PAESAGGI
racconto di Carlo Gregori
dedicato a Barbara Giorgis, artista e amica
Appena alzata, spalancò di malavoglia la finestra e in una mattina di maggio Elena si trovò di fronte a una luce mai vista prima. La luce arrivava tersa, attraversata da fasci di raggi che colpivano gli alberi di fronte a casa sua e tutto il giardino pubblico, accarezzando i giochi per i bambini. Ne rimase turbata. Durante la colazione le capitò di fare un breve bilancio della sua attività. Aspettava il contratto dall'Accademia di belle arti per un almeno altro anno di supplenza: la titolare era di nuovo incinta. Subito dopo ripercorse i suoi venti anni da pittrice. Non ci pensava mai: troppo frustrante dover ammettere, come le capitava nei momenti tristi, che tutte quelle sue opere, piccole o grandi che fossero, erano adatte a tappezzare pareti. Di mostre, non ne faceva più. Sorseggiò il caffè. Allora, perché l'aveva tanto colpita quella luce?
Tornò alla finestra e si mise a fissare il giardino pubblico, ma la magia era già scomparsa.
Nei giorni successivi ripetè la stessa operazione, anticipando ogni volta l'alzata dal letto di qualche minuto. Ogni mattina si stupiva del miracolo della luce accompagnato dal suono degli uccelli. E ogni volta tornava nello studio per riguardare quello che aveva dipinto fino ad allora. L'insoddisfazione cresceva.
Si mise a fare degli schizzi dalla finestra. Cercava di catturare la magia della luce. Nonostante ce la mettesse tutta, ogni volta che li riguardava attentamente, gli schizzi le sembravano insensati e gettava via i fogli. Niente restava di ciò che aveva visto.
Fece delle foto. Le studiò infastidita: avevano catturato l'atmosfera ma restavano mute. Provò a tracciare dei disegni e a dipingere seguendo lo schema delle foto, ma ogni volta andava a finire che gettava via tutto.
Si chiese cosa mai avrebbe potuto insegnare all'Accademia. Si gettò a capofitto nella lettura di libri sugli impressionisti, ma ne ricavò un gran senso di confusione. Non c'erano risposte alla sua ansia. L'unica cosa che la colpì era proprio quell'impulso che spingeva tutti i pionieri francesi a uscire di casa e andare in giro a cercare la luce e la materia, i soggetti dei loro quadri. Ripercorrendo ancora una volta ciò che aveva fatto, notò che l'unica strada da lei percorsa era lastricata da un'infinita serie di noiose opere astratte. I colori che aveva usato avevano lo stesso spirito di quelli scelti da una bambina di cinque anni. Anzi, forse non era mai cresciuta da allora; per quello la sua pittura puzzava di stantio.
Uscì.
Si portò un blocco di fogli e delle matite e, seduta su una panchina, cercò di riprodurre la luce sui rami, sulle cortecce, sull'erba. Si sentì incapace. Non aveva mai disegnato né dipinto un paesaggio.
Fu una scoperta sconcertante.
La storia dell'arte è piena di paesaggi. Sui paesaggi si sono formate le più ardite teorie artistiche. Ma oggi nessuno si interessa più di paesaggi, concluse. Era già qualcosa: almeno avrebbe avuto campo libero.
Organizzò un giro di mattina presto. Prese con sé un blocco di fogli, le matite e la macchina fotografica e si mise a girare in auto per la periferia. Si guardava attorno in cerca di un angolino dal quale cominciare. Ogni volta, però, non riusciva a trovare un punto preciso in cui finiva la città. Quando si trovò davvero in aperta campagna era ormai metà mattina. Parcheggiò l'auto e, con un certo imbarazzo, entrò in un campo. Si mise sotto un albero e iniziò a fare degli schizzi e delle foto. La infastidiva una vecchia porcilaia con il silos proprio davanti a lei. Arrivò un contadino e le disse che lì non poteva stare: meglio più avanti; in paese c'era un prato pubblico. Si spostò in un altro campo e anche qui arrivò un contadino sospettoso: era pittrice o fotografa? cosa c'era di tanto interessante nel suo campo? chi gli diceva che non avrebbe fatto delle foto verso la sua casa? Alla fine le chiese sbrigativamente di togliersi dalla sua terra. Tornò a casa avvilita.
