giovedì 20 dicembre 2012









IL COMPAGNO DI BANCO
racconto politico di Carlo Gregori



Eri il mio compagno di banco, è stato tanto tempo fa. Sono certo che non ti ricordi di me, io invece di te so tutto. Ti ho seguito anno per anno. Leggevo le notizie sulla tua inarrestabile scalata politica, ti guardavo in televisione, ascoltavo la gente che parlava di te. Tu mi hai dimenticato e io invece, guarda un po’, io ho continuato a vivere. Se vuoi saperlo, io ho lottato per andare al di là di te e dei tuoi discorsi. Adesso posso dire che sono contento di pensare con la mia testa, di non essermi fatto travolgere da un’orgia di parole. So cosa pensa la gente come te ma non importa, perché quello che dici, qualunque cosa sia, non ha senso. Sono cose che possono credere solo quelli come voi. Ce le raccontate per darvi corda. Dovrete pur pensare di fare qualcosa di importante oltre che parlare, santo cielo! E io ti sentivo parlare, ah quanto parlavi!, al telegiornale, nei talk show, nelle dirette alla radio, durante finti collegamenti per la strada. A volte al bar mi soffermavo a guardare le tue smorfie nelle foto sui giornali. Ti scrutavo, sai, e so che in fondo non sei cambiato da quando tanti anni fa eri il mio compagno di scuola. Sei rimasto simile nel tuo modo di trattare gli altri. Ma questo è un nostro segreto e forse lo condividiamo con qualche altro compagno di classe dimenticato da entrambi. Ne conosco almeno tre che capirebbero al volo le mie intenzioni e almeno uno si comporterebbe come me nei tuoi confronti.

Tanti sono spaventati dal tuo ruolo politico e di governo. Sei un pezzo grosso, oggi. Si dice che hai contatti con tanti generali, banchieri e anche boss mafiosi; frequenti i vescovi e questo fa di te un eroe delle vecchiette; aiuti lo Ior, persino i massoni e altre associazioni segrete potenti. Ho letto delle inchieste, ti seguo sempre, come vedi. E sai una cosa? Non ne parlo con nessuno, neppure con mia moglie. Mentre sparecchia la tavola, non la sento mai fare un commento su di te. Non le dico neanche più che ti conosco. Sono tanti anni che sto zitto, giuro. Se provo a dirlo mi ferma con una delle sue frasi polemiche: "Sei noioso, ti ripeti, lo sappiamo già" e cose del genere. Lo dice persino davanti a nostra figlia e ai nipoti. Sai come va con le mogli….

Insomma, ogni volta che ti osservo in solitudine mi metto a pensare. Ti confesso che con gli anni questo rimasticare in silenzio gli stessi pensieri ha iniziato a piacermi. Ti ascolto e solo io, davanti alla mia coscienza, so cosa stai dicendo. Chi potrebbe credermi? Chi ti conosce come me per poter sapere se quello che dico ha un senso? E’ proprio un senso che manca alle tue parole, è così, ma poi lo trovo nelle tue azioni, in quei tuoi modi da maiale che usi persino nel parlare con il tuo accento volutamente sguaiato e sopra le righe. Quando in tv urli i tuoi valori morali con quell’aria sdegnata, mi stupisco ogni volta di provare ancora un sussulto, come se non sapessi niente di te. Ma come, proprio tu lo dici? E sai a cosa penso, allora, nel mio silenzio? Alla tua faccia imbronciata di quando avevi sì e no dodici anni - forse eravamo in seconda media – e mi sedevi accanto.

Siamo stati compagni di banco per qualche mese, davvero non ricordi?; ti sentivo persino mormorare e sbuffare. Per me tu sarai sempre quello dell’affare del compito in classe di inglese. Ma come, fingi di non ricordare? Dai che sai di cosa parlo. Qualcuno lo aveva avuto in anticipo da un bidello e tu hai denunciato tre compagni alla professoressa e al preside, additandoli davanti a tutti. Pensavi che me ne fossi dimenticato? Quella volta, dopo che i tre vennero sospesi e il bidello denunciato, ti guardai con attenzione e improvvisamente mi sembrasti un alieno. Tu sapevi che ti scrutavo e mettesti su una faccia seria. Non ti sentivi un infame, no; ma per me eri peggio di quelli che condannavi: tu li avevi rovinati solo per far vedere chi eri. Era il tuo modo per dirci che esistevi, perché altrimenti eri un piccolo sfigato. Hai capito presto il gioco che inganna gli altri, roba da ipnotizzare le galline: basta alzare la voce indignata per ribadire gli eterni valori di chi comanda. Bravo, in questo sei davvero bravo, ti applaudo. Ci vuole stomaco a vantarsene.

