domenica 19 ottobre 2014

KIM MANIA
Considerazioni su di noi che ci specchiamo in un dittatore orientale
di Carlo Gregori




Una specie di attenzione morbosa di massa si è scatenata negli ultimi anni verso il giovane dittatore nordcoreano della famiglia Kim. Le notizie su Kim Jong-Un - anche le più fantasiose, persino l'assenza di notizie - sono lette e commentate con divertimento e sarcasmo rimbalzando ovunque su internet. Quasi sempre si scopre che sono notizie false ma a pochissimi interessa saperlo. Si diffonde quindi una credenza che va al di là dei fatti e delle verifiche e c'è una logica: sono notizie che raramente arrivano dall'interno di quel Paese comunista un tempo filosovietico che ancora oggi è sigillato al mondo esterno; spesso sono create o elaborate da servizi segreti asiatici o occidentali e date in pasto senza sosta al pubblico avido di novità su questo tiranno dalla faccia infantile. Ma l'aspetto più interessante, secondo me, è capire perché il giovane Kim Jong-Un - che pure è davvero un odioso tiranno con accessi capricciosi e sadici - attrae tanto il pubblico occidentale e permette a ognuno di sentirsi per cinque minuti un analista della Cia.
Ho trovato sei motivi.

Penso che la componente più evidente sia legata all'anticomunismo che, ormai privo di risorse concrete, si aggrappa a uno dei pochi Stati superstiti del “socialismo reale”. Anche se sono tutto tranne che una novità nella storia dell'Oriente (un'area di civiltà estranee alla democrazia), la Corea del Nord e il suo tiranno oggi svolgono un ruolo: permettono di tenere in movimento l'intera tradizione di storie – vere, leggendarie o inventate che siano – contro il comunismo come dottrina politica realizzata: Kim è un mostro crudele e scellerato che incarna le nefandezze di questo tipo di regime che si finge popolare e in realtà opprime il popolo. In questo caso, come ad esempio era avvenuto con le leggende alle origini del Cristianesimo, non ha alcuna importanza se la storia è avvenuta o no; l'importante è che la storia ricalchi esattamente ciò che ci si aspetta di sentire raccontare. In questa conferma di un repertorio di storie di crudeltà e martirio accettate dalla folla consiste la gratificazione che sfocia nell'insulto finale del singolo ascoltatore e quindi ci fa considerare giusti i nostri valori e ci fa sentire più uniti.

Poi c'è un aspetto retrò, la riscoperta continua di un mondo parallelo al nostro sopravvissuto alla fine della Guerra Fredda: la Corea del Nord va avanti con una esasperante militarizzazione frutto di una paranoia che fa da collante tra il dittatore e il popolo contro i "fratelli" nemici del Sud; allo stesso tempo, questa lentezza permette di conservare oggetti e stili di vita insoliti o obsoleti che incuriosiscono.

Poi c'è la nostalgia della dittatura, delle strade pulite, della metrò ordinata e in orario, del luogo di lavoro silenzioso e senza rivendicazioni sindacali, del rispetto dei superiori, del rapporti militarizzati che sveglia l'uomo "totalitario" e massificato in noi.

 Aggiungo una componente da ragazzone sfigato che fa di un dittatore così buffo e improbabile un facile bersaglio per il sarcasmo e il disprezzo che rigurgita dall'adolescente sopravvissuto in ognuno di noi. Solo il fatto di vedere questo ragazzone onnipotente ci permette di sfogare le nostre frustrazioni: di lui, un nemico così inaccessibile, si può ridere in ogni occasione. 

 Notiamo anche un "effetto celebrity": la continua diffusione di sue foto e sue notizie moltiplica a cascata l'interesse popolare verso di lui facendone uno strano "feticcio fashion" negativo, l'oggetto di una mistica della notizia da "viralizzare" e condividere, come dicevo, per misurare i nostri valori con il metro del disprezzo.

Infine, la Corea del Nord è così esposta al sarcasmo proprio perché è ancora refrattaria al sistema della produzione globale. Finché ne resterà fuori, sarà trattata come un Paese alieno, un concentrato di misteri, mostruosità e delitti impuniti. Faccio una previsione: quando gli imprenditori occidentali potranno firmare contratti con fabbriche in cui già oggi si lavora in condizioni disumane sottopagando i prodotti, allora la Corea del Nord per magia sparirà dall'attenzione internazionale. Sarà dei “nostri”. Nessuno infatti critica le brutalità di altri Paesi comunisti asiatici nostri “amici”, come la Cina popolare e il Vietnam, che i nostri leader vanno a visitare con tutti gli onori senza accennare ai crimini che vi si commettono. Quei crimini vengono soprattutto taciuti dalla stampa americana e occidentale e quindi è come se non esistessero. Dei dittatori di quei Paesi e delle loro gesta non si sa nulla e nessuno li tratta con sarcasmo, perché loro permettono al nostro mondo di mantenere il nostro sistema economico approvato dalla maggioranza dei nostri elettori. Un giorno la Corea del Nord sarà così. Il figlio di Kim Jong-Un la governerà e nessuno si ricorderà di lui né si interesserà se sparisce qualcuno o la polizia spara sulla folla.

Tutto questo continuerà finché i diritti civili saranno considerati un mezzo, non lo scopo: oggi sono solo un grimaldello per aprire le porte delle cittadelle comuniste suscitando indignazione nella gente comune. Quando interferiscono con gli affari, i diritti civili spariscono e la gente comune pensa ad altro.

Modena, ottobre 2014

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