domenica 12 agosto 2012




LA LILIANA

racconto autobiografico di Carlo Gregori


 













Arrivo in piscina alle tre. E’ agosto, fa un caldo infernale e l’intonaco quasi si scioglie come un gelato al fior di latte. Attraversando gli spogliatoi e le vasche, tiro su zaffate di cloro e di sudore. Afferro un lettino e guardo il prato puntinato di gente: si stanno tutti immolando al Dio Sole tranne uno: un omone bianco e pieno di nei che, all’ombra, legge un libro afferrandolo con un asciugamano da bidet per non imbrattarlo di sudore. Una mamma parla con l’amica mentre la sua bimba frigna e urla. Vedo un bel posto libero non lontano da una ragazza mora abbronzata con due gambe perfette. Si guarda attorno annoiata. Perché no? Mi sistemo, ma dopo due minuti sento alle spalle una voce acre e rauca di donna anziana. Il volume delle sue parole è altissimo. E’ così che sono costretto a conoscere la Liliana. Si è appena presentata, certo, ma non a me; a una vecchietta sudaticcia con la quale parla urlando.



Disquisisce sulla calura di ieri oggi e domani e poi scivola subito nel malcontento politico finché si abbandona ai ricordi del suo passato. La guardo. Da giovane, era sicuramente bella; ora è una vecchia abbronzata con i capelli biondo cenere tintissimi e una faccia piatta, gommosa e scavata da rughe che sembrano i gironi di una cava. La Liliana capisce che l'altra non è di qui: anch’io colgo una sfumatura di accento meridionale che non è riuscita a togliere nonostante trenta o quarant’anni di spossanti tentativi per farsi accettare. "Lei non è di queste parti?", chiede crudelmente all’anziana sforzandosi di essere gentile. No, non lo è e lo dice con un sorriso rassegnato. La Liliana non aspettava altro: sta per andare all’attacco. "Lei non ha visto com’era prima la nostra città? Lei non c’era, certo. Oggi è irriconoscibile. Uno schifo. Com’era bella negli anni Settanta. Adesso peggiora ogni giorno". L’altra annuisce dietro un paio di occhiali da sole con lenti fucsia (li avrà rubati alla nipotina dodicenne), mentre i pochi capelli a permanente si agitano come un campo di piccole molle al vento. Confessa che allora stava a Bologna. Troppo poco. La Liliana si avventura in un dettagliato elogio dei bei tempi andati e finisce là dove voleva arrivare. "Ci vuole la bomba". L’anziana la guarda sorpresa, balbetta, dice a fatica che non capisce… "Una bomba. Bumm! Bisogna farli fuori tutti, questi extra. Guardi che non esco più di sera. E quando ero giovane ero sempre fuori. Non c’erano mica questi stranieri per le strade". Negli anni d'oro di Liliana, ce l'avevano con i meridionali, come l’anziana signora con le lenti fucsia. La Liliana l'avrebbe odiata. Oggi parla persino con lei. "Fa schifo tutto. Guardi come va il Comune. Un tempo si girava a meraviglia per le strade". L’anziana cerca di intervenire: "Ha ragione. In viale Amendola si fa fatica a girare a piedi". Intuisco che sta parlando del marciapiedi sempre più stretto per far posto ai parcheggi. La Liliana non capisce. Forse non ascolta. "Hanno permesso tutto e guarda come ci troviamo. Non si può". E batte le mani restando in ginocchio.



Arriva Cesare, un suo amico con il parrucchino biondo e il ciuffo. Subito dopo, ecco l’Ivonne, una sua coetanea che sembra scappata dal centro anziani. Guardo la Liliana: rispetto a loro, ha un fisico stranamente muscoloso e le tette sembrano sode. Ha l’aria tonica di chi va in palestra. Prenderà gli steroidi anche lei.
In un fiume di parole, prosegue il suo monologo con gli amici abbandonando l’anziana con le lenti fucsia. "Dicevo che non ci salviamo più..." E dopo una lunga tirata ricapitolativa, che gli amici devono sorbire zitti, arriva a parlare del figlio. "Quell’idiota. Gli dico tutti i giorni: ma fai domanda per andare in Australia! Cosa stai a fare qui in Italia? Va tutto a rotoli. Ho proprio un figlio scemo. E’ quasi caposala di ristorante e non mi ascolta. Ed è appena tornato da Rimini. Bravo, eh? Lo dicono tutti. Gli pago anche il viaggio e tutto per andare là. Niente". Cesare borbotta qualcosa che non posso sentire. "Mah, sta qua perché ha una donna. Una separata con un bambino", ammette perplessa con una voce talmente roca che rimbalza sulle pareti della trachea. La Liliana sa quanto sono labili i rapporti affettivi. E’ evidente che dell’Australia non sa un bel nulla, né c’è andata, ma parla da esperta di quella terra promessa: conosce i tempi dei visti di soggiorno. Mette a tacere Cesare: si è informata per quello scemo del figlio. Poi grida: "Ma cazzo, gli dico di andare là. Restaci. Non ti chiedo neanche di tornare in Italia. Se ti va restaci! Almeno prova! Niente". Affetta l'aria con un braccio. Cesare guarda altrove. L’Ivonne annuisce in silenzio. Ormai la Liliana è una furia. "Qui non si vive più. Non siamo più negli anni Sessanta e Settanta. Allora sì che si stava bene!" Faccio due calcoli: erano i suoi vent’anni. Certo che si stava bene a vent’anni in pieno boom economico, anche un cretino ci riusciva. Allora si scioperava per ottenere di più; oggi si tace, si subisce e si perde il lavoro. Mi chiedo però perché fa questo paragone ossessivamente.



