RICORDI
DI UN GIOVANE VECCHIO
Racconto di
Carlo Gregori
scritto nel 1992-95
I
Gira
e rigira, mi trovo sempre qui a pensare la stessa cosa: "Giangi,
hai trent'anni e sei già vecchio". Fa ridere? Eh, lo so. E' la
mia fissazione. Se mi sentissero, i miei amici riderebbero di me. E
anch'io, Gianluigi Baracchi, detto Giangi, ne riderei in mezzo agli
altri, ma una volta rimasto solo mi trovo a combattere questa
sensazione. Gli anni passano, mentre rinvio a un futuro imprecisato
le scelte importanti, ed ecco che oggi mi trovo a constatare che il
gioco è finito.
Prendiamo
il matrimonio. A trent'anni molti sono sposati, qualcuno è
divorziato. Eppure, non sembra mai che la donna che ti sta accanto
sia quella adatta a te. Ci vivi insieme, magari nasce anche un
figlio, ma ogni volta che la guardi ti chiedi se è proprio quella la
donna che doveva toccare a
te.
Certo, lo stesso discorso lo può fare, e anzi lo fa, la donna con
l'uomo. La faccenda è complicata. Quando ero piccolo gli adulti mi
parlavano di questa figura mistica di donna, la mia futura moglie,
come se già l'avessero conosciuta. Chissà, se ne erano fatti
un'idea.
Da
ragazzo, le mie dichiarazioni d'amore finivano quasi sempre con un
no,
seguito dai sogni pornografici nella solitudine della mia stanza. Mi
sarebbe piaciuto tenere un elenco di tutte le ragazze chi mi hanno
ispirato nell'intimità; avrebbe riempito un quaderno. Sapete, non
ero quella che sia chiama una bellezza. Con gli anni, mi sono accorto
di piacere di più, ma rimaneva l'insicurezza. Così, continuando a
fantasticare sul mio domani passavo da una ragazza all'altra; e più
crescevo, più le trovavo disponibili. Mi divertivo, non lo nascondo.
Insieme con gli amici andavo spesso in discoteca; mi mettevo in
mostra, scherzavo, giocavo e prima o poi capitava un'avventura. Cose
da poco che duravano qualche serata. Il fatto è che difficilmente
trovavo un legame stabile, se lo intendiamo secondo il senso dato dai
miei familiari.
Mi
è capitato di avere storie durate alcuni anni ma, siccome qualcosa
non funzionava, finivano. Mi sono interrogato a lungo su questo
fenomeno. Chissà se era colpa mia, sua opppure della società. La
risposta non l'ho mai trovata. Gli anni continuavano a trascorrere e
mi sentivo sempre più solo. Ogni volta che stringevo una donna tra
le mie braccia sentivo il suo corpo pesante, privo dell'energia e del
calore che provavo le prime volte da ragazzo. Che cosa accadesse, non
lo so. Forse, consideravo la donna un involucro per appagare le mie
fantasie. Desideravo la tizia, la corteggiavo, la seducevo e quando
la possedevo mi vedevo dall'esterno, come in un film. Alla fine,
desideravo solo il colore dei capelli e della pelle, la forma dei
seni, la tornitura delle gambe. Ma la persona che c'era dentro, come
era?
Poi,
mi sono sposato. Col senno di poi, a questa scelta sono arrivato
proprio per sfuggire alla noia che raccontavo adesso. A ventisei anni
mi sembrava di conoscere troppe cose dell'erotismo. Quando seducevo
una ragazza, la prima sera mi rivelavo un amante ardente, come per
dimostrarle che so stupire. Le sere successive mi accontentavo di
fingere il coinvolgimento ma il gesto si riduceva all'esibizione di
un attore da filodrammatica. Poi, appunto, subentrava la noia
accompagnata dall'indifferenza. Alla fine non ascoltavo neppure i
suoi discorsi.
Con
Valeria (così si chiama la mia ex moglie) è andata diversamente. Ho
sposato Valeria dopo sei mesi di frequentazione. Mi piacevano il suo
viso innocente e i suoi capelli crespi. L'ho conosciuta una sera a
una festa e, siccome avevamo amici comuni, siamo entrati in
confidenza. Frequentandoci, ci siamo così convinti di stare bene che
abbiamo deciso di sposarci. Sinceramente, non ho mai creduto al
matrimonio. Sono andato all'altare perché sentivo che era arrivata
l'ora e perché volevo provare — che illusione! — la gioia di
vivere con la mia
donna.
A
proposito dell'ora arrivata. Spesso, ripensandoci, ho avuto la
sensazione che anche Valeria l'avesse presa ingenuamente; altrimenti,
sarebbe inspiegabile perché anche lei, così diversa da me per
carattere e interessi, abbia fatto il passo più lungo della gamba.
Credo (ma non vorrei sembrare malizioso) che abbia contato anche il
desiderio di stupire le amiche: aveva qualcosa da raccontare. Vi
sembra una sciocchezza? Dovevate vedere come era entusiasta delle
nozze, che preparativi aveva fatto. Forse immaginava che davanti
all'altare il matrimonio finisca anziché iniziare. Ma ho poco da
rimproverarle; anch'io mi nutrivo della stessa speranza: costruirmi
una vita normale. Voglio dire che avrei realizzato gli ideali dei
miei genitori; ideali nei quali, per la verità, non credevo affatto.
(Ora capisco l'agitazione e la sensazione di malessere che provavo
quella mattina prima di entrare in chiesa)
Io
e Valeria abbiamo vissuto insieme per tre anni. Una volta comperata e
arredata la casa con un mutuo e ricevuta la benedizione dei
rispettivi genitori, sono iniziati i guai. I primi tempi ero
innamorato: lo so perché provavo lo stesso travolgente sentimento di
quando ero ragazzo. Passavo notti intere ad accarezzarla, ma più che
la sua persona amavo il suo corpo. Era così pulita
che me l'immaginavo nuda distesa tra candide lenzuola su un vecchio
letto di campagna coi capelli crespi sciolti sul cuscino e uno
sguardo malizioso. Non so perché, ma questa immagine mi
perseguitava. Invece, era una persona come tante. Oh, gentile e
carina, certo; ma senza interessi, poco vivace. Anche nell'intimità
non ha mai perso la testa per me. Faceva l'amore perché bisogna
farlo, ma ci metto la mano sul fuoco che, se avesse potuto, ne
avrebbe fatto anche a meno.
Col
passare dei mesi l'interesse per lei calava e alla fine mi sono
ridotto a guardare il fondoschiena delle donne per la strada, anche
quelle di mezza età. Quando Valeria se ne è accorta, ha iniziato a
strepitare. Che scenate! D'accordo, nella sua gelosia c'era anche una
parte di finzione; aveva ancora qualcosa di nuovo da raccontare alle
amiche. D'altra parte, anche lei si comportava in modo identico: più
avanti mi ha confessato la sua attrazione per i glutei maschili, ciò
che non avrei mai sospettato in una donna così pulita.