Così, quando dici che 85 persone sono morte in un attentato, non per colpa di certi terroristi tuoi amici che, nonostante l’ergastolo, sei riuscito a far scarcerare con una campagna stampa facendoli passare per vittime, ma per colpa di un terrorista straniero che non è mai neppure venuto in Italia, e lo affermi senza uno straccio di prova, beh, lo fai per lo stesso motivo di allora, è vero? Per farti notare. Aiuti quei criminali stragisti perché fanno comodo a chi ti comanda e per dire a tutti: "Hei, anche io esisto! Ricordatevene quando andate a votare!" Immagino quanti voti prendi dalla gente come te, dai tuoi amici, dagli amici degli amici terroristi e da tutti quelli che non vogliono immischiarsi di politica. Della giustizia, dei morti e del dolore dei loro parenti a te non interessa niente.

Non fare quella faccia… So che è così… Almeno qui e ora non raccontiamoci balle, dai; questo è il momento di chiarire chi sei. Sei sempre quel ragazzo che sorrideva dietro lo sguardo truce e guardava di straforo dietro le lenti chi lo stava osservando. Sei il solito stronzo per bene di allora. Solo che oggi sei un ministro. Allora mi chiedo: in nome di cosa ti votano? Tu e la tua tronfia moralità come fate a convivere con la difesa dei peggiori? Tu che dici di voler affermare i valori di Gesù sai di essere lo stesso che ogni giorno scaglia per primo pietre contro tutti quelli che ti stanno sotto? Tu sei il fariseo e tu sei lo scriba che lo uccide. Tu sei quello del sinedrio che ogni attimo grida "Barabba! Barabba!" per aizzare il popolo e compiacere qualcuno più in alto, proprio come allora denunciasti tre stupidi ragazzi per ottenere il rispetto dei professori e il timore di noi compagni. Ma, vedi, a me di timore non ne hai mai fatto, io capisco il tuo gioco.

No, non ho mai fatto politica attiva. Pensa che non ho mai avuto una tessera di partito. Perché, mi stai chiedendo? Non ho lo spirito di squadra, come si dice, e neppure il tuo, quello del boia che si veste da vittima. Tu sei quello che condanna la droga e la prostituzione ma non ha mai visto il suo presidente di partito che ne abusava davanti a tutti. Tu fai condannare lo sconosciuto che bazzica in fondo al vicolo e il vagabondo a pene pesantissime, ma poi gridi al complotto quanto pizzicano un tuo pari. Tu parli di onestà e poi, da piccolo avvocato di provincia, difendi i tuoi amici deputati pescati con le mazzette ancora ben strette. Tu accusi i poveracci stranieri dei peggiori crimini e poi ogni santa domenica vai a messa… Sì, sento cosa dici: chi sono io per giudicarti bla bla bla. Certo, chi sono io se non quello che ti conosce da allora e ti ha sempre seguito nella tua brillante carriera? Quello che ti vedeva quando a diciotto anni suonavi il campanello delle case porta a porta per porgere il tuo volantino alla tua prima campagna elettorale e spiegavi alle casalinghe aggiustandoti gli occhiali da vista – un gesto di falsa timidezza molto convincente, devo dire – i valori che andavi a difendere contro la disgregazione morale, contro il crimine dilagante, contro la droga, contro i preservativi. In tutti questi anni non ti ho mai sentito parlare di ciò che accadeva, ma solo ripetere queste frasi insensate. Perché insensate?, mi chiedi… Te lo spiego subito: come chiameresti i tuoi proclami di valori contro il tuo silenzio di fronte alla corruzione e al crimine commesso da chi ti sta sopra? Tu vedi solo il poveraccio, l’ultimo, la schiuma della società. Per trenta lunghi anni tu lo hai additato come il male. Il male sei tu. Tu, con il tuo scranno di governo, il tuo posto in parlamento che non frequenti neanche ma che ti permette di percepire soldi, potere, scorta armata, l’auto blu, ville di stato, viaggi gratuiti, favori per i parenti, posti di prestigio per i tuoi due figli e persino per i tuoi fratelli e sorelle. E tutto questo in nome del popolo sovrano, della democrazia, della nazione. Lascia che te lo dica: la tua vita è una frode. Io ti guardo ormai impassibile di servizio in servizio al telegiornale, ogni santo giorno. Vedo che ti gonfi come la rana della fiaba e si gonfia il tuo mondo, il rispettoso timore dei giornalisti, la tua corte dei miracoli, di guardie del corpo, portaborse, avvocati, trafficoni, tutte le persone che ti cercano per una raccomandazione.

