venerdì 25 gennaio 2013



CORREVO DA TE
racconto di Carlo Gregori



 

1.
 

Non è facile divertirsi a una festa in una casa di campagna sentendo che uno sconosciuto ti punta gli occhi addosso. Giorgia se ne era accorta dal momento in cui era entrata con due amiche; le aveva invitate Alfonso, un chirurgo loro amico. Appoggiando la giacca, notò una luce insolita che arrivava da lontano, vicino a un angolo buio: il suo sguardo incrociò gli occhi di un corpo maschile che la stava osservando. Nel frastuono ci fece appena caso, ma sentì muovere dentro di sé quella sensibilità femminile che non ha mai bisogno di squadrare un volto. Si gettò nella festa soddisfatta di aver attirato subito l'attenzione di qualcuno. Era la prima volta che accadeva da quando suo marito l'aveva lasciata, quasi un anno prima.


Era marzo e appena si usciva all'aperto faceva freddo. Rientrando dopo aver preso il regalo dall'auto, si guardò attorno: si trovava in una bella casa di campagna dell'Ottocento, gli ospiti si stavano divertendo, tutti avevano in mano un bicchiere pieno di vino. Festeggiavano il compleanno del chirurgo, che però Giorgia conosceva appena e nessuna delle amiche riusciva a vedere nella folla.

Infatti, Alfonso si trovava in un'altra sala intento ad attizzare il fuoco nel camino. Quando ebbe finito di sistemare alcuni piccoli ceppi su quelli che stavano già bruciando, si sedette su una sedia coi braccioli e si mise a contemplare le fiamme fumando un sigaro toscano e versandosi dello champagne.

"Ho visto una che mi piace", gli disse Claudio sedendosi accanto a lui.

"Era ora", replicò il chirurgo alzandosi e sistemando meglio un pezzo di legno. "E' un po' che vai in bianco. Chi è?"

"Non la conosco, è entrata adesso. Meno di 40 anni, abbastanza alta, castana, con gli occhi chiari, culo notevole. Pare bella, anche se c'è buio".

Alfonso si girò sorridendo. Appoggiò le pinze e tornò a sedere. Passò a Claudio la bottiglia di champagne.

"Accidenti, ti tratti bene!"

"Gnocca?"

"Sì, guardala. Magari la conosci".

Si alzarono, gliela mostrò, poi tornarono a sedere.

"Giorgia", disse Alfonso. "Diciamo che ci conosciamo bene anche senza conoscerci. E' la ex moglie di un mio amico. Filavano insieme già da ragazzi, si sono sposati presto; hanno due figli ormai grandi. Qualche anno fa il marito è stato investito mentre portava a spasso il cane. E' rimasto paralizzato sulla sedia a rotelle per un anno. L'hanno operato nel mio ospedale. Quando è guarito, sai cosa ha fatto il figlio di puttana? Le ha detto: sono innamorato di una giovane rumena; cara, ti lascio. Capisci? Quella si è sbattuta per lui ogni santo giorno senza orari, gli avrà anche pulito il culo e lui appena appoggia le stampelle la lascia da sola con i figli adolescenti".

"Bello stronzo", commentò Claudio.

"Altroché! Giorgia è una donna in gamba, è anche bella. Dai, vacci sotto!"

Claudio passò la serata a ballare e farsi notare parlando con chiunque gli capitasse a tiro. Lanciava occhiate di fuoco; Giorgia le sentiva arrivare addosso ma non si scomponeva. Non le dispiaceva, quell'attenzione; anzi, le dava una strana energia. Anche lei dopo tanta solitudine e tanto dolore adesso ballava e sorrideva, in mezzo alle amiche o vicino a ospiti con i quali si fermava a chiacchierare parlando nell'orecchio.

"Ti piace?", le chiese un'amica.

"Chi?"

"Quello che ti guarda. E' un avvocato, lo conosco. Belloccio, eh?"

"Un po' in là con gli anni, ha tanti capelli grigi"

"Non fare la scema", le disse l'amica dandole un colpetto. In quel momento notò che le sorrideva.

