martedì 12 aprile 2022

"FOTOGRAFARE LA GUERRA VIVENDO COI CIVILI"

intervista a Uliano Lucas di Carlo Gregori


Sarajevo 30 anni dopo, perché non vado in Ucraina (per adesso), il mestiere del fotografo freelance,  differenze col fotoreporter di guerra, l'importanza delle donne nella guerra maschilista, da dove arrivano le foto sui social?, la fine della professione nell'editoria controllata, la necessità di agenzie indipendenti

 

"Sarajevo 1993" foto di Uliano Lucas in mostra a Modena alla Galleria Europa



Uliano, la mostra a Modena dedicata alle tue foto si chiama “Ricordando Sarajevo”. Arriva quasi vent’anni dopo quella sullo stesso tema a Villa Barbolini di Campogalliano. Sei considerato uno dei massimi esponenti della fotografia sociale in Europa. Come andò a Sarajevo?

 

“In realtà, non mi sono mai occupato solo di fotografia sociale italiana ma il mio impegno politico personale verso il Terzo Mondo mi ha spinto a seguire la situazione di alcuni Paesi. Così ho fatto dei reportage su scenari di guerra e sulle lotte per la democrazia e la libertà, dal Portogallo del dittatore Salazar alle guerre di liberazione in Africa come quella d'Eritrea, della Guinea-Bissau, dell'Angola, dalla Giordania ai tempi di Settembre Nero. Ci andavo un po’ perché nessun fotografo voleva andare lì e un po’ perché nessuno dei grandi giornali e delle agenzie di stampa nazionali se ne interessava. Stessa cosa per Sarajevo nel 1992 e ‘93. In quel periodo, durante la guerra civile, sono andato anche a Belgrado e a Mostar. Volevo dare una controinformazione di fronte a un’informazione che trovavo appiattita e univoca in un momento di schieramenti rigidi”.

Conoscevi già Sarajevo prima della guerra civile?

“Ero stato parecchie volte in Jugoslavia. Conoscevo non solo la politica della repubblica jugoslava ma anche l’arte, la cultura, la sua origine. Mi affascinava. La Jugoslavia di Tito era terzomondista ed era un modello socialista a parte, una storia unica nata dopo una guerra di liberazione feroce. Dopo decenni, quella spinta iniziale si era spenta, per dirla banalmente”.

Quindi per te sarà stato traumatico tornare in quei posti nel corso di una guerra.

“Avevo visto Zagabria nel ’68, bisogna ricordare che anche lì i giovani avevano protestato in cerca di cambiamento. Erano avvisaglie: la federazione sarebbe saltata. Nel 1992 il modello jugoslavo era finito. Il corso degli eventi e l’Europa stessa stavano prendendo un’altra strada. Ad andare a Sarajevo durante la guerra civile mi ha spinto da un lato l’idea che in Europa dopo il 1945 si tornasse a una guerra. Per me era inconcepibile. Appartengo alla generazione nata durante la guerra, la prima generazione che è cresciuta, ha lavorato ed è vissuta sempre nella pace. D’altro canto, ho capito che quella disinformazione era totale. Mi sgomentava la rappresentazione di una città come Sarajevo assediata in modo medievale nell’indifferenza dell’Unione Europea e dell’Italia. A quel punto sono andato a vedere, a ragionare”.

Come ti eri organizzato?

“Sono partito appoggiandomi a volontari e a un giornale locale di Sarajevo, Oslobođenje, il cui redattore capo mi ha ospitato nella sua casa in centro città. E lì uscivo la mattina, vivevo con e come gli abitanti, andavo in redazione, scappavo dai cecchini. E ho potuto fotografare un mondo che la stampa occidentale non stava raccontando: nelle redazioni (non solo italiane) l’unico grido era: “Vogliamo il sangue!” C’era appena stata una guerra nel Golfo raccontata senza sangue e senza immagini quando migliaia di morti sono stati sepolti nella sabbia”.

E com’era la vita a Sarajevo assediata?

