domenica 9 giugno 2013

LA BELLEZZA DELL’ABBANDONO
Riflessioni sulla fotografia di Nicola Bertellotti
di Carlo Gregori







Oggetti spaccati, ambienti fatiscenti, ragnatele, polvere, pezzi mancanti. Sono le prime cose che colpiscono nelle fotografie di Nicola Bertellotti. Se subito si prova disagio verso il suo lavoro, poco dopo si arriva a provare una sensazione di bellezza rivelata per ciò che è arrivato alla fine. E’ questo doppio movimento di impressioni estetiche  che di solito prende lo spettatore: uno stupore iniziale misto a fastidio che poi diventa empatia, riconoscimento affettivo di ciò che è andato perso. Questa è la potenza della sua opera.

L’ospedale, la scuola, il manicomio, il cinema, la soffitta, la casa abbandonata, vecchi oggetti tra le erbacce sono gli ambienti dove giriamo con lui osservando attentamente cosa ha fissato in uno scatto.  Nella sua opera, così nuova da superare l’attualità, emerge un forte impegno politico e civile verso il nostro e altri Paesi europei che stanno gettando via una vecchia pelle senza ringiovanire. “Fenomenologia  della fine” è una lunga e testarda mappatura di un’epoca di crisi non solo economica. Forse nessuno sta facendo oggi una ricerca così complessa in Italia e all’estero. Il lavoro di Bertellotti si realizza giorno per giorno in una continua e insistente ricerca dei segni della fine di un mondo, ovvero di uno stile di vita. Descrive la decadenza di una società industriale. E’ un impietoso ritratto del crepuscolo di un’epoca e di una civiltà, quella dell’Italia del benessere, del consumismo, del welfare, del potere dello Stato. In fondo, questa Italia (per restare al nostro Paese) è durata poco più di cinquant’anni, dal Dopoguerra ad oggi, ma i suoi ambienti e i suoi oggetti parlano già ora dell’annientamento di un modo di vivere che ha coperto e spesso devastato il territorio, invadendolo come mai era accaduto prima per estensione, intensità e violenza. Oggi questi ambienti e oggetti stanno sparendo. Sono fuori dalla nostra attenzione. Restano abbandonati e inerti là dov’erano quando erano utilizzati e frequentati. Muoiono lentamente. La sua è un’Italia che ricorda la Siberia. Il fatto che stiano diventando niente, ci costringe a ricordare cos’erano questi oggetti, questi spazi; per questo proviamo affetto, perché per noi sono vivi ricordi di altri tempi. Nello stesso momento, siccome sono oggetti che si stanno lentamente deteriorando nell’abbandono, il suo lavoro ci dice che stiamo ancora vivendo dentro tutto questo pur sentendoci già fuori. Attraverso la fotografia come arte e come testimonianza, Bertellotti fa perciò un lavoro simile all’archeologo e allo psicanalista: scruta in una società passata e in un individuo che è sopravvissuto a se stesso: la nostra civiltà, noi.


 


 Ma la rivelazione di ciò che è sotto gli occhi di tutti è anche un atto artistico. Fotografare il senso della fine di un’epoca è una costruzione estetica concreta. L’oggetto esausto o che si sta degradando, quello che  Bertellotti ci sbatte in faccia attraverso ogni singola fotografia, è un  oggetto a suo modo artistico, anche se brutto, ripugnante o sgradevole. Non è una novità: il collage Dadà, il recupero dei rifiuti come arte negli anni Sessanta e Settanta, le ricerche estetiche sulle rovine di Georg Simmel e di Marc Augé e la concretezza del fotoreportage pulp – come quello che ha avuto come maestro italiano il compianto fotoreporter Raffaele Ciriello con le sue “Cartoline dall’inferno” - sono tutti precedenti. Bertellotti però va oltre e in qualche modo, magari inconsapevolmente, si riaggancia all’opera dei surrealisti, soprattutto di André Breton, e arriva allo scrittore paesaggista e giardiniere Gilles Clément con il suo “Manifesto per il terzo paesaggio”. Clément elabora un catalogo e una teoria dei luoghi abbandonati dall’uomo, dai grandi ambienti e dai grandi spazi alle sterpaglie al margine della strada: piccoli o grandi che siano, sono tutti ambienti nei quali l’uomo ha lasciato una presenza, attraverso ciò che ha abbandonato. Grazie a tutti questi influssi, diretti o indiretti, Bertellotti ha proseguito negli anni la sua personale caccia all’oggetto scartato, abbandonato, dimenticato. E’ andato a cercare gli spazi che noi evitiamo di considerare passandoci accanto. Ogni volta, a lavoro fatto, è come se mettesse la foto sul tavolo e ci dicesse: “Guarda che fine ha fatto quell’ambiente, quell’oggetto! Non ti dice niente?” Come per l’oggetto surrealista, quella cosa rotta, marcita, impolverata che diventa il soggetto della foto non è più quindi un oggetto banale o inerte, comunque muto, ma qualcosa che sprigiona una sua vita. E’ bellezza nascosta, magari anche tra la bruttezza e il degrado. La Fine sa parlare. L’Arte è sprigionare vita da ciò che è esausto. La magia di queste fotografie sta proprio nel dare una dignità a ciò che  abbiamo scartato. E così, chiudendo il cerchio, troviamo il senso di una  civiltà, la nostra civiltà, che abbiamo gettato al margine della nostra vita, senza neppure sapere quando, come o perché è avvenuto, in attesa che la Natura la riprenda e la cancelli. Per questo, la sua fotografia è anche un atto filosofico; ed è ciò che a Bertellotti preme di più.

"Fenomenologia della fine" in mostra l'anteprima
dal 22.6.13 al TandemBar del Lido di Camaiore (Lucca)

maggio 2013
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