MONTECORVO
racconto gotico di Carlo Gregori
già pubblicato su "L'Aperitivo Italiano" nr 55 dicembre 2011
Siamo stati fregati. Lo capisco all’ultima curva della strada che da Coscogno porta a Montecorvo. Dal seggiolino del bus, già le prime case sparse mi appaiono squallide. E osservando da lontano la forma sinistra di quel paese giallino e bianco sporco, piantato tra i campi di una vallata soffocata dalle montagne e chiuso tra le colline franate, penso che non sia certo quella la meta estiva dei ricchi modenesi dipinta dall’agente di viaggio, quando ci ha convinti a comperare il biglietto. Quel bastardo ci ha venduto la speranza di trovare un buon lavoro. Siamo finiti in un pasticcio.
Passiamo accanto a case che cadono a pezzi. A fianco, ci sfilano facce deluse. Montecorvo è un grande paese spettrale. Il bus si ferma all’albergo Ori poco prima della piazza centrale. Alla reception foderata di legno alla tirolese, una vecchia con uno sguardo allucinato, i capelli arruffati e la voce graffiante prende documenti e allunga chiavi tra la calca di noi giovani, appena scesi dal bus. La vecchia gode nel vedere quella gente sudata, stanca e preoccupata. Ogni tanto urla per abbassare il brusio. Tra la gente che preme, ci siamo noi: io ho 25 anni, mia moglie Chiara 19. Cerchiamo tutti disperatamente un lavoro. Sarebbe bello se ci assumesse una famiglia di ricchi.
Ci sistemano in una camera con altri quattro. C’è una coppia di coetanei: lui piccolo, muscoloso e cupo, lei una biondina magra dall’aria svagata con un piccolo cane che la segue ovunque. Le altre due sono amiche in cerca di fortuna. La stanza è piena di mobilio vecchio. C’è un solo armadio per tutti.
Una delle due ragazze, Betty, piccola e castana, ha un’aria sgraziata. Potrebbe avere trent’anni. Gira per la stanza timidamente, mentre sistema le sue quattro cose. Ha già litigato con la figlia della padrona. Si sono beccate lungo le scale. Chissà che diavolo è successo. Adesso la figlia della padrona le toglie l’acqua calda appena lei entra in bagno: gira una rotella esterna e ride. Ride come una cretina. Per lei è un gioco. Betty diventa matta. E’ in bagno e la sento gridare di smetterla, di riaprire subito. Noi cinque svuotiamo le valigie con calma. Sottovoce, io e Chiara ci chiediamo cosa diavolo facciamo qui. Questa è la fine del mondo. E’ il circo dell’apocalisse. Mi sento soffocare in questa stanza lungo una strada tra le montagne chiuse.
E’ sera e, nonostante l’aria fresca, io e Chiara usciamo. In strada notiamo case abbandonate. Le facciate sono decorate da finestre con vetri spaccati, intonaci marci dipinti innumerevoli volte e ormai crepati. Qualcuno ha pitturato di verde acceso una parete scrostata; qualcun altro ha creato un osceno balcone sventrando una stanza e distruggendo la parete esterna a modo suo. L’unica chiesa è chiusa con una catena fatta passare più volte tra le maniglie delle due ante d’ingresso.
Per le strade di Montecorvo, alle nove di sera, non gira più nessuno. I marciapiedi sono illuminati da una luce fioca. A volte i lampioni non funzionano proprio. Le donne camminano a passo veloce. Vedo solo anziani seduti addosso ai muri che ci osservano distratti.
Nel bar centrale la gente si affolla e beve grappe da poco. Guardo la bottiglia senza etichetta lasciata sul bancone: è acquavite fatta illegalmente dai contadini del posto. Te la servono di nascosto. Dicono che è buona, meglio di quella industriale. Quando te la dà per la prima volta, il barista prima ti guarda e se ti allontani ti segue con la coda dell’occhio. Quel barista teme la polizia, anche se la polizia lo protegge. Ma qui la polizia non c’è. La gente beve scolandosi un bicchierino dopo l’altro. Anche i giovani, noi, quelli del pullman di oggi, beviamo grappa. L’odore di aliti pesanti stagna tra il calore. Le sbornie trasudano dalla pelle. Il soffitto è tappezzato di neon gialli e la luce del bar mi sfarfalla negli occhi fastidiosa. I tavoli sono sporchi, con i bordi mangiati; sembrano rubati a una scuola del paese. Forse è così: Montecorvo non è un posto per bambini.
