lunedì 23 ottobre 2017

68 NERO
Riflessioni politiche di Carlo Gregori




Un malessere profondo attraversa l'Europa. Ora che sembra finita la crisi, dopo dieci anni che hanno sconvolto le vite di milioni di persone, restano rabbia, rancore, risentimento. Intorno a questo stato di disagio psichico delle masse, si agitano gruppi, movimenti, singole persone che lo alimentano. Sono organizzazioni di estrema destra che paiono orchestrate da un'unica direzione ma che probabilmente suonano lo stesso spartito rincorrendo le loro radici comuni in cerca di una purezza.
E' il 68 Nero.


Lo chiamo così perché cinquant'anni dopo quello storico - che chiameremo il 68 Rosso - si ripresenta un movimento giovanile internazionale eterogeneo per tanti versi simile che, contrariamente al primo - di ispirazione marxista (ma non filo-sovietico) o anarchica - si rifà al fascismo o al nazismo delle origini o della fine, quelli di lotta e non istituzionali. Come il 68 storico, il 68 Nero trova la sua espressione nel cameratismo tra i giovani della piccola e media borghesia dei Paesi più ricchi, uniti nell'insofferenza per "l'ordine costituito". E' composto da gruppi di fratellanza che condividono gli obiettivi della propria tradizione: il patriottismo, la purezza razziale, l'interclassismo, l'odio per gli stranieri, l'odio per la democrazia parlamentare e i sindacati, la violenza e la menzogna come strumenti politici.
Il movimento nero italiano covava probabilmente da una ventina di anni, da quando l'editoria mainstream in Italia si è dedicata quasi esclusivamente alla pubblicazione di libri di "riscoperta" del fascismo (il cosiddetto "revisionismo storico") e romanzi di genere fantasy, con un'attenzione particolare per J. R. Tolkien, già riconosciuto come fondamentale autore di riferimento dalla destra neofascista degli anni Settanta. Per pochi raffinati, sono stati anni di revival per Julius Evola, doppio anello di congiunzione col neofascismo degli Anni Settanta e con il nazismo storico degli ultimi anni di guerra. Inoltre nei discorsi più banali ha avuto un notevole peso il ricorso continuo alla "battuta" di riattivare le camere a gas per qualunque nemico: un'espediente presentato come una barzelletta con un fondo di serietà che faceva presa sugli arrabbiati più semplici e permetteva di sdoganare dei tabù politici.

Sotto questo profilo culturale - del tutto estraneo alla cultura della destra classica di oggi, legata a un cattolicesimo conservatore, all'esaltazione della proprietà privata e della figura dell'imprenditore e all'ideologia del liberismo manageriale - i movimenti di estrema destra attuali sono cresciuti in un liquido amniotico formatosi dopo l'11 Settembre e, successivamente, intorno al culto di Putin e al rifiuto categorico dell'Unione Europea: la guerra all'islam è stata il caposaldo iniziale, ma con l'esplosione della crisi dall'autunno 2007 si è unita alla disintegrazione di grandi temi sociali: il lavoro precario, la miseria, l'assistenza sociale, il ruolo della donna, la lotta al liberismo. Temi simili a quelli delle lotte del 1968.
 Le risposte dei movimenti di destra di oggi sono molto diverse da quelli di allora e in ogni caso sono battaglie reattive agli interventi per i diritti civili condotti dal centrosinistra attuale. Lottano contro la disgregazione dello Stato, impoverito dal liberismo, schiacciato tra movimenti autonomisti e la globalizzazione finanziaria, e contro i soprusi della "moneta unica". Per la destra contano l'esaltazione della famiglia tradizionale, il culto dell'amicizia maschile, la cacciata dello straniero che ruba il lavoro e che depreda i beni dei singoli e della nazione, la potenza nazionale, la lotta all'islam in nome di un cristianesimo non legato ai Vangeli ma piuttosto al rituale della tradizione secolare cristiana. Invece, oggi l'antisemitismo tradizionale si scontra alla pari con l'esaltazione della potenza militare israeliana.
 L'uso della violenza e i metodi del nazismo storico per risolvere le controversie e allargare il proprio prestigio tra le masse restano un elemento di lotta primario.