"Ho 38 anni e due figli ormai grandi, tesoro".

" E allora?"

"Allora sono già un po' ubriaca e non ho voglia di scemenze", le disse seccata facendosi largo tra la folla.

 

Alle 2 del mattino Giorgia si ritrovò in cucina con Claudio. Chi prima chi dopo, gli altri si erano tutti defilati.

"Vuoi una fetta?", le chiese mentre tagliava un salame.

"No, grazie", gli rispose. "Puoi darmi invece dell'acqua del rubinetto?"

Claudio le passò un bicchiere imperlato di gocce.

Si presentarono. Parlarono di qualche argomento che presto dimenticarono: erano troppo attenti a misurare i loro sguardi. Giorgia si sentiva imbarazzata da tutti i sorrisi di quell'uomo. La incuriosiva ma non voleva incoraggiarlo. Si raccontarono un po' delle loro vite. Claudio le disse che si era separato dopo otto anni e l'aveva presa male: aveva sofferto come un cane, lei gli aveva detto che non lo amava più. Giorgia gli raccontò cosa le era capitato. Ci scherzarono su facendo la gara a chi era stato più sfortunato.

Qualcuno li chiamò. Stavano andando via tutti. Fuori faceva freddo. Claudio cercò di coprire Giorgia con il suo impermeabile ma lei rifiutò gentilmente e terminò l'incontro con un sorriso: il primo sorriso riservato a lui, non voleva essere troppo rigida. Era tardi, si salutarono tutti e ognuno andò per la sua strada. Mentre guidava, Giorgia si pentì di non aver fatto in modo di lasciargli il numero di telefono. In fondo le piaceva, anche se evitava di darlo a vedere; e in ogni caso odiava la fretta. Voleva conoscerlo meglio, ecco tutto: mica si può finire a letto con il primo che passa, anche se tante lo fanno.

 





Una settimana dopo, parlando con Alfonso, Giorgia finì per raccontare del suo incontro con Claudio. Gli disse che era simpatico. Il chirurgo lo elogiò a tal punto da costruire un mostruoso castello di esagerazioni. Giorgia trovò ridicola questa smania di mettere in buona luce l'amico ma era interessata a incontrarlo di nuovo e così restò al gioco. Quando venne a sapere da Alfonso che in quei giorni Claudio aveva chiesto più volte sue notizie, rimase piacevolmente sorpresa.

"Organizziamo una serata", concluse Alfonso. "Vi incontrate e vedete cosa succede. Se non funziona, pazienza, ci divertiremo lo stesso". Giorgia accettò.

Il sabato successivo si trovarono per l'ora di cena a una tavolata di dieci amici in un ristorante del centro. Giorgia distava da Claudio di due sedie, stando su lati opposti. Si parlarono poco, parevano imbarazzati. Lui le lanciava continuamente sguardi penetranti, forse non sapeva fare altro; lei sorrideva ogni volta che si voltava verso di lui e incrociava i suoi occhi, così scuri e luccicanti. Per una volta sentì passare tutta la malinconia che le era caduta addosso da quando aveva scoperto che suo marito aveva una giovane amante: le cose non andavano proprio come voleva lei, ma finalmente si sentiva desiderata.

Finirono la serata in un'enoteca piena di gente. Dopo aver aspettato in piedi tra risate e gente che parlava ad alta voce, si liberò un tavolino e si misero a sedere. Giorgia e Claudio si trovarono finalmente faccia a faccia, mentre Alfonso e la sua compagna aspettavano al banco le ordinazioni.

Passò un minuto di imbarazzo, poi Claudio di sporse leggermente in avanti.

"Non ho dimenticato la serata della festa".

Giorgia non capiva. Fecero facce strane, scoppiarono a ridere e lei si avvicinò.

"Dicevo che ti ho pensato questi giorni. Desideravo vederti".

Giorgia rimase sorpresa da quell'approccio diretto.

"Sì, certo", rispose perplessa.

"Dico davvero".

"Lascia stare, Claudio; con me non attacca".