Dopo qualche giorno si mise in testa che non poteva darla vinta ai bifolchi: non sono i padroni del paesaggio. In auto uscì dalla parte opposta della città, verso la montagna. Cercò uno spazio per il suo paesaggio. Percorse la strada statale credendo che fosse più facile trovare una deviazione al momento adatto. Ma ogni volta che si guardava attorno, mentre le auto dietro di lei, incolonnate, suonavano il clacson, lo sguardo cadeva su una serie senza sosta di capannoni, fabbriche ed edifici nuovi. Tra un paese e l'altro, lungo la statale non c'era più campagna. Gli unici terreni agricoli erano riservati ai vigneti che chiudevano lo sguardo. Percorse una trentina di chilometri sempre in questa monotona atmosfera tra distributori di benzina, salumifici, depositi di granaglie, silos, negozi di mobili, cantine vinicole, pensionati per anziani, case di ogni foggia e dimensione, casolari, ruderi e catapecchie. E quanti tralicci elettrici nei campi! Rimase colpita di non aver mai notato quanto fossero brutti gli edifici di cemento armato e di come ormai avessero occupato tutti e due i lati della strada. Si fermò a un maneggio. Dal parcheggio si vedeva lontano la catena dei monti ma era tagliata in basso da una serie di fabbriche che gettavano fumi bianchi nell'aria. Fece qualche foto, che riguardò a casa con attenzione.
Per alcuni giorni si chiese se non fosse il caso di riprodurre il paesaggio così com'è oggi, con capannoni, case, fabbriche e tutti i suoi orrori. Magari era un nuovo tipo di paesaggio: lo spazio era sempre lo stesso, era solo occupato diversamente. Si accorse che stava scoprendo il paesaggio di oggi, l'unico paesaggio possibile là dove la natura è stata estirpata. Il pubblico le avrebbe riconosciuto la sua scoperta. Dipinse alcune vedute con granai e casette nuove tenendo le foto davanti. Il risultato la deluse. E poi non aveva niente a che fare con la luce che aveva visto quella mattina. Si stava allontanando troppo da quello che cercava. Attaccò alla parete alcuni di quei disegni pitturati con tempere e acquarelli. Li fece vedere a un'amica che reputava un'intenditrice, anche se modesta. L'amica non capì il suo sforzo. Non vedeva altro che capannoni, case e fabbriche. Timidamente, diede un piccolo segno di approvazione. Non ci siamo, pensò Elena.
Una sera a cena da un amico scultore incontrò un suo celebre collega, Paolo. Era un artista bizzarro specializzato nel dipingere luoghi lugubri e fatiscenti. Aveva una buona notorietà e guadagnava bene. Gli parlò della sua idea, Paolo la trovò interessante e la invitò a fare una uscita al tramonto il mercoledì successivo; si sarebbero accordati al telefono. Paolo la venne prendere e la portò sulla tangenziale. Parcheggiarono in uno spiazzo. Poi Paolo prese due seggiole dal baule e la fece sedere. Il sole tramontava. Di fronte a loro si stagliava un paesaggio collinare abbastanza puro: solo case antiche e la strada che portava a un santuario. Fecero numerosi schizzi e foto, mentre dietro di loro le auto sfrecciavano suonando il clacson per farli sentire ridicoli. Si divertirono. Per la prima volta tornò a casa contenta. A Elena quella esperienza era piaciuta; soprattutto, non si sentiva più sola. Adesso aveva modo di confrontarsi, scambiare idee, impressioni. Rielaborò quei disegni e iniziò a colorarli in modo nuovo.
Fu presa da una specie di furore. Non aspettava altro che quel momento di sfogo. La prendeva una strana voglia di fare tutto e subito, prima che la miriade di idee che le affollavano la testa svanissero come vapore al sole. Tentò vari esperimenti, stendendo i colori in modi diversi, dal tratto più fine al più grossolano, tracciò segni sottili o violenti cercando uno spazio per quella luce che la tormentava dal primo giorno. Prese così a uscire ogni mercoledì sera con Paolo per andare sempre in quello spiazzo sulla tangenziale per rivedere lo stesso tramonto che, con passare delle settimane, non era però più lo stesso. Ormai era maturata l'estate e la luce crepuscolare cambiava diventando ogni giorno più piatta. Sentì crescere in lei un senso di rassegnazione: quella luce era inutile, banale; mancava di ogni magia.