Una volta ho mandato la mia ditta – sai, sono un ingegnere specializzato in impianti elettrici complessi – a fare un lavoretto al tuo partito. Dovevo far montare delle telecamere di sorveglianza, una cosa da poco. Verso la fine ho fatto un giro di ispezione e così sono finito davanti alla tua porta. Stavi ricevendo i postulanti. Mi hai stupito: la tua fila era più lunga di quella del pronto soccorso. Mi sono fatto largo e davanti alla porta ho letto la targhetta con il tuo nome. Di scatto, hai aperto la porta, hai liquidato chi usciva e fatto accomodare chi entrava. Nel tuo sguardo  era dipinto il fastidio per tutta quella gente che veniva a chiederti un favore. Ma mi sono subito voltato: avevo paura che mi fissassi e, chissà come, mi riconoscessi. Non volevo che succedesse. Sai perché? Adesso ti faccio ridere. Mi sarei sentito sporco. Sì, sporco. Eppure mi sono emozionato a rivederti dal vivo dopo tanti anni. Sei rimasto più o meno alto uguale. Sei un po’ curvo; forse hai una leggera artrosi alla schiena. I capelli si sono diradati e dietro quegli occhiali con la montatura pesante vedo le rughe. La tua pelle è gonfia, un po’ flaccida. Ma in fondo non sei cambiato.

Di quell’incontro non ho mai parlato con nessuno. Me lo sono tenuto per me e mese dopo mese ci ho riflettuto. Quasi mi gongolavo all’idea ogni volta che ti rivedevo in tv: il mio compagno di classe che stringe la mano al dittatore cinese, lui che metterebbe i comunisti nei campi di sterminio; ecco il mio compagno che tuona contro dei poveracci africani; il mio compagno porta una corona sulla tomba di un soldato che ha mandato a morire lontano. Quanta gente aveva sistemato il mio compagno a cominciare dai fratelli? Non voglio rievocare questo capitolo glorioso, dai. Non siamo qui per questo. Lo sanno tutti cosa hai fatto per il tuo fratellino: quando finalmente è riuscito a diplomarsi privatamente in un liceo a pagamento in meridione lo hai sistemato a capo di una banca assicurativa. Dirigente al debutto, fantastico! E l’altro? L’altro ti ha dato una mano con la sua ditta di lenzuola e coperte in Nordafrica. Lui spremeva gli operai del posto facendo bastonare i sindacalisti. Ricordi quella vicenda? Hai sempre negato, ma c’erano prove e foto che lo inchiodavano. Sei arrivato addirittura ad accusare la polizia di quel Paese di essere stata corrotta dalla nostra opposizione. Giocavi sporco. I sicari di tuo fratello avevano ucciso due operai a sprangate perché volevano essere pagati un po’ di più. Un po’… Lui faceva le lenzuola e tu facevi vincere gli appalti per le carceri e le caserme. E riempivi di quelle lenzuola scadenti tutto il nostro Paese. Quanti soldi avete fatto! A volte hai raccontato in tv con quella tua maschera sdegnata che erano solo menzogne di vigliacchi le accuse di sfruttamento, brutalità, appalti truccati e corruzione. Ripetevi ogni volta che tuo fratello non c’entrava, che era un puro caso se aveva vinto il concorso pubblico della gara di appalto, che in ogni caso non c’era nulla di male: doveva nascondersi perché era tuo fratello? Così ragionavi. Una volta sei arrivato a dire, colmo di indignazione, che un giorno il nostro Paese vi sarebbe stato grato. Sono scoppiato a ridere. Tuo fratello non è mai stato processato, è vero, ma tutte quelle parole non sono arrivate a giustificarvi. Anche adesso siete soli contro il mondo, ma il mondo vi guarda.

E smettila di fare quella faccia, adesso! Vuoi sapere cosa voglio da te? Va bene, te lo dico, ma non mi interrompere. Tu non sai niente di me… Tieni questa bottiglia; bevi dell’acqua. Bevi. Ti farà bene. Lì dietro ne ho appoggiato un cartone. Scusa, mi viene da ridere. Ecco, tienila stretta: dalla tua parte è così buio che non ci vedo.

