"FOTOGRAFARE LA GUERRA VIVENDO COI CIVILI"
intervista a Uliano Lucas di Carlo Gregori
Sarajevo 30 anni dopo, perché non vado in Ucraina (per adesso), il mestiere del fotografo freelance, differenze col fotoreporter di guerra, l'importanza delle donne nella guerra maschilista, da dove arrivano le foto sui social?, la fine della professione nell'editoria controllata, la necessità di agenzie indipendenti
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| "Sarajevo 1993" foto di Uliano Lucas in mostra a Modena alla Galleria Europa |
Uliano, la mostra a Modena dedicata alle tue foto si chiama “Ricordando Sarajevo”.
Arriva quasi vent’anni dopo quella sullo stesso tema a Villa Barbolini di Campogalliano. Sei considerato uno dei massimi esponenti della fotografia sociale in Europa. Come andò
a Sarajevo?
“In realtà,
non mi sono mai occupato solo di fotografia sociale italiana ma il mio impegno
politico personale verso il Terzo Mondo mi ha spinto a seguire la situazione di
alcuni Paesi. Così ho fatto dei reportage su scenari di guerra e sulle lotte
per la democrazia e la libertà, dal Portogallo del dittatore Salazar alle
guerre di liberazione in Africa come quella d'Eritrea, della Guinea-Bissau,
dell'Angola, dalla Giordania ai tempi di Settembre Nero. Ci andavo un po’
perché nessun fotografo voleva andare lì e un po’ perché nessuno dei grandi giornali
e delle agenzie di stampa nazionali se ne interessava. Stessa cosa per Sarajevo
nel 1992 e ‘93. In quel periodo, durante la guerra civile, sono andato anche a Belgrado e a Mostar. Volevo dare una
controinformazione di fronte a un’informazione che trovavo appiattita e univoca in un
momento di schieramenti rigidi”.
Conoscevi già Sarajevo prima della guerra civile?
“Ero stato
parecchie volte in Jugoslavia. Conoscevo non solo la politica della repubblica jugoslava
ma anche l’arte, la cultura, la sua origine. Mi affascinava. La Jugoslavia di
Tito era terzomondista ed era un modello socialista a parte, una storia unica
nata dopo una guerra di liberazione feroce. Dopo decenni, quella spinta
iniziale si era spenta, per dirla banalmente”.
Quindi per te sarà stato traumatico tornare in quei posti nel corso di una guerra.
“Avevo
visto Zagabria nel ’68, bisogna ricordare che anche lì i giovani avevano
protestato in cerca di cambiamento. Erano avvisaglie: la federazione sarebbe
saltata. Nel 1992 il modello jugoslavo era finito. Il corso degli eventi e l’Europa
stessa stavano prendendo un’altra strada. Ad andare a Sarajevo durante la guerra
civile mi ha spinto da un lato l’idea che in Europa dopo il 1945 si tornasse a una
guerra. Per me era inconcepibile. Appartengo alla generazione nata durante la
guerra, la prima generazione che è cresciuta, ha lavorato ed è vissuta sempre
nella pace. D’altro canto, ho capito che quella disinformazione era totale. Mi
sgomentava la rappresentazione di una città come Sarajevo assediata in modo
medievale nell’indifferenza dell’Unione Europea e dell’Italia. A quel punto
sono andato a vedere, a ragionare”.
Come ti eri organizzato?
“Sono partito
appoggiandomi a volontari e a un giornale locale di Sarajevo, Oslobođenje, il cui redattore
capo mi ha ospitato nella sua casa in centro città. E lì uscivo la mattina, vivevo
con e come gli abitanti, andavo in redazione, scappavo dai cecchini. E ho potuto
fotografare un mondo che la stampa occidentale non stava raccontando: nelle redazioni
(non solo italiane) l’unico grido era: “Vogliamo il sangue!” C’era appena stata
una guerra nel Golfo raccontata senza sangue e senza immagini quando migliaia di
morti sono stati sepolti nella sabbia”.
E com’era
la vita a Sarajevo assediata?