Il 68 Nero si nutre della stessa energia politica del 68 Rosso. Al di là della differenza enorme di contenuti, è su questo aspetto che i due movimenti si rispecchiano e spesso combaciano. Una corrente di odio politico attraversa i singoli militanti e i gruppi. L'odio è la benzina dell'incendio rivoluzionario, l'unico sentimento che può spingere le masse a un cambiamento. Se l'odio del 68 Rosso era puntato verso le figure dei padroni (oggi chiamati imprenditori), dei maschi, dei genitori, dei preti, dei militari, degli americani, il 68 Nero odia i poveri, i "diversi", i sindacati, gli stranieri e di nuovo gli americani. Propone la forca in piazza, la camera a gas, l'uso libero delle armi da fuoco, la giustizia fai-da-te. Non prende mai le distanze dalle stragi e dagli atti di terrorismo di altri estremisti di destra: semplicemente tace e aspetta che le proteste passino. Il silenzio, sotto questo profilo, è un importante elemento diffuso in tutti i Paesi che crea una complicità tra militanti. 

Nella tattica disgregante dell'estrema destra, anche se disprezzato e considerato feccia sociale, il povero può tornare utile nelle lotte contro il povero straniero solo se è italiano. In questo caso viene sostenuto prima di essere abbandonato al suo destino: si resta nel suo quartiere finché è utile.

I metodi di lotta del 68 Nero richiamano da vicino quelli del 68 Rosso. Anche oggi la politicizzazione degli eventi attraversa il corpo sociale in ogni sua fibra. Tutto viene trasformato in questione politica attraverso la proclamazione, la contestazione, la discussione, la negazione, l'agitazione politica. Anche la morte del nemico o del suo presunto "alleato" come soluzione politica viene invocata sempre più spesso in nome di una giustizia "popolare".

Se il movimento originario si rifaceva a un'idea di leninismo puro o alla scoperta dei movimenti anarchici o della controcultura americana e francese, il movimento nero si richiama al fascismo e al nazismo delle origini, ai primi anni del Mussolini in bombetta; in alternativa, coltiva il culto apocalittico e vittimista degli "ultimi giorni": della X Mas, del bunker di Hitler, delle SS "buone", dei nazi-zombies.
 Intorno a queste idee irriducibili alimentate dal mito della purezza e di un'età dell'oro - come avvenne per i movimenti "rossi", sempre più divisi dalla questione cinese e dalle spinte verso le origini - anche le singole organizzazioni nere si frantumano in gruppuscoli divisi da argomenti e riferimenti cavillosi spesso incomprensibili fuori dalla loro cerchia. La frantumazione porta alla creazione di frange estreme che si proclamano all'avanguardia del movimento e del popolo, pretendono di essere uniche interpreti della volontà della "gente".
 Entrambe le galassie rossa e nera danno massima importanza alla propaganda. Le loro espressioni più concrete sono la teatralità, la protesta di strada, lo spontaneismo organizzativo. Ma mentre le proteste del 68 originale erano contrastate o perseguitate dal potere costituito, le manifestazioni del 68 Nero non vengono quasi mai neppure ostacolate anche se degenerano in atti violenti e illegali e i militanti non sono mai denunciati: ai vertici del potere politico e burocratico statale vanno bene.

Alla base delle attività di proselitismo, si trova la convinzione che la protesta resti lo strumento centrale per allargare la base dei movimenti e del proprio gruppo attraverso un coinvolgimento anche casuale. La strada e lo stadio sono i luoghi tradizionali per attirare nuovi adepti di destra; l'altro, inimmaginabile nel 1968, è il social network. Al volantino, alle scritte sui muri, ai manifesti e ai giornaletti distribuiti in strada oppure nelle fabbriche e nei quartieri disagiati, ora si utilizzano i post, i proclami, le sfilate, le battaglie in favore o contro qualcosa o qualcuno che portano alla focalizzazione di temi d'odio. Il 68 nero trova il suo luogo ideale di esibizione pubblica nei quartieri popolari in conflitto con gli immigrati: fa suo il motto rosso degli anni Settanta "Riprendiamoci il quartiere!" 
 Un campo di agitazione particolare sono i "salotti bene": anche il 68 Nero attrae i cosiddetti "radical chic". Se prima le élite ricche e snob simpatizzavano per una qualche forma di comunismo, con la nuova moda inneggiano al ritorno al fascismo, all'ordine, alla patria, alla cacciata degli stranieri rispolverando il repertorio razzista e classista dei nonni.