“Per i media funzionava la fotografia della strage nel mercato, ma nessuno parlava del fatto che nella città c’era un teatro sotterraneo con varie cantine dove si rappresentavano opere straordinarie, dove ho conosciuto Susan Sontag, dove artisti e scrittori si parlavano, dove si creavano medicinali e le banche funzionavano e le donne facevano lezione camminando tra i tiratori scelti lavorando a 12 marchi al mese quando un pacchetto di sigarette costava 3 marchi”.

Le tue foto coglievano la quotidianità in un momento eccezionale.

“Coglievano la quotidianità insieme con la forza e la resistenza di questo popolo. Anche andando in quartieri completamente isolati, durante l’assedio si erano formati comitati per la distribuzione del pane e del cibo. E si viveva sotto i cecchini. Nei grandi condomini popolari i morti erano sepolti nei cortili e nei giardini accanto agli orti di pomodori. La gente si riuniva lo stesso alla mattina e gli anziani andavano lo stesso in biblioteca. Entravo nelle case, parlavo con questa gente, ascoltavo i loro racconti, li fotografavo, giravo per la città. E intanto dimagrivo (ride, ndr). Per il freddo, per la fame, insieme a loro"

Un esempio di come lavoravi in queste condizioni?

"Per capire: l’acqua piovana era fondamentale e nei giardini lasciavano migliaia di pentole. Ogni mattina alle sei le donne in vestaglia e pigiama, soprattutto in estate, andavano a prendere l’acqua potabile col carrellotto pieno di bottiglie. Un viavai. Dove stavo io, una zona molto difficile, alla mattina vedevo scendere queste donne che poi seguivo. Erano appena alzate, trasandate, in vestaglia. E dopo due ore le rivedevo scendere le scale di casa curate ed eleganti, pronte per una nuova giornata senza neanche sapere se sarebbero tornate a casa. La resistenza delle donne è stata straordinaria in un luogo dove la guerra è stata completamente maschilista”.

Quanto è durata questa esperienza?

“A Sarajevo sono andato alcune volte tra il ‘92 e il ’93. Avevo una tessera di reporter dell’Onu. Centinaia di mie immagini sono state pubblicate su moltissimi giornali anche esteri, soprattutto in Francia, ma non hanno avuto impatto. Senza far retorica, dal primo viaggio sono tornato molto dimagrito, quasi provato – diciamolo chiaramente: un conto è stare all’Holiday Inn, un conto è vivere con la gente comune – le mie foto le ho portate a un quotidiano nazionale di primaria importanza col quale collaboravo da anni e il redattore capo e i cronisti, mentre le guardavano con ammirazione e affetto per me, hanno deciso di non pubblicarle. Contravvenivano a tutto quanto veniva raccontato in quei giorni. D'altra parte, chi ha avuto il coraggio di scrivere di una brigata di zingari che combatteva sulle colline?”




Dal tuo racconto emerge un contrasto forte tra il tuo lavoro e quello del fotoreporter di guerra pur trovandovi sullo stesso terreno.

“Il fotoreporter di guerra, in definitiva, è un collega di una grande agenzia, bravissimo nel suo lavoro, straordinario negli scatti, che deve produrre e stare attento a non morire perché l’investimento finanziario su di lui e la sua assicurazione sono costosi per la sua agenzia. Il problema è che la foto che il reporter d’agenzia scatta si somma alle contrattazioni serali nei grandi alberghi, come all’Holiday Inn a Sarajevo, tra i fotografi locali che nella giornata hanno fotografato la morte e distruzione in giro per la città e gli inviati dei giornali che comperano i loro rullini. Invece, il mio lavoro è un’altra cosa”.

La tua fotografia è invece sempre in cerca di un aspetto sociale anche durante la guerra.  La guerra in Ucraina è altrettanto interessante da questo punto di vista?

“A dire il vero, per ora non ho intenzione di andare in Ucraina. Primo, per un problema di età: ho 80 anni. Poi tutto il sistema della comunicazione è cambiato. Un reporter della mia formazione culturale e politica non avrebbe spazio e possibilità di far circolare quelle foto. Il sistema globale della comunicazione ha messo fuori gioco tutti i fotografi freelance. Tra i freelance, chi andava su incarico di un giornale oppure era indipendente oggi non ha più possibilità di lavorare. Senza più un committente (un editore, un caporedattore ecc) è finita questa esperienza. Come è finito il senso di libertà straordinario che aveva quel lavoro”.

