse Pepe sfottendolo.
 “Eh sì, ero preoccupata per te, il mio pulcino bagnato”, gli disse Carla mentre la moracciona ridacchiava abbracciata a Pepe.
 Si sentiva circondato.
  “Certo che un fighetto come te nel bosco...”, gli disse Pepe. “Tutto solo... Si fanno brutti incontri. Sai?”
 “Andate tutti a cagare! Adesso me ne vado a casa”.
 Sembravano giragli intorno, gli veniva l'ansia.
 Carla si mise faccia a faccia.
“Eccomi qua, sana e salva. Sei sollevato, eh? Il nostro bel cavaliere. Mi hai piantata da sola. Ma come vedi le donne se la cavano meglio di certi donnaioli da quattro soldi”.
  “Va bene, Carla, lasciami in pace. Sparisci!”
 Finì di urlare mentre gli mancava già il fiato. Capì di avere avuto una reazione isterica.
 “Abbiamo un ometto sull'orlo di una crisi di nervi, eh? Oppure è stato per prima? Per quello che non hai saputo fare?”
 Rimase fulminato dall'allusione. Pier si girò per risalire sulla moto. Si sentiva morire.
 “Lascialo stare”, le disse Pepe. Pier lo osservò preoccupato: sapeva del suo problema? “Dai, ha passato una brutta avventura. Guarda le braghe dietro. Guarda come sono bagnate. Anche davanti... Se 'è fatta addosso... O ha incontrato un omaccione...”
 Tutti e tre scoppiarono a ridere.
Pier si toccò i pantaloni. Si coprì la bocca con una mano.
 "Pier", gli disse serio Pepe. "Non capisco perché l'hai abbandonata nel bosco... Ti rendi conto? Cosa ti succede?"
 "Fatti i cazzi tuoi".
 Pepe rimase in silenzio poi risalì e accese il motore.
"Portati un pannolone, stronzo!", gli gridò la moracciona ridendo sguaiatamente. 
Chiusero le portiere dell'auto.
 Non vedevano l'ora di sputtanarlo, pensò.
“Ci sentiamo domani, dai. Avrai un'avventura da raccontare alle signore”, gli disse Pepe ingranando la prima.
 “Eccome!”, urlò in strada Carla, ormai lontana. “Non un'avventura. E' una fiaba! Il playboy nel bosco”. 


Questo racconto è frutto della mia fantasia
NON E' AUTOBIOGRAFICO


Modena, agosto 2014
Riproduzione Riservata solo all'autore e a Il Calibro
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Nessun commento:

Posta un commento