sabato 30 settembre 2017

PENSIERO

Dopo i 50 tanti danno consigli a tutti sperando di trovare almeno un ragazzino che li ascolti

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COSA CI FANNO QUI? 
Riflessione di Carlo Gregori

Stamattina mi chiama un conoscente. E’ preoccupato, mi dice di andare subito in un palazzo popolare. E’ morto uno straniero per malaria e la gente si è radunata davanti al portone. Arrivo ma non c’è nessuno. Arriva il conoscente e mi dice di aver saputo dal vicinato che l’uomo è un marocchino morto nella sua patria per malaria. C’è paura nel quartiere. Mi spiega che prima degli stranieri si erano radunati per la veglia funebre, tutti nordafricani e africani. Chissà dove sono andati. Vuole che citofoni ai vicini. Arriva sua madre col cagnolino. Ci metto un attimo a capire che è lei la fonte principale delle sue informazioni sul caso di possibile contagio. E’ terrorizzata. Mi chiede, in quanto giornalista, cosa ne so. Mi dice che abbiamo l’obbligo di informare la popolazione: con questi stranieri non si sa cosa succede. Le chiedo se è mai stata in vacanza in Africa. No, non c’è mai stata. Le spiego che la malaria si trasmette solo attraverso la zanzara anofele, descrivo l’anofele e il plasmodio, chiarisco che ha un ciclo di pericolosità. Concludo sottolineando che l’unica possibilità concreta di contagio si realizzerebbe se il marocchino fosse tornato a Modena malato, se in casa l’avesse punto una zanzara, se la zanzara avesse incubato il plasmodio e se il plasmodio fosse stato al punto critico del suo ciclo nel momento in cui la zanzara pungeva un vicino. La signora resta stupita. Inizia a parlare di tubercolosi, devia sul morbillo. Le spiego che l’Ausl prende seriamente le ipotesi di contagio. Ricordo le disinfestazioni di Casinalbo e di Corso Canalchiaro. A quel punto mi dice che ha saputo da una vicina che il marocchino è morto in aereo prima dell’atterraggio in Marocco. L’aereo sarà sicuramente infetto. Chissà quanti ci salgono. Allargo le braccia. Chiedo chi conosce la storia di quell’uomo. Nessuno. Forse era anche un brav’uomo. Poi sbotta e improvvisamente capisco il perché di tanta agitazione. Il povero marocchino morto di malaria abitava in una casa popolare bella e curata e oggi i suoi amici tengono una veglia funebre con un barbecue in giardino. “Ecco, li vede? Sono là”, mi dice agitata. “Fanno anche la grigliata”. Perché, non devono mangiare? Oppure possono mangiare solo appartati in luogo chiuso? Mi mordo la lingua. “E’ che proprio non li sopporto. Io sono nata qui – mi fa con la voce diventata roca - e non capisco cosa c’entrano loro. Cosa ci fanno qua?”.
Ecco. Per vie tortuose sono arrivato al solito argomento finale di chi non vuole immigrati. L’unico argomento secondo me importante. Cosa ci fanno qui? Ogni giorno mi capita spesso di arrivare a sentire qualcuno che arriva a fare questa domanda che in realtà è interessante. Quasi nessuno cerca una risposta qualsiasi, quasi tutti invece si preoccupano solo di trovare un modo, anche cavilloso, per mandarli via. Non vogliono sapere. Per questo può capitare che un disgraziato morto nel suo Paese in circostanze sconosciute diventi un untore per noi, per la nostra città. Magari succede dopo aver letto certi titoli su Libero. Guardo la signora, è una persona gentile e sicuramente irreprensibile. Ogni volta questo aspetto educato di chi fa la domanda aumenta il mio disagio. E’ gente alla quale è capitato di convivere con qualcosa che non capiscono ma che li opprime. Sembrano essersi svegliati da un sogno e finiti in un mondo da incubo. Si sono distratti per qualche decennio mentre il mondo continuava a girare, nel bene o nel male. Non riesco a provare avversione per loro, piuttosto suscitano in me molte domande. Ad esempio, quanto hanno contribuito nel loro sonnambulismo a rendere questo mondo un incubo facendo certe scelte, adottando un certo stile di vita, votando certi partiti ecc come se tutto fosse acqua fresca?

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giovedì 14 settembre 2017

FOTOGRAFIA/PAROLA
Appunto apocalittico di Carlo Gregori

La fotografia digitale istantanea ucciderà la narrazione scritta e orale. Già ora gli appunti stanno scomparendo e lasciano il posto alla fotografia: un nome, un oggetto, un foglio, un testo, tutto questo diventa oggetto della fotografia effimera, destinata solo a promemoria, racchiusa nel cellulare; sempre meno persone scrivono e descrivono a parole. E' un fenomeno che, dopo una convivenza forzata tra i due sistemi, diventerà irreversibile a vantaggio della foto o del video. A mio avviso, porterà velocemente a una regressione culturale di massa tanto impressionante quanto imprevedibile: le masse diventeranno sempre più afasiche, forse mute, e dipenderanno dal linguaggio dell'immagine; si svilupperanno tecnologie specifiche a supporto di questa tendenza. La narrazione potrà salvarsi solo attraverso le élite che la praticheranno per amore dell'arte del racconto, ma sarà un fenomeno di nicchia per pochi appassionati. Il racconto diventerà un fattore secondario anche nella ricostruzione dei fatti: la testimonianza umana perderà sempre più peso rispetto all'immagine.

Questo fenomeno non è nuovo. Non a caso è alla fine dell'Ottocento che l'arte narrativa arriva al suo culmine con il romanzo realistico. Avviene un attimo prima che si diffondano i mezzi di riproduzione meccanica (fonografo, macchina fotografica, cinema ecc. Vedi Benjamin, "L'Arte ecc"). I romanzi di Robbe-Grillet - soprattutto "Le gomme" e "La gelosia" - sono stati un ultimo tentativo di raggiungere la perfezione descrittiva a parole, ma li ha scritti mentre già pensava e faceva il cinema. Oggi è troppo tardi non solo per una narrazione realistica ma di qualsiasi tipo: presto non avrà quasi più lettori o ascoltatori. Già oggi il romanzo costruito artisticamente è impolverato

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lunedì 11 settembre 2017

PENSIERO

Facebook è un continuo bagno di umiltà: ti costringe a pensare che sei fesso come quelli che leggi

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PENSIERO

Dopo tutto, nessuno è quel qualcuno che crede di essere

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mercoledì 6 settembre 2017

PENSIERO

Massificazione è credere di far qualcosa di esclusivo che fanno tutti in modo esclusivo

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PENSIERO

Dopo cena ci stavamo divertendo in giardino e un vecchio ci ha gridato in dialetto: "BANDA DI TROIE!" E' il più bel complimento dell'anno

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