Ivonne prende l’iniziativa nell’unico momento di silenzio. Parla di serate di danza e di ristoranti. Tutti e tre si mettono a elencare per filo e per segno bettole e balere che hanno frequentato nell’ultimo mese. Faceva freddo su in collina, l’altra sera; Cesare ha visto una donna con un giubbotto antivento e dire che siamo in pieno agosto. Ivonne ha messo il maglioncino per ballare al dancing Eden. La discussione si sposta su Marina. "Una donna ancora bella", spara la Liliana, "bella e fine". Ma dopo un attimo di cupo silenzio tuona la sua condanna capitale. "Peccato che balli a gambe aperte". Sono stupito: arrivo a intuire un’allusione sconcia d’altri tempi. Deve essere una faccenda scandalosa. Cesare e Ivonne tacciono per decenza. Loro la colgono bene; io no. "Aveva le gambe aperte, ve lo giuro. L’abbiamo notata stando a sedere. Tutta fine e poi questa volgarità… Dovrebbe correggersi". Chissà cosa faceva vedere. Forse ballava sugli specchi.
Ivonne cerca di raddrizzare il discorso: colgo dal suo tono di voce pacato che le piace una tale Caterina per come balla. "La vedo che si stringe ogni tanto al suo compagno. E’ tenera. Stanno così bene insieme". La Liliana tace e guarda altrove. Cesare le chiede dov’è Franco, suo marito. "Non so", taglia corto la Liliana. "L’ho visto qui davanti prima", dice Ivonne. Che sbaglio, tirare fuori questo argomento. La Liliana aggiusta la linea di tiro delle domande e fa fuoco a raffica. E le fa una dietro all’altra con una piccola pausa per lasciare il tempo di capire. Vuole sapere ogni dettaglio su suo marito. Meno male che non è un pubblico ministero. Che pena, quel poveraccio di Franco. Improvvisamente, la Liliana si irrigidisce e si sdraia sull’asciugamano. Finge di prendere il sole. Con la sua voce acre e rauca sentenzia: "Arriverà".
La guardo: le labbra si torcono di disgusto, come solo una grande attrice d'altri tempi sapeva fare. Ma la sua è una maschera rugosa in una montagna di chignon di capelli biondo cenere. Liliana, Liliana… Senza sosta, torna a parlare di balli, della sua gioventù, dei suoi vicini di tavolo al ristorante, del bis di tortelloni e gramigna… L’altra sera c’era anche Gianni Manzini. "Ricordi com’era bello negli anni Settanta con i suoi baffi? E dai!" Accidenti, lo conosco anch’io Gianni Manzini. Era un vicino di casa dei miei. Dicevano che era un playboy. Secondo me gli piaceva la figa e basta. Sua moglie era alta un metro e mezzo scarso, magra, con due poppe così, sempre imbronciata e tremante. Chissà quante ne ha passate. Come brillano adesso gli occhi della Liliana: riesumare quel nome, che non poteva trattenere più nel suo cuore, le provoca un sussulto! Chissà quanti e quali ricordi suscita di quegli anni felici, in cui tutto andava a meraviglia e nessuno pensava di fare una strage di immigrati o di mandare il figlio in Australia. Franco non era neppure all’orizzonte. Torno a guardare la Liliana. Mi pare di conoscerla da una vita ma non riesco a immaginarla giovane. Forse è proprio quella sua stucchevole aria giovanile che me lo impedisce. Peccato che non sappia rassegnarsi. Il suo vocione è un afflato che dalle sue cavernose viscere ha portato fuori il suo lato maschile nascosto in quegli anni lontani in cui volteggiava leggiadra e spensierata. Quel suo blaterare pieno di echi sinistri mi rimbomba nella testa. Basta. Ho preso troppo sole. Mi alzo di scatto; faccio su tutto. Addio, Liliana. Franco si prenderà cura di te. Mi guardo attorno sconsolato e noto la ragazza mora con le gambe lunghe. E dire che mi ero fermato per lei. Sta fumando, bagnata e prona sull'asciugamano. Scrive messaggi su Facebook con il suo Iphone. E’ assente nello spirito ma il culo lo mette bene in mostra. Si gira per buttare la cenere e i nostri sguardi si incrociano. Nessun fremito. Non ci apparteniamo. Peccato. Mi alzo e me ne vado. In sottofondo, la Liliana sta illustrando in dettaglio alcune località sarde di mare addentrandosi negli usi gastronomici sulla concia dei capretti, su come si scannano, si scuoiano, si frollano e si cuociono al girarrosto. Ormai mi è insopportabile ascoltarla.

Accelero. Mi trovo nel parcheggio. Tiro un sospiro di sollievo. Non la vedrò più. Poi provo un brivido e penso: sto lavorando per mantenere la pensione della Liliana… Mamma mia, ci vorrebbe un abbattimento selettivo dei pensionati come lei, proprio come si fa per i cinghiali in eccesso. Due colpi secchi, pam pam, e via. Come il tiro al piattello. Tanto il meglio l’ha già dato. Vedo arrivare un anziano. Lo riconosco subito senza conoscerlo: è Franco. Ha due gambette da merlo e uno sterno che preme contro la maglietta bianca dell’Avis. Ciuccia un ghiacciolo alla menta. Lo guardo entrare in piscina sventolando la borsa sportiva ormai logora. Oltrepassa la cassa. Mi giro e me ne vado.


                                   ***
                                      Questo racconto è frutto della mia fantasia
                                         Scritto a Modena per il Ferragosto 2012






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