martedì 30 aprile 2013













CACCIA ALLA QUAGLIA


racconto di Carlo Gregori

 

 
E' l'alba. Fa buio e freddo e sono appena uscita di casa. Oggi è l'Epifania, domani si torna a scuola. Papà si è addormentato in cucina. L'ho visto abbandonato sulla sedia con le braccia penzolanti e la testa all'indietro. Chissà quante canne si è fatto.

Con il piede sento che finisce la ghiaia e comincia la terra. Vedo l'erbetta: comincia a far luce. Calpesto la terra soffice facendo piano. Tengo la carabina carica puntata verso il basso. Per ora, niente in vista. Neanche un fruscio.

Cammino e cammino.

Ho dormito male stanotte. Mi sentivo sola. Mi sono svegliata di soprassalto e così ho deciso di uscire a fare un giro di caccia. Mi piace tirare alle quaglie. Sono uccelli stupidi e goffi. Sembrano piccoli polli marroni. Nella catena alimentare hanno un solo destino: nascere per essere mangiati. E a me piacciono le quaglie arrosto.

Ho quattordici anni, d'accordo, e so benissimo che è vietato sparare ma l'ho sempre fatto: abitiamo in periferia e adesso sono già nello spiazzo alla fine del bosco. Non diamo fastidio a nessuno.

Ecco una quaglia. E' laggiù, tra l'erba. Forse è una lepre, no, impossibile, troppo piccola.

Sparo. Niente. Continuo a camminare e, quando arrivo sul luogo al quale miravo, infatti non trovo niente. Non c'è sangue in giro, tra l'erba raccolgo un bastoncino. Me lo rigiro tra le mani mentre cammino. Tra poco farà giorno.

Lontano, sento frullare le ali di un fagiano. Si sarà incastrato in un cespuglio. Mi avvicino e proprio mentre miro e sparo lo vedo svolazzare via. Accidenti!

Papà si arrabbierà quando mi vedrà tornare con la sua carabina. Mica perché non vuole che spari; anche lui è un cacciatore di frodo. Siamo una famiglia di bracconieri specializzati in quaglie, inutili quaglie. Non fa male a nessuno se cacciamo quaglie; anzi, non gliene frega a nessuno. Solo che è geloso di quella carabina, gliela regalò per la comunione un suo ricco zio. Guai chi gliela tocca, la sua carabimba!

Ecco una quaglia. La vedo bene. Prendo la mira e pum! Corro a vedere. Ho ucciso un piccione. Lo lasciò lì. Oggi proprio non va bene. Devo allenarmi un po' con le bottiglie. Ce ne sono tante in giro per la casa, soprattutto sotto i letti... Dopo faccio un giro.

Torno indietro mentre il sole inizia a sorgere alle mie spalle. Penso allo zio: ieri sera è andato via con il suo amico. Hanno passato la serata al centro commerciale cinese in città. Mi hanno detto che c'è tutto: discoteche, sale da gioco, ristoranti, pizzerie. Tutto lì dentro in un solo posto e costa pochissimo. I cagariso non mi piacciono ma voglio assolutamente andarci. Lo zio si sarà divertito di sicuro. Chissà che balla avrà preso: diceva che con dieci euro bevi cinque birre.

Apro la porta. Tutto come prima. Papà è solo in casa, strafatto e addormentato. Gli vanno male le cose, povero papà. Da quando la mamma l'ha lasciato, ha perso il lavoro. Non riesce neanche ad andare via da casa e farsi una nuova vita. Separato in casa, che schifo... Mi dispiace, gli voglio così bene. Però fuma così tanta maria che non ci ragioni più. Dice solo scemenze. Oppure piange. Sì, piange tantissimo: l'ho visto con i miei occhi. Se gli parli della mamma, non ti dice niente. Il lavoro non c'è più e il problema pare non interessargli. Per fortuna che ha i soldi ereditati dalla nonna. Se li sta fumando tutti, banconota per banconota...

Appoggio la carabimba vicino al lavello e gli accarezzo i capelli. Grugnisce e si mette a russare. Caro papà... Come vorrei una vita migliore per te!

La camera del tato è vuota: è ancora a far baldoria. Lo zio piace a tutte: avrà trovato una ragazza per divertirsi. Chissà quanto tempo ancora resterà ospite in questa casa.