Lui si voltò seccato e poi si rivoltò fissandola negli occhi.

"Ti dico che volevo rivederti. Quella sera, quando era quasi l'alba..."

Si fermò per capire se Giorgia lo ascoltava o almeno gli prestava attenzione. Lei sistemò la giacca e gli fece cenno di proseguire.

"Quella notte sono tornato indietro. Ho fatto un'inversione".

Lei si mise a frugare nella borsetta.

"Correvo da te".

Lo guardò intensamente.

"Non mi conosci neanche", gli rispose con la voce piatta di una donna scettica.

"E' vero, sono tornato indietro mangiando tutta la strada per una sconosciuta. Il cancello era già chiuso. Da lontano ho visto delle luci accese nella villa, venivano dalla cucina nella quale ci siamo incontrati. Ho scavalcato il cancello e ho corso fino a lì. Ho sperato che fossi rimasta. Invece, ho incontrato Alfonso. Gli è quasi venuto un colpo. Mi ha detto che ti aveva visto andare via, che non eri più tornata. Allora sono rimasto ad aiutarlo a sistemare la casa".

"Bella storia", concluse Giorgia sorridendo perplessa: Alfonso non aveva accennato a niente di simile; eppure, di occasioni ne aveva avute.

Proprio in quel momento Alfonso e la sua compagna si misero a sedere distribuendo drink e allegria. Non se ne parlò più. Giorgia restò sospettosa, ma sotto sotto quel racconto la affascinava. Claudio restò nel dubbio se gli avesse creduto. Poi l'atmosfera si fece rarefatta, tutti si rilassarono e parlarono e risero fino a tardi. Ogni tanto Claudio teneva banco raccontando storie buffe; Giorgia lo osservava benevola: non faceva lo sbruffone, sentiva che era davvero un uomo ferito che cercava di rianimarsi, le era simpatico.

Quando ormai il locale stava chiudendo, si trovarono in strada. Giorgia chiese un passaggio a Claudio: Alfonso doveva fermarsi in ospedale e la sua compagna se ne era già andata. Salì sull'auto di Claudio, piena di dubbi su cosa sarebbe successo. Durante il viaggio parlarono di loro: lui faceva l'avvocato civilista, lei insegnava matematica e fisica in un liceo; lui aveva 42 anni, lei 38. Avevano frequentato la stessa scuola media, venivano dalla stessa parrocchia, scoprirono di avere alcune lontane conoscenze in comune. Sentivano crescere in loro una piacevole confidenza che dava momenti di euforia: si interrompevano per anticipare la risposta, accavallavano i ricordi, chiedevano in modo martellante se l'altro o l'altra per caso conosceva questo o quella.

 Vicino a casa di Giorgia, Claudio parcheggiò e spense il motore. Si era creato un accordo silenzioso per restare ancora un po'. Accesero una sigaretta e si misero a parlare del perché non si erano mai incontrati prima.

"Davvero sei corso indietro per me?", gli chiese all'improvviso.

Claudio la guardò e si avvicinò. Si baciarono.

Poi Giorgia si fermò e si fece seria.

"Senti, ho avuto una pesante delusione..."

"Anche io".

"Lasciami finire. Non voglio più saperne di soffrire. Ho l'impressione che sei solo uno che si compiace di sedurre. Spari belle frasi ad effetto. Chissà quante te ne fai così".

Claudio scoppiò a ridere. Giorgia non capiva se era una risata sincera e rimase ad ascoltarla attentamente: era un momento importante per lei e non era del tutto sicura di cosa ci facesse lì.

"Erano mesi che non davo un bacio a una donna, credimi. Sei la prima che mi colpisce così".

Chissà perché, tutto questo a Giorgia suonava falso. Quell'uomo che aveva accanto - in fondo uno sconosciuto che cercava di farla ridere e di impressionarla - pareva volesse continuamente forzare la situazione.

Claudio tornò a baciarla e il contatto tra le loro labbra sofficemente aderenti la convinse ad arrendersi almeno per un attimo.