La questione femminile ha un posto centrale nel 68 Nero. Sta fiorendo una sorta di femminismo di destra che si alimenta esclusivamente di odio all'islam. La donna è un corpo con una sessualità esplicita da sostenere con lotte e proclami contro la religione nemica che vuole chiuderla nel velo. La donna di destra è un'attivista per eccellenza dei diritti laici per le donne conquistati dalle femministe del 68 Rosso (d'altra parte è una seguace della Fallaci, un anello di congiunzione tra i movimenti) ma lo è a una condizione: di lottare contro il maschio islamico. Oggi si trova in prima fila a rivendicare ciò che le appartiene contro il nemico islamico che lo nega. E quella che grida con rabbia: "Dove sono le femministe?" In questo modo rinnega clamorosamente la donna di estrema destra storica che l'ha preceduta. Una donna che la destra di cinquant'anni fa rappresentava come "angelo del focolare", madre premurosa, remissiva, modesta, priva di pretese, pudica, spesso ella stessa col volto coperto da un velo scuro o da un fazzoletto. Una donna sottomessa al maschio italiano, uguale a quella islamica di oggi. Non a caso la questione della violenza sessuale vede spesso le femministe nere schierate contro le donne che la denunciano.


 Questa incredibile amnesia sulle proprie radici ci permette di capire che siamo di fronte a un cambiamento storico dell'estrema destra che rinuncia a un suo caposaldo in nome della modernizzazione. Questo processo di modernizzazione si basa proprio sulle istanze delle lotte del femminismo iniziate durante il 1968 Rosso e arrivate al loro culmine nel 1977, quindi abbandonate o sclerotizzate in associazioni istituzionali: la femminista nera non ha fatto altro che raccogliere una bandiera dalla polvere.





La propaganda sui social utilizza formule finora sconosciute, basate sulla classica tecnica nazista della falsa notizia che, come un sasso nello stagno, propaga le grandi paure. Strumento tipico sono i quotidiani che si dedicano a incessanti campagne di odio e diffidenza: un tempo era Lotta Continua, oggi tocca a Libero. Parallelamente, la vera guerra viene combattuta 24 ore al giorno sui social (Facebook e Twitter) con la pubblicazione ininterrotta di notizie esasperate o false (fake news). L'effetto di disinformazione è voluto: presuppone che il lettore non verificherà se i contenuti letti sono fondati ma si accontenterà di una conferma consolante di ciò che alimenta in lui l'odio: per lui la notizia pubblicata è vera solo perché esprime tutto l'odio che sente. Lo scopo è insomma di infiammare masse contro determinati gruppi, soprattutto gli stranieri. Sfruttare gli eserciti di haters a fini eversivi: questa è la novità. La scommessa è la capacità di manipolarli verso determinati obiettivi e campagne tattiche utili all'abbattimento dell'odiato ordine democratico.
 I comizi sono ormai scomparsi. Restano le sfilate o le giornate di raduno in piazza per contestazioni - in questo si nota una flebile sopravvivenza del 68 Rosso - mentre la potenza della contestazione si dispiega nei commenti sui social e in fondo agli articoli di giornale. Da nuovo strumento di marketing editoriale (la voce dei lettori non esisteva sui quotidiani, se non tra le rare lettere alla direzione), per l'estrema destra il "commento" è diventato spazio e strumento di propaganda gratuita che arriva ovunque in modo capillare. Il troll e il commentatore seriale, nascosti dietro uno pseudonimo, sono figure inventate dal 68 Nero (ma non solo). 
 Ogni articolo è utile per allargare la propaganda offendendo, denigrando, diffamando, incitando all'odio e anche all'uccisione. Il fenomeno, nato pochi anni fa, sta però arrivando a un punto critico: il pubblico si sta irritando per la presenza ossessiva di questi sciami di commentatori che incitano all'odio e alla violenza, che insultano e tappano la bocca a chi li critica.  Fasce estese di lettori non leggono più i commenti e iniziano a considerare le fake news come elementi di disinformazione e manipolazione politica. Per vietare la propaganda fascista, intervengono anche governo e parlamento (Legge Fiano) mentre i giudici la assolvono come fenomeno innocuo (Caso Punta Canna).