Non
funzionava. Andavo a dormire dopo cena; non frequentavo più gli
amici (molti dei quali, detto di passaggio, erano nella mia
situazione). Per farla breve, pur restandole fedele, mi adattavo a
qualche piccola mania quotidiana che eseguivo come un rito
devozionale: ascoltavo sempre quei dischi, guardavo sempre quei
programmi in tivù, ogni tanto telefonavo a qualcuno. E, quando meno
me lo aspettavo, siamo arrivati alla resa dei conti. Mi ero accorto
che non le piaceva più fare l'amore con me. Mi fissava zitta;
appoggiava semplicemente le mani sulla mia schiena. Un giorno, quando
le chiesi che diavolo avesse, scoppiò a piangere e mi rovesciò
addosso la rabbia covata per mesi. Mentre la ascoltavo confessare il
disgusto che provava per me, sentivo ronzare le orecchie. Il
supplizio fu ricambiato e, cogliendo l'occasione, mi decisi a uscire
allo scoperto. Approfittai della sua condanna per fare le valige e
tornare dai miei genitori. Alla casa ci avrei pensato l'indomani.
Non
ho voglia di raccontare le beghe per la separazione e per chiudere il
mutuo. Sono cose che capitano a tanti, oggi. Né credo che possa
sorprendere la delusione dei miei genitori, quando seppero che il mio
sogno coniugale si era infranto.
A
mente fredda, ancora oggi c'è qualcosa che non capisco. Mi sono
sposato per un desiderio comune, quello di mettere su famiglia, ma
non ci sono riuscito per la mancanza di un altro desiderio, quello
sessuale. Così, pensandoci un attimo, mi sono chiesto se è il
matrimonio che uccide l'attrazione oppure se sono io talmente
abituato all'attrazione che non mi sento tagliato per il matrimonio.
Sta
di fatto che oggi, a un anno dalla separazione, penso che sia
difficile vivere tutta la vita con un'unica donna. Come avranno fatto
i nostri antenati? Tra tutte le menzogne che raccontavano sul sesso
rientrava anche questa? Quanto a me, eccomi qua; mi cascano le
braccia a confessare sorridente che non ho la più pallida idea di
quello che voglio. Credete che mi piaccia restare scapolo? O che non
mi senta solo? Forse voi avete una risposta. Per me, è un dilemma
senza soluzione.
In
realtà, oggi non ho problemi a trovare donne. Quelle che frequento
sono nella mia condizione. Ci troviamo solo per ammazzare il tempo
facendo sesso. Lo so io, lo sanno loro, ma non affrontiamo mai
l'argomento. Non è simpatico.
Un
mese fa mi è però capitato un piccolo incidente che mi ha aperto
gli occhi. Stavo guidando l'auto e, mentre osservavo una donna in
bicicletta davanti a me e mi chiedevo come al solito: "Chissà
come sarà a letto?", improvvisamente mi sono accorto che non mi
ponevo neppure il problema di che carattere avesse, se suonasse il
violino, facesse la maglia o portasse in giro un cane. Quella donna
era un essere senza affetti, senza storia, senza gusti. Guardavo solo
i vestiti cercando di immaginare quello che c'era sotto. E ci
scommetto che anche lei si sarebbe comportata così. Mi sono sentito
ridicolo pensando di affezionarmi a una sconosciuta.
II
Ma,
parlando francamente, il mistero del grande e unico amore è solo uno
dei tanti che tormentano la mia vita. Intorno ai ventisei anni, mi
sono accorto che ciò in cui ho creduto per tutta la vita, o almeno
dall'età della ragione, era una serie di frottole belle e buone.
Diversamente, non saprei come valutare. Parlo seriamente: perché
credete che i ragazzi trasgrediscano le leggende raccontate dagli
adulti? Io amavo fare a modo mio, ma, non so perché, alla fine mi
coglieva sempre lo stesso dubbio: come è possibile che tutti abbiano
passato le stesse esperienze per arrivare alla conclusione di
partenza, quella che avevano negato?
Questa
era la mia
ossessione. Insomma, regolarmente arrivavo a confermare la validità
degli insegnamenti tradizionali dopo aver cercato di sfuggirli; e più
li mettevo alla prova e più questi riaffioravano solidi e lucenti.
Mi ribellavo? Ed ecco che mi ritrovavo nella condizione che avevo
disprezzato in modo plateale. Se cercavo strade nuove, mi ritrovavo
sul viale delle banalità. E quando criticavo, ecco che mi ritrovavo
a difendere le idee più spregevoli sempre in nome della buona fede e
della lotta alla stupidità. E non sto parlando di politica.
Sarò
onesto, non è andata proprio così. Contemporaneamente, in me si
faceva strada una sottile vena di veleno; mi scorreva nel sangue fino
a intossicare i miei pensieri. E se anche giungevo alle spregevoli
conclusioni dei miei genitori, lo facevo comunque disilluso.
Per
dirla diversamente: ho corrotto da solo la mia innocenza e, come la
verginità perduta della puttana, una volta finito il periodo di
prova non potevo certo pretenderla indietro. Non vorrei sembrare un
moralista a buon mercato, ma non so neppure spiegare questo mio
sentimento contraddittorio di coerenza e incoerenza. Non capite? Eh,
lo so: è difficile persino per me. Ma scommetto che anche voi lo
avete provato, a meno che non siate ipocriti o accecati dalla
stupidità. Avete mai ascoltato l'eco delle vostre parole gridate per
ira sentendo come sono ingiuste anche se necessarie? Siccome nessuno
vuole perdere la faccia, sosteniamo anche le cose più stupide per un
senso di decente coerenza.
Dicono
che il saggio è colui che mette tutto in discussione. Ma dove ha
portato tanta saggezza? La verità è che nelle cavità cieche delle
sue viscere anche l'uomo più nobile prova un doloroso tormento. Lo
so, l'ho provato anch'io, nel mio piccolo. E' il tormento che prende
chi, sentendosi fragile, combatte con se stesso sul ring della
coscienza e che per mascherare questa suo sdoppiamento si mostra al
prossimo inflessibile e arrogante. Avete mai visto un filosofo o un
santo riappacificarsi, dopo aver subito un'offesa, con un collega
rompiscatole che deve vedere tutti i giorni? Se lo conoscete,
fatemelo sapere.
A
questo proposito, ho conosciuto parecchi rappresentanti di questa
specie risibile di uomini inflessibili soprattutto all'università.