Fa senso, è vero?, intendo: finire prigioniero di qualcuno. Mi ricordo quella volta che deridesti quel povero studente universitario trentino che la polizia aveva ucciso a bastonate in un angolo della stazione. Lo avevano massacrato di botte. Davanti alle telecamere col tuo sorrisetto hai affermato che stavi con gli agenti, quello era un pericoloso ubriacone; i trentini sono ubriaconi, si sa; e poi era stato in cura per motivi psichiatrici, hai detto. Si è scoperto che non era vero niente, ma hai fatto arrivare la tua voce alle vecchiette, eh? Chissà gli agenti come ti avranno amato. Quel ragazzo ridotto a un sacco di carne tumefatta in un anfratto della stazione è diventato un paladino dell’orrore. Non posso dimenticare le foto sui giornali, mi capisci. L’ha ucciso la polizia e tu gli hai ucciso l’onore. Iniziavo a sentire la pena di tutte queste anime che tu sghignazzando dannavi per difendere qualcuno potente. La gente comune ti compativa; a fare il tuo nome, voltano la testa, sai? Io no, sentivo solo queste anime urlanti di dolore. Chiedevano se qualcuno su questa terra di dannati faceva qualcosa per ristabilire l‘ordine e la pietà. Guardami, sto parlando dei morti per un attentato di terrorismo, di quel ragazzo massacrato dalla polizia, di due sindacalisti uccisi a bastonate, di un centinaio di africani lasciati affogare in mare e che tu hai chiamato "criminali", sì proprio così, dicendo che "per loro qui non c’è posto", che "la natura ha dato un segnale del limite" e frasi del genere. Tralascio altri casi che ricordo. Tanto li conosci meglio tu. Hai costruito una carriera molto in alto scalando tutti questi morti, è vero signor ministro dei miei stivali?

Sì, lo so, tu sei stanco e io ho poco tempo. Arrivo al punto. Tu appartieni a quel mondo che crede che in democrazia bastano le parole. Un giorno dici una cosa, un giorno ne fai un’altra... Tutto passa, non ci sono controlli. Fai questo e domani il contrario. L’importante è dominare. No, non è così. Io ti sono stato vicino tanto tempo fa, quando crescevi. Ti ho conosciuto bene, hai scelto per tua sfortuna un lavoro del quale si sa tutto e poi ti piace esibirti in pubblico. Bene, allora diciamo che quello che non sappiamo lo intuiamo. Siamo uomini di mondo, no? Eppure, quelli come te pensano che si dimentichi tutto. Ma come è possibile, mi chiedo? Davvero credi a un’idiozia simile? Certo, tanti dimenticano, i tuoi elettori, per esempio: per loro quello che fai passa come acqua fresca. Me lo chiedo da sempre come ci riescono, ma non voglio entrare in questo discorso, è troppo complicato. C’è il branco, dietro. I lemming… Sai cosa sono i lemming e che fine fanno? Non importa. Presto non ti servirà più. E invece, te lo dico chiaro, io no, non dimentico, ecco la notizia.

Tieni questo asciugamano, datti una strofinata in testa: sei tutto coperto di sangue. Bravo, così.

Sono sempre sulla lista delle ditte utilizzate dal tuo partito ma adesso lavoro in grande stile. Il mio nuovo socio è un tipo come te: non si fa molti scrupoli. L’ho dovuto prendere perché in campo finanziario non valgo niente. Il mio socio, invece, ci sa fare: divide le mazzette con voi. Voi gli date l’appalto, io lo eseguo, insieme gonfiate le spese e lui vi restituisce parte di quello che viene fatturato. Così abbiamo raddrizzato il bilancio in poco tempo. Ma non mi piace lavorare così, conto di mollarlo.

