mercoledì 7 giugno 2017

RICORDI DI UN GIOVANE VECCHIO

Racconto di Carlo Gregori
scritto nel 1992-95




I

Gira e rigira, mi trovo sempre qui a pensare la stessa cosa: "Giangi, hai trent'anni e sei già vecchio". Fa ridere? Eh, lo so. E' la mia fissazione. Se mi sentissero, i miei amici riderebbero di me. E anch'io, Gianluigi Baracchi, detto Giangi, ne riderei in mezzo agli altri, ma una volta rimasto solo mi trovo a combattere questa sensazione. Gli anni passano, mentre rinvio a un futuro imprecisato le scelte importanti, ed ecco che oggi mi trovo a constatare che il gioco è finito.
Prendiamo il matrimonio. A trent'anni molti sono sposati, qualcuno è divorziato. Eppure, non sembra mai che la donna che ti sta accanto sia quella adatta a te. Ci vivi insieme, magari nasce anche un figlio, ma ogni volta che la guardi ti chiedi se è proprio quella la donna che doveva toccare a te. Certo, lo stesso discorso lo può fare, e anzi lo fa, la donna con l'uomo. La faccenda è complicata. Quando ero piccolo gli adulti mi parlavano di questa figura mistica di donna, la mia futura moglie, come se già l'avessero conosciuta. Chissà, se ne erano fatti un'idea.
Da ragazzo, le mie dichiarazioni d'amore finivano quasi sempre con un no, seguito dai sogni pornografici nella solitudine della mia stanza. Mi sarebbe piaciuto tenere un elenco di tutte le ragazze chi mi hanno ispirato nell'intimità; avrebbe riempito un quaderno. Sapete, non ero quella che sia chiama una bellezza. Con gli anni, mi sono accorto di piacere di più, ma rimaneva l'insicurezza. Così, continuando a fantasticare sul mio domani passavo da una ragazza all'altra; e più crescevo, più le trovavo disponibili. Mi divertivo, non lo nascondo. Insieme con gli amici andavo spesso in discoteca; mi mettevo in mostra, scherzavo, giocavo e prima o poi capitava un'avventura. Cose da poco che duravano qualche serata. Il fatto è che difficilmente trovavo un legame stabile, se lo intendiamo secondo il senso dato dai miei familiari.
Mi è capitato di avere storie durate alcuni anni ma, siccome qualcosa non funzionava, finivano. Mi sono interrogato a lungo su questo fenomeno. Chissà se era colpa mia, sua opppure della società. La risposta non l'ho mai trovata. Gli anni continuavano a trascorrere e mi sentivo sempre più solo. Ogni volta che stringevo una donna tra le mie braccia sentivo il suo corpo pesante, privo dell'energia e del calore che provavo le prime volte da ragazzo. Che cosa accadesse, non lo so. Forse, consideravo la donna un involucro per appagare le mie fantasie. Desideravo la tizia, la corteggiavo, la seducevo e quando la possedevo mi vedevo dall'esterno, come in un film. Alla fine, desideravo solo il colore dei capelli e della pelle, la forma dei seni, la tornitura delle gambe. Ma la persona che c'era dentro, come era?
Poi, mi sono sposato. Col senno di poi, a questa scelta sono arrivato proprio per sfuggire alla noia che raccontavo adesso. A ventisei anni mi sembrava di conoscere troppe cose dell'erotismo. Quando seducevo una ragazza, la prima sera mi rivelavo un amante ardente, come per dimostrarle che so stupire. Le sere successive mi accontentavo di fingere il coinvolgimento ma il gesto si riduceva all'esibizione di un attore da filodrammatica. Poi, appunto, subentrava la noia accompagnata dall'indifferenza. Alla fine non ascoltavo neppure i suoi discorsi.
Con Valeria (così si chiama la mia ex moglie) è andata diversamente. Ho sposato Valeria dopo sei mesi di frequentazione. Mi piacevano il suo viso innocente e i suoi capelli crespi. L'ho conosciuta una sera a una festa e, siccome avevamo amici comuni, siamo entrati in confidenza. Frequentandoci, ci siamo così convinti di stare bene che abbiamo deciso di sposarci. Sinceramente, non ho mai creduto al matrimonio. Sono andato all'altare perché sentivo che era arrivata l'ora e perché volevo provare — che illusione! — la gioia di vivere con la mia donna.
A proposito dell'ora arrivata. Spesso, ripensandoci, ho avuto la sensazione che anche Valeria l'avesse presa ingenuamente; altrimenti, sarebbe inspiegabile perché anche lei, così diversa da me per carattere e interessi, abbia fatto il passo più lungo della gamba. Credo (ma non vorrei sembrare malizioso) che abbia contato anche il desiderio di stupire le amiche: aveva qualcosa da raccontare. Vi sembra una sciocchezza? Dovevate vedere come era entusiasta delle nozze, che preparativi aveva fatto. Forse immaginava che davanti all'altare il matrimonio finisca anziché iniziare. Ma ho poco da rimproverarle; anch'io mi nutrivo della stessa speranza: costruirmi una vita normale. Voglio dire che avrei realizzato gli ideali dei miei genitori; ideali nei quali, per la verità, non credevo affatto. (Ora capisco l'agitazione e la sensazione di malessere che provavo quella mattina prima di entrare in chiesa)
Io e Valeria abbiamo vissuto insieme per tre anni. Una volta comperata e arredata la casa con un mutuo e ricevuta la benedizione dei rispettivi genitori, sono iniziati i guai. I primi tempi ero innamorato: lo so perché provavo lo stesso travolgente sentimento di quando ero ragazzo. Passavo notti intere ad accarezzarla, ma più che la sua persona amavo il suo corpo. Era così pulita che me l'immaginavo nuda distesa tra candide lenzuola su un vecchio letto di campagna coi capelli crespi sciolti sul cuscino e uno sguardo malizioso. Non so perché, ma questa immagine mi perseguitava. Invece, era una persona come tante. Oh, gentile e carina, certo; ma senza interessi, poco vivace. Anche nell'intimità non ha mai perso la testa per me. Faceva l'amore perché bisogna farlo, ma ci metto la mano sul fuoco che, se avesse potuto, ne avrebbe fatto anche a meno.
Col passare dei mesi l'interesse per lei calava e alla fine mi sono ridotto a guardare il fondoschiena delle donne per la strada, anche quelle di mezza età. Quando Valeria se ne è accorta, ha iniziato a strepitare. Che scenate! D'accordo, nella sua gelosia c'era anche una parte di finzione; aveva ancora qualcosa di nuovo da raccontare alle amiche. D'altra parte, anche lei si comportava in modo identico: più avanti mi ha confessato la sua attrazione per i glutei maschili, ciò che non avrei mai sospettato in una donna così pulita.
Non funzionava. Andavo a dormire dopo cena; non frequentavo più gli amici (molti dei quali, detto di passaggio, erano nella mia situazione). Per farla breve, pur restandole fedele, mi adattavo a qualche piccola mania quotidiana che eseguivo come un rito devozionale: ascoltavo sempre quei dischi, guardavo sempre quei programmi in tivù, ogni tanto telefonavo a qualcuno. E, quando meno me lo aspettavo, siamo arrivati alla resa dei conti. Mi ero accorto che non le piaceva più fare l'amore con me. Mi fissava zitta; appoggiava semplicemente le mani sulla mia schiena. Un giorno, quando le chiesi che diavolo avesse, scoppiò a piangere e mi rovesciò addosso la rabbia covata per mesi. Mentre la ascoltavo confessare il disgusto che provava per me, sentivo ronzare le orecchie. Il supplizio fu ricambiato e, cogliendo l'occasione, mi decisi a uscire allo scoperto. Approfittai della sua condanna per fare le valige e tornare dai miei genitori. Alla casa ci avrei pensato l'indomani.
Non ho voglia di raccontare le beghe per la separazione e per chiudere il mutuo. Sono cose che capitano a tanti, oggi. Né credo che possa sorprendere la delusione dei miei genitori, quando seppero che il mio sogno coniugale si era infranto.
A mente fredda, ancora oggi c'è qualcosa che non capisco. Mi sono sposato per un desiderio comune, quello di mettere su famiglia, ma non ci sono riuscito per la mancanza di un altro desiderio, quello sessuale. Così, pensandoci un attimo, mi sono chiesto se è il matrimonio che uccide l'attrazione oppure se sono io talmente abituato all'attrazione che non mi sento tagliato per il matrimonio.
Sta di fatto che oggi, a un anno dalla separazione, penso che sia difficile vivere tutta la vita con un'unica donna. Come avranno fatto i nostri antenati? Tra tutte le menzogne che raccontavano sul sesso rientrava anche questa? Quanto a me, eccomi qua; mi cascano le braccia a confessare sorridente che non ho la più pallida idea di quello che voglio. Credete che mi piaccia restare scapolo? O che non mi senta solo? Forse voi avete una risposta. Per me, è un dilemma senza soluzione.
In realtà, oggi non ho problemi a trovare donne. Quelle che frequento sono nella mia condizione. Ci troviamo solo per ammazzare il tempo facendo sesso. Lo so io, lo sanno loro, ma non affrontiamo mai l'argomento. Non è simpatico.
Un mese fa mi è però capitato un piccolo incidente che mi ha aperto gli occhi. Stavo guidando l'auto e, mentre osservavo una donna in bicicletta davanti a me e mi chiedevo come al solito: "Chissà come sarà a letto?", improvvisamente mi sono accorto che non mi ponevo neppure il problema di che carattere avesse, se suonasse il violino, facesse la maglia o portasse in giro un cane. Quella donna era un essere senza affetti, senza storia, senza gusti. Guardavo solo i vestiti cercando di immaginare quello che c'era sotto. E ci scommetto che anche lei si sarebbe comportata così. Mi sono sentito ridicolo pensando di affezionarmi a una sconosciuta.