Si stancò di Paolo. Ogni mercoledì sera passava con lui ore a schizzare e fare foto e parlavano pochissimo. Capitava che il grande artista sparisse mezz'ora e tornasse silenzioso. E ogni volta gli doveva cavare le parole di bocca per sapere che aveva fatto una visita nella chiesa sconsacrata o in una fabbrica abbandonata nei paraggi. Paolo si dava anche delle arie. Elena gli aveva proposto di incontrarsi in un altro momento e fare il punto, ma Paolo rifiutava sempre accampando mezze scuse. Così un mercoledì di fine giugno Elena non si presentò e gli mandò un messaggio al cellulare dicendo che stava poco bene. Quella sera se ne andò da sola da un'altra parte. Ripetè la stessa esperienza che avevano fatto insieme, ma non era la stessa cosa. Tornò a casa delusa. Pensò di chiamare Paolo, di scusarsi e fissare un altro incontro. Voleva fargli capire che era stato un incidente; che non sarebbe più successo. Ma non lo fece. E Paolo non la chiamò più.

Si ritrovò da sola nel suo studio con pile di fogli gettati a terra e imbrattati. Li prendeva in mano, li osservava e li gettava di nuovo. Ogni volta faceva mucchi diversi con le stesse opere. In fondo, quegli schizzi erano solo prove. Non avevano alcun valore. Non la rappresentavano. Non li avrebbe mai esposti.
Si mise a ridere: non era male avere un segreto proprio.
Si chiuse in casa e iniziò a lavorare sugli schizzi. Partiva dal disegno originale o dalla foto, lo stilizzava e lo calcava esagerando i tratti. Tirava al massimo la forma mantenendo intatto lo spirito di quello che aveva visto. Giunta a quel punto, cercò la luce. Lavorò sulla massa inerte di quelle forme naturali, che di naturale non avevano più niente, e cercò di infondere la vita con la luce dei suoi colori.
Dopo mesi e mesi di intenso lavoro in solitudine e dopo aver nascosto le centinaia di bozze, organizzò una cena a casa sua per invitare un collega dell'Accademia e fargli vedere i suoi ultimi lavori. Il collega scrutò le opere restando in silenzio, mentre Elena si sentiva in graticola, e alla fine esclamò: "Belli!" Elena si spaventò. Cercò di carpire qualcosa di più, ma il collega si limitò a chiederle cosa rappresentassero. Che domanda deludente! Si fece forza e gli rispose. "Paesaggi". Il collega tornò a guardare stupito. "Paesaggi interiori", aggiunse Elena. "Belli!", tornò a commentare il collega con maggiore entusiasmo.
Mostrò le opere alle amiche più fidate e le dissero che se quelli erano paesaggi erano sicuramente paesaggi nuovi. Alcune, cercando una complicità femminile, si lanciarono in riflessioni sullo stato d'animo, sul paesaggio tormentato della donna, sulla sensibilità femminile, sull'inutilità dei paesaggi di oggi. Ogni volta Elena tagliava le loro dissertazioni concludendo che il paesaggio va cercato dentro. Le parve un buon punto d'arrivo e cercò di parlarne con Paolo. Sentiva un debito di riconoscenza, ma Paolo non rispondeva.
Il momento era arrivato, pensò, e propose le sue opere in giro. Un amico critico le mostrò a un assessore e poco dopo nacque la personale intitolata "Paesaggi interiori". La organizzò il Comune in una frazione appena fuori dalla città. Si spedirono inviti, si attaccarono locandine, si mandarono comunicati stampa. Soprattutto, si fece sapere del grande ritorno della nota pittrice concittadina con opere di uno stile nuovo di zecca.
Elena scoprì però che la sua mostra era in uno dei capannoni sulla strada che aveva fatto una delle prime volte. Odiava quei capannoni che distruggevano il paesaggio ma non lo disse a nessuno. Provò un forte disagio. Pensò che non poteva farci niente: quei pezzi di cemento armato coperti da pannelli erano lì, che le piacesse o no. La mostra forse avrebbe sensibilizzato qualcuno.
La sera dell'inaugurazione riscosse molto successo. Paolo passò per complimentarsi. La folla degli ospiti elogiava i suoi paesaggi interiori. Ne parlavano dentro quell'edificio nel quartiere industriale. Elena si distrasse e per caso guardò attraverso una finestra: si vedeva l'inutile cima di una montagna. E la luce intensa dalla quale era partita non c'entrava più niente, ormai.
Modena, aprile 2013
Questo racconto è frutto della mia fantasia
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Foto: Trash/Treasure, Colonia, Germania


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