Dopo la piazza ci sono altri due alberghi e con Chiara decidiamo di visitarli, per capire come sono. Magari sono topaie come il nostro, l’hotel Ori. Ci facciamo coraggio ed entriamo nel primo, dove finisce il paese e una stradina si inerpica su una collina verso Mocogno. La vista del paesaggio è chiusa e la poca luce riflette l’opacità della terra franata che scende dal costone ripido. Quell’albergo è poverissimo. Non può che essere disabitato. In quella locanda si rifugeranno morti di fame. Solo ad avvicinarsi si annusa puzzo di stantio. La luce è buia, dentro: non si riesce a vedere nessuno. Il secondo albergo, in centro, si presenta bene. Forse i ricchi stanno qui. Nell’ampio salone del ristorante, non incontriamo nessuno. Tutte le sedie sono accatastate sui tavoli nonostante sia l’ora di cena. Solo un tavolo è apparecchiato e ben illuminato da una lampada applique a forma di goccia. E’ apparecchiato per un coperto singolo. Sentiamo passi: riconosco subito la sagoma dell’autista del bus.
Di sera a Montecorvo fa freddo, anche a maggio. Torniamo all’albergo Ori. In camera troviamo tutti e quattro. Mi sento soffocare dal calore umano. Betty entra subito dopo di noi urlando. Piange, si dispera, balbetta pezzi di parole rivolte alla sua amica. Intanto, la figlia della padrona se la ride davanti all’uscio. Betty le urla di riaprire l’acqua calda. L’amica non l’ascolta neanche: sta sistemando il beauty case. Il giovane sposo è seduto sul bordo del letto e guarda nel vuoto. Lei è appena tornata col cagnolino. Siamo tutti qui, intrappolati in una stanza. Siamo tutti venuti per cercare un lavoro. Di questi tempi a Modena si fa la fame.
Mezz’ora dopo, Betty spalanca la porta e urla di riaprire l’acqua calda. Non ne posso più della loro pantomina. Io e Chiara ci guardiamo. So che la pensa come me. E’ bello sentire le stesse cose: è proprio mia moglie. Lei prepara le valigie senza dare nell’occhio. Dobbiamo scappare o non usciremo vivi di qui. L’aiuto e in un momento di distrazione sgusciamo fuori dalla camera. Ci sfiora la figlia della padrona. Ride coprendosi la bocca. La guardo un attimo: è una maschera mostruosa, un inno osceno al lato oscuro della gioventù. Dietro le dita vedo i denti sformati. Sento Betty che piange. Per fortuna è chiusa in bagno. Passo accanto alla sua aguzzina. Le prendo la testa e d’istinto la sbatto con forza contro una mensola sopra il termosifone. Sento la faccia che preme un attimo e poi non fa più resistenza. Sulle mattonelle a scacchi marroni e gialli cade un filo di sangue denso. La pazza cade tramortita sulle mattonelle a scacchi. Le afferro i capelli e le sussurro nell’orecchio di non provare a guardarmi. Troviamo la reception vuota. La vecchia strega è in un’altra stanza a guardare la tv: sento il rumore di gente che applaude. Giro il bancone, frugo nel cassetto, prendo i nostri documenti e, spicciandomi, dal registro cancello col bianchetto i nostri dati scritti in stampatello. Ci vuole troppo tempo. Strappo il foglio e lo metto in tasca.
Usciamo. Fuori è buio. Una pattuglia della polizia è ferma davanti al bar. Davanti a tutti, gli agenti stanno picchiando duramente qualche ubriaco. Anche da noi in città le forze dell’ordine si vedono solo in queste occasioni.