II

Ma, parlando francamente, il mistero del grande e unico amore è solo uno dei tanti che tormentano la mia vita. Intorno ai ventisei anni, mi sono accorto che ciò in cui ho creduto per tutta la vita, o almeno dall'età della ragione, era una serie di frottole belle e buone. Diversamente, non saprei come valutare. Parlo seriamente: perché credete che i ragazzi trasgrediscano le leggende raccontate dagli adulti? Io amavo fare a modo mio, ma, non so perché, alla fine mi coglieva sempre lo stesso dubbio: come è possibile che tutti abbiano passato le stesse esperienze per arrivare alla conclusione di partenza, quella che avevano negato?
Questa era la mia ossessione. Insomma, regolarmente arrivavo a confermare la validità degli insegnamenti tradizionali dopo aver cercato di sfuggirli; e più li mettevo alla prova e più questi riaffioravano solidi e lucenti. Mi ribellavo? Ed ecco che mi ritrovavo nella condizione che avevo disprezzato in modo plateale. Se cercavo strade nuove, mi ritrovavo sul viale delle banalità. E quando criticavo, ecco che mi ritrovavo a difendere le idee più spregevoli sempre in nome della buona fede e della lotta alla stupidità. E non sto parlando di politica.
Sarò onesto, non è andata proprio così. Contemporaneamente, in me si faceva strada una sottile vena di veleno; mi scorreva nel sangue fino a intossicare i miei pensieri. E se anche giungevo alle spregevoli conclusioni dei miei genitori, lo facevo comunque disilluso.
Per dirla diversamente: ho corrotto da solo la mia innocenza e, come la verginità perduta della puttana, una volta finito il periodo di prova non potevo certo pretenderla indietro. Non vorrei sembrare un moralista a buon mercato, ma non so neppure spiegare questo mio sentimento contraddittorio di coerenza e incoerenza. Non capite? Eh, lo so: è difficile persino per me. Ma scommetto che anche voi lo avete provato, a meno che non siate ipocriti o accecati dalla stupidità. Avete mai ascoltato l'eco delle vostre parole gridate per ira sentendo come sono ingiuste anche se necessarie? Siccome nessuno vuole perdere la faccia, sosteniamo anche le cose più stupide per un senso di decente coerenza.
Dicono che il saggio è colui che mette tutto in discussione. Ma dove ha portato tanta saggezza? La verità è che nelle cavità cieche delle sue viscere anche l'uomo più nobile prova un doloroso tormento. Lo so, l'ho provato anch'io, nel mio piccolo. E' il tormento che prende chi, sentendosi fragile, combatte con se stesso sul ring della coscienza e che per mascherare questa suo sdoppiamento si mostra al prossimo inflessibile e arrogante. Avete mai visto un filosofo o un santo riappacificarsi, dopo aver subito un'offesa, con un collega rompiscatole che deve vedere tutti i giorni? Se lo conoscete, fatemelo sapere.
A questo proposito, ho conosciuto parecchi rappresentanti di questa specie risibile di uomini inflessibili soprattutto all'università. Vi sembra strano? Eppure è là, dove si forgiano i veri caratteri, che i più deboli si riconoscono subito: sono i pappagalli del professore famoso. Ogni profeta ha i suoi discepoli; lui spiega, loro propagano il verbo. E siccome i più sono passivi e insicuri, ecco che i primi scambi di opinioni non avvengono più sulle proprie idee ma su quelle altrui: sulla parola altisonante del professore o sulla bella citazione dal libro. Il meccanismo è ben oliato quando ormai si arriva allo scontro di idee che comunque non sono mai le proprie; spesso si arriva a combattere per sostenere le ragioni di gente che si conosce appena ma che si ama. Questa devozione, proprio perché pura, è incondizionata.
Cosa pensare: pigrizia, stupidità, abitudine? Sta di fatto che, al di là delle beghe accademiche (perché, non so se lo sapete, i professori continuano a ragionare così per tutta la vita), resta l'aspetto più grave, e qui torniamo al punto: una volta forgiato, il carattere te lo tieni. Che ti piaccia oppure no, poco importa, perché tanto non è tuo. So che qualcuno salterà sulla sedia, ma in un angolino della sua coscienza anche lui sa di aver ceduto le proprie idee (se mai le ha avute da ragazzo) in cambio di un pugno di argomenti che servono per tirare a campare. Per questo, dall'alto dei miei trent'anni, a volte mi chiedo se queste idee non siano semplici giustificazioni grossolane dei nostri interessi.
Faccio un esempio. Ho un amico, Andrea, col quale ero culo e camicia. Eravamo sempre insieme tutti i giorni. (Lo dico perché posso testimoniare quanto fossero nobili i suoi pensieri.) Finita l'università, trova un posto da controllore di produzione in un'azienda chimica e nel giro di tre anni avviene la stupefacente mutazione di idee. Come prima era generoso e desideroso di abbracciare l'umanità, ora scopre di detestare "quegli stupidi operai" (dice proprio così), "quei cretini che rischiano di spaccare tutto"; "zotici che adorano in modo superstizioso le macchine e che pensano che se alzi di un grado la caldaia salta tutto in aria". Ma se per sventura il mio amico Andrea si trovasse disoccupato pensate che si lamenterebbe ancora di quegli "stupidi" e "zotici" in tuta? Ecco un caso interessante, perché mette a nudo il nostro animo (anche il mio; non mi tiro indietro).
Quanto a me, ho un piccola opinione in merito. Una cosetta banale. A forza di cercare la mia originalità, da qualche tempo la mia unica certezza è di non avere un mio sistema di pensiero, ma di essere una discarica di rottami di pensieri altrui tenuti insieme proprio da me. E anche se con gli altri sono un giudice pedante e mi diverto a criticare questo e quello convinto di sapere tutto (ve ne sarete accorti), la verità è che di me non so nulla.
Vi confesso una cosa: sospetto di non sapere amare perché non mi capisco.
Quante volte abbiamo sentito dire che "Tutto è relativo". E' la frase per eccellenza del nostro secolo; una formula che racchiude una saggezza che procura più angoscia che libertà. Avete mai riflettuto sul fatto che è un comodo alibi? Innanzitutto, la libertà di pensiero ci spinge in teoria ad avere nostre idee, ma, parlando col cuore in mano, sfido a trovare chi ha la forza di crearle. E siccome "tutto è relativo" posso affermare tutto e il suo contrario, nonché le sfumature intermedie. Provate ad avere una vostra opinione e vi troverete a sostenere quella contraria.