In ogni caso, due mesi fa ci chiamate per un impianto elettrico speciale da installare nella nuova sede, quella in centro vicino a via del Corso. Che bell’appartamento. Te l’ha dato la Chiesa a prezzo di favore, se non sbaglio… Progetto un impianto nuovo di zecca, sennonché vengo a sapere che anche tu hai un ufficio in quella sede. E, pensa un po', l’altra settimana ti vedo arrivare dopo pranzo. Dentro il tuo futuro ufficio ci sono già un tavolo e una sedia, buttati lì. Arrivi con una signora piacente coi tacchi alti e gonna fasciata. Ridete. La spingi nella stanza e vi chiudete dentro. Non è tua moglie… L’ho vista in tv qualche volta, tua moglie, e anche sui settimanali… Resto lì per un controllo e vi vedo uscire un’ora dopo seri seri. Tu telefoni; lei si aggiusta il vestito. E’ una donna ancora piacente e ha un’aria ingenua, non sembra una puttana; forse è una tua segretaria o una del partito. Noto che ha dei tacchi a spillo molto alti e le scarpe appuntite, tu indossi il tuo solito impermeabile inglese. Mi guardi mentre parli al telefono, io mi volto di scatto. Forse non ci crederai ma ci ho pensato per due o tre giorni a quella scena. Eri pur sempre il mio compagno alle medie, lo zimbello che non sapeva neanche come fosse fatta una donna e che evocava anatemi infernali di fronte a un’immagine pornografica. Allora ti riempivi la bocca di altisonanti parole sull’amore, dolci come il miele. Adesso riempivi sempre una bocca, ma di una signora. Scusa la volgarità. Ma come, tua moglie ti aspettava a casa con i tuoi figli… La sacra famiglia…

 E' una battuta. Smettila di lamentarti e ascolta. Da quel giorno ti ho visto altre volte arrivare con quella donna e sempre alla stessa ora. I miei operai erano furiosi con te; appena voltavi l’angolo, ti maledicevano, ti auguravano la morte, sì, la morte. Magari qualcuno di loro ti aveva anche votato, ma sai come sono mutevoli gli umori del popolo. Lascio perdere i commenti sulla tua amichetta e sul vostro uso del tavolo e della sedia. Ti dirò che ciò che più mi stupiva di te era l’indifferenza verso di noi. Ti sentivi così superiore che non ci notavi neanche. Dopo, ho capito che tenevi la scorta a distanza per i tuoi appuntamenti galanti nel cantiere. Ho visto che i tuoi scagnozzi in giacca e microfono ti controllavano dal bar di fronte. E questo è stato il tuo errore, signor ministro. Li ho tenuti a freno a lungo, i miei ragazzi, non credere; li ho sgridati e minacciati per tutto quello che dicevano su di te e quello che ti volevano fare. Poi è arrivato lo scandalo del petrolio libico. Ho cambiato improvvisamente idea quando ti ho visto in tv che ti difendevi urlando dopo la scoperta dei documenti segreti che ti compromettevano con il dittatore ucciso. In fondo, non ci vuole molto, a cambiare idea: basta anche una sola prova purché solida. Mia moglie girava per casa e io ti ascoltavo in silenzio seduto sulla mia poltrona. La solita scena, ma questa volta ho capito che dovevo agire. Tu difendevi quel dittatore, un mostro che per decenni aveva fatto uccidere, torturare e sparire la sua gente, che aveva ordinato di sparare sulla folla. Tu negavi di aver preso quella montagna di denaro sporco dal suo ministro del petrolio, far fare affari a una compagnia petrolifera di un tuo amico e finanziatore e dare una mano al dittatore presso altri Paesi. Tu sei arrivato a dire che quelle carte trovate nella sua villa al mare, tra i suoi documenti più segreti, erano false e che sapevi chi le aveva preparate. Ero stanco di te e delle tue menzogne.

Aspetta che mi siedo qui, vicino a te. Posso guardati negli occhi: anche se sei immerso nel buio, li vedo brillare…

L’aspetto più sorprendente è che, una volta che hai preso una decisione così grave, le cose avvengono da sé. Davvero. Non è stato per niente difficile rapirti. Ho parlato con i due miei operai più arrabbiati e abbiamo organizzato tutto in due o tre giorni alla buona, chiacchierando in trattoria. Così, oggi, quando sei arrivato con la tua amichetta, abbiamo continuato a lavorare. E, quando te ne sei andato, ti abbiamo teso la trappola. Hai chiuso la stanza a chiave e con lei ti sei avviato in silenzio verso le scale. Eri nervoso; lei ti seguiva stando zitta. Forse avevate litigato. I due operai erano giù in strada, su un furgone noleggiato, io vi seguivo lungo le scale. E quando vi siete trovati in strada, è stato un gioco da ragazzi avvicinare il fugone velocemente, far scendere uno dei due mentre io, coperto dal berretto di lana, lo aiutavo a spingerti dentro. Allora, ho preso la tua amica, l’ho messa faccia al muro e tirandole forte i capelli le ho sussurrato qualche parola all’orecchio. Mi ha dato la carta d’identità. Aspetta un attimo, eccola qua… Appena sono salito sul furgone, ce ne siamo andati via con calma. Avevamo cambiato le targhe, chiaramente: le abbiamo prese da un furgone identico due giorni fa. Ti abbiamo dato un bel colpo in testa, è vero? Mi spiace: non amo la violenza. Ti stavi agitando troppo. Anzi, te lo dico: non ti farò del male se non proverai a scappare. Ti terrò qui. Davvero. Non mi credi?

