sabato 1 settembre 2012

GITA A BAGNONE
racconto di Carlo Gregori









Ormai, in paese non conosceva più nessuno. Da piccola ogni estate passava un mese a Bagnone, in Lunigiana: la sua famiglia aveva una vecchia casa padronale appena fuori dal paese; ma da decenni tutti i parenti di suo padre si erano trasferiti altrove, chi a Carrara, chi a Parma e chi a Modena.

 Valentina si guardava attorno sorridente, mentre Paolo chiudeva lo scooter e sistemava i caschi. Si sentiva a casa, ma quell'euforia nascondeva un sentimento inconfessabile: si sentiva anche un'estranea. Guardava le facce dei passanti e non riconosceva nessuno. Sperava di incontrare qualche donna con la quale aveva giocato da ragazzina, quasi venti anni prima, ma non c'era. Quei volti non le dicevano niente. Chissà se anche loro ogni tanto tornavano a Bagnone.
Valentina aveva portato Paolo in quel paese per fargli vivere un pezzo del suo passato, ma di quale passato parlava? Paolo si guardava attorno e si chiedeva quale bellezza nascondesse mai quel paese. Era un bel borgo medievale, certo, ma non come Pontremoli o quel villaggio medievale dove avevano comperato i testaroli, tornando dal mare. Nonostante la rocca imponente, Bagnone aveva l'aspetto di un paese decrepito. Ovunque si sentiva odore di pietre, muffa e legna secca.

Si incamminarono sul ponte e si fermarono a guardare giù dal parapetto. Paolo indicò un mulino ad acqua e Valentina gli spiegò qualcosa in proposito.
"Fa impressione", disse Paolo guardando le case che salivano ripide dalla gola del corso d'acqua che intanto scendeva quasi precipitando. Il torrente non sembrava così profondo, entrando in paese. Paolo si sentiva turbato dai colori grigi e spenti delle case. Fissava quel luogo che da secoli doveva stare nascosto ai passanti: quella era una parte intima del paese; era per i suoi abitanti.
Rimasero a guardare l'acqua per qualche minuto. Il rumore della corrente era così forte che saliva fino a loro. Attraversarono il paese fermandosi a guardare una bella piazza. Dai lati di una casa antica con un porticato si diramavo due strade importanti. Fecero delle foto davanti a una statua bianca. Scambiarono due parole con un vecchietto seduto a un bar.

Valentina si incamminò ed entrarono in un ristorante che aveva una terrazza proprio sopra il fiume. La sala all'aperto era una specie di veranda chiusa da piccole arcate: di fronte si vedeva l'altra sponda, più squallida. Era un borgo popolare.
Si sentivano strani. Rimasero in silenzio alcuni minuti sistemando ogni cosa intorno a loro.
"Questo, insomma, è il tuo paese", disse Paolo.
"La mia famiglia è di qua".
Parlarono delle radici e dei luoghi di infanzia. Paolo capì che per Valentina erano solo ricordi mescolati a fantasie, ma non disse nulla. Si era accorto che lei era già abbastanza turbata. Chissà di quale radici parlava... Radici tagliate.
Si guardarono attorno, ma in tutta la sala pranzavano due coppie e un bancario che appoggiava il giornale alla bottiglia di acqua minerale.
"Anche la famiglia di mio padre non è della nostra città", disse Paolo. "Veniamo dal Veneto, provincia di Treviso".
"Vai a trovare i parenti ogni tanto?", gli chiese la ragazza.
"E chi li conosce?", esclamò Paolo guardandola negli occhi. Ora c'erano loro due, faccia a faccia: al diavolo le loro famiglie.