Sapete come il nostro animo italiano è sempre pronto a inalberarsi per difendere le proprie libertà: ieri guelfi e ghibellini, oggi di destra e di sinistra. Ma guardate da vicino come applichiamo queste opinioni quando ci scaldiamo tanto. Ho conosciuto fior fiore di ipocriti nei miei pochi anni di vita lavorativa; gente pronta a svenarsi per battaglie di "libertà"; e poi in casa si comportavano con il vero carattere nazionale, quello fascista. Noi italiani abbiamo saputo inventare solo questa forma politica, il fascismo. Non lo dico con cattiveria; la mia è una costatazione spassionata. E' che ci piace eliminare chi non la pensa come noi. Capita anche a me, non lo nego, ma almeno non mi nascondo dietro a buone intenzioni. Per questo mi pare che, in fin dei conti, dire la propria opinione significhi dire quello che torna utile al proprio interesse.
Per tanti mesi mi ha afflitto questa consapevolezza. Provate a pensare cosa comporta questa doppiezza per un povero ingenuo come me. Sì, ho detto ingenuo, anche se qualcuno storcerà la bocca. Sopra i dieci anni è vietato credere in Babbo Natale e sopra i venti nei valori tradizionali; eppure, lo confesso, io ci credevo davvero. A scuola mi avevano insegnato che bisogna essere onesti, leali, coraggiosi, aperti, generosi e che ogni cosa verrà assegnata secondo il merito.
Intendiamoci, non ero un secchione; ho sempre studiato il necessario, anche se nulla scalfiva la mia certezza che così girasse il mondo. Solo alcuni anni dopo, quando ho iniziato a lavorare, mi sono accorto che la scuola mi aveva imbottito di scempiaggini.
La carriera per merito, il pilastro dell'educazione, è la più grande menzogna di tutti i tempi. Qualche secolo fa, almeno, si aveva il buon gusto di evitare simili panzane. Il sistema delle caste nobiliari e plebee ti assegnava un posto con la grande lotteria della vita, la nascita. Certo, per una qualche legge demografica, la probabilità maggiore ti assegnava tra i poveri. Solo quando è stato necessario giustificare la cacciata dei nobili, si è inventata la sacra menzogna del diritto per merito. Avete presente i concorsi pubblici statali, nei quali in teoria tutti i concorrenti sono uguali. Tagliamo corto: non ho mai visto una persona avanzare senza una raccomandazione o una conoscenza. Mai che un superiore abbia detto: "Beh, quel tizio è bravo, fa bene il suo lavoro, ha talento. Mettiamolo alla prova".
L'Italia è un termitaio nel quale si combatte con le unghie per avere una casa e un lavoro e dietro a una verniciata di parole sull'uguaglianza la vita continua come secoli fa. Per difendere i propri interessi, chi sta in alto deve ovviamente preoccuparsi di rassicurare il prossimo dando l'impressione di vivere in un paese moderno e per questo arruola persone che ripetono la liturgia democratica: "In alto si arriva per merito". Sarebbe interessante sapere come sono arrivati in alto — voglio dire ad avere il diritto di parola — i sacerdoti di questa impostura.
Chiediamoci ad esempio cos'è la lealtà. Io l'ho fatto. Significa seguire i superiori o i compagni di lavoro? Quando ho iniziato a lavorare, ero imbottito delle sciocchezze imparate in diciannove anni di scuola. In ditta mi sentivo disorientato in mezzo ai colleghi che si muovevano disordinatamente, si azzannavano tra di loro, aspettavano che uno uscisse per parlarne male, si alleavano per distruggere qualcuno, magari il più fragile. Così, mi sono volto al direttore che, quasi una reviviscenza del professore, incarnava il mio ideale di equità. Che illusione! Dopo pochi mesi ho capito che anche lui era nel gioco delle fazioni e che appoggiava questo contro quello, finché ho scoperto che era arrivato lì proprio grazie a maneggiamenti. La lealtà nei suoi confronti non poteva essere separata dalla devozione che costava il titolo di "ruffiano". Chi la cercava, e non per amore della lealtà insegnata a scuola o in famiglia, lo faceva di nascosto, come un ladro di notte; e se veniva scoperto negava dando prova di lealtà alla fazione di minoranza. Non c'è niente di più infame di un traditore del gruppo di colleghi che sperano di ottenere comuni benefici.
Riflettendo di nuovo, ho corretto il tiro: "La lealtà è devozione all'azienda". Bella frase. Tutto preso dall'amore per questa divinità materna che mi nutriva e dava riparo, lavoravo improvvisamente bene. Ogni gesto veniva misurato sull'effetto positivo che avrebbe comportato per l'azienda. Consideravo i miei colleghi dei piccoli sabotatori che con i loro intrighi rallentavano i processi razionali di produzione e minavano il morale generale. Avevo ragione, ne sono sicuro. Se avessi potuto, ne avrei cacciati via due o tre. Voi non sapete i miei problemi di ogni giorno... Ma andiamo avanti.
La lealtà all'azienda, la grande bandiera che riesce ad assorbire i contrasti tra gli uomini, è crollata quando ho capito che ero l'unico a sostenerla. Il direttore pensava a tutto tranne che all'azienda. Neppure il consiglio di amministrazione pareva tanto preoccupato del suo destino. I miei sforzi risultavano tanto più impegnativi quanto più vani. Nessuno si accorgeva di me perché volgevo le cure a un'entità che ha solo un nome, produce laminati di plastica e tenta disperatamente di allargarsi. Quasi quasi, se avessi provato a raddrizzare la Torre di Pisa con le braccia avrei ottenuto di più.
La fase successiva è stata, ovviamente, l'indifferenza. L'intrigo no, mai. Penso che ormai mi conosciate; l'intrigo non è per me. Ah, ah; no, no... Scusate se rido, ma l'unico intrigo che mi concedo è quello delle nostre voci nella mia testa. E siccome da lì non escono mai, punto diritto al sodo. Un po' di carriera l'ho fatta, certo, ma tutti continuano a dire: "Pazienta, sei giovane". Il solito ritornello. Si è giovani solo quando fa comodo.
Dicono che sono strano e forse è vero, ma mi sono persino chiesto se non è il caso di insegnare proprio queste cose agli studenti. Voglio dire, se inserissero tra le materie l'arte dell'intrigo, le alleanze segrete e la lealtà, quella lealtà che vi ho spiegato, la stessa premura che ha il picciotto per il mafioso, arriverebbero alla maturità già pronti per entrare nel mondo vero. Tanto, così come è oggi, l'illusione lascia sempre il posto all'amarezza e all'adeguamento.



