mercoledì 9 gennaio 2013







DACCI DENTRO, RAGAZZO!
racconto ironico di Carlo Gregori
   

Era così ottimista che quando gli comunicarono che il suo periodo di prova era finito e non avrebbe avuto un rinnovo, non si preoccupò: sapeva che da giovani bisogna essere estremamente flessibili perché lo richiede l'economia, non si può cercare subito un posto fisso. Fece su le sue poche cose e lasciò l'ufficio commerciale offrendo pasticcini e salutando calorosamente i colleghi. L'azienda lo liquidò dandogli meno del previsto, ma avevano sicuramente le loro ragioni. Ai genitori raccontò l'accaduto concludendo che non era successo nulla di grave; con la sua laurea in economia e commercio in pochi giorni avrebbe trovato un posto. Bastava stare sereni. Di sera ne parlava con gli amici davanti a una birra: di lavoro ce n'è tanto; è che la gente è schizzinosa e non si adatta. Passò da un'agenzia di lavori interinali all'altra, ma le sue qualifiche non erano adatte per i posti disponibili. Incalzava gli impiegati a provarci lo stesso per qualsiasi lavoro ma quelli lo scoraggiavano e spesso finiva che non gli rispondevano più al telefono. Poco male, la competenza è uno dei criteri più importanti e la sua era elevata. Con il passare dei giorni, si mise a cercare personalmente un lavoro. Controllava strada per strada e chiedeva in ogni negozio e ufficio, sempre con il sorriso sulle labbra, stringendo la mano, lasciando un biglietto da visita stampato al computer. Purtroppo, nessuno aveva bisogno di lui e, anzi, spesso gli capitava di incontrare dei titolari incupiti che ringhiavano contro questo e quello: si pagavano troppe tasse, a loro non restava niente, al governo sì che c'era gente che faceva la bella vita. Erano piccoli imprenditori, non capivano bene come gira l'economia, per forza gli affari andavano a rotoli; in un certo senso, pensava, era giusto che sparissero. Certo, il momento era difficile ma solo perché era in corso un cambiamento epocale e tutto si sarebbe risolto: ci sarebbero state grandi opportunità per tutti. Intanto, comperava riviste di auto e moto sognando di avere presto questo o quel modello.

Un giorno capitò in un fast food per mangiare un hamburger –  se ne infischiava di quello che dicono gli ambientalisti e i vegetariani – e alla cassa notò un cartello per la ricerca di personale. Un bel colpo di fortuna, pensò. Gli diedero una mansione modesta: inserviente ai tavoli. Andava bene lo stesso, meglio quel lavoro che niente. Avrebbe messo in mostra le sue doti, si sentiva un gran lavoratore e prima o poi, si sa, il merito verrà premiato. Con un po' di impegno, un giorno sarebbe arrivato a gestire un posto del genere. Siccome era un novellino, gli facevano pulire l'area dei giochi dei bambini, maleodorante e sporca. I bambini sono fatti così e vengono per giocare e divertirsi; ecco perché durante le festicciole faceva la sua parte con gioia aiutando le mamme, specie quelle nervose: si sentiva utile.

Arrivò la prima busta paga: quante tasse! Lo stipendio era basso ma almeno di questi tempi era sicuro. Non erano conteggiate le ore di straordinario, anche se ne aveva fatte parecchie. Si sentiva rispettato quando il cassiere lo salutava prima di andarsene. Gli piaceva spegnere le luci e chiudere il portone. Voleva far vedere al capo che lavorava sodo, non era mica un lavativo. Se prendeva meno faceva lo stesso: domani, con un piccolo avanzamento, avrebbe preso di più.

Conobbe una giovane commessa di un negozio di scarpe che frequentava il fast food e si innamorarono. Giravano in scooter ma parlavano spesso del modello di auto che avrebbero comperato: lui preferiva un'auto tedesca sportiva, lei un suv. Frequentavano il cinema, mangiavano la pizza, passeggiavano guardando le vetrine. Discutevano di grandi ristoranti: un giorno avrebbero fatto una cenetta in quello con la stella Michelin vicino al fast food. A lei piaceva il sushi; non quello finto dei cinesi, quello giapponese: nelle grandi città ci sono veri sushi bar. Lo sapeva perché sulla cucina si teneva aggiornata leggendo la rubrica in una rivista di moda. A lui i giapponesi piacevano poco: occhi strani, facce gialle, i suoi amici li chiamavano "cagariso". Lei rideva come una pazza. Si sentivano felici.