Siamo ben vestiti e teniamo la valigia nel buio: cosa possono dirci? Passeggiamo tranquilli verso l’altro albergo. Mentre camminiamo parlo del mio piano a Chiara. È l’unico modo per salvarci: o così o la galera; se non facciamo niente, ci aspettano solo fame e disperazione.
Nel salone dell’albergo, appoggio la valigia e me ne vado. Chiara chiama il padrone ma non risponde nessuno. La vedo socializzare con l’autista del bus. So bene cosa sta per fare. Si metterà a sedere fingendo di attendere un tavolo per la cena. Attaccherà bottone. Deve ubriacare l’autista. E’ simpatica, Chiara; ci riuscirà.
Dopo due ore torno e la vedo fare un segno dalla finestra della stanza. Scende alla chetichella e dal retro mi allunga la divisa da autista con le chiavi del bus. Le avevo detto per scherzo che quella divisa blu mi sarebbe stata a pennello: occhio e croce siamo della stessa taglia, io e l’autista. Indosso il completo blu ma le maniche sono corte e sotto non ho neppure la camicia. Chi se ne frega: ci ridiamo sopra. Torniamo in centro e intorno all’una, quando ormai tutti vanno a letto, saliamo sul bus, lo mettiamo in moto, mi sistemo il cappello e ce ne andiamo.
Siamo felici. Ridiamo forte, così non ci copre il rumore del motore. Ci diamo pacche sulle spalle. Faccio fatica a guidare quel bestione: sono teso, ho paura di uscire di strada. Dopo qualche chilometro, mi fermo nello spiazzo di un’officina chiusa e guardiamo le cartine. Decidiamo dove andare. Al mare: siamo d’accordo. Lì si trova lavoro, ci sono molti hotel. Né io né Chiara siamo mai stati al mare. I miei ci andavano, quando l’Italia era ancora un Paese ricco. Io no. So come è fatto, certo: ci va la gente ricca in vacanza e le città di mare sono piene di alberghi e ristoranti. Ho visto delle foto e dei film in tv. Chiara propone Rimini. E’ un posto famoso; dicono che è tutto un albergo e un bar. Trovo una mappa della Toscana. Io no, non voglio andare a Rimini. Meglio provare a Rivetto. Chiara non sa dov’è. E’ in provincia di Reggio Emilia. Impossibile, dice lei, Reggio Emilia non ha il mare. Invece sì. Fa lo stesso se mi manda a quel paese: io insisto. A casa mi avevano raccontato la storia di quel paesino segreto sul mar Tirreno. Sulle carte quella baia non è segnata ma si trova sopra Forte dei Marmi, un paese per miliardari. Solo i reggiani sanno dell’esistenza di quella spiaggia. Si raggiunge solo da un piccolo passo attraverso le Alpi Apuane, dietro Carrara. Mio nonno c’era andato con gli amici. A Rivetto c’è un albergo inglese antico. Possiamo provare, dai. Col pullman?, chiede Chiara perplessa. Col pullman, certo. Le mostro le carte. Studiamo un attimo le strade, ma non ne sappiamo niente. Nessuno dei due ha mai fatto un viaggio del genere soprattutto guidando un mezzo così grosso. Che importa? La frittata è fatta. Messi così, tanto vale rischiare; se no, ci mettono in galera. Oppure dobbiamo abbandonare il bus e tornare a Montecorvo a piedi? In quella topaia con Betty, la sua amica, quella del cagnetto e il marito depresso? No, non se ne parla proprio.