III

Sì, è buffo che, in un certo senso, questa tradizione contraddica quelle delle quali parlavo prima. Più uno si sforza di credere nei grandi valori inculcati, più si scontra con la realtà. E' l'esatto contrario del matrimonio, famiglia e compagnia bella. Eppure sono cose che vengono insegnate, anche se la vera scuola di vita è la loro trasgressione: l'arte s'impara praticando la lezione a rovescio in un lungo vagabondaggio.
Ma provate a sradicare questa tradizione di buoni valori e vedrete come vi daranno addosso. Belve; diventeranno belve inferocite. Vi chiameranno nemici della famiglia, del popolo, della patria e vi cuciranno addosso altre paroline del genere. Anche se è tutto chiaro come la luce del sole, l'importante è fingere di crederci.
Poi, un giorno, mi sono ritrovato a difendere le mie opinioni bizzarre in nome di valori superiori; dei grandi valori morali, voglio dire. Pretendevo l'ultima parola in capitolo, non so se capite. Ma anche allora mi hanno dato addosso: come ti permetti? chi credi di essere? Qualche fariseo rispolverava addirittura il Vangelo: chi è senza peccato eccetera eccetera.
Davvero, per un certo periodo mi sono sentito soffocato in un angolo. Più combattevo il moralismo, più ero moralista; e quando me lo rinfacciavano non sapevo come oppormi e urlavo proprio come quelli che condannavo. Credete che sia piacevole? Passati i ventisei anni, un giorno ti ritrovi a fare la tua parte. E' una brutta espressione "fare la parte"... Sembra di fingere. Io credevo però di avere ragione, anche se ero la voce stonata nel coro. Diventavo livido, la rabbia mi usciva dai pori, il sangue mi bolliva in testa.
E oggi mi ritrovo qui, sdraiato sul divano ad ascoltare le grida e le risate dei ragazzini a cena nella pizzeria sotto casa, e sorrido pensando che per troppo amore dell'uomo propongo la corruzione morale dei minorenni. Sì, per troppo amore. Voi compatite le mie idee balorde. A voi basta solo il simulacro dei valori perché poi uno possa scegliere di seguirli o meno. Ipocriti! Sapete bene che in questo mondo si sceglie tra ciò che capita nel recinto dove si finisce a pascolare. Fa comodo riempirsi la bocca di bei discorsi sopra i massimi sistemi, quando, una volta chiuso il libro dei precetti, ci si ritrova invischiati in piccole beghe quotidiane. Ma con voi è fiato sprecato.
Ridete, ridete pure. Provate a sentirvi per anni in sintonia col mondo, ad essere apprezzato dalle donne, stimato dagli amici; immaginate di non essere stupidi. Poi accade un imprevisto: giorno dopo giorno la testa degli altri si ferma mentre la vostra corre. Vi sentite giovani mentre gli altri appaiono vecchi decrepiti; proseguite e li osservate perdere terreno dietro di voi. In realtà si stanno solo sistemando, mettono su famiglia, iniziano a lavorare. Certo, lo fanno a modo loro. Spaventati, vi guardano con invidia che presto diventa perplessità e dicono: "Giangi, sei rimasto il ragazzone di un tempo".
Anche le donne un po' alla volta diventano così. Cerchi di adeguarti a loro, finché ti accontenti e la domenica ti ritrovi a discutere con loro davanti a una vetrina se quella borsetta è carina; ed ecco che ti distrai, ti guardi nello specchio della vetrina e capisci che, mentre gli altri seguono il processo biologico restando attaccati allo spirito di quell'età, tu, anche se più giovane di idee, sei già vecchio.
Non storcete la bocca, sono vecchio davvero. Non c'è niente di male. Vedete, il mio cinismo è frutto della dolorosa conoscenza del mondo attraverso lo sguardo di un'innocenza prolungata. Per questo i giovani vecchi come me, così tipici dei nostri tempi, si nutrono degli stessi personaggi: il fuggitivo, il duro, l'erotomane, l'artista, il romantico, il criminale, la puttana. Mi piace immaginarmi così, ma cosa cambia? E' solo un gioco.
Sono triste: vivo con gli adulti. Credo che, se potessero ascoltare la mia voce, i ragazzi mi capirebbero di più. Mi sbaglio? Mah, forse è impossibile credere al racconto di un viaggio dalla terra dei morti.



