lunedì 22 ottobre 2012



                              LO STRONZO



 Trangugiò un caffè, pagò la barista, lesse i titoli del giornale sportivo. Rispose a un fornitore infuriato. Doveva saldargli il conto dei materiali: duemila euro. Gli assicurò che il bonifico era stato fatto. C'era stato sicuramente un ritardo delle banche. Si sa come lavorano le banche; sono tutti farabutti nelle banche. Infilò il telefonino nella tasca dei pantaloni e palpeggiò un sacchettino. Entrò nel gabinetto del bar e tirò una striscia di cocaina. Poca poca. Solo quello che serviva per la serata. Si guardò allo specchiò. Stava sudando. Com'era gonfio! E che faccia pallida! Si aggiustò la camicia e la giacca e se ne andò. La casa era due numeri prima sullo stesso viale alberato. Si fermò davanti al portone e controllò il campanello. Fissò il videocitofono e guardò l'orologio. Era presto: la festa sarebbe iniziata tra un'ora. Ma andava bene così: era venuto prima apposta.
Si dice che in certi intensi momenti di attesa si fa una retrospettiva della propria vita. Gian Paolo Pinis la fece di volata. Due o tre secondi per ricordare che era diventato titolare di un'agenzia pubblicitaria perché si era "dato da fare". Cosa intendesse con quell'espressione, lo sapeva solo lui. Ne andava fiero, anche se la sua reputazione era piuttosto discutibile. Nell'ambiente era considerato uno sbruffone, un arrogante, un ciarlatano. Per i benevoli, era un cretino. Comunque, di soldi ne faceva, di auto ne cambiava e di donne ne rimorchiava. Il lavoro era il contorno per avere quelle tre cose.

Quando s'illuminò il videocitofono, si lasciò andare a uno dei suoi magici sorrisi. Era piccolo di statura ma bello, tonico e con due occhioni chiari; sapeva stregare con lo sguardo. Si sistemò il ciuffo passandolo tra le dita.

Alla porta lo attendeva una cameriera giovane. La squadrò: una rumena sui 25 anni. Buona per due colpi, pensò allegro. Si ricordò che non stava masticando il solito chewing gum; ecco perché si sentiva meno sicuro. Faceva lo stesso; anzi, meglio così. Doveva mantenere un contegno: stava per entrare in casa della Pelloni Rigati, una che contava in città. Si trovava lì per quello, mica per la festa: doveva strapparle l'esclusiva per le riprese di una pubblicità televisiva: quella tizia era legata a doppio filo con l'amministratore delegato dell'azienda committente. Che fossero soci e amanti, era un segreto di Pulcinella.

Lo fecero accomodare in una enorme sala arredata con gusto classico: pareti color rosa antico, poltrone e divani immersi in innumerevoli cuscini di velluto decorati di passamanerie, tavolo coperto di foto dentro cornici d'argento, bancone con decine di bottiglie di liquori, una tv grande e l'immancabile scaffale pieno dei soliti libri. Si girò sul cuscino del divano. Si sentiva scomodo: sprofondare gli dava l'ansia. Notò a una parete una mascella di squalo. Si alzò e andò a toccare i denti delle sei file rientranti compiacendosi del dolore che poteva provare la vittima. Si rassicurò: lo squalo era morto da tempo. Per terra, si trovava una antica cassapanca aperta con alcune raccapriccianti bambole di porcellana sedute a cavalcioni di una specie di scopa e una testa di pupo siciliano che spuntava da un telo con la lama di una scimitarra.

"Va spesso in vacanza in Sicilia?", chiese una voce rauca di donna alle sue spalle. No, non ci andava mai: Paolo Pinis la considerava un posto per terroni. Meglio Milano Marittima o Forte dei Marmi: lì c'è da divertirsi.

"Buonasera, signora", rispose affabile allungando la mano, "Guardavo quei burattini nella cassapanca".

La Pelloni Rigati si mise a ridere scoprendo le gengive. Era ancora una donna affascinante: magra, alta, bionda, solo un po' rugosa.

"E' chiaro che non conosce la Sicilia", gli disse invitandolo ad accomodarsi.

"E' arrivato con largo anticipo", aggiunse subito.

"Mi trovavo da queste parti per un appuntamento di lavoro", disse Pinis. "Se preferisce, torno dopo".