Si abbracciavano, si stringevano, si sussurravano nelle orecchie, sentivano crescere il loro calore.

Scoparono in auto, come ai vecchi tempi.


Una volta finito, Giorgia si sistemò mentre Claudio frugava nel cruscotto. Nessuno dei due parlava.

Il tempo passava e restavano insieme. Come nuvole, i loro pensieri vagheggiavano qualcosa di indistinto sul futuro che però non emergeva. Si accarezzavano le mani, si appoggiavano l'uno all'altra, si sbirciavano negli occhi, sempre in silenzio. Scesero in strada. Faceva umido ed era così tardi che non si sentiva un rumore. Fumarono un'ultima sigaretta, Claudio la tirò a sé e si salutarono con un lungo bacio. Le fece un cenno da lontano mentre Giorgia apriva il portone di casa.

Non si videro più.

 

Dopo qualche giorno Giorgia gli scrisse un messaggino; Claudio mandò una risposta vaga. Lo chiamò per capire cosa succedeva; lui spiegò che era triste, pensava spesso alla sua convivenza fallita, ma andava tutto bene: presto si sarebbero rivisti.

Ma le settimane passavano e non accadeva niente.



 

 






















 
2.

 
Alle otto di sera, in quel periodo di inizio giugno, restava ancora tanta luce sulla scia del lungo crepuscolo. La brezza portava un'aria secca e calda. La tangenziale era attraversata da un traffico instancabile, gente che quel sabato sera si spostava per la città. Mentre guidava, Giorgia si chiedeva se avesse preso tutto per la grigliata. Ripassò mentalmente l'uscita da imboccare e la strada che l'avrebbe portata nel quartiere periferico dove avrebbe preso la stradina di campagna.

Ma le auto davanti a lei sbandarono. Si sentì uno schianto fortissimo. Vide una ruota volare sopra il guard rail e arrivare pericolosamente nella sua direzione, poi ricadere e rimbalzare nella corsia accanto colpendo un'auto davanti a lei e finendo nella carreggiata opposta. A catena, si seguivano rumori sinistri di sterzate ruvide, lamiere che si spaccavano, vetri che esplodevano. L'aria odorava già di gomme bruciate. Ed ecco che davanti a lei alcune auto cercavano disperatamente di farsi al lato, di evitare di sfasciarsi contro altre auto già rotte e ferme ancora più avanti. Il serpente di acciaio contorto si fermò all'auto davanti alla sua sinistra, quella colpita dalla ruota volante. Poi non si sentì più nulla, se non rumori di pezzi che ballavano sull'asfalto, lamenti e vetri calpestati dai primi viaggiatori usciti in strada. Era rimasta illesa.

Verso di lei venne una maschera di sangue. Bussò al finestrino chiedendo aiuto. Con le mani tremanti, Giorgia chiamò il 118. Cercò di spiegare dove si trovava ma non lo ricordava più. Si sforzò di ripetere i calcoli che aveva fatto pochi istanti prima, scoppiò a piangere. Spiegò che vedeva il centro commerciale alla sua destra. L'operatore le ripeteva di calmarsi: aveva capito, presto sarebbero arrivati i soccorsi. Si voltò indietro e guardò cosa succedeva. L'uomo dal volto insanguinato ormai vagava molto più indietro di lei. Uscì dall'auto e si guardò attorno. Sentiva gemiti ovunque, lontano qualcuno gridava di dolore, altri sembravano impazziti.

Calpestando schegge di vetro piccole ma tozze sotto i sandali infradito, si diresse verso l'auto avanti a sinistra, quella che aveva concluso la catena di tamponamenti dopo l'urto della ruota volante. Alla guida trovò un uomo privo di sensi. Guardò dentro ed ebbe un'impressione di familiarità. Chissà perché, l'airbag non era esploso. Fece il giro attorno all'auto, aprì lo sportello e tirò su la testa all'uomo svenuto. Ebbe un sussulto: era Claudio. Lo chiamò, gli diede qualche schiaffo finché l'altro si riprese e la fissò inebetito.

