lunedì 15 aprile 2013
LE VALIGIE
racconto di Carlo Gregori
In casa nostra girano pochi soldi: per questo mio padre ha deciso di fare una gita con un gruppo di gente religiosa del nostro quartiere. Era tanto tempo che non uscivamo dalla città. Domenica mattina presto ci siamo trovati al parcheggio davanti alla chiesa. Ci hanno caricato su un pulmino viola. Si andava in un monastero vicino a Firenze. No, non siamo stati a Firenze. Eravamo su una collina, ma da lì non si vedeva un bel niente.
Sono un ragazzo e per me passare una giornata circondato da parrocchiani è davvero noioso. Ero in compagnia di mia sorella e di alcuni conoscenti dell'oratorio, gente che vedo solo a catechismo. Ci hanno portato a visitare le stanze dei monaci e abbiamo mangiato con loro. Si pregava continuamente. Un'Ave Maria di qua, un Padre Nostro di là. Meglio che andare alla solita messa. E poi non si pagava un soldo. Ma prima di ogni cosa da fare c'era questa scocciatura della preghierina. Gente santa, i monaci, ma sanno fare gli affari. Prima di andarcene, hanno cercato di venderci di tutto. Liquori, funghi secchi, saponette; hanno mostrato ogni loro mercanzia. Ricette segrete. Mio padre non ha preso niente, mia madre si è quasi nascosta dalla vergogna. Siamo proprio messi male, ho detto a mia sorella.
Al ritorno, ci siamo fermati fuori da un casello dell'autostrada. Le nuvole ci passavano sopra la testa. Faceva un freddo cane in quella piazza enorme: eravamo in maglietta in cima alle montagne e sotto si vedeva la pianura piena di paesi e fabbriche. Guardavo giù e splendeva il sole. Allora, questi nostri amici della parrocchia ci hanno spiegato che ci trovavamo in una specie di centro commerciale per gente in bolletta come noi. Ci hanno portato a un cantiere abbandonato. Era il posto giusto: un mercato affollato dentro lo scheletro di un palazzone; al piano terra vendevano di tutto a prezzi stracciati. Mio padre voleva comperare un cesso rosa. Costava neanche due euro. Aveva un difettuccio: era rotto al lato. Una scheggia era venuta via e per questo si vedeva del bianco in mezzo al rosa. E chi se ne frega? Ma mia madre ha detto di no: il bagno è tutto bianco, non ci stava proprio. Per gli stessi soldi hanno preso un pacco di piatti nuovi. Tutti verde pisello. Erano chiusi nel cellophane. E mio padre che girava di qua e di là con questi dieci piatti pesantissimi sotto il braccio mentre al mercato centinaia di persone rovistavano ovunque. Buoni affari per tutti.
Alla sera, siamo tornati in città. Faceva caldo; era quell'ora in cui all'orizzonte c'è appena un filo di luce arancione e si vede poco, meno che al buio. Ci hanno fatto scendere dietro casa nostra. Hanno parcheggiato il pulmino dove c'è un vecchio condominio accanto alla ferrovia, in uno spiazzo di ghiaia, fango ed erbacce, poi sono spariti tutti. Hanno detto che uno di loro, forse il capogita, abitava lì e lì ci lasciava. I miei genitori sono corsi a casa: andavano avanti a preparare la cena.
Io e mia sorella abbiamo chiesto le valigie a un parrocchiano che sistemava il pulmino. Non le ha trovate. Il bagagliaio era vuoto. Impossibile, le valigie dovevano esserci. Le abbiamo cercate dappertutto. Mentre quello si allontanava, ci ha urlato di tirare il portone del pulmino prima di andarcene. Ormai faceva buio ed eravamo senza le valigie. Abbiamo rovistato in ogni buco del pulmino. Niente. Ho guardato mia sorella: vedevo la mia disperazione sulla sua faccia. Cosa avremmo raccontato ai nostri genitori? Ci aspettavano ma le nostre valigie erano sparite.
Forse le aveva prese qualcuno della comitiva. Si erano sicuramente sbagliati: era gente così religiosa... Forse erano state dimenticate al monastero o nel cantiere con il mercato. Qualcuno le aveva appoggiate a terra... Per me le avevano rubate. L'ho detto infuriato. Tutti a pregare il Padrenostro e poi in mezzo c'è qualcuno che fa sparire la roba degli altri, la roba di poveracci come noi. Eravamo i più poveri di quella gita. Non abbiamo neanche i soldi per sbarcare il lunario e ci rubano proprio le valigie. Maledetti!
Intanto faceva sempre più buio. Lontano si sentivano le campane del rosario. Le anziane sbucavano in strada e si incamminavano verso la chiesa. Nessuno prestava attenzione a due ragazzi come noi. Non potevamo farci niente. Alla fine, abbiamo deciso di tornare a casa e raccontare tutto, senza nascondere nulla. E così abbiamo fatto. Mio padre e mia madre si sono guardati in faccia sorpresi.
"Non avevamo valigie", ha detto la mamma.
"Non le abbiamo mai avute", ha detto il papà.
E allora siamo scoppiati a ridere.
Modena, marzo/aprile 2013
Questo racconto è frutto della mia fantasia
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Foto: Valerio Musocco Roma, Italia
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notevole, davvero bravo. sono di modena, ho un blog su google, ma non ti avevo mai letto. scorrevole e accattivante, complimenti. sandra
RispondiEliminaIl racconto mi piace molto, seguo quello che scrivi con interesse. Ho l'abitudine di leggere dietro le righe, in questo racconto mi sembra esista un significato meno apparente, ma nondimeno importante. I ragazzi sono spinti ad apprezzare, anche dai meno sospettabili, il consumo in quanto tale. Ricevono spinte da ogni dove, affinché si sentano "mancanti di qualcosa", fosse anche un cesso rosa o un toccasana dei frati. Non è così, per fortuna! Dopo l'angoscia del sentirsi derubati perfino di ciò che non possedevano, il risveglio dall'incubo: non abbiamo mai avuto valigie, nessuna valigia ci ha mai reso felici, embé? Ha forse senso sentirsi felici perché si possiede un cesso rosa e una serie di piatti verdi pisello? Grazie al cielo, se ne può fare volentieri a meno, come di valigie inutili per un viaggio di un giorno solo.
RispondiEliminaCarlo, volevi scrivere anche di questo? A me pare proprio di sì e comunque mi piacerebbe che qualcuno ne scrivesse. I miei complimenti.