venerdì 22 marzo 2013











LA DONNA ORGASMO
racconto di Carlo Gregori *




 

 

Gli anni passano ma sembra ieri quando ho avuto il piacere di conoscere la Donna Orgasmo. Credo che si chiamasse Mariangela, ma lasciamo stare: la sua identità anagrafica ha poco a che fare con la storia che vi voglio raccontare. Era slanciata, bionda, sempre ben pettinata, tacchi alti, Mariangela. Indossava abiti adatti alla sua prestigiosa posizione nell'ufficio marketing di una famosa multinazionale che ha la sede italiana nella nostra città. La incontravo ogni giorno davanti all'ascensore o sul pianerottolo delle scale mentre scendeva di corsa e ci salutavamo sorridendo: la conoscevo da quando ero ragazzo ma solo di vista; frequentava un gruppo di ragazze di un altro liceo e la ricordo sullo sfondo. Ogni tanto, entrava nel negozio di mio padre per comperare un paio di scarpe da ginnastica, una maglietta o accordare la racchetta da tennis. Facevamo due chiacchiere su dove andare a ballare, tutto qui.

A vent'anni Mariangela non era proprio una Barbie; adesso che la incontravo all'ingresso del condominio, consideravo quanto tempo e denaro spendesse per assomigliare alla sua bambola preferita. Lo confesso, è un genere di donna che mi lascia indifferente: in fondo, passa gran parte della giornata a correr dietro alle riviste di moda che leggerò dal dentista. Una perfetta consumatrice, non c'è che dire, ma con poco fascino, forse una donna che ha spinto troppo oltre una sua idea di seduzione. E' una che la ostenta, ecco. Ha l'aria di saperla lunga, ma sai subito che dietro la recita di suo c'è poco. Aria fritta. E' uguale a milioni di altre. E' una che impara come va il mondo dai telefilm per signore americane. Insomma, per me Mariangela era solo una vicina anonima che catalogavo come "possibile amica"; talmente possibile che non le ho mai offerto neanche un bicchiere d'acqua. Mia moglie la salutava appena, incontrandola; doveva pensare ai ragazzi che si rincorrevano o tardavano sulle scale, mica al suo look. Credo che per lei quella vicina fosse una anonima tizia coperta di griffe o poco più. Nel condominio nessuno faceva commenti su di lei. Neppure una parola sconcia.


 

Ma ecco che un giorno Mariangela entra dal portone con il fratello di una mia conoscente: lo conosco appena, avrà sì e no trentacinque anni, rampollo di buona famiglia, un professorino universitario che si dà delle arie, di quelli che ti viene voglia di schiaffeggiare per dargli il buongiorno. Lo  vedo che avanza tutto impettito parlando di non so che, non mi riconosce oppure finge e va a finire che tiriamo dritto senza salutarci. Lei è tutta occhi persi e sorriso inebetito. Tra i due sta per nascere una relazione, è chiaro. Nei giorni successivi li sento salire e scendere in ascensore mentre ridono, parlano e si divertono. Beati loro, non hanno due figli piccoli.


Poi una sera di fine maggio - quando fa caldo, dalle foglie si sprigionano resine inebrianti e le vecchiette tornano dal rosario - dalla finestra aperta della mia cucina sento le loro risate sguaiate. Parlano con la bocca impastata. Cade un bicchiere. Lui chiama il cane di Mariangela ma quello non risponde e Mariangela gli dice di smetterla gridando e ridendo. Sono già ubriachi all'aperitivo.


Verso mezzanotte, sopra la mia camera da letto parte l'espresso per Yuma. Gnic, gnic! Pim, pom! Sento sbattere contro il muro la ferraglia della testiera d'ottone del letto. Botte assestate sempre più ritmicamente. Ciuf ciuf! Il treno dell'amore è in partenza... Io e mia moglie ci alziamo e ridiamo. Sentiamo Mariangela urlare. Sono grida forsennate di piacere. Chiede di averne di più, di più, ancora di più. Soffochiamo dalle risate. Vado a vedere: i ragazzi dormono; torno di corsa, non voglio perdermi niente. Quando arrivo, il treno parte a piena corsa nelle notti del West con ululati da coyote che riecheggiano in tutto il cortile. Guardiamo fuori: si accende una luce nella casa di fianco, poi un'altra. Un vicino si sporge dalla finestra. Sento qualcuno parlare sommessamente al piano di sotto nella scala accanto. Intanto, l'espresso di Mariangela va a tutto vapore: l'ottone fa scintille, ormai gridano all'unisono. Sì sì, dai dai!