“Per i media
funzionava la fotografia della strage nel mercato, ma nessuno parlava del fatto
che nella città c’era un teatro sotterraneo con varie cantine dove si rappresentavano
opere straordinarie, dove ho conosciuto Susan Sontag, dove artisti e scrittori
si parlavano, dove si creavano medicinali e le banche funzionavano e le donne
facevano lezione camminando tra i tiratori scelti lavorando a 12 marchi al
mese quando un pacchetto di sigarette costava 3 marchi”.
Le tue
foto coglievano la quotidianità in un momento eccezionale.
“Coglievano la quotidianità insieme con la forza e la resistenza di questo popolo. Anche andando in quartieri completamente isolati, durante l’assedio si erano formati comitati per la distribuzione del pane e del cibo. E si viveva sotto i cecchini. Nei grandi condomini popolari i morti erano sepolti nei cortili e nei giardini accanto agli orti di pomodori. La gente si riuniva lo stesso alla mattina e gli anziani andavano lo stesso in biblioteca. Entravo nelle case, parlavo con questa gente, ascoltavo i loro racconti, li fotografavo, giravo per la città. E intanto dimagrivo (ride, ndr). Per il freddo, per la fame, insieme a loro"
Un esempio di come lavoravi in queste condizioni?
"Per capire: l’acqua piovana era fondamentale
e nei giardini lasciavano migliaia di pentole. Ogni mattina alle sei le donne
in vestaglia e pigiama, soprattutto in estate, andavano a prendere l’acqua potabile
col carrellotto pieno di bottiglie. Un viavai. Dove stavo io, una zona molto
difficile, alla mattina vedevo scendere queste donne che poi seguivo. Erano
appena alzate, trasandate, in vestaglia. E dopo due ore le rivedevo scendere le scale di casa curate
ed eleganti, pronte per una nuova giornata senza neanche sapere se sarebbero
tornate a casa. La resistenza delle donne è stata straordinaria in un luogo
dove la guerra è stata completamente maschilista”.
Quanto è
durata questa esperienza?
“A Sarajevo sono andato
alcune volte tra il ‘92 e il ’93. Avevo una tessera di reporter dell’Onu. Centinaia
di mie immagini sono state pubblicate su moltissimi giornali anche esteri, soprattutto
in Francia, ma non hanno avuto impatto. Senza far retorica, dal primo viaggio
sono tornato molto dimagrito, quasi provato – diciamolo chiaramente: un conto è
stare all’Holiday Inn, un conto è vivere con la gente comune – le mie foto le
ho portate a un quotidiano nazionale di primaria importanza col quale collaboravo da anni e il
redattore capo e i cronisti, mentre le guardavano con ammirazione e affetto per
me, hanno deciso di non pubblicarle. Contravvenivano a tutto quanto veniva raccontato
in quei giorni. D'altra parte, chi ha avuto il coraggio di scrivere di una brigata di zingari
che combatteva sulle colline?”
Dal tuo
racconto emerge un contrasto forte tra il tuo lavoro e quello del fotoreporter
di guerra pur trovandovi sullo stesso terreno.
“Il fotoreporter
di guerra, in definitiva, è un collega di una grande agenzia, bravissimo nel
suo lavoro, straordinario negli scatti, che deve produrre e stare attento a non
morire perché l’investimento finanziario su di lui e la sua assicurazione sono costosi per la sua agenzia.
Il problema è che la foto che il reporter d’agenzia scatta si somma alle contrattazioni
serali nei grandi alberghi, come all’Holiday Inn a Sarajevo, tra i fotografi
locali che nella giornata hanno fotografato la morte e distruzione in giro per
la città e gli inviati dei giornali che comperano i loro rullini. Invece, il mio lavoro
è un’altra cosa”.
La tua
fotografia è invece sempre in cerca di un aspetto sociale anche durante la
guerra. La guerra in Ucraina è altrettanto
interessante da questo punto di vista?