Vi sembra strano? Eppure è là, dove si forgiano i veri caratteri,
che i più deboli si riconoscono subito: sono i pappagalli del
professore famoso. Ogni profeta ha i suoi discepoli; lui spiega, loro
propagano il verbo. E siccome i più sono passivi e insicuri, ecco
che i primi scambi di opinioni non avvengono più sulle proprie idee
ma su quelle altrui: sulla parola altisonante del professore o sulla
bella citazione dal libro. Il meccanismo è ben oliato quando ormai
si arriva allo scontro di idee che comunque non sono mai le proprie;
spesso si arriva a combattere per sostenere le ragioni di gente che
si conosce appena ma che si ama. Questa devozione, proprio perché
pura, è incondizionata.
Cosa
pensare: pigrizia, stupidità, abitudine? Sta di fatto che, al di là
delle beghe accademiche (perché, non so se lo sapete, i professori
continuano a ragionare così per tutta la vita), resta l'aspetto più
grave, e qui torniamo al punto: una volta forgiato, il carattere te
lo tieni. Che ti piaccia oppure no, poco importa, perché tanto non è
tuo. So che qualcuno salterà sulla sedia, ma in un angolino della
sua coscienza anche lui sa di aver ceduto le proprie idee (se mai le
ha avute da ragazzo) in cambio di un pugno di argomenti che servono
per tirare a campare. Per questo, dall'alto dei miei trent'anni, a
volte mi chiedo se queste idee non siano semplici giustificazioni
grossolane dei nostri interessi.
Faccio
un esempio. Ho un amico, Andrea, col quale ero culo e camicia.
Eravamo sempre insieme tutti i giorni. (Lo dico perché posso
testimoniare quanto fossero nobili i suoi pensieri.) Finita
l'università, trova un posto da controllore di produzione in
un'azienda chimica e nel giro di tre anni avviene la stupefacente
mutazione di idee. Come prima era generoso e desideroso di
abbracciare l'umanità, ora scopre di detestare "quegli stupidi
operai" (dice proprio così), "quei cretini che rischiano
di spaccare tutto"; "zotici che adorano in modo
superstizioso le macchine e che pensano che se alzi di un grado la
caldaia salta tutto in aria". Ma se per sventura il mio amico
Andrea si trovasse disoccupato pensate che si lamenterebbe ancora di
quegli "stupidi" e "zotici" in tuta? Ecco un caso
interessante, perché mette a nudo il nostro animo (anche il mio; non
mi tiro indietro).
Quanto
a me, ho un piccola opinione in merito. Una cosetta banale. A forza
di cercare la mia originalità, da qualche tempo la mia unica
certezza è di non avere un mio sistema di pensiero, ma di essere una
discarica di rottami di pensieri altrui tenuti insieme proprio da me.
E anche se con gli altri sono un giudice pedante e mi diverto a
criticare questo e quello convinto di sapere tutto (ve ne sarete
accorti), la verità è che di me non so nulla.
Vi
confesso una cosa: sospetto di non sapere amare perché non mi
capisco.
Quante
volte abbiamo sentito dire che "Tutto è relativo". E' la
frase per eccellenza del nostro secolo; una formula che racchiude una
saggezza che procura più angoscia che libertà. Avete mai riflettuto
sul fatto che è un comodo alibi? Innanzitutto, la libertà di
pensiero ci spinge in teoria ad avere nostre idee, ma, parlando col
cuore in mano, sfido a trovare chi ha la forza di crearle. E siccome
"tutto è relativo" posso affermare tutto e il suo
contrario, nonché le sfumature intermedie. Provate ad avere una
vostra opinione e vi troverete a sostenere quella contraria.
Sapete
come il nostro animo italiano è sempre pronto a inalberarsi per
difendere le proprie libertà: ieri guelfi e ghibellini, oggi di
destra e di sinistra. Ma guardate da vicino come applichiamo queste
opinioni quando ci scaldiamo tanto. Ho conosciuto fior fiore di
ipocriti nei miei pochi anni di vita lavorativa; gente pronta a
svenarsi per battaglie di "libertà"; e poi in casa si
comportavano con il vero carattere nazionale, quello fascista. Noi
italiani abbiamo saputo inventare solo questa forma politica, il
fascismo. Non lo dico con cattiveria; la mia è una costatazione
spassionata. E' che ci piace eliminare chi non la pensa come noi.
Capita anche a me, non lo nego, ma almeno non mi nascondo dietro a
buone intenzioni. Per questo mi pare che, in fin dei conti, dire la
propria opinione significhi dire quello che torna utile al proprio
interesse.
Per
tanti mesi mi ha afflitto questa consapevolezza. Provate a pensare
cosa comporta questa doppiezza per un povero ingenuo come me. Sì, ho
detto ingenuo, anche se qualcuno storcerà la bocca. Sopra i dieci
anni è vietato credere in Babbo Natale e sopra i venti nei valori
tradizionali; eppure, lo confesso, io ci credevo davvero. A scuola mi
avevano insegnato che bisogna essere onesti, leali, coraggiosi,
aperti, generosi e che ogni cosa verrà assegnata secondo il merito.
Intendiamoci,
non ero un secchione; ho sempre studiato il necessario, anche se
nulla scalfiva la mia certezza che così girasse il mondo. Solo
alcuni anni dopo, quando ho iniziato a lavorare, mi sono accorto che
la scuola mi aveva imbottito di scempiaggini.
La
carriera per merito, il pilastro dell'educazione, è la più grande
menzogna di tutti i tempi. Qualche secolo fa, almeno, si aveva il
buon gusto di evitare simili panzane. Il sistema delle caste
nobiliari e plebee ti assegnava un posto con la grande lotteria della
vita, la nascita. Certo, per una qualche legge demografica, la
probabilità maggiore ti assegnava tra i poveri. Solo quando è stato
necessario giustificare la cacciata dei nobili, si è inventata la
sacra menzogna del diritto per merito. Avete presente i concorsi
pubblici statali, nei quali in teoria tutti i concorrenti sono
uguali. Tagliamo corto: non ho mai visto una persona avanzare senza
una raccomandazione o una conoscenza. Mai che un superiore abbia
detto: "Beh, quel tizio è bravo, fa bene il suo lavoro, ha
talento. Mettiamolo alla prova".
L'Italia
è un termitaio nel quale si combatte con le unghie per avere una
casa e un lavoro e dietro a una verniciata di parole sull'uguaglianza
la vita continua come secoli fa. Per difendere i propri interessi,
chi sta in alto deve ovviamente preoccuparsi di rassicurare il
prossimo dando l'impressione di vivere in un paese moderno e per
questo arruola persone che ripetono la liturgia democratica: "In
alto si arriva per merito". Sarebbe interessante sapere come
sono arrivati in alto — voglio dire ad avere il diritto di parola —
i sacerdoti di questa impostura.