Mamma mia, che alito fetido che ho! Arriva fino al mio naso. Corro in bagno e mi lavo i denti. Proprio mentre mi asciugo e penso se restare in piedi o tornare a letto, sento che si spalanca la porta. E' la mamma che rientra ridendo come una matta in compagnia di un uomo che le parla sottovoce. Lei ride come una pazza. Mi affaccio e lo guardo: è uno dei tanti tizi che rimorchia nelle sue serate con le amiche. Una banda di divorziate disperate. Credevano di rifarsi una vita e invece sono ridotte come stracci, saltando da un uomo all'altro. E' tutto così insensato. Il nuovo "fidanzato" - lo chiama sempre così, anche se in casa si vede una volta e mai più – questa volta è un tizio piccoletto, magro, pelato, con il pizzo e gli occhiali da vista. Chissà dove lo ha trovato. Mentre parla a voce bassa sento che ha un accento inglese. Le dice qualcosa e lei scoppia subito a ridere, neanche se quel tizio le spingesse un pulsante. E' sbronza, come ogni domenica mattina che Dio manda in terra.






Eccoci qui riuniti nel santo giorno: la bella famiglia con il papà strafatto, la mamma ubriaca con il suo amante e la figlia di quattordici anni che si alza all'alba per cacciare di frodo le quaglie (e non le prende). Un manicomio. Eppure siamo stati una famiglia felice.

La mamma si chiude in camera sua con quel tizio. Ridono. Mi fanno schifo. Lei dice che ha le sue esigenze. Le serve affetto. Anche a papà serve affetto. Mamma lo cerca ovunque, papà da nessuna parte. Due poveracci. Un tempo non erano così. Quando ero bambina, la nostra era una famiglia felice. Davvero, lo giuro. Eravamo tanto uniti! Si stava insieme, si facevano risate allegre. Basta guardare le vecchie foto. I miei genitori erano eleganti; ognuno aveva un buon lavoro e una bella auto. Frequentavamo lo sporting club. Oggi siamo qui in periferia vicino a un bosco mezzo morto, al margine di una tangenziale. Non so cosa è successo ma non ne posso più. Non si può vivere così. Le cose devono cambiare. Bisogna fare qualcosa.

Prendo la carabina. Spalanco la porta della camera e trovo la mamma mezza nuda sul letto con quel tizio in mutande e calzini. Con la canna della carabina, gli faccio cenno di prendere la sua roba e di andarsene subito. Lo scorto fino alla porta puntandogli il fucile alla schiena, tanto per essere chiari. Mi prova a dire qualcosa, ma non lo ascolto neanche. Ho fretta, Cristo santo. In questa casa abbiamo perso troppo tempo in cazzate.

Mia madre è stupita. Mi grida di smetterla, di posare la carabina. E' così ubriaca che lo dice stando a letto. Poi la vedo che si abbandona sul materasso mostrandosi nuda e depilata sotto una maglia.

Vado in cucina e sveglio il papà. Fa fatica a riprendersi. Gli getto un bicchiere d'acqua in faccia: l'ho visto fare in un film, pare che funzioni. Mi guarda sorpreso come se avessi voluto affogarlo. Gli chiedo se va tutto bene. Sì, tutto bene, mi dice scuotendo la testa. Mi chiede se sono impazzita. Nota la carabina e mi dice di posarla subito. Gli dico di no. Anzi, gliela punto e gli dico di alzarsi e andare in camera da letto. Farfuglia qualcosa ma non ci crede neanche lui. Gli agito la canna davanti alla faccia facendo cenno di alzarsi e alla fine, a fatica, lo convinco. Lo seguo mentre si muove piano piano barcollando finché non entra nella camera. Gli dico di sedersi sul letto. La mamma è nel mondo dei sogni, lui ne è appena uscito.

La sveglio, le dico di tirarsi su. Eccoli insieme, finalmente! Li ho qui in pugno, uno accanto all'altra. Sono immobili e increduli. Mi chiedono cosa voglio fare, se sono impazzita. Metti giù la carabina o farai male a qualcuno! Guarda che se spari finisce male tutta la tua vita. Tesoro, lascia stare! Non ti rovinare!

"Tornate insieme!", ordino.

Tacciono e si guardano stravolti. E' come se si vedessero per la prima volta. Rido: non so perché, ma è come se avessi appena rotto lo specchio malefico di una strega. Ripeto l'ordine.

"Tornate insieme! Rivoglio la mia famiglia!"

