martedì 28 maggio 2013


ARRIVA IL MIRACOLO!

racconto molto italiano di Carlo Gregori


 

1.

Oggi la mamma è arrivata a Padova. E' la prima volta in tutti questi anni che viene a trovarmi. Mi ha mandato una lettera per chiedermi, come sempre, come stanno andando gli esami a Giurisprudenza, se ho bisogno di soldi per i libri e tutto il resto. Nella busta c'erano anche i soliti cento euro. E alla fine mi annunciava che giovedì sera sarebbe partita dal paese per raggiungermi. Le serviva solo una branda: resta due giorni.

La mamma non è mai uscita dal profondo sud. E' cresciuta tra le mura in cima al monte di Roccavilla Santa Croce. Oggi sta in città ma non sa niente del mondo. Non è mai stata neanche a Napoli o a Roma. Ha sgobbato tutta la vita per i figli. Mia sorella è sistemata in Regione. Adesso tocca a me. Crede che io stia per finire gli esami universitari, povera donna. Dopo tre anni non ne ho dato neanche un quarto. Non ho il coraggio di dirglielo. Faccio schifo.

Crede che un giornò avrà un figlio avvocato, commissario o, che so, giudice. Invece sto qui a Padova a passare le mie ore su Facebook a scrivere, postare e a rimorchiare ragazze. Faccio qualche serata per la discoteca, lavoretti per tirare su i biglietti e i drink. Lei invece mi immagina a sgobbare sui testi di diritto civile e a fare il fotografo.

Le ho raccontato anche questo: che faccio il fotografo. Un po' è vero. Lei crede che diventerò un fotografo importante. Mi ha mandato dei soldi per l'attrezzatura e gliene ho chiesti di più, sempre di più. Fanno comodo i soldi. Ti volano via in aperitivi e serate in trattoria, mica a fare scatti. Così quando mi ha chiesto di vedere qualche foto, le ho prese da Facebook o da due scatti fatti con il telefonino e le ho stampate. Quanti elogi ogni volta che ci sentiamo!

E ora è qui, di fronte a me, sulla soglia di casa con la sua valigia e ha appena suonato il campanello. Non sono neanche andato in stazione a prenderla. Sono un cane fetente. Ora l'abbraccio.

E' seduta al tavolo in cucina. In casa non ci sono i miei compagni di studi. Siamo soli, io e lei. Le sto preparando un caffè ma dice di non volerlo: le fa male al cuore. Lo faccio lo stesso, per me, per non guardarla in faccia.

Mi chiede se anche nell'ultima lettera ho trovato i cento euro.

Certo che li ho trovati. Li ho anche spesi, dico tra me.

Anche questa storia dei cento euro in ogni lettera, non la sopporto più. Dovrò trovare qualche scusa.

Da un anno ha questa fissazione di mandarmi cento euro interi da consegnare ai frati della Basilica di Sant'Antonio. Li nasconde dentro la lettera, piegata come un ridicolo fazzoletto. E ogni volta le rispondo che sono passato al santuario a consegnare il bigliettone verde ai frati, che erano contenti, avrebbero pregato per lei, che forse la grazia può arrivare, eccetera. Ci crede. Chissà che miracolo sta aspettando. Non la sfiora neanche il sospetto che quei cento euro finiscono nella mia tasca e che li spendo con gli amici. Il vero miracolo è come finiscono presto.

Per lei quei soldi sono un dono fatto a Sant'Antonio. Crede ancora al santo che fa la grazia, mia madre. Non a San Pancrazio o a San Rocco, ma a Sant'Antonio da Padova. Che diavolo c'entra con la sua vita un santo del nord?

Sì, li ho consegnati, la rassicuro; l'obolo è andato a buon fine. Ciao ciao, banconota. Vedrà che i frati faranno grandi cose con quei cento euro. Loro sì che fanno miracoli: sanno moltiplicare i soldi senza fare niente. Cento euro, mi dico sempre, possono invece aiutare un poveraccio. Uno squattrinato studentello fuori sede. Uno come me.