Pensarono di andare a vivere insieme. Unendo i loro stipendi, riuscirono a trovare una piccola mansarda ai limiti della città dentro una casa colonica rifatta. La scelsero con cura evitando vicini stranieri; non si sentivano razzisti, ma non si sapeva mai: si fanno certi brutti incontri! E gli odori... La comperarono e accesero un mutuo in banca.

 

Ora lui tornava a casa dal lavoro impiegando mezz'ora di viaggio in scooter, mentre lei, con l'autobus, rientrava poco dopo. Consumavano pasti frugali, si aiutavano nelle faccende domestiche, guardavano la tv. Il venerdì sera uscivano con i vecchi amici per una birra o insieme con altre coppie per un aperitivo in centro. Risparmiavano su tutto. Quando erano liberi si informavano sui prezzi delle auto usate; cercavano un'utilitaria: per ora poteva andava bene; presto avrebbero avuto quella che sognavano, bastava impegnarsi.

Era divertente per lui ricordare che potevano mangiare gratis al fast food: soldi in più per entrambi. Alla fine di ogni mese si permettevano una serata in centro con un gelato o la pizza al taglio. Che momenti felici: pensavano con grande entusiasmo al loro avvenire. Avrebbero lavorato sodo e un giorno sarebbero riusciti a ottenere l'incarico che desideravano. Pensò di approfondire l'inglese: sarebbe servito, se diventava manager o gli offrivano un incarico importante all'estero. Intanto cercava un nuovo posto in un ufficio commerciale; lei puntava a diventare la gerente del negozio di scarpe. Nel frattempo, i turni di lavoro vennero intensificati e si trovarono a lavorare entrambi anche la domenica. Ora si vedevano molto meno di prima. Lei veniva spesso a trovarlo al fast food all'ora di pranzo e, con il sorriso sulle labbra, lui le porgeva un hamburger con le patatine fritte.

Erano bei giorni, ma un'ombra incupiva sempre più spesso il volto della ragazza. Lui la rincuorava facendo sì che non si preoccupasse: presto tutto si sarebbe sistemato, la crisi sarebbe passata e ci sarebbe stato lavoro per tutti, bastava impegnarsi tutti i giorni; doveva considerare che avevano già una casa, gli smart phone, il computer e presto un'auto. Lavoravano tanto ma guadagnavano poco ma era già tanto in quei giorni: erano fortunati, bastava pensare a quanti sfaccendati ciondolavano in strada dalla mattina alla sera. Le avrebbe comperato un bel vestito.







 

Un giorno, però, tornò a casa e scoprì che lei se ne era andata. Gli aveva lasciato una lettera carica di amarezze e rimproveri; diceva che era cieco di fronte alla situazione, così non si poteva andare da nessuna parte. Piegò la lettera e la mise in un cassetto. Sapeva che quella ragazza non era adatta lui; in fondo, era una tipa mediocre piena di pretese: oggi ci si deve adattare, si può vivere bene con poco perchè poi, se si vale qualcosa, si emerge e dopo si può viaggiare, bere buoni vini, avere un'auto sportiva, giocare a golf con i colleghi... Ne avrebbe trovata una più in gamba e anche più bella.

Quando seppero dell'accaduto, i genitori lo aiutarono subito a tornare da loro: non poteva certo più permettersi quell'appartamento, anche se avrebbe continuato a pagare il mutuo. Lo affittò a una coppia di slavi raccomandati come brave persone, ma dopo due mesi gli inquilini iniziarono a non pagare più l'affitto, che pure era modesto. Ripeteva di lasciar correre: poteva succedere, avrebbero pagato. Preoccupato, il padre cercò di prendere in mano la situazione: suo figlio era un buon ragazzo anche se un po' sprovveduto. Sarà stato vero, ma si dava da fare.
 Un giorno, finito il turno al fast food, andò all'appartamento e bussò: voleva parlare di persona con quella coppia e capire le loro ragioni. Aprì un suo coetaneo con i baffi. Era ubriaco. Dopo averlo ascoltato massaggiandosi la mascella, gli diede uno spintone e imprecando nella sua lingua chiuse la porta. Ne parlò con un amico ma questi era pieno di rancore con gli stranieri: bestemmiando gli consigliò di dare fuoco alla casa, dopo sì che sarebbero usciti di corsa. Non ci trovò niente da ridere.