Chiediamoci
ad esempio cos'è la lealtà. Io l'ho fatto. Significa seguire i
superiori o i compagni di lavoro? Quando ho iniziato a lavorare, ero
imbottito delle sciocchezze imparate in diciannove anni di scuola. In
ditta mi sentivo disorientato in mezzo ai colleghi che si muovevano
disordinatamente, si azzannavano tra di loro, aspettavano che uno
uscisse per parlarne male, si alleavano per distruggere qualcuno,
magari il più fragile. Così, mi sono volto al direttore che, quasi
una reviviscenza del professore, incarnava il mio ideale di equità.
Che illusione! Dopo pochi mesi ho capito che anche lui era nel gioco
delle fazioni e che appoggiava questo contro quello, finché ho
scoperto che era arrivato lì proprio grazie a maneggiamenti. La
lealtà nei suoi confronti non poteva essere separata dalla devozione
che costava il titolo di "ruffiano". Chi la cercava, e non
per amore della lealtà insegnata a scuola o in famiglia, lo faceva
di nascosto, come un ladro di notte; e se veniva scoperto negava
dando prova di lealtà alla fazione di minoranza. Non c'è niente di
più infame di un traditore del gruppo di colleghi che sperano di
ottenere comuni benefici.
Riflettendo
di nuovo, ho corretto il tiro: "La lealtà è devozione
all'azienda". Bella frase. Tutto preso dall'amore per questa
divinità materna che mi nutriva e dava riparo, lavoravo improvvisamente
bene. Ogni gesto veniva misurato sull'effetto positivo che avrebbe
comportato per l'azienda. Consideravo i miei colleghi dei piccoli
sabotatori che con i loro intrighi rallentavano i processi razionali
di produzione e minavano il morale generale. Avevo ragione, ne sono
sicuro. Se avessi potuto, ne avrei cacciati via due o tre. Voi non
sapete i miei problemi di ogni giorno... Ma andiamo avanti.
La
lealtà all'azienda, la grande bandiera che riesce ad assorbire i
contrasti tra gli uomini, è crollata quando ho capito che ero
l'unico a sostenerla. Il direttore pensava a tutto tranne che
all'azienda. Neppure il consiglio di amministrazione pareva tanto
preoccupato del suo destino. I miei sforzi risultavano tanto più
impegnativi quanto più vani. Nessuno si accorgeva di me perché
volgevo le cure a un'entità che ha solo un nome, produce laminati di
plastica e tenta disperatamente di allargarsi. Quasi quasi, se avessi
provato a raddrizzare la Torre di Pisa con le braccia avrei ottenuto
di più.
La
fase successiva è stata, ovviamente, l'indifferenza. L'intrigo no,
mai. Penso che ormai mi conosciate; l'intrigo non è per me. Ah, ah;
no, no... Scusate se rido, ma l'unico intrigo che mi concedo è
quello delle nostre voci nella mia testa. E siccome da lì non escono
mai, punto diritto al sodo. Un po' di carriera l'ho fatta, certo, ma
tutti continuano a dire: "Pazienta, sei giovane". Il solito
ritornello. Si è giovani solo quando fa comodo.
Dicono
che sono strano e forse è vero, ma mi sono persino chiesto se non è
il caso di insegnare proprio queste cose agli studenti. Voglio dire,
se inserissero tra le materie l'arte dell'intrigo, le alleanze
segrete e la lealtà, quella lealtà che vi ho spiegato, la stessa
premura che ha il picciotto per il mafioso, arriverebbero alla
maturità già pronti per entrare nel mondo vero. Tanto, così come è
oggi, l'illusione lascia sempre il posto all'amarezza e
all'adeguamento.
III
Sì,
è buffo che, in un certo senso, questa tradizione contraddica quelle
delle quali parlavo prima. Più uno si sforza di credere nei grandi
valori inculcati, più si scontra con la realtà. E' l'esatto
contrario del matrimonio, famiglia e compagnia bella. Eppure sono
cose che vengono insegnate, anche se la vera scuola di vita è la
loro trasgressione: l'arte s'impara praticando la lezione a rovescio
in un lungo vagabondaggio.
Ma
provate a sradicare questa tradizione di buoni valori e vedrete come
vi daranno addosso. Belve; diventeranno belve inferocite. Vi
chiameranno nemici della famiglia, del popolo, della patria e vi
cuciranno addosso altre paroline del genere. Anche se è tutto chiaro
come la luce del sole, l'importante è fingere di crederci.
Poi,
un giorno, mi sono ritrovato a difendere le mie opinioni bizzarre in
nome di valori superiori; dei grandi valori morali, voglio dire.
Pretendevo l'ultima parola in capitolo, non so se capite. Ma anche
allora mi hanno dato addosso: come ti permetti? chi credi di essere?
Qualche fariseo rispolverava addirittura il Vangelo: chi è senza
peccato eccetera eccetera.
Davvero,
per un certo periodo mi sono sentito soffocato in un angolo. Più
combattevo il moralismo, più ero moralista; e quando me lo
rinfacciavano non sapevo come oppormi e urlavo proprio come quelli
che condannavo. Credete che sia piacevole? Passati i ventisei anni,
un giorno ti ritrovi a fare la tua parte. E' una brutta espressione
"fare la parte"... Sembra di fingere. Io credevo però di
avere ragione, anche se ero la voce stonata nel coro. Diventavo
livido, la rabbia mi usciva dai pori, il sangue mi bolliva in testa.
E
oggi mi ritrovo qui, sdraiato sul divano ad ascoltare le grida e le
risate dei ragazzini a cena nella pizzeria sotto casa, e sorrido
pensando che per troppo amore dell'uomo propongo la corruzione morale
dei minorenni. Sì, per troppo amore. Voi compatite le mie idee
balorde. A voi basta solo il simulacro dei valori perché poi uno
possa scegliere di seguirli o meno. Ipocriti! Sapete bene che in
questo mondo si sceglie tra ciò che capita nel recinto dove si
finisce a pascolare. Fa comodo riempirsi la bocca di bei discorsi
sopra i massimi sistemi, quando, una volta chiuso il libro dei
precetti, ci si ritrova invischiati in piccole beghe quotidiane. Ma
con voi è fiato sprecato.
Ridete,
ridete pure. Provate a sentirvi per anni in sintonia col mondo, ad
essere apprezzato dalle donne, stimato dagli amici; immaginate di non
essere stupidi. Poi accade un imprevisto: giorno dopo giorno la testa
degli altri si ferma mentre la vostra corre. Vi sentite giovani
mentre gli altri appaiono vecchi decrepiti; proseguite e li osservate
perdere terreno dietro di voi. In realtà si stanno solo sistemando,
mettono su famiglia, iniziano a lavorare. Certo, lo fanno a modo
loro. Spaventati, vi guardano con invidia che presto diventa
perplessità e dicono: "Giangi, sei rimasto il ragazzone di un
tempo".