Chiede se negli ultimi mesi ho visto lo zio Salvo o l'ho sentito al telefono.

Si riferisce a suo fratello, un maresciallo dei carabinieri. Qualche anno fa è diventato comandante a Montegrotto Terme, qui vicino. Per questo sono a studiare a Padova: perché lo zio Salvo l'ha aiutata a trovare questo alloggio e inserirmi. I primi tempi ha fatto tanto per me, zio Salvo, poi l'ho mollato. Troppo rigido. Mica sa che ha un nipote che si fa le canne con gli amici e ogni tanto spaccia per arrotondare. Lui sta a Montegrotto, stazione termale per famiglie, e io in città. Ci separano venti chilometri, forse. In comune, tra noi non c'è niente se non la mamma. In questi ultimi due anni non ho avuto notizie dello zio, ma ne ho scritto abbondantemente alla mamma. Qualche frottola innocua. Qualcosa di vero c'era. Una sera, mentre cenavo, l'ho visto in tv. Era in prima fila con la pettorina dei carabinieri e la pistola mentre arrestava dei pericolosi estorsori della camorra. Una gran bella figura. Ammetto di essere stato orgoglioso dello zio Salvo. Poi ho spento la tv.

La mamma mi fa sedere. E' stanca, la trovo molto invecchiata, ma sto zitto. Le osservo i capelli grigi che non copre più con la tintura. Da giovane aveva i capelli lucidi e nero corvino al punto che certi giorni di sole al mare diventavano quasi blu. Chissà come se la passa. In fondo, non mi dispiace che sia qui, anche se vorrei che se ne andasse adesso. Mi mette a disagio.

"Ti devo chiedere un piacere", mi dice.

Allargo le braccia e sorrido: quello che vuoi, mamma.

Mi guarda impassibile.

"Domattina vorrei andare alla basilica".

"Va bene, mamma, quando vuoi. Ti accompagno".

"Domani è sabato e mi pare di ricordare che all'Università non fanno lezione, vero? Ma se ti disturba per lo studio - non so, magari devi ripassare i tuoi libri di legge - vediamo di andare e tornare presto; poi recuperi al pomeriggio. Una volta non è di peso, vero?"

Certo che no. Tanto mica studiavo.

"Non ti preoccupare, mamma, il prossimo appello è fissato fra tre settimane, per fortuna, e ho un esame abbastanza leggero".

Le spiego che di lì a un'ora uscirò. Se vuole venire con me... Farò tardi questa sera, non mi aspetti. Mi dice di non preoccuparmi. Resta a casa, vuole riposare. Le lascio la chiave di scorta, le descrivo i miei coinquilini, caso mai tornassero, e le strappo una risata. Va tutto bene, mamma.




2.

Io e la mamma stiamo girando in mezzo alla folla dentro il santuario. E' tutto nel centro di Padova: la mia facoltà, casa mia, il santuario; ci si può andare a piedi. Avevo proposto il bus, ma poi ho visto che era complicato e inutile. Volevo solo farmi vedere premuroso. Alla fine, ha preferito una passeggiata. Così, mentre camminavamo mi ha chiesto come mai in casa non ci sono foto e macchine fotografiche. Ho sentito un brivido sulla schiena. Lì per lì, le ho spiegato che ho tutto il materiale nello studio di un amico. Non tengo niente in casa, mi sono inventato, è troppo pericoloso: con tutti i ladri che ci sono a Padova, è una città piena di clandestini e spacciatori.

Abbiamo finito di visitare la basilica, gli affreschi di Giotto e il tesoro del santo. L'ho portata in giro improvvisando: non ci sono mai stato in questi anni. Per dire due cose basta leggere le targhette o ascoltare una guida.

Siamo passati nella cappella delle reliquie. Per attraversare la folla e arrivare all'Arca abbiamo impiegato almeno dieci minuti. La mamma è rimasta delusa; non si vede niente. Siamo usciti dal Chiostro della magnolia, siamo passati per la Sala del Capitolo e adesso siamo sbucati in un altro chiostro, quello dei novizi. Bella gita.