"Claudio!", gli ripeteva con voce monotona.

Claudio strisciò sul sedile.

"Cosa ci fai qui?"

"Guardati attorno. C'è stato uno spaventoso incidente".

Claudio scrutò attraverso il tergicristallo: la ruota volante lo aveva ridotto a una ragnatela di crepe.

"Giorgia, perché sei qui?"

"Dai, vieni fuori", gli disse prendendolo per il gomito.

Fecero qualche passo, mentre Claudio si riprendeva. Arrivavano le prime ambulanze: si facevano largo a fatica attraversando le corsie tra le colonne senza fine di auto ferme. Dietro di loro, molto oltre il cavalcavia dell'autostrada, si snodavano chilometri di code.

Erano intrappolati. La polizia stradale transennò la zona degli incidenti più gravi. In mezzo alla folla, rimasero a guardare le operazioni di soccorso.

"Mio Dio, stanno mettendo il lenzuolo su due corpi, laggiù", disse Giorgia proteggendosi gli occhi dalla violenta luce arancione del sole ormai tramontato.

"Sono morti", fece Claudio. "Due, tre? Non si capisce".

"Tre", conclude Giorgia dopo aver osservato in silenzio.

"Tre morti in un attimo. Chissà quanti feriti..."

Intorno a loro telefonavano tutti come pazzi.

"E' buffo vederti qua. Cosa ci fai?", chiese Claudio mentre tamponava la ferita alla tempia che sgocciolava sangue sulla camicia.

"Me l'hai già chiesto", gli rispose seccata allungandogli un fazzoletto di carta. "Stai tranquillo, non seguo gli stronzi".

Claudio si lamentò. Si sedette sul cofano della sua auto e guardò dall'alto il radiatore a pezzi.

"Chissà se parte".

"Meglio perdere un'auto che la vita", tagliò corto Giorgia.

Claudio annuì.

"Usciamo di qui, poi vedremo".

"Tornando a prima", disse Giorgia sospendendo la frase mentre si toglieva gli occhiali e lo fissava, "sarò onesta: non mi dispiace di vederti così conciato, brutto stronzo cacciapalle seduttore da quattro soldi. Andavi a scoparti una delle tue amichette? - Tesoro, quanto ti sognavo. Correvo da te! - Ricordi? Pezzo di merda!", sibilò.

"Dai, smettila!"

"Sei falso dalla testa ai piedi, ecco cosa sei".

"Resto ad ascoltarti solo perché non ho un altro posto dove andare".

"E' stata una scopata inutile. Il tuo amore è inutile!"

Claudio non rispose.


Per qualche minuto rimasero in silenzio. Giorgia si sentì a disagio: aveva esagerato. Claudio le offrì una sigaretta e si misero a fumare.

Si guardarono attorno. Ormai le ambulanze arrivavano una dietro all'altra e in lontananza vigili del fuoco e soccorritori si dannavano ad aprire le auto contorte per tirare fuori nuovi feriti.

"Quanti saranno?", chiese Claudio a un poliziotto che passava di corsa.

"Almeno venti".

Claudio e Giorgia si guardarono. Il poliziotto allargò le braccia e proseguì di gran corsa tra le auto ferme.

"Chissà se hanno chiuso la tangenziale. Prima che portino via tutti i feriti passeranno ore. Staremo qui chissà fino a quando".

"Addio grigliata", disse Giorgia.

"Addio amichetta!", fece il verso Claudio.

Scoppiarono a ridere.

"Tieni", disse Giorgia passandogli un altro fazzoletto di carta. "Premi bene o mi muori qui in mezzo alla strada".

"Non ci penso. Non ti darò questa soddisfazione", rispose Claudio e subito dopo fece finta di svenire sul cofano.

"Scemo! Dai, alzati".

Scoppiarono di nuovo a ridere. Sul cofano erano rimaste alcune chiazze rosse.

"Vieni in auto da me", gli propose Giorgia.

"Mi vuoi sedurre?"

"Se non taci, ti spacco quella testa marcia con il cric".

