PLAY: OMICIDIO IN DIVISA E ETICA DI STRADA
Considerazioni sul caso Floyd
di Carlo Gregori
Un’amica
pone un’importante questione etica intorno all’omicidio di George
Floyd, l’afroamericano fermato per un controllo in mezzo a una
strada di Minneapolis e morto soffocato da un poliziotto che gli
stava sopra nonostante gli dicesse che non riusciva a respirare. La
questione etica riguarda l’atteggiamento di chi ha ripreso tutta la
scena che ci ha mostrato questa violenza brutale: che mondo è,
chiede l’amica, quello in cui uno sta a filmare dieci minuti la
scena e non interviene? Non è come chi filma i feriti dopo gli
incidenti senza intervenire o addirittura con compiacimento?
La
mia opinione è che, per ragioni intrinseche ai fatti - e non a
nostre valutazioni etiche - non è così. I fatti vanno valutati nel loro svolgimento. Per la prima volta, un poliziotto viene
ripreso in strada mentre blocca con la massima brutalità un passante
controllato che, mettiamo pure casualmente, è di colore (Floyd non era neppure
sospettato). L’agente Chauvin si accorge di essere ripreso con un
telefonino da un/a passante. Fissa la telecamera. Mette le mani bene in
vista, resta fermo, non parla a voce alta col collega che tra l'altro non lo
ostacola. Chauvin crea insomma una posa che lo metta al riparo da
accuse o critiche in modo formalmente legale.
Questa posa che assume,
visibilmente artefatta, non solo è una novità ma colpisce intuitivamente lo spettatore: è qualcosa di
estremamente cinico da un punto di vista etico. L'agente Chauvin sa che il suo
controllato sta soffocando, perché lui stesso lo dice con gli ultimi
rantoli, ma non cede nella sua posa “legalmente corretta” e anzi fissa chi lo
riprende. Si espone alla registrazione. Questa posa è così “legale”
che contiene un vistoso surplus sarcastico: è la
caricatura del bravo poliziotto che segue il regolamento e che
nessuno può rimproverare. Probabilmente è voluta: oggi sappiamo che
l’agente Chauvin aveva avuto in passato numerose indagini degli
Affari Interni per violenze e brutalità e forse aveva avuto potenti
coperture politiche.
Passiamo
ora a chi riprende la scena. Non sappiamo chi è. Nei suoi confronti
l’obiezione è che non è intervenuto/a. Doveva farlo, gli viene
rimproverato, per una considerazione che egli stesso doveva prendere
autonomamente in base a una morale pubblica che si pretende
condivisa dalla società. Ma esiste davvero questa morale pubblica ed è davvero
condivisa? O è solo l’etica di un’etica personale che
astrattamente si immagina adatta a una società dei nostri tempi? In
fondo si tratta solo di una eterna riproposizione di un imperativo
categorico kantiano: tu devi fare questo per soccorrere il prossimo e
sventare il trionfo del malvagio. E' il singolo che deve farsene carico. Purtroppo ogni giorno la realtà sociale ci
dà risposte ben diverse. Tanto che questa lamentela indignata è
diventata un luogo comune. Sappiamo quindi che l’intervento di
soccorso coraggioso non è qualcosa di dato in natura.
Accantoniamo il problema enorme di quale decisione prendere su due piedi se ci trovassimo di fronte a un caso del genere. Chiediamoci invece cosa sarebbe successo se chi riprendeva le violenze a Floyd fosse intervenuto. Avrebbe filmato qualcosa, avrebbe urlato al poliziotto di lasciare stare e probabilmente sarebbe rimasto coinvolto in una lite con la polizia finendo alla stazione di polizia con un’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Certo, era un prezzo da pagare, ma avrebbe salvato la vita di Floyd? Non possiamo rispondere. Non è quindi escluso che la risposta sia no.
L’unico fatto certo è che non avremmo il video.