Ci imbattiamo in un frate. Avrà trent'anni, è alto, biondo, con la barba lunga, una specie di boscaiolo alpino ben curato. La mamma gli va incontro e gli sorride. Sembra un attore vestito da frate. Gli spiega chi siamo, ma il frate ci osserva e dice di non conoscerci.

"Ma come, padre, non conosce mio figlio? Ogni mese porta qua cento euro; l'obolo per il santo", gli spiega.

Il frate tace e ci osserva.

Non mi piace quello che sta succedendo.

Dice di chiamarsi frate Paolo.

"Padre Paolo, ascoltatemi", attacca la mamma. "Sono una donna ignorante, non ho viaggiato il mondo, vengo da un piccolo paese del sud e vivo in una città della quale nessuno parla mai se non per i mafiosi e i delitti; penso solo al lavoro e alla famiglia. Questo è mio figlio e ogni mese porta qui cento euro che gli spedisco per lettera. Sono per il santo. Sapete come li raccolgo quei cento euro? Faccio fatica, non credete, padre mio. Li raccolgo pulendo le scale e gli uffici. Sono soldi che do volentieri a Sant'Antonio perché aspetto la grazia e so che la farà".

"Sorella, ho capito chi sei. Ho ricevuto le tue lettere", le risponde sorridendo e afferrandola per le spalle.

Mi sento gelare il sangue. Che diavolo succede?

La mamma gli allunga il suo cellulare e gli mostra un video.

"Guardate, padre. L'ha fatto mio fratello Salvo, è un maresciallo dei carabinieri in servizio qui vicino, uno importante. Vedete? Pulisco per terra in mezzo a questa gente. Lavoro in una sala scommesse. Sapete cos'è, vero? Una schifosa sala piena di televisori e di macchinette per il poker dove tutto il giorno i disgraziati vanno a fare le scommesse sui cavalli e il calcio. Guardi che facce. Sono persone rovinate. Anime perdute, padre Paolo. Non sono morti, eppure vivono in un inferno sulla terra. Sapesse come urlano, litigano, si offendono, si picchiano. Li conosco tutti di faccia, uno per uno. E io pulisco tutti i giorni questo posto infame. Passo con la scopa o lo straccio tra loro, mentre gettano quei foglietti delle scommesse per terra. Sono i foglietti di chi perde. Li vedete, vero? Ecco, io li tiro su continuamente, tolgo le loro cicche dal marciapiede, pulisco i loro sputi all'ingresso. Questo è quello che faccio in più ogni mese per tirare su quei cento euro da dare al santo mentre quei disperati urlano e bestemmiano per come è arrivato un cavallo o come hanno tirato un pallone. Hanno un chiodo in testa: indovinare il futuro. Non voglio offendere Dio, ma quelli si credono pari suoi. Invece, vivono male. Mio fratello, il carabiniere, era in ferie al paese e mi è venuto a trovare. Quasi piangeva a vedermi piegata così tra quello schifo di umanità. Per questo ha fatto il video. Pensi che vado lì di sera dopo aver fatto otto ore di lavoro".

Non lo sapevo. Provo orrore. Resto lontano dal video: non lo voglio neanche vedere.

Le chiedo cosa vuole dire, ma mi accorgo che sto balbettando. Non immaginavo che andasse così.

Padre Paolo mi guarda serio.

"Sua madre mi aveva informato di questa visita. In realtà, vi aspettavo, come avrà capito".

"Lo so e vi ringrazio, padre santo", dice lei accarezzandogli la tonaca.

Sono stupito. Mi pare di sognare. Chiedo a mia madre cosa sta combinando.

"Sua madre sa perfettamente che lei non ha mai portato i soldi dell'obolo. Lei non è mai stato al santuario".

"Ma cosa dice? Li mettevo in una cassetta delle offerte; per questo non mi avete mai visto. Non pensavo di doverli dare a voi".

"Lascia stare, caro. Non c'è bisogno", mi dice mia madre. "Zio Salvo mi ha informato di tutto".

Mi manca il respiro.