Papà mi chiede cosa diavolo voglio fare. Gli spiego che sono stanca di questa vita di merda. Tutto è andato a rotoli da quando si sono lasciati. Perché si sono lasciati?, chiedo urlando. Loro tacciono. Il loro sguardo si fa incredulo. Non si parlano da due anni. Lei entra in casa con dei tizi sconosciuti e lui non ha mai niente da dire e da fare, se ne sta zitto e fa finta di niente restando in cucina a fumare le canne. Che vita è?, chiedo. Perché vi siete ridotti così? Perché vi siete lasciati? Vi rendete conto di cosa avete fatto a me, a voi stessi, alle nostre vite? Mamma cerca di abbozzare un discorso. Ha un vocione lento. Mi dice che sono troppo giovane. La interrompo subito: meglio troppo giovane che matura come lei. Papà chiede di non giudicarli: siamo solo esseri umani. Adesso dicono che si erano amati e poi è tutto finito. No, accidenti, non è finito niente! Siamo ancora qua. Non se ne vanno neanche; non prendono strade diverse, no. Gli chiedo quanto intendono andare ancora avanti così. Non lo sanno. Lei spalanca le braccia che cascano subito sul materasso. Un tempo la mamma era una bella donna.

Papà la guarda indifferente, come si osserva un piccione che viene investito da un'auto. Sono due larve. E' il momento di agire. Spiego il mio piano: devono tornare insieme. Ci devono almeno provare. Si guardano negli occhi e forse non accadeva da anni. Papà dice che vorrebbe ma che lei non lo ama più. La mamma dice che è così, che non lo sopporta. E poi io non devo metterci becco: sono faccende loro, io avrò le mie e vedrò come è difficile stare insieme. Ah, lo vedrai, ragazzina!, grida mamma con la bocca impastata. Papà si raddrizza. Il loro matrimonio, sussurra, è stato un errore, anzi un equivoco. Mi spiegano che si prova a stare insieme e spesso non si riesce. E perché?, chiedo, non sanno chi hanno di fronte? Non sentono la voce, non capiscono i pensieri, non provano calore? Chi sono le persone che frequentano oggi? La mamma mi urla seccata di lasciare stare. Papà confessa subito: nessuno.

Nessuno: questa è la risposta giusta di entrambi. Frequentano gente che è nessuno. E non importa se ci sia un nessuno in carne ed ossa o un fantasma di qualcuno. E' tutto nelle loro teste. Mi viene voglia di farle esplodere tanto sono vuote. Non lo farò: faccio tutto questo per amore. E poi ho un proiettile solo: dovrei metterli in fila.

Stamattina, tornando dalla caccia alle quaglie ho scoperto il grande segreto della mia famiglia. I miei genitori sono due persone sole che insistono a stare insieme. Io, invece, voglio stare da sola. Non come loro, voglio stare isolata da loro, intendo. Posso fare a meno di loro.

Appoggio la carabina. Tiro fuori da sotto il divano una valigia. L'ho preparata da giorni. Sapevo che sarebbe finita così. Me ne vado. Chi se ne frega se domani ricomincia la scuola. Mio padre dice che non posso: ho solo quattordici anni. Mia madre piange. Chiameranno la polizia. Che lo facciano! Quando mi prenderanno e mi porteranno al commissariato, glielo spiego io al poliziotto chi sono questi due e perché me ne sono andata. Metto la mano in tasca: sento il biglietto per il treno e le banconote che ho messo da parte. Andrò al mare qualche giorno: ho un amico che ha una casetta e mi ha lasciato le chiavi. Mi troveranno e mi riporteranno a casa. Non vedo l'ora. Magari nel frattempo sono cambiati.

"Appena esco, provate ad abbracciarvi", dico ai miei mentre chiudo la porta. "Buona fortuna!"


Ed è mentre tiro la porta in cortile che sento uno strillo acuto. Le orecchie fischiano, il cuore pulsa, mi pare di impazzire. Guardo a terra. Ho pestato una quaglia. L'ho tanto cercata ed eccola qui, con il becco aperto e uno sguardo stupito, finita chissà come sotto i miei piedi. Scende il gradino di corsa e scappa sbattendo qua e là. E' dolorante e spaventata, ma vuole vivere. Assomiglia tanto ai miei genitori. Mi fa pena, non voglio più ucciderla.



Modena, marzo-aprile 2013

Questo racconto è frutto della mia fantasia

Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro

Foto: Nemsis Narsis (Pantea), Teheran, Iran

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