Oggi le foto di guerra le può fare anche un normale cittadino col suo smart phone. E in questi giorni dall'Ucraina ne arrivano tante. Ma è evidente che, al momento di pubblicarle sui social, emergono parecchie insidie.

“Sia chiaro: il cittadino ha pieno diritto di fare foto col cellulare. Ma chiediamoci: quando le sue foto finiscono su internet, queste fotografie dove vanno, dove sono inserite, come e dove vengono fatte circolare? Bisogna prima di tutto decodificare un’immagine, cosa già difficilissima. Io posso inventare una foto falsa o falsificata e postarla sui social. E se uno la scarica senza problemi, un altro guarda la foto e si chiede: chi l’ha fatta, come l’ha fatta e perché? Non solo: si chiede come è arrivata a circolare sui social, chi l’ha scaricata, riutilizzata e come è utilizzata adesso. Per cui ogni giorno non abbiamo una foto di un fotoreporter con nome e cognome, ma migliaia e migliaia di fotografie che arrivano ma non sai esattamente da chi e da dove". 

L'ambiguo uso e abuso delle immagini che stai descrivendo oggi è diventato esplosivo. Il fact checking sta diventando un passaggio quasi obbligato nel lavoro giornalistico. Contemporaneamente, il complottismo e le strategie multilaterali di propaganda ogni giorno intorbidano sempre più le acque rendendo difficile ogni chiarimento.

"Questo aspetto, già carico di dubbi e incertezze, oggi pone un nuovo problema. Il reportage è un atto di democrazia. Anzi: di controllo democratico. E noi siamo invece all’interno di una globalizzazione dove cinque o sei agenzie determinano l’informazione. Ecco perché ci sarebbe bisogno di una controinformazione fatta bene.  Questa è la funzione dei freelance come me. Ma oggi è stata eliminata.  Per questo c’è bisogno di controinformazione attraverso agenzia di stampa indipendenti che non siano nel circuito internazionale”.

Questo tipo di agenzia indipendente richiederebbe soldi, capacità organizzativa, una notevole visione d’insieme politica, editori coraggiosi, tutti elementi che oggi mancano tra i media.

“Ed è per questo motivo che, se anche un giornale importante può avere l’abbonamento con la Reuters o la Ap, i giornali minori non possono permettersi questo lusso. Così, per problemi di costi, scaricano le foto da internet, le pubblicano e nessuno sa più come sono state messe dentro il sistema e utilizzate”.

Così si chiude il cerchio su ciò che dicevi prima. Oggi la discussione è focalizzata sulle fotografie sui social. La mancanza di contesto di quelle immagini è grave: comporta travisamento, mistificazione, ambiguità e anche fake news studiate da esperti di marketing e di propaganda politica. Intorno a un’immagine, come hai spiegato, si crea un mondo di incertezza. E lo vediamo anche in questi giorni con le immagini dall’Ucraina. Come si può contrastare questa tendenza?

“Da un lato, come dicevo, manca la figura del fotografo indipendente, dall’altro il materiale sui social è di dubbia provenienza e spesso furtiva, spesso scaricato da altri siti. E’ così che una massa di immagini sui social ogni giorno crea di fatto un depistaggio sulla sua origine e quindi sul suo reale significato. Poi c’è un secondo problema: all’interno del sistema (giornali, riviste, web ecc) non esiste più la figura di un redattore dell’immagine che sa come è organizzato il sistema della comunicazione internazionale e riesce a capire la provenienza decodificando il falso dal vero e tutto il resto. Il redattore fotografico in Italia non esiste, la scelta del caporedattore è invece una scelta politica dell’editore”.

 



 Intervista integrale rispetto a quella pubblicata sulla Gazzetta di Modena il 12 aprile 2022 ( © )  diritti riservati

A trent'anni dall'assedio di Sarajevo, Modena ripercorre quelle vicende con una mostra di alcune delle fotografie del fotoreporter Uliano Lucas. Con il titolo 'Ricordando Sarajevo 1992-2022', la mostra in Galleria Europa sarà aperta fino al 10 maggio

Foto di Uliano Lucas esposte alla mostra a Modena presso la Galleria Europa (portici del palazzo comunale) in piazza Grande

 

 

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