"Non c'è bisogno, prego", gli disse invitandolo a prendere un bicchiere d'acqua che la cameriera stava offrendo sul vassoio d'argento.

Offrire su un vassoio d'argento... Che meravigliosa espressione. Chissà se ci sarebbe stata anche l'occasione per convincerla a fargli avere il lavoro. Era arrivata l'occasione giusta. Come introdurre l'argomento? Avrebbe voluto una tangente? O magari era di quelli che vogliono fare gli onesti e si offendono a parlarne? Meglio arrivare al sodo o aspettare un attimo? Quante domande nella sua testa sovreccitata dalla droga! Con questi ricchi non si sa mai come comportarsi.
La Pelloni Rigati gli chiese gentilmente il nome: non poteva conoscere tutti gli invitati. No, il suo nome, doveva scusarla, non le diceva niente. Gli chiese come mai era invitato alla festa. Pinis evitò di dire che ne aveva sentito parlare da una sua conoscente che era stata realmente invitata ma che quella sera era rimasta a casa per un improvviso herpes gigante fiorito sul labbro. Si inventò di essere il ragazzo di quella sua conoscente che oltretutto non sopportava ma aveva un'aria perbene. In fondo, era una buona scusa; non avrebbe certo verificato sul momento. Finalmente, arrivò la domanda che aspettava: che lavoro faceva?

"Lavoro nella pubblicità", esordì mantenendo un attimo di attesa. "Ho iniziato come copywriter e adesso sono titolare di una casa di produzione di film per la pubblicità e la moda". Si gongolava. Mica le avrebbe detto che aveva solo due dipendenti che pagava saltuariamente solo per tacitarli, che era indietro di tre mesi nel pagamento dell'affitto dello studio e che metteva le mani in cassa falsando i bilanci.

"Un lavoro interessante. Conosce Tucci?"

"Di vista", le rispose rapido. Non sapeva chi fosse.

"Siamo molto amici. Ah, certo, lei è giovane e lui è uno di lungo corso. Pensi che ha iniziato con i Caroselli in tv. Lei non era neanche nato".

Pinis annuiva. Ogni volta allargava di più il suo magico sorriso per catturare quel poco di seduttivo che era rimasto in quella anziana sfiorita: vuoi mai che si risvegliasse in lei qualcosa.

Era il suo momento. Si sistemò e colse la palla al balzo.

"Oggi è un mondo difficile", le disse con sguardo inspirato. "Ci sono un sacco di cialtroni, sa? Cerco di fare il mio lavoro con scrupolo. E poi la crisi uccide il resto. Ogni giorno rischi di restare tagliato fuori dal lavoro, così", e soffiò sul palmo della mano guardandola. "Adesso, ad esempio, sto cercando di ottenere l'esclusiva su un progetto pubblicitario nazionale che riguarda il settore alimentare".

Fu fulminato dall'idea di non fare subito nomi: era più allusivo; non si sarebbe compromesso sfacciatamente. Le persone altolocate odiano i riferimenti diretti.

La Pelloni Rigati lo scrutò benevola. Forse aveva capito.

"Per me sarebbe un grande colpo avere quella esclusiva. Significherebbe creare un'agenzia grande e quindi dare lavoro a tante persone. Ai giovani, soprattutto; a quelli che hanno talento e merito".

Gli venne spontaneo mettersi la mano dentro il taschino della giacca accanto al cuore. Senti invece un freddo metallico: era lo specchietto. La cocaina stava facendo effetto.

"Certo, i giovani..." ripetè meditabonda l'altolocata signora. "Poveracci, mi fanno pena. Fa bene ad avere questi pensieri, sa? Bisogna aiutarli, questi giovani. E poi, giovani lo siamo stati tutti".

"Eh già", confermò Pinis spolverando i pantaloni.

"Anche se lei mi pare ancora così giovane...", gli disse la padrona di casa sorridendogli in un modo che a lui parve malizioso.

Una pantera matura, pensò Pinis: meglio lasciarla cuocere nel brodo delle sue illusioni; tutto sarebbe diventato più facile.
Parlarono ancora un po' di questo progetto e, un passo alla volta, le diede tutti gli elementi per arrivare a capire chi era il committente e che cosa poteva fare per lui.