Anche
le donne un po' alla volta diventano così. Cerchi di adeguarti a
loro, finché ti accontenti e la domenica ti ritrovi a discutere con
loro davanti a una vetrina se quella borsetta è carina; ed ecco che
ti distrai, ti guardi nello specchio della vetrina e capisci che,
mentre gli altri seguono il processo biologico restando attaccati
allo spirito di quell'età, tu, anche se più giovane di idee, sei
già vecchio.
Non
storcete la bocca, sono vecchio davvero. Non c'è niente di male.
Vedete, il mio cinismo è frutto della dolorosa conoscenza del mondo
attraverso lo sguardo di un'innocenza prolungata. Per questo i
giovani vecchi come me, così tipici dei nostri tempi, si nutrono
degli stessi personaggi: il fuggitivo, il duro, l'erotomane,
l'artista, il romantico, il criminale, la puttana. Mi piace
immaginarmi così, ma cosa cambia? E' solo un gioco.
Sono
triste: vivo con gli adulti. Credo che, se potessero ascoltare la mia
voce, i ragazzi mi capirebbero di più. Mi sbaglio? Mah, forse è
impossibile credere al racconto di un viaggio dalla terra dei morti.
IV
A
volte mi viene il sospetto che questi ragionamenti sfiorino la
follia. Il mio amico Marco me lo ripete spesso: "Giangi, mi fa
impressione la rabbia che porti dentro. Mi sembra che ultimamente hai
dei problemi".
Mmmh...
Certo, ultimamente
ho tanti problemi. Credete che non li abbia anche lui, ultimamente?
Conosco Marco da tanti anni, siamo cresciuti insieme e vuole farmi
credere che per lui tutto fila liscio come l'olio. Quanti si riducono
così! Li ascolti e ti interroghi: saranno come me? avranno gli
stessi dispiaceri? avranno ancora dei sogni? Li fissi negli occhi e
poi arriva la folgorazione, quella frase buttata lì, quasi per
cercare la tua complicità: "Guarda, siamo della stessa
generazione. Ti ricordi i bei vecchi tempi? In fondo la penso ancora
così". Ma è un lampo di mezzanotte. Quante volte ho ritrovato
i miei problemi nelle parole degli altri.
Ultimamente,
dice. Ma cosa ne sa Marco? Il passato sta lì, come un macigno sulla
punta di un pinnacolo, e io aspetto che rotoli giù.
Discorsi
strani, dicono. Strani saranno loro. Il passato non torna, è vero,
ma con quanta nostalgia ne parlano a trent'anni! Per questo dico che
almeno io ho il coraggio di dichiararmi un giovane vecchio. Quando
guardo i ragazzi di oggi che imitano le nostre mode resto sempre
sconcertato. Mi dico: "Il loro revival sarà falso, ma c'è il
riconoscimento (che è autentico) di quello che eravamo noi,
l'ammirazione per le nostre scelte". Anche noi eravamo così,
nostalgici per un epoca mai vissuta se non attraverso riminiscenze al
confine con l'infanzia. E' il canto del cigno dell'ingenuità.
E
poi chi ha detto che anche i giovani non fanno strani discorsi?
Facciamo presto a dimenticare. Quante ore ho passato da ragazzo nella
mia camera da letto da solo con il manifesto del mio complesso rock
preferito, sognando ad occhi aperti! Tempo che, con gli occhi di
oggi, considererei perso o speso male. Ma è una gretta
considerazione economica. Sarei più felice se avessi studiato
informatica o avessi giocato a tennis? Felice, non lo ero neppure
allora, ma almeno vivevo seguendo il flusso del mio tempo interiore.
Queste
mie divagazioni, ad esempio, come sono sconnesse rispetto a quelle!
Oggi, sono gli ex giovani, gli stessi che per primi scoprirono di
essere giovani, a giudicare i giovani. Loro hanno l'ultima parola sui
giovani. Sanno tutto dei giovani; sono esperti di giovani. In realtà,
cercano di neutralizzarli con le loro chiacchiere, perché hanno
paura del giudizio dei giovani ma ancora di più del tempo che li
consuma, nonostante indossino i jeans. Le parole non seppelliscono i
fatti. E per quanto dicano gli ex giovani, i giovani continuano a
fare strani discorsi. Io, che sono pazzo, faccio ancora quegli strani
discorsi di allora, ma chi li capisce più?
Questo
è il punto: parlo una lingua morta.
V
Vi
paiono discorsi acidi? Vorrei che fossero varechina da gettare sulle
vostre facce mentre ballate, ridete, bevete. E' venerdì sera e io
sto qua in poltrona. Giro tra le mani la mia pistola, una Beretta
automatica calibro 9. Ho detto mia,
ma non è vero. L'ho presa dal cassetto dei calzini di mio padre, ex
ufficiale, cassiere di banca ormai vicino alla pensione. Non se ne
accorgerà neppure, se non a fatto compiuto; non va più al poligono
di tiro.
Il
battito dell'orologio si fa così insistente che rimbalza sulle
pareti. Dalle voci in strada, ormai la pizzeria è vuota. Sento solo
qualche ragazzo che tira tardi: starà decidendo dove andare questa
sera.
Finalmente,
dopo tanto tempo, sono tranquillo. Mi piace tenere questa pistola tra
le mani. Mi fa sentire sicuro. In fondo, sono innocuo per il
prossimo. Cosa volete che faccia un giovane vecchio, il vecchio
Giangi?
Ma
voi sapete cos'è il dolore? Voi che pensate solo a sopravvivere nel
vostro letamaio. Non illudetevi: la vostra vita non ha più senso
della mia: dipende solo dal vostro grado di stupidità. A volte penso
che sia maggiore in voi; a volte penso il contrario.
Cercate
di capire; per me è una questione di dignità. La società non sa
che farsene di me e io la ricambio. Ho persino creato una legge
matematica: il tuo ruolo è inversamente proporzionale
all'intelligenza non asservita. Studi come me l'applicazione dei
poliesteri? Vai bene; non dai fastidio. Ma guai se ti viene il
ticchio di dire la tua.
Quando
ero scontento, mi capitava di immaginare di ricominciare una vita
all'estero, magari in un paese tropicale. Chissà a fare cosa. Forse
avrei aperto un ristorante, come fanno tutti gli italiani. Ma che
senso avrebbe avuto? Anziché sparire, il mio dolore si sarebbe solo
spostato con me e la mia ombra.
So
di dire cose poco carine e oltretutto sconnesse. Cosa volete farci.
Nei miei lamenti si trova la stessa poesia che c'è nel mal di denti.