Siamo nella sala macchine dell'amore. Io e mia moglie ridiamo come pazzi.

"Ci danno dentro, eh?", mi fa strizzando l'occhio.

L'invidia ci rode, va bene, ma tutto questo è davvero troppo.

"Fanno baccano", mi dice con la sua solita parsimonia di giudizio; intanto, la stanza è diventata una Wunderkammer di suoni erotici.

Capiamo che siamo alla scena finale. Lei urla impazzita come una baccante che fa a pezzi il bell'Orfeo e lui la segue incitandola a gran voce, suggerendo dove trarre più piacere, dandole improvvisi ordini imperiosi. Ed ecco che un lungo lamento liberatorio annuncia che il treno è arrivato in stazione. La testiera del letto batte piano, rallenta, si ferma. "Stazione di Yuma, si cambia per Tucson"...


Si odono voci, passi diretti verso il bagno, acqua che scola nelle tubature.
Mia moglie ride ancora come una pazza. Torniamo a letto e ci riaddormentiamo. E' solo un'illusione: nel cuore della notte sentiamo rimettersi in moto la maledetta locomotiva erotica. Gnic, gnic! Pim, pom! Accendo la luce e guardo la sveglia: sono le 4 di mattina. Ma come? Non si può... Ora Mariangela non perde più tempo in convenevoli: passa qualche minuto e già grida come un'ossessa nelle mani di un carnefice guidato da un pio frate inquisitore.

"Ancora, ancora!", implora.

La starà sventrando... Le urla senza pace crescono fino a un'esplosione: c'è da giurare che il professorino le ha tagliato i garretti di quelle gambe lunghe e ossute e la sta scorticando viva come si faceva con le rane da friggere. La parete ondeggia con loro, i piedi del loro letto gniccano e gnaccano, il soffitto potrebbe cedere. Lui urla rabbioso di girarsi. Pausa e poi via di nuovo verso l'abisso dell'amore. Ormai il loro congiungimento carnale ci è noto in ogni minimo dettaglio: lo seguiamo in diretta audio, come un partita della nazionale alla radio. Nulla ci è nascosto tra le loro parole, tanto meno un'accurata descrizione delle cavità della nostra esperta di marketing che lei stessa fornisce al vicinato con mozziconi di oscene parole gettati al vento e al buio dalla finestra aperta. Il treno termina in fretta la sua corsa per Yuma e torna la quiete nell'universo mondo avvolto dal buio.


Mia moglie ride ancora, ma meno di qualche ora prima. Ci alziamo preoccupati: siamo all'inizio di una relazione; che ne sarà di noi? Andranno avanti così tutte le notti, per anni e anni?

 

 

E' prima mattina e siamo stanchi; i nostri figli ci fanno domande sul rumore della notte scorsa. Chissà cos'hanno capito. Fingiamo che non sia accaduto nulla. Ma alla sera, spegniamo la luce e poco dopo, quando il sonno ormai ci prende, all'improvviso ripiombiamo nella stessa situazione. Mia moglie accende la luce e ascolta. Mette la testa fuori dalla finestra. Ci guardiamo perplessi su cosa fare. Decidiamo di sopportare in silenzio, come gli altri vicini.

"Eh già, ma i vicini mica stanno sotto la loro camera da letto!", esclamo picchiando il cuscino.

Lei mi invita ad avere pazienza: si stancheranno, forse capiranno di dare fastidio... E mentre parla le sue parole sono già coperte dalle grida selvagge della Donna Orgasmo. Mariangela, l'esperta di marketing in tailleur, ha cambiato pelle, sta vivendo una stagione di insaziabili piaceri che deve far conoscere a tutti: le sarà capitato così poche volte che vuole certificarlo a voce. Non ci risparmia niente, neanche le invocazioni all'Altissimo frammiste a grida primordiali; intanto, io e mia moglie la incitiamo a giungere al momento supremo così la farà finita per qualche ora.

 



I giorni successivi, io e mia moglie siamo ancor più preoccupati. Ma lei insiste e mi invita ad avere pazienza, a lasciar correre: non è niente di grave, sono solo due che scopano duro.

"Cristo santo, devo pure dormire di notte!", esclamo. "Mica devo sorbirmi tutti i suoi orgasmi".

Mia moglie mi spiega che è una sana attività che dovremmo rinvigorire anche noi.

"Mi fa passare la voglia", ringhio.