IV

A volte mi viene il sospetto che questi ragionamenti sfiorino la follia. Il mio amico Marco me lo ripete spesso: "Giangi, mi fa impressione la rabbia che porti dentro. Mi sembra che ultimamente hai dei problemi".
Mmmh... Certo, ultimamente ho tanti problemi. Credete che non li abbia anche lui, ultimamente? Conosco Marco da tanti anni, siamo cresciuti insieme e vuole farmi credere che per lui tutto fila liscio come l'olio. Quanti si riducono così! Li ascolti e ti interroghi: saranno come me? avranno gli stessi dispiaceri? avranno ancora dei sogni? Li fissi negli occhi e poi arriva la folgorazione, quella frase buttata lì, quasi per cercare la tua complicità: "Guarda, siamo della stessa generazione. Ti ricordi i bei vecchi tempi? In fondo la penso ancora così". Ma è un lampo di mezzanotte. Quante volte ho ritrovato i miei problemi nelle parole degli altri.
Ultimamente, dice. Ma cosa ne sa Marco? Il passato sta lì, come un macigno sulla punta di un pinnacolo, e io aspetto che rotoli giù.
Discorsi strani, dicono. Strani saranno loro. Il passato non torna, è vero, ma con quanta nostalgia ne parlano a trent'anni! Per questo dico che almeno io ho il coraggio di dichiararmi un giovane vecchio. Quando guardo i ragazzi di oggi che imitano le nostre mode resto sempre sconcertato. Mi dico: "Il loro revival sarà falso, ma c'è il riconoscimento (che è autentico) di quello che eravamo noi, l'ammirazione per le nostre scelte". Anche noi eravamo così, nostalgici per un epoca mai vissuta se non attraverso riminiscenze al confine con l'infanzia. E' il canto del cigno dell'ingenuità.
E poi chi ha detto che anche i giovani non fanno strani discorsi? Facciamo presto a dimenticare. Quante ore ho passato da ragazzo nella mia camera da letto da solo con il manifesto del mio complesso rock preferito, sognando ad occhi aperti! Tempo che, con gli occhi di oggi, considererei perso o speso male. Ma è una gretta considerazione economica. Sarei più felice se avessi studiato informatica o avessi giocato a tennis? Felice, non lo ero neppure allora, ma almeno vivevo seguendo il flusso del mio tempo interiore.
Queste mie divagazioni, ad esempio, come sono sconnesse rispetto a quelle! Oggi, sono gli ex giovani, gli stessi che per primi scoprirono di essere giovani, a giudicare i giovani. Loro hanno l'ultima parola sui giovani. Sanno tutto dei giovani; sono esperti di giovani. In realtà, cercano di neutralizzarli con le loro chiacchiere, perché hanno paura del giudizio dei giovani ma ancora di più del tempo che li consuma, nonostante indossino i jeans. Le parole non seppelliscono i fatti. E per quanto dicano gli ex giovani, i giovani continuano a fare strani discorsi. Io, che sono pazzo, faccio ancora quegli strani discorsi di allora, ma chi li capisce più?
Questo è il punto: parlo una lingua morta.