Tornò a casa silenzioso e si mise a guardare il telegiornale. Il ministro del lavoro diceva che in questi momenti bisogna adattarsi a tutto, fare sacrifici. Era vero: basta fare la propria parte e questo Paese andrà meglio. Ebbe poi un pensiero gentile per i negozianti di una nota località turistica multati per evasione fiscale: non era possibile che quella gente facesse cose del genere; e poi se spaventavano i ricchi cosa sarebbe successo? chi avrebbe più avuto un lavoro? Possibile che non capissero? Solo i parlamentari lo innervosivano, ma aveva sempre seguito il consiglio della nonna paterna: mai occuparsi di politica. Sicuramente il capo del governo faceva il bene della nazione e il Paese era ormai un membro alla pari con la Germania e la Francia, mica poco. Anzi, in Europa si poteva girare spendendo sempre la stessa moneta, cosa c'è di meglio? Molti suoi connazionali non potevano capire il senso di quello che avveniva. Dovevano lasciarli decidere; nel Nord Europa sanno quello che fanno. Chi avrebbero messo altrimenti al loro posto? C'era gente migliore in giro?

Passò il tempo e una sera, mentre tirava su il vomito di un bambino con la gastroenterite da un gonfiabile, gli annunciarono che ci sarebbero stati tagli al personale. Serebbe rimasto a casa: il suo lavoro l'avrebbe svolto qualcuno di una nuova cooperativa che chiedeva meno. Non obiettò nulla: tutto si svolgeva secondo le regole del mercato. Si trovò di nuovo a cercare un lavoro ma per un mese non ci fu nulla da fare. Era però contento di non puzzare più di fast food; non aveva niente contro il negozio che gli aveva dato da mangiare; era solo quell'odore acre che gli dava fastidio.

 Non potendo più pagare le rate del mutuo e non incassando l'affitto, la banca avviò una procedura di sofferenza. Alla fine dell'anno l'appartamento fu pignorato. C'era poco da fare: avevano ragione loro e la legge era dalla loro parte. Il padre si sentì sollevato: quella casa era un fardello, ci rimettevano ma meno male che aveva pagato poche rate. Aveva ragione, pensò; in fondo era stata una fortuna. Nessuno dei due però sapeva come doveva regolarsi in futuro per il mutuo: si doveva ancora pagare? Che importava? Ci avrebbero pensato più avanti, quando avrebbe preso un nuovo stipendio. Ma nonostante le ricerche non riuscì a trovare un impiego retribuito: ogni volta gli chiedevano di lavorare gratis in prova per qualche mese. Non era corretto, ma anche gli imprenditori avevano le loro ragioni; bisognava pure aiutarli: il costo del lavoro è talmente alto in Italia e poi un certo tasso di disoccupazione è salutare... Per due mesi trasportò pizze a domicilio ma una sera cadde, il motorino si sfasciò e lui si fratturò il polso. Il pizzaiolo lo minacciò: guai se avesse denunciato l'infortunio sul lavoro. Gli diede una settimana pagata e lo lasciò a casa. Per combinazione, durante la convalescenza gli telefonarono da uno studio di contabilità insistendo perché lavorasse gratis in prova e accettò. Passarono le settimane e, anche se non percepiva lo stipendio, si sentiva tranquillo: in caso di assunzioni sarebbe stato il primo della lista, all'ufficio amministrativo lo vedevano di buon occhio.

Corteggiò una bella commessa di mezza età che serviva al banco della frutta del supermercato vicino allo studio. Una volta uscirono per un aperitivo e lei gli confidò di essere divorziata con un figlio piccolo che l'ex marito cercava di sottrarle con continue azioni giudiziarie; era stressata e senza soldi, non sapeva più dove sbattere la testa. Se ne innamorò, quasi per consolarla; gli faceva tenerezza stringere tra le braccia una donna non più giovane ma così bella e triste. Anche il suo corpo era fragile. Voleva salvarla. Ora si frequentavano due sere alla settimana. Con il passare del tempo, diventò lo "zio" del bambino. Era felice di sentirsi importante per quella famiglia.


 
Una torrida notte d'estate si svegliò di soprassalto. Si guardò attorno: la sua compagna dormiva serena accanto a lui, sentiva russare il ragazzo. Ricordò di aver appena sognato di morire senza lasciare nulla a nessuno e senza che nessuno sapesse dove fosse finito il suo corpo. "Ho fatto la mia parte", aveva sussurrato a uno sconosciuto, poi si era dissolto. Nel suo ultimo posto di lavoro fu subito sostituito da un gorilla.



Modena, gennaio 2013

I personaggi e la storia sono frutto della mia fantasia


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Solo per diffusione senza scopo di lucro

Foto: Brian Braun Sarasota, Usa

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