L'unico rimedio sarebbe la possibilità di dare un senso alla mia
vita, ma questa medicina non c'è. L'ho cercata nella mia parte più
animale, nel sesso per esempio, perché credevo che fosse vera quella
dottrina che considera l'uomo un essere corrotto dalla sua stessa
civiltà. Ma più sprofondavo nella mia natura e più sentivo
crescere l'angoscia dell'inutilità di questa operazione. Posso
studiare il cane che abbaia per vent'anni, ma non saprò mai
abbaiare. Credetemi, in questi casi la ragione è una vera
maledizione.
Quando
ero un ragazzo, pensavo che l'unico modello di felicità esistente
fosse quello dei grandi cantanti rock, circondati da un mondo di luci
e di lusso, considerati artisti dal pubblico giovane. Tanti ragazzi,
me compreso, li avrebbero seguiti nelle loro trasgressioni e
stranezze. Ma gli artisti migliori si sono uccisi con la droga o con
un proiettile: si vede che non erano tutte rose e fiori.
Ma
la loro lezione non è stata dimenticata. Realizzare la speranza di
un mondo libero: ci abbiamo creduto in tanti, per decenni. Anche chi
diventava pittore o architetto all'inizio del secolo cercava la
stessa via per cambiare il mondo. E' vero che qualcosa è comparso,
ma con quanta timidezza! La storia ha sempre travolto questi sogni
lasciando, tra le sue pieghe solo macerie, ricordi e voglia di
ripetere per andare avanti. Ci speravo tanto; speravo che sarebbe
stato possibile travolgere la realtà che a diciott'anni non ci
piaceva. Ce lo ripetevamo fino all'alba, nelle notti d'estate. Ma i
miei coetanei erano semplici giovani in fase di crescita.
Mi
sono ritrovato solo. Ho persino sperato (mi vergogno a dirlo) che,
per qualche circostanza, un giorno un giovane mi avrebbe scoperto
come testimone. "Com'erano belli quei giorni, eh Giangi?"
Interrogato come un superstite, che idiozia! Quanti ne ho sentiti che
raccontavano com'erano belli i loro
giorni. Quando entravano nei particolari, però, ogni volta restavo
deluso. Il fatto è che i più avevano colto, solo anni dopo, lo
spirito del tempo e si erano costruiti un passato pieno di balle per
non sfigurare; sono anzi certo che allora molti di loro fossero
contrari a quello che oggi esaltano. E io che avrei dato dieci anni
per viverne uno solo di quelli.
Insomma,
non mi posso rifugiare in un altro luogo né in un altro tempo. Anche
fuori del lavoro, sono costretto a vivere in gabbia. Ma se qualcuno
mi chiedesse — e mio padre lo fa spesso — che cosa vorrei, visto
che mi lamento tanto, ebbene, onestamente non saprei cosa rispondere.
Non vado in giro tenendo in tasca un progetto di mondo nuovo.
Spiacente. Ma a trent'anni so anche che questa è una domanda
maliziosa, perché chi la fa vuole indurti a pensare che così va il
mondo e che bisogna saperlo accettare. Certo, se seguissi i valori di
mio padre non avrei nessun problema.
VI
E'
inutile, con mio padre non riesco proprio ad avere rapporti normali.
Andando ad abitare da solo, pensavo che sarebbe cambiato tutto e
infatti è in parte vero. I nostri rapporti sono migliorati, ma non
troppo: abbiamo solo smesso di urlare. Fra noi la distanza resta
abissale. Sapete, non riesco a credergli. E' una brava persona, a
suo modo onesta, ma ha l'incorreggibile tendenza a predicare una cosa
e fare il contrario. Proclama grandi valori e in famiglia si comporta
da perfetto padrone. Per anni davanti ai suoi amici si è sbracciato
per mostrarsi tollerante. Poi, tornato a casa, gli toccava litigare
per dare la mancia a me e a mio fratello Stefano.
Ho
percepito l'autentica natura di mio padre solamente quando ho
iniziato a lavorare. Finalmente ero libero dall'angoscia e mi trovavo
con i soldi in tasca. Oh, come ne era infastidito! Al tempo della
mancia si limitava alle solite frasi rituali, che solo in seguito mi
divennero chiare: "Vedremo, Giangi, quando inizierai a
lavorare". Per anni senza saperlo avevo vissuto nel ricatto
economico. Non mi aveva fatto mancare niente, ma non mancava niente
neppure a lui. Voglio dire che se avessimo sguazzato nella miseria
avrei capito il suo atteggiamento, ma mi teneva a stecchetto solo per
controllarmi. Il suo portafoglio era il mio collare.
E
lo faceva anche con mia madre, che, essendo benestante di suo, doveva
raramente umiliarsi per chiedere. Beh, qualche volta è accaduto
anche lei di piegare la testa. Si lamentava con me e mio fratello
Stefano, ma poi non diceva niente. Noi la guardavamo sorpresi.
"Vostro padre è un po' taccagno", commentava sottovoce,
quasi vergognandosi. Tutto lì. Ci chiedevamo se in realtà fingesse
di non capire, perché quando toccava a noi, lei era sempre dalla
parte di mio padre. Prendeva le sue difese come una furia: "Non
capite i sacrifici che si fanno; non sapete cosa vuol dire lavorare"
e così via. Ora so cosa vuol dire lavorare, guadagnare e ricattare
gli altri.
Altri
miei amici avevano genitori esattamente opposti: davano troppo. E
siccome neanche loro erano felici, ho capito che le cose non erano
così semplici. C'è il caso che anche quella fosse una forma di
ricatto, magari più sottile. "Stai con noi; fuori di qui non
avrai nulla di meglio". Se il figlio se ne andava, cosa poteva
riempire il vuoto in queste coppie tra un programma in tivù e
l'altro?
Così
si creano gli automi che popolano il mondo, che odiano segretamente
la famiglia e che se ne fregano degli altri. Non spaventatevi, non ne
faccio una questione di colpa. In fondo, è difficile distinguere nel
mio e negli altri padri cosa è loro e cosa della parte che recitano
senza saperlo. Sono crudo? Lasciatemi in pace: è una sera speciale.
E' la mia festa.
VII
Cambiare
il mondo: questo è il nobile obiettivo di un trentenne che assapora
il gusto del potere e dell'emancipazione dai genitori. Sei vicino al
centro del cambiamento e non hai accesso; è terribile. Aspetti la
tua opportunità, ma quando arriva il momento è troppo tardi. Sei
vecchio o neutralizzato. Solo chi ha già il potere ereditato dai
genitori può permettersi il lusso di provare qualcosa, ma potete
stare sicuri che non cambierà quasi niente. Ho conosciuto tanti
rampolli di belle parole, soprattutto al liceo. Si sono lanciati
tutti in politica o nei grandi affari. Conoscevano fin da piccoli il
mare che divide le parole dai fatti.