V

Vi paiono discorsi acidi? Vorrei che fossero varechina da gettare sulle vostre facce mentre ballate, ridete, bevete. E' venerdì sera e io sto qua in poltrona. Giro tra le mani la mia pistola, una Beretta automatica calibro 9. Ho detto mia, ma non è vero. L'ho presa dal cassetto dei calzini di mio padre, ex ufficiale, cassiere di banca ormai vicino alla pensione. Non se ne accorgerà neppure, se non a fatto compiuto; non va più al poligono di tiro.
Il battito dell'orologio si fa così insistente che rimbalza sulle pareti. Dalle voci in strada, ormai la pizzeria è vuota. Sento solo qualche ragazzo che tira tardi: starà decidendo dove andare questa sera.
Finalmente, dopo tanto tempo, sono tranquillo. Mi piace tenere questa pistola tra le mani. Mi fa sentire sicuro. In fondo, sono innocuo per il prossimo. Cosa volete che faccia un giovane vecchio, il vecchio Giangi?
Ma voi sapete cos'è il dolore? Voi che pensate solo a sopravvivere nel vostro letamaio. Non illudetevi: la vostra vita non ha più senso della mia: dipende solo dal vostro grado di stupidità. A volte penso che sia maggiore in voi; a volte penso il contrario.
Cercate di capire; per me è una questione di dignità. La società non sa che farsene di me e io la ricambio. Ho persino creato una legge matematica: il tuo ruolo è inversamente proporzionale all'intelligenza non asservita. Studi come me l'applicazione dei poliesteri? Vai bene; non dai fastidio. Ma guai se ti viene il ticchio di dire la tua.
Quando ero scontento, mi capitava di immaginare di ricominciare una vita all'estero, magari in un paese tropicale. Chissà a fare cosa. Forse avrei aperto un ristorante, come fanno tutti gli italiani. Ma che senso avrebbe avuto? Anziché sparire, il mio dolore si sarebbe solo spostato con me e la mia ombra.
So di dire cose poco carine e oltretutto sconnesse. Cosa volete farci. Nei miei lamenti si trova la stessa poesia che c'è nel mal di denti. L'unico rimedio sarebbe la possibilità di dare un senso alla mia vita, ma questa medicina non c'è. L'ho cercata nella mia parte più animale, nel sesso per esempio, perché credevo che fosse vera quella dottrina che considera l'uomo un essere corrotto dalla sua stessa civiltà. Ma più sprofondavo nella mia natura e più sentivo crescere l'angoscia dell'inutilità di questa operazione. Posso studiare il cane che abbaia per vent'anni, ma non saprò mai abbaiare. Credetemi, in questi casi la ragione è una vera maledizione.
Quando ero un ragazzo, pensavo che l'unico modello di felicità esistente fosse quello dei grandi cantanti rock, circondati da un mondo di luci e di lusso, considerati artisti dal pubblico giovane. Tanti ragazzi, me compreso, li avrebbero seguiti nelle loro trasgressioni e stranezze. Ma gli artisti migliori si sono uccisi con la droga o con un proiettile: si vede che non erano tutte rose e fiori.
Ma la loro lezione non è stata dimenticata. Realizzare la speranza di un mondo libero: ci abbiamo creduto in tanti, per decenni. Anche chi diventava pittore o architetto all'inizio del secolo cercava la stessa via per cambiare il mondo. E' vero che qualcosa è comparso, ma con quanta timidezza! La storia ha sempre travolto questi sogni lasciando, tra le sue pieghe solo macerie, ricordi e voglia di ripetere per andare avanti. Ci speravo tanto; speravo che sarebbe stato possibile travolgere la realtà che a diciott'anni non ci piaceva. Ce lo ripetevamo fino all'alba, nelle notti d'estate. Ma i miei coetanei erano semplici giovani in fase di crescita.
Mi sono ritrovato solo. Ho persino sperato (mi vergogno a dirlo) che, per qualche circostanza, un giorno un giovane mi avrebbe scoperto come testimone. "Com'erano belli quei giorni, eh Giangi?" Interrogato come un superstite, che idiozia! Quanti ne ho sentiti che raccontavano com'erano belli i loro giorni. Quando entravano nei particolari, però, ogni volta restavo deluso. Il fatto è che i più avevano colto, solo anni dopo, lo spirito del tempo e si erano costruiti un passato pieno di balle per non sfigurare; sono anzi certo che allora molti di loro fossero contrari a quello che oggi esaltano. E io che avrei dato dieci anni per viverne uno solo di quelli.
Insomma, non mi posso rifugiare in un altro luogo né in un altro tempo. Anche fuori del lavoro, sono costretto a vivere in gabbia. Ma se qualcuno mi chiedesse — e mio padre lo fa spesso — che cosa vorrei, visto che mi lamento tanto, ebbene, onestamente non saprei cosa rispondere. Non vado in giro tenendo in tasca un progetto di mondo nuovo. Spiacente. Ma a trent'anni so anche che questa è una domanda maliziosa, perché chi la fa vuole indurti a pensare che così va il mondo e che bisogna saperlo accettare. Certo, se seguissi i valori di mio padre non avrei nessun problema.



VI

E' inutile, con mio padre non riesco proprio ad avere rapporti normali. Andando ad abitare da solo, pensavo che sarebbe cambiato tutto e infatti è in parte vero. I nostri rapporti sono migliorati, ma non troppo: abbiamo solo smesso di urlare. Fra noi la distanza resta abissale. Sapete, non riesco a credergli. E' una brava persona, a suo modo onesta, ma ha l'incorreggibile tendenza a predicare una cosa e fare il contrario. Proclama grandi valori e in famiglia si comporta da perfetto padrone. Per anni davanti ai suoi amici si è sbracciato per mostrarsi tollerante. Poi, tornato a casa, gli toccava litigare per dare la mancia a me e a mio fratello Stefano.
Ho percepito l'autentica natura di mio padre solamente quando ho iniziato a lavorare. Finalmente ero libero dall'angoscia e mi trovavo con i soldi in tasca. Oh, come ne era infastidito! Al tempo della mancia si limitava alle solite frasi rituali, che solo in seguito mi divennero chiare: "Vedremo, Giangi, quando inizierai a lavorare". Per anni senza saperlo avevo vissuto nel ricatto economico. Non mi aveva fatto mancare niente, ma non mancava niente neppure a lui. Voglio dire che se avessimo sguazzato nella miseria avrei capito il suo atteggiamento, ma mi teneva a stecchetto solo per controllarmi. Il suo portafoglio era il mio collare.
E lo faceva anche con mia madre, che, essendo benestante di suo, doveva raramente umiliarsi per chiedere. Beh, qualche volta è accaduto anche lei di piegare la testa. Si lamentava con me e mio fratello Stefano, ma poi non diceva niente. Noi la guardavamo sorpresi. "Vostro padre è un po' taccagno", commentava sottovoce, quasi vergognandosi. Tutto lì. Ci chiedevamo se in realtà fingesse di non capire, perché quando toccava a noi, lei era sempre dalla parte di mio padre. Prendeva le sue difese come una furia: "Non capite i sacrifici che si fanno; non sapete cosa vuol dire lavorare" e così via. Ora so cosa vuol dire lavorare, guadagnare e ricattare gli altri.
Altri miei amici avevano genitori esattamente opposti: davano troppo. E siccome neanche loro erano felici, ho capito che le cose non erano così semplici. C'è il caso che anche quella fosse una forma di ricatto, magari più sottile. "Stai con noi; fuori di qui non avrai nulla di meglio". Se il figlio se ne andava, cosa poteva riempire il vuoto in queste coppie tra un programma in tivù e l'altro?
Così si creano gli automi che popolano il mondo, che odiano segretamente la famiglia e che se ne fregano degli altri. Non spaventatevi, non ne faccio una questione di colpa. In fondo, è difficile distinguere nel mio e negli altri padri cosa è loro e cosa della parte che recitano senza saperlo. Sono crudo? Lasciatemi in pace: è una sera speciale. E' la mia festa.


VII
Cambiare il mondo: questo è il nobile obiettivo di un trentenne che assapora il gusto del potere e dell'emancipazione dai genitori. Sei vicino al centro del cambiamento e non hai accesso; è terribile. Aspetti la tua opportunità, ma quando arriva il momento è troppo tardi. Sei vecchio o neutralizzato. Solo chi ha già il potere ereditato dai genitori può permettersi il lusso di provare qualcosa, ma potete stare sicuri che non cambierà quasi niente. Ho conosciuto tanti rampolli di belle parole, soprattutto al liceo. Si sono lanciati tutti in politica o nei grandi affari. Conoscevano fin da piccoli il mare che divide le parole dai fatti.
Li disprezzavo, ma li frequentavo. Ho ancora la convinzione istintiva che c'è sempre da imparare da gente così. No, non voglio imitarli; mi piace sognare che un giorno avrò per qualche strana combinazione il loro posto e che agirò diversamente, ma che dovrò stare in guardia perché, statene certi, cercherebbero di riprendere il potere. A proposito, prima mi chiedevo se ero solo un sottile arrivista. E se così fosse?
Voglio confessarvi una cosa intima. Da bambino mi vedevo imperatore del mondo — immagino quanto sia strano per voi. Comandavo tutti, ma con clemenza. Sedevo su un trono alto e, quando i sudditi sfilavano davanti a me chiedendo ascolto, dalle loro parole cercavo di distinguere il buono dal malvagio. A differenza di Dio, però, non penetravo nel pensiero e ogni giorno ero condannato a evitare rivolte e colpi di stato. Quando scoprivo un complotto, mandavo i colpevoli in pubblica piazza lasciandoli nelle mani del mio popolo, che amava fare giustizia da sé e per me.
Sentivo questo amore reciproco tra me e il mio popolo. La gente stessa decideva la condanna del colpevole, di solito un generale o un ministro. La pena più frequente era la gogna col lancio di verdura marcia. Il condannato restava seminudo incastrato tra i ceppi ed esposto al pubblico ludibrio (come si diceva un tempo). Siccome nessuno gli poteva fare male, la punizione, di natura morale, era l'umiliazione. Pensavo che una simile condotta avrebbe sfogato gli impulsi cattivi dell'animo umano e rafforzato la mia stabilità al trono.
Ricordo che una volta per un re usurpatore avevo inventato una condanna speciale: l'avevo fatto esporre nel mercato in mutande con una corona di latta in testa e, siccome aveva cercato di abusare di alcune donne, se ne stava sdraiato su una panca tutto legato mentre le vittime gli pisciavano addosso. Quella notte lontana rimasi commosso per l'ingenoso meccanismo di risarcimento verso un essere così debole come la donna (perché allora mi sembrava debole). Con gli anni mi sono evoluto, ma sotto sotto sono sempre stato guidato da questo senso di giustizia.
Ma ho imparato a mie spese che il mondo va in direzione opposta e ancora oggi penso che il potere lo tieni col la forza e che tutto il resto sono solo chiacchiere. Il motivo l'ho scoperto a tredici anni, quando ho fatto a botte a scuola con un ragazzo grande e grosso che mi aveva rubato il pullover durante la ricreazione. Siccome le ho prese, ho capito che il bastone aveva anche un aspetto positivo, altrimenti il mondo sarebbe in mano a chi picchia più forte. Comunque, quel ladro venne condanato duramente nel corso di una delle mie ultime udienze da imperatore.