Guido piano. Siamo circondati dal buio fitto e dalla nebbia. Più sono ansioso nell’affrontare ogni curva e più mi sento sicuro: questa coltre bianca ci rende invisibili. Dopo qualche discesa a tornante e passato un ponte, la strada si inerpica lungo un percorso tortuoso verso un paesone della montagna reggiana, Villa Minozzo. Presto ci arriveremo. Chiara guarda la carta e mi dice di passarlo. Ce ne saranno altri lungo la strada. Potremmo fermarci a Ligonchio, passare le Alpi Apuane e infilarci nella stretta Gola del Foionco per andare a Rivetto. Lei parla, io ascolto e guido: non so nulla di quei posti. Passato qualche chilometro entriamo a Villa Minozzo. E’ diverso da Montecorvo: qui la gente sta bene. Chiara osserva le case stupita. Anch’io provo la stessa sensazione. Qualche chilometro dopo quel paese, ci mettiamo a parlare di Montecorvo. Quel figlio di puttana dell’agente di viaggio che ci aveva venduto i biglietti, le promesse di lavoro e tutti quei soldi buttati via... Tornerò a Modena e lo concerò per le feste. Se potessi darei fuoco alla sua agenzia. Avevamo davvero creduto di cambiare vita. A Montecorvo finiscono i relitti umani di Modena. E’ una discarica per giovani disoccupati. Chiara mi fa notare che però gli unici giovani erano quelli appena arrivati con noi. In paese vivono vecchi e poveracci. Dove finiscono i giovani in cerca di lavoro? E dire che ne arriveranno di continuo. Non capisco. Riesco a intuire qualcosa di sinistro, ma smetto subito di pensarci: sento la nausea, mi fa paura. Anche noi siamo finiti lì. Che ne sarebbe stato di noi una volta finiti i nostri pochi soldi e senza niente da fare? Abbiamo fatto bene a scappare col bus. Lei dice che se ci prendono, ci ammazzano di botte – i bus oggi sono rari – ma fa lo stesso, ci abbiamo provato. Parliamo ancora di quelle facce decrepite. Ricordo delle finestre spaccate. Sono grandi, gli infissi; ci sono ovunque schegge colorate male. Sento la puzza di pattume nonostante la primavera. Rivedo lo squallore dello stradone centrale, lungo, male illuminato, con qualche vecchia insegna al neon e poche luci. Montecorvo era la nostra stazione finale. Dove saremmo andati senza soldi? Che fine faranno Betty e la sua amica quando dovranno saldare il conto all’albergo Ori dopo le due settimane già pagate? Betty non sentirà neppure più le risate della figlia della padrona. Sarà già pazza. La abbandoneranno. Che fine faranno la donna col cagnolino, il suo uomo chino sul letto? Dove sono finiti quelli arrivati coi bus precedenti?
Noi siamo qui, sul bus che fila via, e ridiamo. Per ora ci va bene. Ogni tanto il motore strappa. E’ normale: l’autobus avrà almeno vent’anni. Piuttosto che fermarci lo spacco, questo motore.
E’ l’ora più buia. Sento le ossa fragili e la pelle si raggrinzisce, ma continuo a guidare. Mi drizzo sul sedile. Mi prendono i brividi. Mi sembra di morire. Il mondo è vuoto e buio, a quest’ora. Accendo la radio. Meglio abbassare il volume. L’indomani a Montecorvo avrei cercato un lavoro che non c’era. Mi sarei sbattuto qua e là. Mi avrebbero riso in faccia, a Montecorvo. Mi avrebbero gridato di tornare in città. Abbiamo fatto bene a scappare. E’ brutto diventare lo zimbello dei poveracci e dei vecchi.
Improvvisamente si apre il cielo e si schiarisce. L’alba avanza dietro di noi. Vedo perfettamente davanti a me le Alpi Apuane. Le punte bianche di marmo sono illuminate su uno sfondo rosa e riflettono raggi verso l’alto. Che spettacolo! E’ quanto mi basta per dare un senso alla mia vita.