Sì, è tutto così esagerato: troppo chiasso, troppe urla. E' una sceneggiata patetica, quella di una donna vicina alla mezza età che vuole godere in modo invadente per sentirsi più giovane. E poi tutto questo teatro... Sembra di essere accanto al set di un film porno. Possibile che non se ne accorgano? Che urla esagerate, nessuno fa così ogni volta, mai saputo; neanche lei, mia moglie... Sono i primi tempi, dice lei, sono arrapati, hanno preso la faccenda a cuore, magari sono innamorati... Mia moglie mi fa saltare la mosca al naso: sempre a giustificarli... Pare che stia dalla loro parte. Perché non va su a reggere il moccolo a quei due avvinghiati? Oppure Mariangela inscena davvero un personalissimo film porno?

Non vorrei mai che a mia moglie venissero strane idee...

 Il giorno dopo incontro la padrona di casa e mi chiede se tutto è a posto. Ha ricevuto qualche lamentela per dei rumori notturni: ne so niente? Cerco di spiegarle garbatamente che Mariangela mi ha tolto il sonno da quando ha trovato un fidanzato. Lei sorride e con sguardo materno mi dice che bisogna portare pazienza. Già, di pazienza ce ne vuole in forti dosi, anche con chi la chiede agli altri.


Ma ecco che una settimana dopo, in una calda notte di giugno, a finestre aperte i due si congiungono e riapre il loro circo dell'amore, che è anche la nostra cella di tortura: cosa ci riserveranno subito, mugugni, grida? Lui deve averla presa da dietro, la scuote: si sentono colpi secchi; l'ottone del letto sbatte, pam pam!, pare forgiato dal colpo del fabbro; lei urla fortissimo implorando di far piano, di non spingere troppo. Mia moglie si rigira nel letto imprecando. Ci siamo: in quell'alcova esposta ai quattro venti sono entrati in una nuova fase di intimità. Ci fa piacere per loro, ora che lo sappiamo tutti nel quartiere.

Sono le 4.40, porca miseria. Mia moglie accende la luce, si mette una felpa e dei jeans e sale le scale in fretta. Quando fa così c'è da temere il peggio. La sento suonare il campanello. Dio mio, no, non farlo, cara! Ha perso le staffe; è una tigre. La raggiungo, sento che Mariangela chiede chi è; la vittima è ancora barricata in casa. Mia moglie si presenta, ha una voce affabile. L'altra apre la porta e resta sulla soglia osservandola sorpresa. Scatta il tranello. Vedo mia moglie salutarla sorridente, subito dopo allunga la mano, la afferra per la maglietta, la tira a sé. Sono faccia a faccia, santo cielo! Mia moglie la guarda negli occhi incenerendola.

"Se provi ancora ad aprire quella fogna di bocca a quest'ora, ti spacco la faccia. Scopa piano, per favore", le dice.

Le dà un colpetto sotto il mento, la getta all'indietro contro lo stipite, si gira e vedendomi mi fa cenno di scendere. Accidenti, che donna! Mariangela, incredula, si risolleva e chiude in fretta la porta.

La mattina dopo incontro la Donna Orgasmo in strada davanti al portone insieme al suo cane e al suo ganzo. Lo squadro: un tipo normale con un'aria da fricchettone chic in giacca e cravatta: gli piace il New York style, al professorino. Passano i secondi avvolti in un pesante silenzio; non ricordo di essere stato più imbarazzato di quel momento.


"Tua moglie non si deve più permettere di suonare il mio campanello", mi fa la Donna Orgasmo inferocita. Epperforza, bella mia: ti ha interrotto il magico orgasmo dei sette chakra... Adesso tocca a me subire le tue paturnie.

"Senti, è una faccenda imbarazzante. Volevo parlartene", provo a dirle. Ma quella mi copre di offese, mi impedisce di parlare.

"Credi che sia facile spiegarti che ti sente tutto il quartiere?", le chiedo spalancando le braccia.

La Donna Orgasmo, ormai forte del suo potenziale cosmico, mi guarda strafottente. Strattona la catena del cane che guaisce. La sua è una indignazione titanica, l'indignazione di una donna superiore a tutto, anche all'eventuale fastidio provocato dalle sue grida di piacere.

"Me ne fotto degli altri. Faccio quello che mi pare, capito?" E' tutto quello che ha da dire.


Sì, sì, capito, bella. Facciamo la collezione di audio e video poi la mandiamo a Rocco Siffredi, magari ti paga meglio che a studiare quanta gente consuma i tuoi fetidi prodotti.


E invece dico solo: "Potrei dirti lo stesso, ma siamo tra persone civili". Provo malinconia per i tanti anni da lei inutilmente trascorsi in questo mondo.