La padrona raccolse le ordinazioni. Valentina si impegnò per chiedere le specialità che solo quelli del luogo potevano conoscere.
"E' già venuta?", chiese la padrona incuriosita.
"Sono originaria di queste parti. I miei avevano la villa gialla col parco, quella sulla via Nezzana".
La padrona restò sorpresa.
"Sono tanti anni che è stata venduta e nessuno ci abita. Però non ricordo chi ci stava prima, mi dispiace". Andò in cucina urlando la comanda.
"Dopo, se vuoi, ti ci porto", disse Valentina.
Paolo annuì. "Mi fa piacere", le disse e le strinse una mano. A trent'anni non aveva mai sentito un senso di tale solitudine. Si trovavano nel centro di Bagnone ma non potevano essere più distanti tra loro. Era una solitudine enorme e pesante che affliggeva entrambi e la stavano scoprendo con questa gita che lei aveva così atteso. Valentina gli aveva tanto parlato di quel paese, mentre erano in spiaggia a Lerici. Gli pareva di sapere tutto di Bagnone e dei suoi abitanti. In effetti, le descrizioni corrispondevano. Il paese, però, era tremendamente anonimo: in fondo, poteva essere ovunque. Soprattutto lo colpiva il fatto che lei conoscesse così bene un posto dove nessuno la conosceva.

La padrona tornò con un piatto di salumi affettati e il pane.
"Lei è la nipote della Checchetta?", le chiese.
"No", rispose perplessa.
"Ah, mi scusi. Pensavo alla villa gialla che diceva. Mi pareva che la Checchetta abitasse proprio lì", esclamò, "per anni ha abitato sulla via Nezzana, anche se era originaria di Filattiera. In marzo è morta; aveva a 102 anni. La conoscevamo tutti. Da quando era rimasta vedova si era trasferita in paese, a qualche portone da qui. Aveva molti appartamenti. Suo marito le ha lasciato un patrimonio".
"Forse ha comperato lei la nostra casa", aggiunse Valentina.
"Mah!", concluse la padrona strofinando le mani sul grembiule. E se ne andò.
Paolo mangiò il pane in silenzio.
Ascoltarono la corrente. Come l'acqua del torrente, tutto passava di lì senza lasciare traccia. Paolo guardò delle lenzuola stese. Dalla strada non si vedevano. C'era un senso di decoro in quel paese di gente modesta.
"Ho una zia che sa tutte le storie del paese", gli disse Valentina con tono rassicurante. "Quando torniamo le chiederò di questa Checchetta. Un nome ridicolo, vero?"
"Piccola Francesca... o qualcosa del genere", disse Paolo abbuffandosi di pane. In fondo, il cibo era un ottimo ripiego di fronte alle radici tagliate di Valentina. Poteva consolarsi tra le specialità gastronomiche di Bagnone.


A Valentina non piaceva che Paolo mangiasse così. Era una delle cose di lui che le facevano schifo. Guardava quel pane, così semplice, e lo considerava il suo pane. Eppure, nulla la legava a quel pane, se non l'idea che facesse parte del suo mondo. Aveva capito che Bagnone non era il suo mondo. Forse non lo era mai stato. Questa idea le stava provocando un dolore acuto.
"Qua degli stranieri se ne vedono pochi", disse Paolo impegnato a tirare su il pane con l'olio.
"Sanno come trattarli", disse Valentina. "Non è mica come da noi che chiunque arriva da fuori lo accolgono a braccia aperte e gli danno anche dei soldi e una casa. Qui devi rigare dritto o te ne vai".
Mentre lo diceva sentì strozzarsi in gola: era la mollica che si stava gonfiando a dismisura. Voleva bere acqua fresca. Guardò la caraffa piena di acqua. Era quella che sentiva scorrere sotto. Ma capì che se l'avesse bevuta sarebbe stato peggio. Si sentì strozzare e iniziò a tossire. Il volto diventò paonazzo; le labbra cianotiche. Paolo si alzò spingendo indetro la sedia rumorosamente e le diede alcune pacche.
"Tutto bene, amore? Tieni, bevi piano. E' buona l'acqua, sai? Secondo me è del torrente".
Paolo tornò a sedersi. Si preparò una fetta di pane con il salame.
" Finiamo di mangiare e torniamo a casa. Va bene?"



 


                                                 ***
 
                                        Questo racconto è frutto di fantasia
                                                          Scritto nell'agosto 2012 

                                                                                      Riproduzione Riservata
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