Li
disprezzavo, ma li frequentavo. Ho ancora la convinzione istintiva
che c'è sempre da imparare da gente così. No, non voglio imitarli;
mi piace sognare che un giorno avrò per qualche strana combinazione
il loro posto e che agirò diversamente, ma che dovrò stare in
guardia perché, statene certi, cercherebbero di riprendere il
potere. A proposito, prima mi chiedevo se ero solo un sottile
arrivista. E se così fosse?
Voglio
confessarvi una cosa intima. Da bambino mi vedevo imperatore del
mondo — immagino quanto sia strano
per voi. Comandavo tutti, ma con clemenza. Sedevo su un trono alto e,
quando i sudditi sfilavano davanti a me chiedendo ascolto, dalle loro
parole cercavo di distinguere il buono dal malvagio. A differenza di
Dio, però, non penetravo nel pensiero e ogni giorno ero condannato a
evitare rivolte e colpi di stato. Quando scoprivo un complotto,
mandavo i colpevoli in pubblica piazza lasciandoli nelle mani del mio
popolo, che amava fare giustizia da sé e per me.
Sentivo
questo amore reciproco tra me e il mio popolo. La gente stessa
decideva la condanna del colpevole, di solito un generale o un
ministro. La pena più frequente era la gogna col lancio di verdura
marcia. Il condannato restava seminudo incastrato tra i ceppi ed
esposto al pubblico ludibrio (come si diceva un tempo). Siccome
nessuno gli poteva fare male, la punizione, di natura morale, era
l'umiliazione. Pensavo che una simile condotta avrebbe sfogato gli
impulsi cattivi dell'animo umano e rafforzato la mia stabilità al
trono.
Ricordo
che una volta per un re usurpatore avevo inventato una condanna
speciale: l'avevo fatto esporre nel mercato in mutande con una corona
di latta in testa e, siccome aveva cercato di abusare di alcune
donne, se ne stava sdraiato su una panca tutto legato mentre le
vittime gli pisciavano addosso. Quella notte lontana rimasi commosso
per l'ingenoso meccanismo di risarcimento verso un essere così
debole come la donna (perché allora mi sembrava debole). Con gli
anni mi sono evoluto, ma sotto sotto sono sempre stato guidato da
questo senso di giustizia.
Ma
ho imparato a mie spese che il mondo va in direzione opposta e ancora
oggi penso che il potere lo tieni col la forza e che tutto il resto
sono solo chiacchiere. Il motivo l'ho scoperto a tredici anni, quando
ho fatto a botte a scuola con un ragazzo grande e grosso che mi aveva
rubato il pullover durante la ricreazione. Siccome le ho prese, ho
capito che il bastone aveva anche un aspetto positivo, altrimenti il
mondo sarebbe in mano a chi picchia più forte. Comunque, quel ladro
venne condanato duramente nel corso di una delle mie ultime udienze
da imperatore.
VIII
L'orologio
continua a ticchettare contro le pareti. Fa caldo questa sera. Fuori
non si sentono più voci. Saranno tutti ai caffè. Chissà come
sopporterei la confusione, se fossi lì. Mi troverei immobile col
volto tirato tra gente frivola della mia età e, se qualcuno mi
salutasse distrattamente, sarebbe un'ulteriore pugnalata. A volte mi
sembra che viviamo tutti in un profondo e fragile isolamento.
Sono
fiacco e poco lucido, lo confesso. Prima del tramonto, quando sono
sceso per fare un giro, ero rintronato. Attraversavo la strada e ho
sentito un'auto frenare bruscamente. Il guidatore (mi sono voltato un
attimo) mi ha coperto di accidenti. Non mi importava niente.
Passeggiando
mi chiedevo: "Giangi, come ti sei ridotto? Hai un lavoro, le
donne non ti mancano, sei carino, intelligente e anche simpatico".
E' vero, non ho motivo di stare così; ma cosa ci posso fare? Quando
ti senti solo come un cane, dove sono gli amici?
Riflettevo
sulla situazione che mi aveva portato al punto di rubare la pistola a
mio padre. Giravo per la strada tenendola nei pantaloni, bloccata
dalla cintura. Chi mi passava accanto non sapeva né del mio incubo
né del rischio che correva.
Mi
chiedevo, stavo dicendo, del perché. In effetti non c'è motivo. Non
devo lottare per sopravvivere; non mi trovo in una situazione di
estremo disonore; non ho commesso alcunché di grave. E' che mi sento
stanco. Intorno a me tutto è deciso da altri. Lavoro per tirare a
campare: ho studiato diciannove anni, ho perso un anno a militare,
faccio un lavoro stupido in fabbrica e prendo uno stipendio
sufficiente per sbarcare il lunario. "Giangi, oggi sei fortunato
sei hai un lavoro", mi dicono. Storie. Non ho prospettive.
Forse
non sono abbastanza chiaro. E' colpa del vuoto. Parlo del vuoto di
chi mi sta intorno. Crederete che troverei rifugio in qualche
consolazione religiosa? Vorrei proprio, ma non ci riesco, perché Dio
mi è inaccessibile: viviamo in un suo momento di sonno. Lasciamo
stare i patetici surrogati di misticismo orientale; lo dico in nome
di quelle venerabili religioni millenarie, trattate in modo
buffonesco. E poi non sono un mistico. Sono troppo impregnato delle
miserie di questo mondo; le conosco da vicino e non ne godo neppure
con serena spregiudicatezza.
Eccomi
al dunque. Ho detto che il mio dolore è causato dal vuoto intorno a
me. Non ho detto "in me". Io mi sento pieno. E' uno strano
fenomeno, sapete?, per cui più mi accorgo di essere vuoto e più mi
sento pieno. Ve ne sarete accorti dai miei deliri. Sono gli altri che
mi sembrano sempre sulla soglia di qualcosa; che, pronti a fare il
passo decisivo, ricadono inesorabilmente in quell'inerzia che
chiamiamo consuetudine o, detta diversamente, pochezza, meschinità,
ignoranza, viltà.
Fate
fatica a capire? Ascoltate, ho inventato una parabola. C'era un uomo
che aveva accumulato enormi ricchezze, al sicuro nella sua casa
circondata da una terra desolata. Proprio perché si era formato
lentamente, ai suoi occhi quel tesoro non aveva un giusto valore. Ma
capitò che un giorno andasse nella vicina città e si rendesse conto
della miseria di quegli abitanti. Tornato a casa, si mise a fissare
quel cumulo di soldi, gioielli, ori e pietre preziose e pensò che
privandosene di una parte avrebbe sollevato la vita dei cittadini.
