mercoledì 29 giugno 2016

FAME DI MORALE
riflessione di Carlo Gregori






Ascoltando i discorsi nei luoghi pubblici e leggendo i post sui social network si capisce quanto è forte il bisogno di far propria una morale. Proprio oggi che sembrava sepolta dal disprezzo, c'è fame di morale. Un intervento diventa l'occasione per sottolineare chi si è attraverso ciò che genera rabbia negli ascoltatori. Si coglie un'assenza di regole comuni che viene espressa con questi richiami indignati che additano al pubblico esempi negativi. In effetti, oggi la morale, come attività sociale esistente in ogni comunità, è così pallida da essere un semplice fantasma di ciò che è stata fino a mezzo secolo fa. Cosa succede?

 Oggi tanti si ergono a segnalatori di casi di immoralità negli altri cercando di suscitare un consenso dal prossimo. Sono appelli al Bene destinati a cadere nel vuoto dopo aver sparso un po' di profumo di valori elevati. Il punto è che questi valori evocati non sono condivisi in modo autentico: chi si indigna lo fa ergendosi al di sopra degli altri, non cercando un legame con gli altri. Vuole solo mostrare agli altri di avere valori morali giusti. E' il trionfo di "Nietzsche per il popolo". Nella massa che crede nell'individualismo illimitato - là dove anche la religione, la legge, la cultura, la prassi politica sono sottoposte a una costante dissoluzione di credibilità - ciascuno si può sentire un superuomo che dispensa la sua morale. La morale ha quindi valore solo fin dove arriva l'influenza del singolo. La crisi della morale, che si manifesta da questa incapacità di condividerla (una tragedia dei nostri tempi che ha radici lontane), nasce dal fatto che la società attuale si basa sull'egoismo e l'avidità: anch'essi sono valori morali, seppure negativi e mai evocati (un fatto di grande interesse che nessuno però approfondisce). Egoismo e avidità permettono di travolgere ogni barriera che la società può innalzare per impedire che si compia ciò che ritiene il Male. Nel corso degli ultimi decenni il nuovo stato avallato da una politica che esalta la rapacità come libertà d'impresa ha portato a una separazione del singolo da tutti: il singolo cerca fortuna applicando la formula politica della “deregulation” nella libertà di fare ciò che vuole infischiandosene delle conseguenze per gli altri. Il problema esplode quando "tutti" diventa una semplice somma di "singoli". A questo punto chiedere alla politica di generare morale è un'assurdità*.

La morale diventa quindi negativa: saltando in aria ogni elemento della morale tradizionale, travolto da questo cataclisma sociale, i valori si svuotano dal loro interno e diventano semplici gusci utili a creare un'ipocrisia condivisa**. Il singolo è indotto senza sosta a chiudersi agli altri ermeticamente, ad avere paura, a diffidare, a cercare il Male più recondito annidato nelle intenzioni del prossimo e soprattutto nello straniero. Si è generata una paranoia individuale: non ci si fida neppure dei propri simili, potrebbero rivelarsi "traditori". 

L'assenza di una condivisione se non nell'odio e nella diffidenza rende quindi qualunque morale impossibile e, se annunciata, fasulla o posticcia. Eppure, anche se per inerzia, sopravvive in ciascuno di noi un'esigenza di morale: la morale è connaturata all'uomo, è impossibile sopprimerla completamente: la società non sopravvive senza regole.

 Restano infatti i relitti dell'antica morale tradizionale, quella della propria nazione, dei familiari anziani. E' sopravvissuta finora, certo, ha un ruolo istituzionale, ma è una morale pallida e soprattutto sterile: non genera più valori adatti alla società attuale. Sono gli effetti di una società che ha adottato un unico tacito valore: quello del denaro. La morale che si esprime invano - questo innalzarsi ed evocare a vuoto valori - è lo specchio di una società che disprezza la condivisione, il suo effetto è un pugno nell'acqua.

* La richiesta dell'elettorato di recuperare regole condivise deve per forza ricorrere a una nuova prassi politica che faccia piazza pulita dell'ideologia che ha distrutto le precedenti regole, ma è necessario che la inquadri e ne delimiti i confini prima di colpirla. Per arrivare a questo risultato, che porterebbe sicuramente a un'enorme cambiamento, credo che non si possano invocare le vecchie regole danneggiate, ma bisogna cercare quelle che stanno scaturendo dalla società attuale, altrimenti si finisce in un'operazione nostalgica e inutile (come invocare il rigore morale del "grande politico" defunto)

** In effetti l'ipocrisia condivisa, basata su un tessuto di valori tradizionali svuotati, è come una pelle sotto la quale la società si muove in nome di valori innominabili secondo la morale tradizionale come l'avidità e l'egoismo



giugno 2016, Modena

Riproduzione Riservata solo all'autore 
Solo per diffusione senza scopo di lucro

1 commento: