mercoledì 5 settembre 2012


DESCRIVERE IL DEGRADO
di Carlo Gregori
riflessioni scritte nel 1996






La descrizione del degrado comporta un giudizio di valore e quindi una rivelazione della morale dello scrittore. Quanto più la morale dello scrittore sarà simile a quella della maggioranza dei lettori, tanto meno si avvertirà questo affioramento dal testo; e viceversa. Faccio due esempi restando nell'ambito del realismo, lo stile che più direttamente ha affrontato la questione.

   Se descrivo un tugurio vicino a una stazione dove abitano disoccupati e spacciatori, difficilmente oggi il lettore lo considererà un atto di denuncia. A metà dell'Ottocento, Victor Hugo e Charles Dickens hanno descritto i sobborghi in trasformazione di Parigi e Londra per denunciare l'oscenità di questi ambienti creati dallo sfruttamento e dall’ignoranza. Oggi, dopo un secolo e mezzo di cultura umanitaria progressista, questo genere di ambientazione è un dato acquisito. In questo caso la distanza tra scrittore e lettore è minima: anche se suscitano indignazione, questi luoghi sono considerati parte del paesaggio urbano.

   Se invece descrivo come ambienti squallidi un ufficio con open space dopo una chiassosa giornata di lavoro, una scuola a tempo pieno dove si depositano i figli, un salotto borghese pieno di persone viziose e annoiate oppure un McDonald affollato di ragazzini che gridano, il lettore forse proverà un senso di spaesamento che indica uno spostamento nella scala del giudizio morale tra ciò che è buono e ciò che è corrotto nella nostra società. Suscitare e mantenere l'attenzione su questo tipo di degrado finora non percepito, mi pare che sia stato l'obiettivo della scrittura realista del Novecento.

   E’ la sprocizia il principale parametro convenzionale per valutare il degrado, secondo la nostra morale e anche la tradizione letteraria. La consunzione (la morte dell'oggetto), la malattia o l'evocazione del lugubre (la morte dell'uomo) si associano spesso all'idea della polvere, dello smembramento, del lerciume, dell'insetto: in altre parole, alla mancata presenza dell'uomo e del suo ordine attraverso pulizia e manutenzione e, al contrario, alla manifestazione di una storia senza l'uomo.

  L'ordine richiama la civiltà e, in Hugo e Dickens, il progresso; il degrado è sinonimo di corruzione. Sarebbe impensabile, ad esempio, tanta insistenza sul degrado in scrittori anche di poco precedenti, già attenti a questo tema. Nell'ultimo Stendhal, ad esempio, il parigino Lucien Leuwen avverte un tremendo disagio entrando a Nancy, una città spoglia, sporca e polverosa, ma si tratta di un effetto di spaesamento psicologico che si arresta alla coscienza del protagonista: l'autore vuole farci provare il disagio del giovane altolocato che avverte la miseria della provincia.

   Al contrario Hugo crea un rapporto diretto col lettore proprio attraverso la descrizione. Nella straordinaria descrizione della topaia Gorbeau (I Miserabili, II, 4, cap. 1), alle porte di Parigi, Hugo accompagna passo per passo il lettore, gli indica i segni del degrado, gli mostra la topografia dell'inciviltà e della miseria. Insomma, denuncia. Man mano che lo sguardo del viandante si inoltra nel vicolo e poi nella casa fatiscente, aumenta il ricorso agli aggettivi ricchi di colorazioni che evocano morte, putredine e solitudine; ritornano ossessivamente certe immagini (la porta rotta, la scala nel buio, il numero civico incerto, la precaria presenza dell'uomo, la disposizione confusa degli oggetti); i periodi si fanno brevi, paratattici, ellittici fino all'elencazione pura.

 Hugo ha fatto scuola. Il suo stile è stato riplasmato a seconda delle tendenze morali e politiche degli scrittori fino ad Alain Robbe-Grillet, che, pur mantenendo un'analoga costruzione della descrizione (sopralluogo fisico, fusione tra sguardo del protagonista e dello scrittore), ha cancellato la morale con la conseguenza che nei suoi romanzi è impossibile distinguere i segni del degrado (ad esempio, ne "La Gelosia").

   Per descrivere il degrado dobbiamo per forza tornare a confrontarci con il progressismo, la sua morale e la sua idea della corruzione. Gli oggetti narrativi del progresso restano quelli dei primi maestri di questo genere descrittivo: l'ambiente, l'architettura, l'ergonomia, i caratteri, le divisioni sociali e le attività umane. La nostra concezione del progresso è però più fluida, a volte contraddittoria; sappiamo anche che non tutto ciò che gli è refrattario è anche corrotto. La natura in sé oggi non ci pare passibile di autodegrado; piuttosto l'uomo e il suo destino sono in discussione. Se a Hugo faceva ribrezzo il limite estremo della città, a noi farà probabilmente più ribrezzo l'invasione della città sul limitare della campagna. Se allora il delinquente era un'anima guastata dall'ambiente (Dostoevskij, in polemica col progressismo, ha sempre ridicolizzato questo positivismo ingenuo), oggi lo consideriamo una figura ambigua. Moltiplicando oggetti e ambienti da additare come moralmente negativi, gli scrittori hanno prodotto una percezione dilatata e spesso paradossale del degrado.

  Tuttavia, esiste un tipo di degrado mai descritto fino in fondo e causato dai perversi effetti dell'eccesso di progressismo. Penso soprattutto a un'architettura che in nome della modernità costringe la gente a una vita squallida (il condominio, i peep, la vicinanza alle tangenziali), a strutture pubbliche (soprattutto l'ospedale, l’aeroporto), anche a burocrati "sociali" (l'assistente, il medico, l'insegnante, il giornalista, il collocatore) che restano al di qua dei loro compiti nobili.

   E' meglio cominciare a studiare "dal vero" il vecchio o il nuovo degrado?
Modena 1996
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2012: Rileggendo queste note, mi colpisce soprattutto il cambiamento dello scenario sociale, tra quello descritto allora e quello attuale. Negli ultimi anni la percezione del degrado è stata legata soprattutto alla mancanza di sicurezza, al crimine e, per tanti, agli effetti dell'immigrazione. Da questo punto di vista, politicamente ha perso ogni connotazione progressista; anzi, spesso ne è una fonte di critica. Restando alla letteratura realista, però, credo che almeno per quella del Novecento queste riflessioni siano ancora valide. Queste note sono state scritte prima della moda "pulp" nella quale il degrado veniva esasperato per farne uno scenario adatto al genere. E' un genere descrittivo che ha avuto una larga schiera di accoliti. Tuttavia, non ha cambiato il canone precedente perché, di fatto, si basava su quello. E, tornando ad oggi, non conosco scrittori attuali che lo abbiano ancora trasformato.

2 commenti:

  1. Non ho i mezzi per per buttarmi in queste tue sagge considerazioni. Ma la sensazione di degrado che ultimamente si respira, e' enorme. Credo che il degrado sia nella morale e nell'etica, nei comportamenti che portano a giustificare molte espressioni umane.

    Molto interessante.

    Ciao vecio

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  2. Mi piace questa riflessione sul degrado e concordo sul fatto che non sia mai stato descritto fino in fondo quello più contemporaneo, più vicino a noi, non solo figlio di un eccesso progressista ma soprattutto legato ad un sistema narrativo completamente mutato. L'asse portante del degrado si è davvero spostato verso l'uomo, la sua complessità e le sue contraddizioni, spesso però in modi così falsamente introspettivi da fornire sempre un alibi o una via di fuga attenuandone l'impatto. C'è ancora denuncia, talvolta indignazione ma il consumare fluido e di superficie dei contenuti odierni provoca rimozioni veloci. La nostra stessa capacità di "contenere" è venuta meno sia in termini di conoscenza che di emozioni, in un tutto-quasi-lecito. Il degrado non è condiviso.
    Cambiamenti di canoni nel ventunesimo secolo? Forse che occorra modificare il concetto di realismo?

    :-)

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