"Cosa sai? Sentiamo un po' ". Le parole esplodono, mi escono a frammenti.

"Un anno fa ci siamo sentiti al telefono e gli ho chiesto se vi incontravate ogni tanto. Mi ha detto che non sapeva niente di te da più di due anni. Strano; nelle lettere mi raccontavi spesso sue notizie. Mi sono preoccupata, noi madri siamo fatte così, e allora lo zio si è ripromesso di fare qualche controllo. Sai come sono i carabinieri, un po' ficcanaso, no?, ma le indagini le sanno fare; così è venuto a sapere che in tre anni di università avevi fatto solo cinque esami, neanche uno importante. Non ti dico che delusione, figlio mio! Tutta quella fatica a pulire e tutti questi soldi per mantenerti al nord per niente. Il pensiero mi toglieva il sonno. Volevo sapere come passi il tempo. Mi chiedevo: cosa farà se non studia e non lavora? Diventerà un fotografo importante? Dopo qualche mese, una sera mi ha chiamato e mi ha detto che mi doveva dare un'altra delusione: aveva saputo che passi le giornate al computer. Scrivi continuamente a non so chi e a tante ragazze. Per ore e ore. Cose inutili, mi ha spiegato".

"Non è vero!", protesto.

Il frate mi afferra la spalla.

"Lascia stare, figlio mio", prosegue lei serena. "Devi sapere che una domenica, quando voi inquilini eravate via, siccome aveva la chiave (visto che ti ha trovato la casa), zio Salvo è entrato e ha trovato nella tua camera un sacchetto pieno di droga. Mi ha avvisato. Non sai quanto era infuriato. Uuuu! Mio figlio con della droga. Mi sentivo soffocare. Io sgobbo dieci ore al giorno e tu non fai niente, giochi con le femmine, fumi la droga e spendi i soldi dell'obolo per il santo a bere birra. Dimmi, adesso: cosa devo pensare di te?"

La guardo impietrito. Mi ha teso una trappola. Mi ha portato lì fingendo di non sapere niente. Per un attimo penso di picchiarla. Vorrei scomparire.

"Mamma, scusami. Cambierò", è l'unica frase che mi viene da dire. Sono ridicolo.

"E' uno scandalo!", tuona padre Paolo.

"Sai, zio Salvo...", attacca lei.

"Basta con questo zio Salvo!", grido nel chiostro attirando l'attenzione di tutti i pellegrini e i turisti. "Ma chi è, cosa vuole? Fa il carabiniere anche con i familiari? Indaghi pure su di me. Sono un adulto, ma cosa credi? Faccio quello che mi pare! Ho diritto di divertirmi come i miei coetanei!"

"Posso signora?", chiede il frate. Mamma annuisce. "Vorrei dire che a questo zio Salvo lei dovrebbe essere grato".

"Mi state processando? E perché un frate mi dice che dovrei essere grato a un mio zio carabiniere?", ripeto istericamente. Mi scoppia una risata. "Non capisce che sta distruggendo la mia famiglia?"

"No, sta solo distruggendo le sue menzogne". Mamma annuisce. "La sua vita è ridotta a un castello di menzogne, fratello. Il suo mondo è irreale. Ora potrà liberarsene".

Ci mancava la predica dal frate con la barba bionda. E' troppo. Provo ad andarmene.

"Aspetta, dimentichi una cosa importante", dice mia madre con uno sguardo severo come non ho mai visto.

"Sentiamo", replico infastidito voltandomi verso di lei.

"L'obolo".

Già, i soldi. Li ho spesi.

"Cosa vuoi dire?", chiedo prendendo tempo.

"Fratello, lasci che le spieghi", mi sussurra padre Paolo mettendosi a sedere sul muretto del chiostro. "Sua madre mi ha detto che da almeno un anno le mandava cento euro al mese, giusto? Sono spariti almeno mille e duecento euro. Non sono pochi soldi, soprattutto con questa crisi".

"I soliti frati... Parlate tanto e siete solo avidi. Ecco sa vi interessa: l'obolo".

"Anche a te interessava", ringhia mia madre.