Dopo un po’ vedo un bar col distributore. Per fortuna il gasolio non ci manca: l’autista aveva fatto il pieno a Pavullo. Fermo il bus, scendiamo per fare colazione. Frugo in tasca: riesco a pagare un panino e un caffè. Chiara ordina di tutto. Mi allunga una brioche calda. La guardo stupito. Fa cenno e sotto il bancone sventola qualche piccola banconota. Ha rubato i soldi all’autista. Il barista li prende e non fa storie. Non sa neppure del bus. E’ un posto per miserabili come noi, quel locale. Saliamo sul bus e guardiamo la strada per la Gola del Foionco: Rivetto è a trenta chilometri. Chiara mi mostra che sulla mappa Montecorvo è appena segnato. Possibile? Prima non l’avevamo notato. Guardo attentamente: è così. C’erano migliaia di disperati, vagabondi, pazzi, depressi, esaltati, disoccupati entusiasti come noi. Io li ho visti. Ma sulla carta non c’è nulla di tutto questo, a parte un incrocio e tre case…
Abbiamo appena passato la Gola del Foionco, una stretta strada dove l’uomo non è mai stato di casa; adesso che siamo in pianura il bus ci porta diretti verso il mare. Siamo entrati nell’angolo segreto della provincia di Reggio Emilia vicino alla Versilia. Eccoci nella terra delle vacanze riservate ai ricchi, un luogo che neppure è segnato sulle carte geografiche. Speriamo bene…
E’ pieno giorno, il sole splende e vedo davanti a me il mare. E’ la prima volta che lo vedo davvero. Anche se è stretto tra i monti, lo riconosco là in fondo, lontano. Così azzurro, lo scambio per il cielo. Rido. Batto le mani, picchio il volante del bus. Chiara freme. Il mare, che meraviglia. Ci siamo, dai!
Arriviamo vicino a Rivetto. Anche se piccolissimo, il paese appare ancora lontano, tutto spostato sulla destra. Davanti a noi in mezzo alla baia si stende una spiaggia meravigliosa, tutta coperta di sabbia chiara. Parcheggiamo il bus dietro la boscaglia e scendiamo. Corriamo sulla sabbia soffice. Ci leviamo le scarpe e ci bagniamo i piedi nel mare. Ridiamo. Ci baciamo, ci stringiamo. Guardiamo il mare seduti. Finalmente possiamo passare un tempo senza fine insieme, da soli su una spiaggia. Guardiamo quella meravigliosa casa in fondo a destra. E’ l’Hotel Des Anglais, quello che cercavamo. Che bell’albergo. Quel palazzo lunghissimo ha uno strano tetto rosso, molto spiovente. Ci sono finestre che qua e là sporgono dal muro. Davanti si stende un giardino verde immenso che si ferma solo davanti alla spiaggia. Vediamo ai lati delle piscine persone vestite di bianco che girano piccole come formiche. Li ci abitano solo inglesi, gente ricca; gente che sa tutto di come gira il mondo, di come si fanno i soldi… Dicono che per una settimana all’anno qui vengono in vacanza i reali inglesi. Una tradizione che dura da un secolo. Vedremo se è vero. La stagione estiva sta per cominciare. E’ lì che io e Chiara vogliamo lavorare.
Sento un picchiettio sulle spalle. Mi volto. E’ un cinese. Ha un abito scuro elegante. Ci chiede chi siamo e cosa facciamo lì. Siamo italiani su una spiaggia italiana. Cosa dobbiamo spiegare a un cinese? Ci guarda male. Dice che non possiamo stare lì: è una spiaggia privata. Di chi?, chiede Chiara restando seduta mentre il vento le spinge i capelli e lo osserva con la mano tesa sugli occhi. Il cinese è nervoso: quella è la spiaggia dell’Hotel Des Anglais da più di un secolo. Hanno una concessione del governo italiano. Dobbiamo andare o chiama la polizia. Ci alziamo. Lo guardo in faccia e gli dico che in realtà siamo qui per un colloquio di lavoro. E’ stupito. Va bene, dice. Ci accompagnerà alle residenze del personale. Cammina tenendo le mani in tasca e le spalle curve.