Anche se non voglio addentrarmi in uno scenario legale, è comunque evidente che davanti a un giudice un passante che diventa testimone oculare di un simile omicidio ed è anche accusato di resistenza alla polizia (magari con lontanissimi precedenti per lievi infrazioni) non ha nessuna speranza di affermare un suo ruolo nella giustizia di fronte agli argomenti di un avvocato che difende un poliziotto; il video, invece, è una prova decisamente più solida, soprattutto se unita alle immagini recuperate ieri da una telecamera pubblica.
Ciò che rende invece nuovo
questo caso è che per la prima volta un gesto riprovevole come
filmare apaticamente una persona in estrema difficoltà fino a quando
muore diventi più importante dell’intervento di soccorso. Quel
filmato - che per la morale convenzionale è riprovevole perché
segno di curiosità morbosa, cinismo, intenti malsani e apatia
sociale – diventa una testimonianza meccanica e facilmente
riproducibile che, per ragioni sue intrinseche inerenti alla dinamica
di una serie di fatti reali, riproduce a ogni sua visione un’etica
allargata.
Un atteggiamento morale molto più diffuso di quello che avrebbe creato l’intervento diretto di chi filmava se fosse intervenuto davanti a qualche passante che osservava la scena. E' una conseguenza imprevista e se si vuole ironica: è la realtà che prende il sopravvento sulle buone intenzioni del singolo e soccorre la nostra fiacca etica.
In
questo sta la novità del caso Minneapolis. Non ci importa conoscere le motivazioni di chi ha filmato, anche se fossero mosse da un istinto sadico: la decisione di diffondere il filmato ha fatto di lui il soggetto etico primo. E' rimasto anonimo lasciando il posto al video, diventato uno strumento etico, che a ogni visione ha generato un soggetto etico secondo fino a interagire con altri e diventare un pubblico, il soggetto etico terzo.
Grazie alla banalità tecnologica di un telefonino e ai social, quel video maledetto ha potuto raggiungere milioni di persone non solo in America ma in tutto il mondo arrivando fino a noi. Come in uno specchio, nello svolgimento delle sue immagini per ogni singolo spettatore riflette una situazione di violenza “in divisa” possibile, forse persino comune anche da noi ma non visibile. Eticamente, questo svelamento riprodotto milioni di volte ha scosso in profondità le singole coscienze. Ha creato disagio, rabbia, senso di colpa, vergogna. Se ne è parlato, ha creato interrogativi, è diventato un argomento politico.
Grazie alla banalità tecnologica di un telefonino e ai social, quel video maledetto ha potuto raggiungere milioni di persone non solo in America ma in tutto il mondo arrivando fino a noi. Come in uno specchio, nello svolgimento delle sue immagini per ogni singolo spettatore riflette una situazione di violenza “in divisa” possibile, forse persino comune anche da noi ma non visibile. Eticamente, questo svelamento riprodotto milioni di volte ha scosso in profondità le singole coscienze. Ha creato disagio, rabbia, senso di colpa, vergogna. Se ne è parlato, ha creato interrogativi, è diventato un argomento politico.
In questo
senso ha toccato le corde di una morale pubblica diffusa e l’ha
riplasmata.
E per chi approva o incoraggia la violenza della polizia (come giusta violenza in divisa o contro i neri perché razzista) ha segnato uno scacco mai visto prima che lo costringerà a correre ai ripari dai cellulari. Chi vuole o cerca questi tipi di violenza dovrà eliminare la possibilità che un altro passante filmi tutto fino a un punto di non ritorno. Da un punto di vista etico quindi valuto il video un risultato enorme: nella sua ingenuità tecnologica, ha un valore universale.
Modena, maggio 2020
Solo per diffusione senza scopo di lucro
E per chi approva o incoraggia la violenza della polizia (come giusta violenza in divisa o contro i neri perché razzista) ha segnato uno scacco mai visto prima che lo costringerà a correre ai ripari dai cellulari. Chi vuole o cerca questi tipi di violenza dovrà eliminare la possibilità che un altro passante filmi tutto fino a un punto di non ritorno. Da un punto di vista etico quindi valuto il video un risultato enorme: nella sua ingenuità tecnologica, ha un valore universale.
Modena, maggio 2020
Solo per diffusione senza scopo di lucro


Nessun commento:
Posta un commento