Ma arrivati al culmine di questa presentazione, improvvisamente calò il silenzio tra di loro.

Dopo un minuto durato un'eternità, la Pellati Rigoni chiamò Katarina, la cameriera, e quando questa si presentò chiese all'ospite se voleva qualcosa da bere, Pinis rifiutò con tutta la cortesia che conosceva. Chiese piuttosto se poteva andare in bagno. Aveva ancora dieci minuti di vantaggio sugli ospiti. Temeva che arrivasse anche Righi, il suo concorrente che era dato per favorito per quella esclusiva. Non era una faccenda da poco: in ballo c'era un sacco di soldi. Un passo falso e tutto era perso. Meglio perciò ritirarsi un attimo e riflettere. Meglio una breve interruzione.

Si chiuse dentro al bagno. Sentì un silenzio irreale intorno a sé. Era un ambiente splendido ma dannatamente nudo: una stanza enorme tinteggiata di un colore pallido, una grande specchiera da lavabo, decine e decine di boccette di profumi tutte in fila e ogni genere di asciugamani in tinta. Il tutto dava un'idea di eleganza glaciale.

Era il caso di dare un'altra pippatina. Piccola piccola. Più piccola di quella precedente. Era per darsi un po' di tono. Si sistemò in ginocchio. Tirò fuori lo specchietto dalla tasca interna della giacca. Aprì il cellophane, preparò una riga e la tirò con la banconota sull'asse chiusa del water.

Non ebbe alcuna sensazione di benessere. Rimase deluso. Maledì il suo spacciatore. Mise via tutto e barcollando si tirò su.

Si guardò attorno di nuovo sistemandosi: doveva essere bello abitare in un ambiente così. Non era però così sicuro di questo pensiero. Un brivido lo scosse.

Alzò l'asse del water per pisciare. Quando ebbe finito, notò per caso che in mezzo alla sua pipì galleggiava un enorme stronzo. Si avvicinò per osservarlo. Un po' lo schifava, un po' lo incuriosiva.
Non era lungo, ma tozzo e fatto a "L": assomigliava a un calzino da bimbo. Chissà mai di chi era.

Tirò lo sciacquone.
Si chiuse i pantaloni e mentre stava abbassando l'asse rivide quella creatura mostruosa. Per forza era della Pellati Rigoni o del suo anziano amante, quello che doveva dargli il lavoro.

Lo stronzo galleggiava furiosamente in quel piccolo specchio d'acqua. Tirò di nuovo lo sciacquone. In quel momento sentì avvicinarsi qualcuno. Voleva spicciarsi ma la vaschetta faceva fatica a ricaricarsi: la sentiva singhiozzare. Premette due o tre volte, ma scendeva solo un piccolo rivolo d'acqua. Non bastava per scacciare quel mostro.

Doveva aspettare. La cocaina gli dava alla testa: si sentiva in paranoia. Si appoggiò al lavabo aspettando un po'. Si lavò la faccia, si sistemò i capelli, si asciugò. Tirò ancora lo sciacquone. Lo scroscio lo rassicurò. Ma quando guardò, il calzino marrone era al suo posto in mezzo all'acqua limpida.

Sentì bussare. Era la cameriera rumena; chiedeva se andava tutto bene. La signora lo aspettava.

Pinis prese un pezzo di carta igienica lunga e coprì lo stronzo. Ma l'acqua infradiciò subito la carta e il rilievo di quella cosa iniziò a sporgere con prepotenza. Tirò ancora lo sciacquone. Lo stronzo lottava disperatamente con il risucchio ma restava lì. Non voleva saperne di scomparire nel nulla, maledizione!

La cameriera bussò di nuovo. Si accorse allora di non averle risposto. La rassicurò. Disse che stava per uscire. Quella l'aveva già sentito due volte tirare lo sciacquone; poteva farlo ancora una volta, al massimo, poi che cosa le avrebbe raccontato?

Tirò ma la cascata d'acqua ancora una volta terminò mentre quella cosa galleggiava.

Bussarono di nuovo alla porta. La cameriera chiedeva se poteva lasciare il bagno. Gli sussurrò qualche frase: la signora ne aveva urgente bisogno; alla sua età non poteva fare tutte le scale e andare al piano di sopra.