VIII

L'orologio continua a ticchettare contro le pareti. Fa caldo questa sera. Fuori non si sentono più voci. Saranno tutti ai caffè. Chissà come sopporterei la confusione, se fossi lì. Mi troverei immobile col volto tirato tra gente frivola della mia età e, se qualcuno mi salutasse distrattamente, sarebbe un'ulteriore pugnalata. A volte mi sembra che viviamo tutti in un profondo e fragile isolamento.
Sono fiacco e poco lucido, lo confesso. Prima del tramonto, quando sono sceso per fare un giro, ero rintronato. Attraversavo la strada e ho sentito un'auto frenare bruscamente. Il guidatore (mi sono voltato un attimo) mi ha coperto di accidenti. Non mi importava niente.
Passeggiando mi chiedevo: "Giangi, come ti sei ridotto? Hai un lavoro, le donne non ti mancano, sei carino, intelligente e anche simpatico". E' vero, non ho motivo di stare così; ma cosa ci posso fare? Quando ti senti solo come un cane, dove sono gli amici?
Riflettevo sulla situazione che mi aveva portato al punto di rubare la pistola a mio padre. Giravo per la strada tenendola nei pantaloni, bloccata dalla cintura. Chi mi passava accanto non sapeva né del mio incubo né del rischio che correva.
Mi chiedevo, stavo dicendo, del perché. In effetti non c'è motivo. Non devo lottare per sopravvivere; non mi trovo in una situazione di estremo disonore; non ho commesso alcunché di grave. E' che mi sento stanco. Intorno a me tutto è deciso da altri. Lavoro per tirare a campare: ho studiato diciannove anni, ho perso un anno a militare, faccio un lavoro stupido in fabbrica e prendo uno stipendio sufficiente per sbarcare il lunario. "Giangi, oggi sei fortunato sei hai un lavoro", mi dicono. Storie. Non ho prospettive.
Forse non sono abbastanza chiaro. E' colpa del vuoto. Parlo del vuoto di chi mi sta intorno. Crederete che troverei rifugio in qualche consolazione religiosa? Vorrei proprio, ma non ci riesco, perché Dio mi è inaccessibile: viviamo in un suo momento di sonno. Lasciamo stare i patetici surrogati di misticismo orientale; lo dico in nome di quelle venerabili religioni millenarie, trattate in modo buffonesco. E poi non sono un mistico. Sono troppo impregnato delle miserie di questo mondo; le conosco da vicino e non ne godo neppure con serena spregiudicatezza.
Eccomi al dunque. Ho detto che il mio dolore è causato dal vuoto intorno a me. Non ho detto "in me". Io mi sento pieno. E' uno strano fenomeno, sapete?, per cui più mi accorgo di essere vuoto e più mi sento pieno. Ve ne sarete accorti dai miei deliri. Sono gli altri che mi sembrano sempre sulla soglia di qualcosa; che, pronti a fare il passo decisivo, ricadono inesorabilmente in quell'inerzia che chiamiamo consuetudine o, detta diversamente, pochezza, meschinità, ignoranza, viltà.
Fate fatica a capire? Ascoltate, ho inventato una parabola. C'era un uomo che aveva accumulato enormi ricchezze, al sicuro nella sua casa circondata da una terra desolata. Proprio perché si era formato lentamente, ai suoi occhi quel tesoro non aveva un giusto valore. Ma capitò che un giorno andasse nella vicina città e si rendesse conto della miseria di quegli abitanti. Tornato a casa, si mise a fissare quel cumulo di soldi, gioielli, ori e pietre preziose e pensò che privandosene di una parte avrebbe sollevato la vita dei cittadini. Caricati alcuni sacchi di ori, andò in città e cominciò a distribuirli. Ma la gente di quel posto era così povera da generazioni che non ne apprezzò il valore e anzi si infuriò. "Cosa pensi che possa fare con questo piatto splendente se non ho niente da mangiarci dentro?", gli disse uno. "Credi che abbia il vino da bere tutti i giorni in questa coppa gialla?", gli fece un altro. Dopo aver turbato gli animi dei cittadini, decise di tornare a casa, turbato a sua volta. Una volta scaricati i sacchi, si fermò a guardare i tesori che lo rendevano uno dei più ricchi uomini del mondo, ma che allora gli sembravano solo rottami di metalli e minerali. Improvvisamente, decise di nascondere tutto. "Non si sa mai che, parlando tra di loro, non cambino idea e, siccome ora tutti conoscono la mia ricchezza, assaltino la casa per saccheggiarla". Così parlò l'uomo più ricco e solo del mondo.
Avete capito ora come mi sento? Ora sapete cosa vuol dire per me conoscere l'uomo che annaspa vicino a te, si dimena per il piccolo piacere personale, trattiene il dolore e ti vuole anche insegnare a vivere. Un uomo che si guarda intorno e pensa che si deve comportare come fanno gli altri e che qualcuno saprà anche la ragione. Ogni giorno vive la stessa esperienza, moltiplicata tante volte quanti sono i suoi giorni. Mentre l'orologio biologico procede implacabile, lui si alza dal letto, si mette la cravatta e la giacca, saluta la moglie e si infila in auto.
Quest'uomo vive per soddisfare le proprie illusioni. Se è povero cercherà solo di imitare chi sta bene, di godere degli stessi piccoli lussi; oltre a dimenticare i suoi compagni di sventura, probabilmente non risparmierà il sadismo. Oggi il mondo è pieno di questi cialtroni arricchiti. Sono in alto ma per fortuna non comandano. E' un branco così ignorante che basta poco per manipolarlo: la pubblicità, ad esempio. Questa è la democrazia: far credere che siano loro a decidere. Il problema è che questo sistema contagioso prima o poi travolgerà la mente anche dei più deboli tra gli intelligenti. "E se avessero ragione loro?", si chiedono rosi da eccesso di dubbio. Cominciano a credere che non ci sia nessun motivo per dubitare che la pubblicità non menta. Alla fine anche loro cederanno desiderando di assomigliare agli eroi belli e felici che vivono nell'utopia del secolo: la casa splendente, la famiglia allegra, il lavoro piacevole e compagnia bella. Nel momento in cui non si sveglieranno più, l'utopia si materializzerà attraverso il loro disperato sforzo per incarnarla. E più verranno assorbiti da quel sogno, più si svuoteranno.
Proprio per la loro scarsa lucidità, non capiscono neppure la mia ostinazione nel sostenere i miei strani discorsi. "Giangi, ti rendi conto di cosa dici?" Sì, Giangi si rende conto di cosa dice. Anche lui guarda la tivù e purtroppo anche lui è contaminato dai sogni pubblicitari. Ma Giangi, cari miei, vede il vostro vuoto e soffre perché, restando tra voi, gli mancano le ali per spiccare il volo. Vuole essere un'aquila ed è solo un pollo.
Intanto, voi giudicate le mie stranezze come l'insensato delirio di un pazzo o di un ubriacone. So cosa pensate dei miei discorsi: semplici scarabocchi sul foglio della ragione umana. Tacete perché temete ciò che avete dentro? E dire che basterebbe un gesto d'amore. Basterebbe la vostra mano verso di me... Una sola mano...
Questa sera sono finalmente sicuro che il mio sdoppiamento in due, tre, mille voci non è altro che il segnale che è arrivato il momento. Forse sono proprio io che non voglio crescere. Non sono più un cucciolo, ma neppure un adulto. Io, giovane vecchio, me ne sto sulla soglia della vita umana proclamando il diritto a una vita naturale della quale non godo più. Mi contorco tra ragionamenti pieni di amarezza perché sento questo passato alle spalle. La ragione mi segue a intermittenza.
E' l'ora di spezzare questo nodo che mi tormenta. Facciamola finita.



IX

Sono ancora qui, vivo, con le ossa a pezzi e la pelle gonfia. Un raggio di sole mi ha centrato l'occhio destro svegliandomi. L'orologio segna le sette di mattina. Mi sono addormentato al tavolo, circondato dagli avanzi della cena. Sul divano si trova in bella vista la pistola.
Non sono riuscito a suicidarmi. E' stato il campanello a interrompermi. Ho aperto la porta nel pieno della disperazione, infastidito come se il mio intento avesse subito una profanazione. Un fattorino che masticava un chewing gum mi ha allungato una scatola che conteneva pizza con prosciutto e doppia mozzarella. Cascato dalle nuvole, stavo per dirgli che forse cercava la famiglia Baracchi del terzo piano nel condominio accanto, ma mi sono fermato in tempo e, anziché discutere, ho pagato.
Chiusa la porta, mi sono ritrovato con la pizza sul tavolo e la pistola sul divano. Sono scoppiato a ridere mentre (non mi era mai successo) ascoltavo preoccupato le mie risate. Allora, mi sono buttato sulla sedia tenendo la testa tra le mani. Ho dato un'occhiata all'orologio: erano le undici e un quarto. Siccome la distrazione mi aveva cancellato i ricordi malinconici, mi sono messo a ingurgitare la pizza. Che importava a quel punto? La mia voracità era tanto inspiegabile quanto maldestra, al punto che ho sporcato il tavolo di sugo di pomodoro e di mozzarella.
Ma non sono riuscito neppure a divorare tutta la pizza perché, quando la mente era ormai sgombra dalle tetraggini, è squillato il telefono. Pareva una congiura per tenermi in vita. Ho riconosciuto a fatica la voce di Marcella, una moretta neppure tanto carina con la quale avevo avuto una storia. Mi ero persino dimenticato di lei.
"Sono incinta", mi ha detto infuriata, "penso che il bimbo sia tuo". Sono rimasto di stucco. Ho chiesto spiegazioni, ma per tutto conto lei ha iniziato a strillare come un'isterica. Le ho chiesto di calmarsi. "Giangi, sei un bastardo", mi ha gridato piangendo; "riconosci il bambino, altrimenti faccio il test di paternità. Ti porto in tribunale".
Terminata questa amabile conversazione, il mio fisico non ha retto alle emozioni di quella sera. Non riuscivo più a pensare. Mi sono seduto al tavolo e il sonno mi ha stroncato.

Modena, 1992-1995
Questa è la prima pubblicazione

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