Aspetta, smettila di borbottare. Sì, ho capito... Adesso ti spiego cosa succederà… Ecco, riprenditi il tuo telefonino; tanto non funziona. Gli ho tolto la batteria e la scheda sim. Sai che sono ingegnere elettronico, no? Beh, mi piace passare il tempo coi telefonini: sono dei giocattoli che danno soddisfazioni. La scheda sim è finita in un altro telefonino identico che ho sistemato io. L’ho lasciato dentro il tuo studio, proprio sotto il tavolo che usi per i tuoi piaceri extraconiugali. Così, appena proveranno a fare il tuo numero, il cellulare squillerà e azionerà un detonatore telecomandato che farà esplodere il palazzo. Bum! Dieci chili di tritolo. Salterà tutto in aria. Forse il palazzo sarà vuoto, forse no; vedremo. In questi giorni ci lavora solo la mia squadra e i miei ragazzi hanno istruzioni precise di stare alla larga. Abbiamo iniziato altri lavori di copertura per un appalto più grande che era in programma da tempo. Insomma, la nostra assenza sarà giustificata, come a scuola, ricordi? Tu eri un maestro in questo. Anche la tua assenza diventerà più chiara a tutti.

Tu resterai qui al buio, in questa stanza. Ah, sono l’unico che si occupa del tuo sequestro. I miei due operai non sanno nulla: mi hanno lasciato il furgone due ore fa e sono a casa con le famiglie. Hanno tutti un alibi diverso. D’altra parte, questa è una faccenda tra me e te. Loro non c’entrano: hanno già avuto la loro soddisfazione. Ti terrò nascosto qui finché ne avrò voglia, anche per anni. Nessuno ti verrà a cercare qui. Ti lascerò con qualche bottiglia di acqua. Potrai gridare quanto vuoi ma nessuno ti sentirà. Ve bene, io me ne vado…

Sai, sono malato terminale. Ho pochi giorni. Me ne vado ai tropici con la mia famiglia… Adesso cambio le targhe al furgone e lo riconsegno. Mi porterò dietro la chiave di questa stanza. Ti cercheranno, certo, ma vedremo se riusciranno a trovarti in tempo. E anche se ce la faranno, non mi potrai fare nulla.

 Ma non succederà. Nessuno potrà arrivare a me. Sono uno sconosciuto. Come ti ho detto, non faccio parte di partiti politici, non ho alcuna militanza terroristica. Sono un comune cittadino incensurato. Non ho mai evaso il fisco e pago ogni bolletta dei rifiuti. Neanche tu forse ricordi come mi chiamo. Potrei essere un’opera di finzione, cosa dici?, un personaggio inventato per indurti in errore. Potrebbe anche darsi che non sia un ingegnere, che non abbia una ditta, né operai né un appalto e persino che non faccia davvero esplodere una bomba. Qualcuno potrebbe avermi mandato a sequestrarti; lo hai considerato? Vedila così: il mio è un crimine quasi casuale, per te è un tiro di dadi sfortunato. E' come trovarsi in una stazione imbottita di tritolo; sai cosa voglio dire.

Adesso vado… Dai, non prendertela, ho solo rotto la lampadina. Resterai al buio. Avrai tempo di pensare a quelle anime che hai offeso nella tua vita da uomo potente. Prenditela con calma. Nessuno penserà che sei un ostaggio nelle mani del tuo compagno di banco delle medie.  Mi piace sentirti urlare nel buio di una stanza sconosciuta. Sì, è un gesto criminale e ripugnante, ma mi fa sentire bene. Grida, grida pure…



Ma, porca miseria…

"Marcello, stai fermo! Lascia stare. Dai al nonno… Marcello… Bravo, vai a giocare con tuo fratello che finisco di guardare in pace il telegiornale".





Modena, novembre 2011

I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia

Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Foto: Antonio Sànchez-Barriga Madrid, Spagna

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