 

Quando salirono in auto, tra loro qualcosa era cambiato in meglio.

Dissero altre stupidaggini tenendo viva l'allegria. Si sentivano euforici come due che hanno scampato la morte. Sapevano che li univa questa esperienza che gli altri non avrebbero mai potuto condividere. Si dissero che trovavano buffo aver viaggiato uno a fianco dell'altra senza saperlo e di essersi incontrati così. Giorgia singhiozzava divertita ripetendo la scena del salvataggio dell'uomo svenuto al volante. Si sentiva viva come mai prima di allora.

Poi le risate si smorzarono. Si drizzarono sugli schienali restando in silenzio.

Guardavano avanti: faceva buio, il caldo non passava, qualcuno vicino teneva il motore acceso, una madre rimproverava il figlio piccolo.

"Sembra di essere in fila per il traghetto", disse Claudio per fare una battuta.

Giorgia afferrò il volante e si raddrizzò sul sedile. Scese, fece una telefonata, aprì il cofano e tornò con la sua insalata di riso e una bottiglia di acqua.

"Ho tranquillizzato i miei amici. Non vado più alla grigliata. Ho pensato che possiamo cenare con il piatto che ho preparato. Hai fame? Nel cruscotto tengo sempre delle confezioni di posate di plastica".

Claudio le sventolò sorpreso.

"Le rubo all'autogrill per queste occasioni".

Sforchettarono nella teglia di riso al curry e bevvero a collo passandosi la bottiglia.

Claudio non risparmiò i complimenti.

Alla fine, lei richiuse tutto e mise via gli avanzi.

Ascoltarono la radio per qualche minuto.

"Avanti, dimmi perché non ti sono piaciuta abbastanza", gli disse Giorgia sorridendo.

Claudio si mise a giocherellare con il gancio del cruscotto.

"Siamo solo amici, puoi dirmelo", insisteva tenendo gli occhi su di lui.

"Non mi piacciono le tue tette", le disse fissandola.

"Le mie tette? Cosa hanno?"

"Sono grosse", disse quasi vergognandosi. "Mi fanno paura".

Attese un attimo e aggiunse: "Mi piacciono più piccole, ecco. Le tue mi imbarazzano".

Giorgia rimase in silenzio. Poi scoppiò in una strana risata.

"Tutto qui? Mi hai eliminata per le mie grandi tette?"

Claudio non ripose.

Giorgia accese una sigaretta. Alla radio in sottofondo trasmettevano un pezzo dei Depeche Mode: avrebbero suonato a Roma il giorno dopo.

"Non ci credo", gli disse sbuffando il fumo. "Dimmi che è una stronzata". Tirò avidamente. "Di solito gli uomini non vedono l'ora di metterci le mani sopra".

Claudio restava in silenzio.

"Va bene, visto che siamo in vena di confessioni ti dico la mia. A me non piacciono i tuoi capelli. Il grigio mi fa ribrezzo. Preferisco uno pelato: è più onesto".

Claudio si agitò: lo aveva punto sul vivo.

"Sì, certo, le tette...", le disse. "In fondo è vero, ma vorrei arrivare a dirti una cosa che non mi esce".

"Provaci, Claudio, è il momento", lo incoraggiò con una voce gentile. "Siamo qui incastrati in mezzo a un incidente spaventoso. Tra qualche ora, quando saremo usciti di qui, sarà tutto dimenticato. Fallo per me: ne ho bisogno, devo capire".

"Dammi una sigaretta", le disse strappandole il pacchetto. Ne accese una in fretta e furia e sbuffò un denso fumo.

"Ho paura", fu tutto quello che disse per un minuto. La parola "paura" pareva essersi cristallizzata nell'abitacolo.

"Paura...", ripeté Giorgia. "Non credo di fare paura a qualcuno".

"Paura di legarmi. Paura di non poter più scegliere".

"Scegliere, dici".

"Per una donna è difficile da capire e lo sai".

"Scusa sai, è molto diverso da tutto quello che mi avevi raccontato quella sera sulla tua tristezza e sul fatto che la tua storica fidanzata ti aveva abbandonato".

