I QUECHUA, L'ENIGMA DI UN POPOLO NOMADE
Racconto di Carlo GregoriIn questa breve dissertazione in memoria del nostro illustre collega Charles McGregor, da poco scomparso in metropolitana, pesenterò il frutto delle mie ricerche su quello che l'antropologia attuale considera il più grande enigma della nostra disciplina: i Quechua.
Nessuna teoria finora elaborata ha saputo spiegare la provenienza di questo popolo che vive tra noi. Inoltre, molte del sue abitudini restano poco chiare a causa della presenza momentanea dei suoi membri nei territori dove compaiono. Tutto ciò che sappiamo dei Quechua è che sono un popolo nomade. E' noto che compaiono solo nel periodo estivo e per pochi giorni. Li vediamo montare le loro strane tende di plastica a forma di piccoli tunnel chiusi dopo essere apparsi da un momento all'altro. Si accampano per qualche ora, spesso in mezzo ai turisti.
Tutti sappiamo che i Quechua compaiono del tutto inaspettati: capita di trovarceli alle spalle soprattutto mentre stiamo contemplando un paesaggio. Il Quechua predilige le spiagge, ma si insedia anche in montagna e più raramente sul greto dei fiumi. Non si conoscono invece casi di Quechua accampati in parchi di città o negli svincoli di tangenziale. Se ne può dedurre che detesta il caos del mondo industriale. In fondo sono arrivato alla conclusione, dopo anni di osservazioni, che il Quechua è per cosi dire un romantico.
L'aspetto fisico è in tutto e per tutto uguale al nostro. Il Quechua non si distingue da uno di noi. Se prendiamo un gruppo di persone che attraversa la strada o si affolla in stazione, il Quechua è perfettamente mimetizzato. Si nota solo per il fatto che di punto in bianco sfoggia la sua caratteristica tenda e si stacca dal gruppo per cominciare la sua fase nomadica.
Nel corso dei suoi vagabondaggi, appena trova il posto adatto, lancia in aria la tenda e si accampa.
Esiste una letteratura sul lancio della tenda secondo un rituale trasmesso da padre in figlio. Il lancio avviene nel posto esatto in cui il Quechua ha deciso di insediarsi. Lo si nota arrivare con la famiglia, guardarsi attorno, consultarsi velocemente con la moglie e procedere all'accampamento. In caso di diverbio tra coniugi, questi non si parleranno più, ma la tenda resterà nel punto di atterragio.
Il lancio viene appreso nell'infanzia osservando i genitori. La prova di iniziazione avviene all'età di quattordici anni con i coetanei. E' l'unico momento di socializzazione del Quechua che, come noto, vivrà la sua esistenza nomadica in perfetta solitudine, se si eccettua la cerchia familiare che lo segue. La tenda del Quechua servirà infatti ai figli.
Il Quechua e la sua compagna sono soliti mettere dentro la tenda a tunnel chiuso il loro piccolo per proteggerlo dai raggi del sole. In questo modo lo svezzano nella tenda permettendogli così di acculturarsi alle tradizioni nomadi del suo gruppo. Il fanciullo Quechua in questo modo crescerà consapevole di dover condurre una doppia vita: sarà perfettamente integrato alla nostra società post-industriale ma sentirà il richiamo ancestrale della sua tradizione. Per questo vediamo nelle spiagge singoli Quechua intenti a condurre pigre giornate, privi di attività o intressi significativi.
Il Quechua non trova attraente neppure le più elementari attività di spiaggia che tutti noi conduciamo in vacanza. Egli passa la giornata accanto alla sua tenda seduto su una vecchia sdraio di plastica intento a rimirare l'orizzonte. Lo si nota nella folla dei bagnanti proprio per la sua pigrizia.
In questa apatia sta a mio avviso la differenza evolutiva tra noi e i Quechua. Per anni mi sono chiesto cosa pensi un Quechua nella sua immobilità accanto alla tenda nella quale dormono i suoi figli. Dalle numerose interviste ai Quechua, notoriamente refrattari ai contatti, ho tratto sempre la medesima risposta: "Niente". Ovviamente si tratta di una risposta reticente dovuta alla diffidenza del Quechua per il suo intervistatore, timoroso com'è di essere assimilato e di perdere cosi la sua attitudine al nomadismo. In favore del Quechua si può dire che è innocuo. Come compare all'improvviso, così scompare.
Termino questo mio breve intervento auspicando che le forze politiche, a cominciare dalla Onu, si impegnino stenuamente per salvaguardare i Quechua e le loro tradizioni nomadi che rischiano di sparire.
Mi auguro che l'antropologia possa progredire nei suoi studi per poter risolvere i grandi misteri dei Quechua. Ancora oggi non sappiamo nulla della religione e delle credenze dei Quechua. Miti e riti sono ancora avvolti in una densa coltre di oscurità. Persino di cosa si cibi, sappiamo poco. E' importante conoscerli perché ognuno di noi potrebbe essere un Quechua.

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