"Va bene, esco subito", rispose a voce alta. Era preoccupato. Era lì per cercare una raccomandazione; non poteva finire invischiato in una storia di merda. Gli esplose una risata. Tornò serio subito. Si guardò allo specchio. Fissò il water attraverso lo specchio. Cosa doveva fare? Cosa avrebbe pensato quella tizia altolocata se avesse trovato lo stronzo? L'aveva fatto lei, Cristo santo!

La cameriera bussò impaziente.
"Eccomi!", urlò Pinis.
Aprì la porta di scatto. Stava per mangiare la faccia a quella servetta così insistente. Ma chi credeva di essere? Una pezzente venuta dall'Est, ecco cos'era. Lui era italiano e del nord; lei una mezza zingara. Una zoccola. E invece si trovò faccia a faccia con la Pelloni Rigati. Stemperò un sorriso affabile e sgusciò tra lei e lo stipite lasciandola passare. Non disse nulla.
Si voltò in tempo per vedere l'altolocata padrona di casa che rialzava lo sguardo dal water voltandosi stupita. Era chiaro che quella cosa mostruosa l'aveva fatta lei. Chi poteva essere stato, altrimenti? Lei, la Pelloni Rigati, l'amante del ricco industriale dal quale si aspettava il lavoro, si ripeteva per farsi forza, era l'autrice di quella creatura mostruosa. Un evento indicibile. Chi l'avrebbe detto? Una donna così fine, così educata. Aveva l'aria di una stitica. E adesso, eccola lì, che si sorprendeva. Pinis si aspettava che chiudesse la bocca e, passata la sorpresa, lo accusasse. Gli avrebbe dato del maiale.

Sudava. La guardava malinconico. La faccenda era partita bene; ora stava andando tutto storto. Lui cosa c'entrava?
"Non sono stato io", le disse allargando le braccia.

La Pelloni Rigati lo fissò. Quanta riprovazione nel suo sguardo!
"Ma a casa sua non tira l'acqua?", gli chiese seccata.

In quel momento si sentì entrare un'orda di gente. Saranno stati venti o trenta ospiti arrivati tutti in una volta.
"Non sono stato io", ripetè Pinis in bambola, mentre le voci chiassose e le risate si avvicinavano.

"E chi è stato, allora? Mi dica", chiese la padrona di casa.

Si voltò. Si guardò attorno. Cercava un barlume di salvezza.
"La sua cameriera", le disse liberandosi da un peso. "Ne sono certo, anche se ovviamente non l'ho vista. E' entrata prima di me", concluse ridacchiando. Ci voleva il chewing gum da masticare, maledizione.

"Katarina!", gridò l'anziana infuriata.

"Lasci stare", le disse sentendo crescere un fastidioso imbarazzo. "Parlatene dopo; adesso ci sono gli ospiti".

"E va bene", tuonò la Pelloni Rigati.

"Ci penso io, signora", suggerì Pinis con aria confidenziale avvicinandosi al water.

"No, lei vada fuori. Vada dagli ospiti. Voglio stare da sola", rispose la donna seccata. "Se è vero, la licenzio. La licenzio! E me ne frego se ha dei figli. Che figura!"

La porta sbattè; la chiave girò due volte.
Pinis era frastornato dall'accaduto. Mica gliene fregava qualcosa della cameriera rumena. Per lui, poteva anche andare a battere su un marciapiede. Gli bastava che la Pellati Rigoni ci credesse e quello spiacevole episodio non influisse sull'aiuto che gli poteva dare.

Fu risucchiato dalla festa.
Si fece largo tra la gente. Si sentiva un estraneo. Lo continuava a preoccupare l'idea che la padrona di casa fosse infuriata con lui. E poi non era riuscito a sapere cosa ne pensava; lo avrebbe aiutato?

"Ehi, Pinis, come va?", gli gridò una voce alle spalle dandogli una pacca forte sulla schiena. Si voltò. Era Renzi, un buontempone pieno di soldi al quale aveva scroccato due o tre serate al night club.

"Allora, che fine hai fatto? Come va con la crisi?"
Pinis si lasciò sprofondare in una poltrona. Era esausto.

"Sto a galla", disse.


Racconto di fantasia
scritto nell'ottobre 2012
I nomi dei personaggi
non hanno alcun legame
con la realtà

Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro

 

 

 

 

 

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