"Volevi una confessione? Eccola", disse Claudio spalancando le braccia e quasi colpendola con il mozzicone.

"Calmo, eh!", tagliò corto spolverando la maglietta dalla cenere. Si infilò il giubbino di pelle.

"Volevo dire che legarmi mi fa paura. Sono rimasto bruciato. Adesso sento che devo fare molta strada prima di trovare un'altra donna adatta a me. Tu mi piacevi molto, ma non ero convinto che fosse il momento giusto, capisci? Non sono cattivo, Giorgia. Sono un uomo con le sue debolezze".

"Un uomo... Il momento giusto... Certo", replicò gettando la sua cicca in strada.

"Sì, sono un maschio e noi maschi abbiamo paure profonde tutte nostre che voi donne non capite; e se anche le capiste, lascia che te lo dica, le sfruttereste a vostro vantaggio. Se tu fossi la mia amante e ti raccontassi una paura del genere, cosa penseresti di me? Che sono un idiota? O solo un povero stronzo? In realtà, voi non volete sentire questi discorsi. A voi i maschi piacciono tutti d'un pezzo, vi piace immaginarli come degli eroi che prendono la decisione giusta in ogni momento, ma non è così, è solo una vostra fantasia. Parlo per me, Giorgia: sentivo di dovermi nascondere per questa mia debolezza e l'ho fatto con te".

"Non dire scemenze, Claudio. Stai ancora interpretando la parte del seduttore da quattro soldi".

"Va bene, credi quello che vuoi", rispose e uscì dall'auto. "Faccio due passi, prendo una boccata d'aria".

"Ciao", rispose seccata.

 

Passò molto tempo a pensare a questa faccenda della paura e al fatto che i maschi fuggono per paura perché cercano altre donne per paura. Le sembrava una spiegazione ridicola ma vera. Guardò l'orologio: le 2.30. Dietro di loro, non lontano da lei, la polizia stradale stava smaltendo le file di auto: facevano inversione e una alla volta uscivano contromano dalla tangenziale. Un chilometro e sarebbero arrivati a loro.

Giorgia prese il foulard e uscì. Raggiunse Claudio poco più avanti. Lo trovò che guardava la scena dell'incidente oltre la striscia biancorossa.

La guardò.

"Ho appena finito di lasciare i dati e la testimonianza alla polizia stradale. Mi hanno tenuto un'ora. Volevano sapere tutto, anche della ruota caduta sul parabrezza. Ho fatto qualche foto".

"Abbassati", gli disse tirandolo. Claudio la guardò stupito poi fece come voleva. Lo fasciò creando una specie di bandana storta. Si allontanò e, scoppiando a ridere, prese il telefonino dalla borsetta e provò a fargli una foto al buio.

La guardarono insieme.

"Si vede qualcosa", trovò lui.

"La terremo come ricordo", gli disse mostrandogliela di nuovo. Claudio rise.

"Grazie per la fasciatura", le disse.

"Stanno arrivando. Tra poco ci faranno fare inversione".

"Forse riesco a partire. Devo solo uscire dalla tangenziale. Ho già fatto tutti i moduli assicurativi con gli altri incidentati, ci siamo scambiati i numeri di telefono..."

"Bravo, avvocato. Adesso porta fuori l'auto da questo inferno, parcheggiala dove puoi e sali sulla mia".

Claudio fece un cenno con la testa. Era stanco e tremava.

 

Mezz'ora dopo Giorgia portò Claudio a casa sua. I ragazzi non c'erano: restavano al mare con gli amici per tutto il week-end.

Le faceva piacere sentirlo salire le scale dietro di lei e aprì la porta di casa orgogliosa: sentiva di averlo in pugno, almeno per adesso.

Claudio rimase stupito entrando in quella casa raffinata. Giorgia gettò il suo giubbino di pelle sul tavolo e appoggiò le chiavi.

"Vieni in bagno con me".

Claudio la seguì perplesso.