Lo seguiamo. Scendiamo il sentiero fin dietro l’albergo che è sempre più grande, più bello, più imponente. Dietro l’Hotel Des Anglais vedo delle file di baracche di pietra tutte uguali. Sono povere ma l’aspetto è dignitoso. Operai e dipendenti dell’albergo entrano ed escono continuamente. Il cinese ci mostra una stanza e ci dice di aspettarlo lì. Io e Chiara ci sediamo. Il tempo non passa. Non c’è nulla da fare lì. Ci guardiamo negli occhi. Attaccata alla parete, solo una vecchia stampa cinese di una cascata circondata da grandi fiori rosa. Guardo la cascata da tanto che mi sembra di averci fatto il bagno una decina di volte. Chiara mi dice di sentire ormai il rumore dell’acqua. Ha mai visto una cascata? In tv, mi dice. Quella è una cascata grigia, molto scura, con l’acqua azzurra… Quel grigio mi fa male. Mi fa pensare al mondo dei cinesi.
Il cinese in abito scuro torna e ci fa segno di seguirlo. Ci avviciniamo all’albergo. All’ingresso, vedo auto blu andare e venire; bagagli che entrano ed escono dalla porta girevole di legno laccato. Scopro con sorpresa che dentro, nel foyer, ci sono solo clienti cinesi. Non vediamo un inglese. Solo ricchissimi cinesi. Indossano pantaloncini corti blu scuro, magliette a righe, scarpe di camoscio. Vestono alla loro ultima moda. E’ formidabile come riescano a mantenere gli abiti stirati perfettamente: le loro maniche non fanno una grinza. Chissà come fanno. Io e Chiara siamo vestiti bene per essere due straccioni modenesi: indossiamo i nostri abiti migliori. Io ho persino un abito blu. Ma loro ci guardano e ci dimenticano subito.
Il colloquio con mr Cheng dura dieci minuti. Ci squadra mentre fuma una sigaretta tenendo stretto l’accendino. E’ piccolo e anziano. Il corpo si è rinsecchito e la pelle, stranamente liscia, ricorda quella di un bambino. Forse non avevo mai viso un cinese vecchio così da vicino. Sono diversi dai nostri. Di sicuro, se la passano meglio di quelli di Montecorvo. Certe facce grinzose, abbiamo visto laggiù. Che sguardi persi nel vuoto.
Mr Cheng ci scruta mentre ci fa domande e noi rispondiamo. Ha l’aria di essere un giudice in pensione, mr Cheng. Non so se è il padrone, ma è un pezzo grosso: si vede. Ci chiede se parliamo inglese. Certo, l’abbiamo studiato a scuola. Ottimi voti. No, mai stati in America, né in Gran Bretagna. E chi ha i soldi?, sto per dire. Fa una domanda a Chiara: "How’s the weather?" "Fine, sir. A little bit foggy, today", risponde lei pronta come un furetto. Brava Chiara. A Montecorvo ti avrebbe portato nella fossa, parlare in inglese. Sai che gliene frega a quelli? Pensano solo a come morire prima possibile nella miseria e nel dolore, annegati nella loro grappa illegale, quelli di Montecorvo. Mr Cheng ci chiede se abbiamo problemi di orari. Poi si informa sulle nostre famiglie; se siamo disposti ad accettare incarichi fuori mansione; se Chiara intende diventare madre. Presi. Lo stipendio è modesto ma abbiamo diritto a vitto e alloggio. Ci danno due divise bianche, come quelle degli uomini che dalla spiaggia sembravano formiche. Ci sistemano in una camera da otto. Ci assegnano un letto a castello matrimoniale e due armadietti, più uno a pagamento. Ci mostrano docce e refettorio. Quegli ambienti vanno lavati nelle ore libere; per i turni, ci metteremo d’accordo con gli altri. Vivremo in mezzo a 150 dipendenti. Fraternizzeremo con loro. Chissà se sono tutti cinesi, a Rivetto. E poi siamo nella più incantevole e segreta baia italiana, dietro le Alpi Apuane, vicino a Forte dei Marmi. Un giorno ci potremo andare in gita, se non dovremo pulire i bagni.
Devo distruggere il foglio del registro dell’albergo Ori: ce l’ho in qualche tasca. Domani magari troveranno il bus. Noi no, non ci troveranno. Nessuno sa che io e mia moglie siamo qui, a Rivetto. Siamo spariti dentro l’Hotel Des Anglais. Abbiamo tutti la divisa bianca: non ci potranno riconoscere.
Modena, settembre 2011
I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
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