Per entrambi i movimenti il motore della lotta politica è accusare. Il 68 Nero (come fu quello Rosso) vive alla costante ricerca del nemico. A differenza del primo che individuava il nemico nel sistema del capitalismo, quello nero si nutre della propria paranoia e della ricerca di un burattinaio dai mille volti e dalle mille amicizie potenti. Lo scova anche dove non c'è e quindi lo plasma nella sua ricostruzione di complotti. E' indifferente che il complotto sia o non sia mai avvenuto nella realtà. Svelando le trame segrete di un complotto, da un lato il complottista non  è interessato a provare alcunché di fondato e dall'altro non fa altro che rivelare il suo sogno segreto di una perfetta organizzazione segreta di congiurati alla quale vorrebbe appartenere. Invita l' "utile idiota" che può fiancheggiarlo a tenere gli occhi aperti, ad agire d'astuzia contro chi organizza il malessere dei popoli. Lo incita a cercare il servo del nemico nell'interlocutore non allineato. Solleva continue accuse, vere e false. Addita al popolo i suoi nemici: cambiati i nemici, anche in questo aspetto il 68 Nero si salda col 68 Rosso. Il complottista nero, a sua volta, non fa altro che ripercorrere la più intima tradizione dell'estrema destra ottocentesca, alle radici del fascismo e nazismo. 

Un mito centrale della contestazione è quello del Grande Capo Lontano: ieri per il 68 Rosso era Mao, il volto della irraggiungibile Cina chiusa al mondo in piena Rivoluzione Culturale; oggi per il 68 Nero è Putin, uomo d'azione e di poche parole, misterioso autocrate della tradizione di comando russa chiusa dentro il Cremlino. In entrambi i casi, il Grande Capo Lontano è una personalità vivente che nella sua distanza fisica quasi irreale, dal misterioso luogo inaccessibile dal quale emana il suo carisma sulle masse, permette di capire e riscoprire il padre fondatore delle proprie idee riportandolo in vita (Lenin, Mussolini): inferiore all'originale, ne è comunque il paradigma attuale.

Nel 1968 la Chiesa cattolica era ritenuta una centrale della cultura autoritaria e di una tradizione ormai superata, ma conteneva elementi di modernizzazione ritenuti d'avanguardia (Don Milani, la figura del prete-operaio ecc). Oggi la Chiesa viene contestata dal 68 Nero perché nemica della sua tradizione rivisitata. Papa Francesco è considerato un sovversivo comunista. La Chiesa amata dal 68 Nero è quella dei romanzi fantasy: una chiesa medievale lontana dal Nuovo Testamento, cupa e violenta ma ricca di formule, riti e fratellanza in un'unione spirituale nel dolore e nella lotta, in guerra con religioni nemiche (islam) attorno a simboli grondanti sangue e vendetta in nome di una purezza estranea ai Vangeli.



Questi miei brevi appunti cercano di descrivere un fenomeno in corso sul quale mi permetto di esporre alcune considerazioni.

Il 68 Nero è un fenomeno sociale con una natura ciclica. Arriva cinquant'anni dopo il 68 Rosso, su istanze contrapposte che però non sono solo reattive. Anzi, il 68 Nero è una ripetizione del medesimo processo ma per obiettivi opposti. Se dovessimo cercare un senso quasi "cabalistico", i due movimenti contengono una loro ciclicità legata a un ritorno alle radici: il 68 Rosso arrivava quasi cinquant'anni dopo la Rivoluzione d'Ottobre, il 68 Nero a quasi cent'anni dalla Marcia su Roma.