Lo fece sedere sul bordo della vasca, aprì l'armadietto dei medicinali e prese il necessario per medicarlo.

"Hai un bel taglio. Ti è uscito poco sangue. Lo dicevo che sei di plastica".

Claudio sorrise.

"Stai fermo!", gli intimò mentre lo disinfettava. Sentiva la carne di quell'uomo pulsare tra le sue dita; dalle dita le giungevano i suoi sussulti più profondi. Era lo stesso che aveva conosciuto facendo sesso, ma ora gli pareva più fragile. Sentiva tenerezza per lui, ma si guardava bene dal farglielo capire. Trovava che quel momento fosse meraviglioso: lo teneva in pugno.

Finì di fasciarlo e sparì in cucina per gettare via il cotone sporco. Mise il foulard sotto l'acqua per levare il sangue raggrumato.

"Sei in gamba", le disse guardandola.

Giorgia si bloccò e si voltò: ci stava provando ancora?

"Basta, Claudio!"

"Davvero".

Giorgia si sedette accanto a lui.

"Devi smetterla di dire queste scemenze. Lo dico per te, sta diventando un'abitudine", gli spiegò come farebbe una mamma.

Claudio la fissò in silenzio: aveva ragione, anche se il suo tono lo infastidiva, ma trattenne ogni reazione.

"Perché devi sempre cercare di compiacermi? Lo fai con tutte o solo con me?"

"Se vuoi, ti dico che sei una troia"

Giorgia si mise la testa tra le mani.

"Ti prego, mi scadi definitivamente".

"Scusa".

"Sei infantile, quando fai così. Per fortuna, so che non lo sei spesso. C'è qualcosa in te che è rimasto fastidiosamente bambino. Un bambino ferito e dispettoso".

"E' tardi. Me ne vado".

"No", disse prendendogli la mano, "Resta, ti prego. Non volevo offenderti. Sei buono e ti stimo, ma queste cose fanno parte di un tuo passato che non conosco. Mi interessano poco, quando non mi ferisci, ma devi risolverle. Non puoi trattare una donna così".

Claudio la detestava: si sentiva braccato.

"Pensi che sia qui a medicarti in casa mia per qualche oscuro motivo? Che voglia saltarti addosso? Guardami. Mi hai voluto sedurre di nuovo. Perché lo fai? Non ti piaccio neanche".

"Va bene, ti sei presa la tua rivincita", tagliò corto Claudio alzandosi. "Ti ringrazio, Giorgia, ma è meglio finirla così".

"Scusa, ho esagerato".

"Mi fa piacere che lo ammetti. A proposito di quella sera, ricordo che eri consenziente".

"Sì, lo ero, ti ho creduto".

"Fa parte del gioco. E' sempre stato così e lo fanno tutti, Giorgia. E' la storia dell'uomo. Non mi puoi mettere in croce per questo".

"E' vero".

Per la prima volta dopo tanti mesi si sentì liberata da queste poche parole. Claudio tornò a sedersi. Giorgia gli sorrise e sorridendo scivolò di schiena trascinandolo nella vasca da bagno.

Giorgia battè la testa contro il rubinetto.

"Ti sei ferita!", disse Claudio tutto preoccupato.

"Fa un male cane!", si lamentava rialzandosi.

Guardò le dita: erano sporche di sangue.

"Aspetta che ti metto una benda. Dopo siamo uguali", le disse Claudio.

Si alzò e in poco tempo la fasciò.

Si guardarono allo specchio: erano davvero uguali. Adesso anche la maglietta di Giorgia era sporca di sangue. Com'erano brutti e ridicoli! Scoppiarono a ridere e si baciarono.

Lui la spinse gentilmente di nuovo nella vasca.

"Domani è domenica", disse Giorgia.

Si abbracciarono nella vasca e continuarono a baciarsi.

Per fortuna, la vasca era asciutta.










Modena, gennaio 2013

I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia

Riproduzione Riservata

Solo per diffusione senza scopo di lucro



Foto: Fatima Salcedo Oporto, Portogallo




















 


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