Caricati alcuni sacchi di ori, andò in città e cominciò a
distribuirli. Ma la gente di quel posto era così povera da
generazioni che non ne apprezzò il valore e anzi si infuriò. "Cosa
pensi che possa fare con questo piatto splendente se non ho niente da
mangiarci dentro?", gli disse uno. "Credi che abbia il vino
da bere tutti i giorni in questa coppa gialla?", gli fece un
altro. Dopo aver turbato gli animi dei cittadini, decise di tornare a
casa, turbato a sua volta. Una volta scaricati i sacchi, si fermò a
guardare i tesori che lo rendevano uno dei più ricchi uomini del
mondo, ma che allora gli sembravano solo rottami di metalli e
minerali. Improvvisamente, decise di nascondere tutto. "Non si
sa mai che, parlando tra di loro, non cambino idea e, siccome ora
tutti conoscono la mia ricchezza, assaltino la casa per
saccheggiarla". Così parlò l'uomo più ricco e solo del mondo.
Avete
capito ora come mi sento? Ora sapete cosa vuol dire per me conoscere
l'uomo che annaspa vicino a te, si dimena per il piccolo piacere
personale, trattiene il dolore e ti vuole anche insegnare a vivere.
Un uomo che si guarda intorno e pensa che si deve comportare come
fanno gli altri e che qualcuno saprà anche la ragione. Ogni giorno
vive la stessa esperienza, moltiplicata tante volte quanti sono i
suoi giorni. Mentre l'orologio biologico procede implacabile, lui si
alza dal letto, si mette la cravatta e la giacca, saluta la moglie e
si infila in auto.
Quest'uomo
vive per soddisfare le proprie illusioni. Se è povero cercherà solo
di imitare chi sta bene, di godere degli stessi piccoli lussi; oltre
a dimenticare i suoi compagni di sventura, probabilmente non
risparmierà il sadismo. Oggi il mondo è pieno di questi cialtroni
arricchiti. Sono in alto ma per fortuna non comandano. E' un branco
così ignorante che basta poco per manipolarlo: la pubblicità, ad
esempio. Questa è la democrazia: far credere che siano loro a
decidere. Il problema è che questo sistema contagioso prima o poi
travolgerà la mente anche dei più deboli tra gli intelligenti. "E
se avessero ragione loro?", si chiedono rosi da eccesso di
dubbio. Cominciano a credere che non ci sia nessun motivo per
dubitare che la pubblicità non menta. Alla fine anche loro cederanno
desiderando di assomigliare agli eroi belli e felici che vivono
nell'utopia del secolo: la casa splendente, la famiglia allegra, il
lavoro piacevole e compagnia bella. Nel momento in cui non si
sveglieranno più, l'utopia si materializzerà attraverso il loro
disperato sforzo per incarnarla. E più verranno assorbiti da quel
sogno, più si svuoteranno.
Proprio
per la loro scarsa lucidità, non capiscono neppure la mia
ostinazione nel sostenere i miei strani discorsi. "Giangi, ti
rendi conto di cosa dici?" Sì, Giangi si rende conto di cosa
dice. Anche lui guarda la tivù e purtroppo anche lui è contaminato
dai sogni pubblicitari. Ma Giangi, cari miei, vede il vostro vuoto e
soffre perché, restando tra voi, gli mancano le ali per spiccare il
volo. Vuole essere un'aquila ed è solo un pollo.
Intanto,
voi giudicate le mie stranezze come l'insensato delirio di un pazzo o
di un ubriacone. So cosa pensate dei miei discorsi: semplici
scarabocchi sul foglio della ragione umana. Tacete perché temete ciò
che avete dentro? E dire che basterebbe un gesto d'amore. Basterebbe
la vostra mano verso di me... Una sola mano...
Questa
sera sono finalmente sicuro che il mio sdoppiamento in due, tre,
mille voci non è altro che il segnale che è arrivato il momento.
Forse sono proprio io che non voglio crescere. Non sono più un
cucciolo, ma neppure un adulto. Io, giovane
vecchio,
me ne sto sulla soglia della vita umana proclamando il diritto a una
vita naturale della quale non godo più. Mi contorco tra ragionamenti
pieni di amarezza perché sento questo passato alle spalle. La
ragione mi segue a intermittenza.
E'
l'ora di spezzare questo nodo che mi tormenta. Facciamola finita.
IX
Sono
ancora qui, vivo, con le ossa a pezzi e la pelle gonfia. Un raggio di
sole mi ha centrato l'occhio destro svegliandomi. L'orologio segna le
sette di mattina. Mi sono addormentato al tavolo, circondato dagli
avanzi della cena. Sul divano si trova in bella vista la pistola.
Non
sono riuscito a suicidarmi. E' stato il campanello a interrompermi.
Ho aperto la porta nel pieno della disperazione, infastidito come se
il mio intento avesse subito una profanazione. Un fattorino che
masticava un chewing gum mi ha allungato una scatola che conteneva
pizza con prosciutto e doppia mozzarella. Cascato dalle nuvole, stavo
per dirgli che forse cercava la famiglia Baracchi del terzo piano nel
condominio accanto, ma mi sono fermato in tempo e, anziché
discutere, ho pagato.
Chiusa
la porta, mi sono ritrovato con la pizza sul tavolo e la pistola sul
divano. Sono scoppiato a ridere mentre (non mi era mai successo)
ascoltavo preoccupato le mie risate. Allora, mi sono buttato sulla
sedia tenendo la testa tra le mani. Ho dato un'occhiata all'orologio:
erano le undici e un quarto. Siccome la distrazione mi aveva
cancellato i ricordi malinconici, mi sono messo a ingurgitare la
pizza. Che importava a quel punto? La mia voracità era tanto
inspiegabile quanto maldestra, al punto che ho sporcato il tavolo di
sugo di pomodoro e di mozzarella.
Ma
non sono riuscito neppure a divorare tutta la pizza perché, quando
la mente era ormai sgombra dalle tetraggini, è squillato il
telefono. Pareva una congiura per tenermi in vita. Ho riconosciuto a
fatica la voce di Marcella, una moretta neppure tanto carina con la
quale avevo avuto una storia. Mi ero persino dimenticato di lei.
"Sono
incinta", mi ha detto infuriata, "penso che il bimbo sia
tuo". Sono rimasto di stucco. Ho chiesto spiegazioni, ma per
tutto conto lei ha iniziato a strillare come un'isterica. Le ho
chiesto di calmarsi. "Giangi, sei un bastardo", mi ha
gridato piangendo; "riconosci il bambino, altrimenti faccio il
test di paternità. Ti porto in tribunale".
Terminata
questa amabile conversazione, il mio fisico non ha retto alle
emozioni di quella sera. Non riuscivo più a pensare. Mi sono seduto
al tavolo e il sonno mi ha stroncato.
Modena, 1992-1995
Questa è la prima pubblicazione
Questa è la prima pubblicazione
Riproduzione Riservata solo all'autore
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Nessun commento:
Posta un commento