L'agitazione in corso oggi tra i giovani dei Paesi Occidentali e dell'Est Europa - un'onda in espansione da alcuni anni che pare ormai avvicinarsi a un culmine - riempie un profondo vuoto delle precedenti generazioni di estrema destra. Nel 1968 la destra si trovò a lottare in nome dell'ordine e della disciplina contro i manifestanti "rossi". Reagì da un lato negando i contenuti di quelle lotte, chiudendosi alla modernizzazione (in un culto ossessivo del mondo prima del 1945, negava la sconfitta ma si preparava a rielaborarne il lutto) e, nelle sue frange estreme, ricorse al terrorismo stragista, un metodo fino ad allora sconosciuto fuori dalla Francia (piazza Fontana). Altre frange, spinte dai servizi segreti che le proteggevano, adottarono la tattica dell'"entrismo" - l'infiltrazione nei movimenti nemici - finendo così in contatto con le idee e soprattutto i metodi e le tattiche degli avversari che iniziarono a far propri e a utilizzare nel decennio successivo.
 La destra odiava profondamente il 68. Da quell'anno ha portato avanti fino ad oggi una campagna incessante e spesso isterica contro i contenuti dei movimenti extraparlamentari di estrema sinistra. In quegli anni ogni occasione fu buona per svilirne e disprezzarne le lotte. In questo modo, però, la destra restò esclusa da un importante parte della modernizzazione del Paese che era avanzata proprio con quelle lotte, come capirono bene alcuni militanti. Il tentativo di colmare queste lacune solo dieci anni dopo portò ad esperienze di alcune frange che vennero trasmesse ai militanti della generazione successiva e che fanno oggi parte del 68 Nero, ma non ne sono la ragione specifica.
 Il femminismo nero, ad esempio, contiene un paradosso, come abbiamo visto. La donna nera rivendica un ruolo di donna moderna ed emancipata contro quella islamica, raffigurata come una donna che nella sua condizione stereotipata è quasi identica a quella italiana (soprattutto del sud) di solo cinquant'anni prima, quando la destra vantava il suo maschilismo, negava ogni confronto sulla sessualità femminile che non fosse tra il bordello e l' "angelo del focolare", combatteva il divorzio e sosteneva il delitto d'onore, additando le giovani in minigonna come puttane in cerca di stupratori . Superare questa visione era ormai indispensabile: l'estrema destra era rimasta troppo indietro nel processo storico. Per questo il femminismo di destra ha rimosso le sue origini oggi impresentabili considerandole "roba da vecchi".

Il ciclo di lotte e di proteste che qui chiamiamo genericamente "68" è un insieme di spinte politiche a una  modernizzazione orientata attraverso la massificazione. Lo portano avanti gruppi e gruppuscoli che indicano soluzioni estreme e sperimentali. In quanto ciclo, il movimento lotta per un rivolgimento sociale oggi si sta sorprendentemente ripetendo nei metodi, ma per obiettivi opposti. Questo avviene perché il 68 come sistema di lotte è solo una modalità per dare una spinta a una propria idea di modernizzazione ma la spinta è modellata dalla cornice di una situazione contingente: se durante il boom economico il 68 Rosso lottava per rivendicare il potere operaio e la fine della fabbrica, oggi, in piena crisi, si lotta per cacciare gli stranieri che contaminano il popolo e rubano posti di lavoro.

Si può allora dire che il 68 Nero si è appropriato dell'esperienza storica del 68 Rosso utilizzando le sue esperienze e le sue tattiche finendo per farle proprie?


Il processo di aggregazione delle masse dentro determinati indirizzi e aspettative viene condotto da piccoli gruppi che, spesso ingenuamente, si ritengono all'avanguardia del cambiamento generale. Sono i gruppuscoli che cercano di dare la spinta dando forma a una società semplificata che propagandano e a volte cercano di realizzare con uno stile di vita "dal basso", in mezzo al popolo (Servire il Popolo "rosso", Casapound "nero"). Ma se per l'estrema sinistra e l'estrema destra la modernità si manifesta in definitiva in una forma di costante processo di massificazione - nel quale il militante di destra crede ingenuamente di essere un "libero pensatore" - anche se di élite (l'avanguardia) e in nome di una presunta nobiltà di idee tra compagni o camerati, che cosa resta invece dell'individuo, l'altra grande scommessa della modernità? In tutto questo ciclico tentativo di intruppare e annullarlo, si intravvede, forse non ancora bene, nell'individuo critico o dubbioso il maggiore nemico.
L'individualista - fase successiva di questo individuo critico - è considerato il residuo reazionario di un'idea di modernità romantica che vuole fare a pezzi la società industriale massificata e consumista in nome della ricerca di un proprio stile di vita. In questa visione che gli nega dignità, anche se con differenze ideologiche importanti, il 68 Rosso e il 68 Nero considerano l'individualista con lo stesso identico disprezzo: è una molecola irrecuperabile della catena sociale liberista, un semplice consumatore stravagante o uno snob.
L'individualista è colui che rifiuta il gruppo, la truppa, la massa; quindi, è colui che impedisce di realizzare il sogno totalitario: portare il "popolo" a blocchi semplificati (le masse) verso la realizzazione di un modello di società "moderna" modificabile solo dal dittatore. 

L'individualista è a suo modo un "diverso" e per questo è il comune nemico da abbattere.

Modena, aprile-novembre 2017
Nelle foto: opere di Emilio Vedova e Hermann Nitsch
Riproduzione Riservata solo all'autore 
Solo per diffusione senza scopo di lucro

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