Sto organizzandomi per risponderle nell'ambito di rapporti condominiali, quando si fa paonazza, guarda il suo amato e mi copre di insulti chiamando mia moglie "quella vacca". Quella vacca? Proprio lei! E' il bue che dà del cornuto all'asino, è l'asino che ride delle orecchie del cavallo...

E giù ancora: "Quella vacca deve smetterla, chi crede di essere? Anche voi, che fate i santerelli, anche voi vi sento quando scopate. Solo che lo fate poco. Vi facciamo morire di invidia, vero?" E lancia un'occhiata compiaciuta al professorino imbarazzato.

Certo, le tue urla sono eccitanti da morire, Donna Orgasmo, ma non lo dirò proprio per farti dispetto...


 La guardo assorto, provo compassione per una persona che ha tardivamente conosciuto i piaceri della carne e non sa misurarli. Mi ricorda certi svedesi che in vacanza tracannano una bottiglia di vino e cadono in coma etilico. Poveretta, quanti orgasmi persi per godere di questi. Guardo lui, il suo mandrillo. Non capisco, forse è davvero ben attrezzato oppure è solo uno qualsiasi che si impegna; ma è poi così importante? Oh, il professorino è irrequieto! Si sistema la borsa a tracolla, guarda il cellulare: vuoi mai che arrivi adesso una telefonata salvifica da tanto imbarazzo? La Donna Orgasmo prosegue nella sua piazzata ma lascia indifferenti i passanti: non possono capire le sue lamentele. La prenderanno per matta: io e e il suo professorino siamo immobili, assenti. Fa tutto lei ma non si placa, anzi si ricarica di continue nuove energie vitali liberate dal clitoride.

 Mi hai stancato, ti saluto, me ne vado...

 Mi chiama indietro. Non ho tempo di scusarmi, ho fretta, porca miseria: mi aspetta il Presidente della Repubblica... E' che non posso tenere a freno tanta maleducazione, arroganza e autoindulgenza che tracimano dalla sua bocca. Non ho abbastanza energie per affrontare tutta la furia della Donna Orgasmo. Li lascio soli, senza spettatori.



 

Finisce così. Quei due recitano ancora per qualche mese, mentre il vicinato sopporta i loro viaggi sull'espresso di mezzanotte. Poi il copione arriva all'ultimo atto e si lasciano. Non ci vuole una cima: il professorino se l'è svignata. Finalmente torniamo a ronfare sereni. La Donna Orgasmo è svanita, nella sua casa tutto tace. Ogni tanto la incontro in ascensore o sulle scale con il volto coperto da foulard o sciarpe. Occhi gonfi, guance gonfie, pallore, le vene delle mani che sporgono e pulsano. E poi quel passo sciancato e timoroso sui tacchi piegati, un gradino alla volta... L'occhio fisso sul cellulare che appare e scompare nervosamente nella mano... Non saluta nessuno. E' in lutto. Il suo sguardo ostile mi fulmina: scommetto che mi considera la causa della rovina di tanto mirabile amore. Entra in casa sbattendo la porta. Pam! Ci odia tutti ma tace, soffre in silenzio: è stata abbandonata. Vengo a sapere dalla barista che lui è scappato con una sua studentessa.

Molto tempo dopo, l'estate è già esplosa e gira voce che la Donna Orgasmo ha iniziato una nuova relazione. Sono notizie da far tremare i polsi. Una sera porta a casa il nuovo amore, un giovane vestito da agente immobiliare. Fa buio e si riapre la finestra con recita a soggetto: grida richieste sconce, imprecazioni blasfeme, ringhia, urla di piacere, ululati, ma il suo amante tace: non si sente la sua voce. Accidenti, la Donna Orgasmo ha perso lo smalto di un tempo.

Il giorno dopo è già scritto sui muri: la Donna Orgasmo è destinata a rimanere nuovamente sola, abbandonata anche da quel giovane silenzioso. Mi fa tenerezza, ma non ho tempo per la compassione: devo sbrigarmi. Ci sono tanti scatoloni ancora da riempire e salto da una stanza all'altra istruendo i miei figli su come aiutarci. Abbiamo solo cinque giorni prima del trasloco. Non mi pare vero dopo tutto quello che è successo: stiamo lasciando quella casa vuota proprio quando la Donna Orgasmo non ha nessuno con cui urlare a squarciagola. Peccato.


Modena, febbraio-marzo 2013

I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia.

* Questo racconto non è autobiografico
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Foto: François BenvenisteParis, France






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