Padre Paolo le fa cenno di calmarsi.

"Non dica così", mi fa alzando la voce, "perché le risponderei subito che quei soldi spettavano al santuario di Padova e non a lei".

"Sant'Antonio è morto da secoli. Non sa cosa farsene dei soldi. E' tutto un vostro imbroglio".

"Guardi che lo ha deciso sua madre, era lei che ne disponeva. Poteva darli al canile, poteva darli a suo figlio, poteva darli a noi...", aggiunge allargando le braccia. "So che studia legge e quindi sa cos'è l'appropriazione indebita. E' un reato grave; mi sono informato: si fanno fino a tre anni di carcere. Io e sua madre ne abbiamo parlato a lungo al telefono l'altra settimana. Vede, lei ha trattenuto del denaro di altri e ne era consapevole. La mamma le mandava i soldi, lei diceva di averli consegnati e poi se li teneva".

"La droga", ripete la mamma battendo le mani.

Confesso: non so cosa dire. Non mi esce più una parola dal cervello, neanche a spremerlo. Non me l'aspettavo.

Penso a tutta la marijuana che mi sono fumato con gli amici e quasi mi viene da ridere. Vorrei farle fare un tiro, magari si calma e le si apre la testa. L'obolo non è stato speso male. Lasciamo stare, meglio tenere la lingua a freno.

"E' finita", mi dice mia madre sedendosi accanto al frate. "Non ti do più soldi, non studierai più, perderai la casa, dovrai andartene da Padova. Altrimenti trovati un lavoro. Non sarà facile di questi tempi, credimi".

Sento un fischio dentro l'orecchio. Sì, porca puttana, è così: è finita. L'università, gli amici, le ragazze, Padova: tutto risucchiato via. Cazzo! E ora?

Lo capisco in un attimo. Mi giro. Davanti a me vedo il muro del chiostro con alcune lapidi medievali incastonate. Mi sento più morto di quei nubiluomini.

"Ci vuole un miracolo!", esclama il frate. Che cosa avrà da sorridere, poi.

"Ora hai capito perché mandavo i soldi per Sant'Antonio?", chiede mia madre.

No.

"Servivano per la grazia. Volevo che qualcuno in Paradiso ti aiutasse a trovare un lavoro e sistemarti. Adesso mi accontento che ti aiuti a trovare il senno".

E' incredibile tutto questo. Non può capitare a me. Devo reagire. Ancora non mi viene in mente niente. Sono alle corde.

"E sai una cosa? La grazia del santo alla fine è arrivata. E' stato generoso, anche se tu gli hai rubato i soldi".

"Mamma, andiamo via. Mi sento morire di stanchezza".

"Siediti sul muretto anche tu, due minuti, dai", mi dice stranamente sollevata.

Mi lascio andare, sono fottuto per l'eternità.

"Ho pregato tanto Sant'Antonio mentre facevo le pulizie tra quello schifo di gente, sai? Poi un mese fa è accaduto il miracolo, proprio quello che non osavo neanche sperare. E' venuto il proprietario della sala scommesse e mi ha detto che un loro impiegato addetto alla cassa aveva trovato un posto fisso. Il suo posto si liberava due mesi dopo; mi ha chiesto se ti interessava. Vuole prenderti in prova".

E' per questo che è venuta fino a Padova? Per annunciarmelo?

"Verrai con me. Torneremo al sud".

Capisco, prenderò uno stipendio tenendo in moto la macchina dei sogni di quei derelitti che tirano a indovinare il futuro. Li farò giocare e spendere fino a farli impazzire e non me ne andrò mai più da là. Chissà se il miracolo di mia madre è la punizione giusta per me.

Mia madre e il frate si alzano.

"Andiamo!"

Mi alzo.

Modena, aprile-maggio 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia

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2 commenti:

  1. Wow letto d'un fiato, mi è piaciuto molto. complimenti.

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  2. si, molto bello! poi padova e il santuario li conosco benissimo (fatto il militare a pochi metri...) e mi sono stracalato nel contesto. grazie

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