“A dire il
vero, per ora non ho intenzione di andare in Ucraina. Primo, per un problema di età: ho
80 anni. Poi tutto il sistema della comunicazione è cambiato. Un reporter della
mia formazione culturale e politica non avrebbe spazio e possibilità di far
circolare quelle foto. Il sistema globale della comunicazione ha messo fuori
gioco tutti i fotografi freelance. Tra i freelance, chi andava su incarico di
un giornale oppure era indipendente oggi non ha più possibilità di lavorare. Senza
più un committente (un editore, un caporedattore ecc) è finita questa
esperienza. Come è finito il senso di libertà straordinario che aveva quel
lavoro”.
Oggi le
foto di guerra le può fare anche un normale cittadino col suo smart phone. E in questi giorni dall'Ucraina ne arrivano tante. Ma è
evidente che, al momento di pubblicarle sui social, emergono parecchie insidie.
“Sia chiaro: il cittadino ha pieno diritto di fare foto col cellulare. Ma chiediamoci: quando le sue foto finiscono su internet, queste fotografie dove vanno, dove sono inserite, come e dove vengono fatte circolare? Bisogna prima di tutto decodificare un’immagine, cosa già difficilissima. Io posso inventare una foto falsa o falsificata e postarla sui social. E se uno la scarica senza problemi, un altro guarda la foto e si chiede: chi l’ha fatta, come l’ha fatta e perché? Non solo: si chiede come è arrivata a circolare sui social, chi l’ha scaricata, riutilizzata e come è utilizzata adesso. Per cui ogni giorno non abbiamo una foto di un fotoreporter con nome e cognome, ma migliaia e migliaia di fotografie che arrivano ma non sai esattamente da chi e da dove".
L'ambiguo uso e abuso delle immagini che stai descrivendo oggi è diventato esplosivo. Il fact checking sta diventando un passaggio quasi obbligato nel lavoro giornalistico. Contemporaneamente, il complottismo e le strategie multilaterali di propaganda ogni giorno intorbidano sempre più le acque rendendo difficile ogni chiarimento.
"Questo
aspetto, già carico di dubbi e incertezze, oggi pone un nuovo problema. Il reportage
è un atto di democrazia. Anzi: di controllo democratico. E noi siamo invece
all’interno di una globalizzazione dove cinque o sei agenzie determinano
l’informazione. Ecco perché ci sarebbe bisogno di una controinformazione fatta
bene. Questa è la funzione dei freelance
come me. Ma oggi è stata eliminata. Per
questo c’è bisogno di controinformazione attraverso agenzia di stampa indipendenti
che non siano nel circuito internazionale”.
Questo
tipo di agenzia indipendente richiederebbe soldi, capacità organizzativa, una
notevole visione d’insieme politica, editori coraggiosi, tutti elementi che
oggi mancano tra i media.
“Ed è per questo
motivo che, se anche un giornale importante può avere l’abbonamento con la Reuters
o la Ap, i giornali minori non possono permettersi questo lusso. Così, per
problemi di costi, scaricano le foto da internet, le pubblicano e nessuno sa
più come sono state messe dentro il sistema e utilizzate”.
Così si
chiude il cerchio su ciò che dicevi prima. Oggi la discussione è focalizzata sulle fotografie sui social. La mancanza di contesto di quelle immagini è grave: comporta
travisamento, mistificazione, ambiguità e anche fake news studiate da esperti
di marketing e di propaganda politica. Intorno a un’immagine, come hai spiegato, si crea un mondo
di incertezza. E lo vediamo anche in questi giorni con le immagini dall’Ucraina. Come si può contrastare questa tendenza?
“Da un lato,
come dicevo, manca la figura del fotografo indipendente, dall’altro il
materiale sui social è di dubbia provenienza e spesso furtiva, spesso scaricato
da altri siti. E’ così che una massa di immagini sui social ogni giorno crea di
fatto un depistaggio sulla sua origine e quindi sul suo reale significato. Poi
c’è un secondo problema: all’interno del sistema (giornali, riviste, web ecc)
non esiste più la figura di un redattore dell’immagine che sa come è organizzato
il sistema della comunicazione internazionale e riesce a capire la provenienza decodificando
il falso dal vero e tutto il resto. Il redattore fotografico in Italia non
esiste, la scelta del caporedattore è invece una scelta politica dell’editore”.


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