LA BISCHERATA
Riflessioni su un serial killer vero di Carlo Gregori
La vicenda dell'idraulico fiorentino che crocifiggeva le prostitute è di due giorni fa ma di fatto è già stata dimenticata. Secondo me, suscitava poco interesse perché non ci troviamo di fronte a un serial killer da giallo: nei suoi gesti non si nasconde un movente contorto o enigmatico, la maschera sociale non copre un sofisticato assassino seriale con venature filosofiche, non emerge alcun complotto di notabili pervertiti. Era un comune idraulico di mezza età stempiato e con la pancia. Eppure, per me è proprio il suo essere anonimo l'aspetto più inquietante. L'essere uno qualunque nella folla, "quello della porta accanto", come ha detto la Procura, che nasconde un terribile segreto di crimini e perversioni. Lo è ancora di più se si pensa che per il lavoro che fa a nessuno viene in mente di approfondire la sua personalità incontrandolo nella vita quotidiana: a questi artigiani chiediamo spiegazioni tecniche, al massimo cerchiamo di capire si ci vogliono imbrogliare con il conto o con i loro lunghi ritardi. Per questo si sentiva invisibile e quindi invincibile. Quando gli hanno chiesto come si era sviluppato in lui tanto sadismo contro le donne, ha detto solo: "Con i fumetti letti da ragazzo". Penso di sapere quali fossero, quelli sadico-erotici (Oltretomba, Jolanka ecc). Non sono da colpevolizzare: al massimo sono stati una miccia di certe fantasie perverse senza esiti per migliaia di italiani. E davanti alla madre, mentre lo arrestavano, ha ammesso: "Sì, sono io", ammettendolo come un ragazzino scoperto con un giornalino osceno in mano. I suoi delitti li ha giustificati dicendo solo: "Ho fatto una bischerata". Non ha detto di aver ucciso, di aver usato violenza su otto donne. Per lui è stata solo una sciocchezza e probabilmente si riferiva al fatto di aver commesso qualche errore che ha portato a scoprirlo. In questo uomo di 55 anni con una famiglia e un lavoro c'è l'animo di un preadolescente che ha inceppato lo sviluppo mentale. Gli è sconosciuta la vergogna, se non verso la mamma. Non ha manifestato nessun rimorso. Non si sente responsabile. Non c'è neppure dolore. Per questo quando ripeteva che per lui "è finita" manifestava la paura di essere ucciso ma soprattutto intendeva che è finito un percorso della sua vita con il quale ha convissuto a lungo. E' su questo aspetto che mi soffermo perché lo trovo sconvolgente nella purezza del suo delirio. Per più di quarant'anni ha vissuto con queste sue fantasie. Probabilmente è arrivato passo a passo a realizzarle sapendo che nessuno lo avrebbe scoperto e che le vittime avrebbero taciuto scambiandolo per uno dei tanti maniaci che incontrano sui marciapiedi di notte. Ha continuato a legare le sue vittime con il nastro adesivo per controllarle totalmente e tormentarle o torturarle, fino a farne un macabro passatempo sulla pelle di donne disgraziate. E' questo che trovo impressionante: un percorso segreto lungo una vita che da un fumetto "vietato" letto di nascosto da ragazzino arriva alla realtà fino ad esplodere ed emergere con la confessione alla madre ormai anziana. Non sappiamo se era appassionato anche di libri o film sui serial killer ma non ne sarei stupito: è un genere narrativo che alimenta segretamente queste pulsioni appagandole senza danni apparenti ma senza sublimarle; sono un'accettabile pornografia del sadismo. Il suo crudele "gioco" macabro - crocifiggere una prostituta, una parodia religiosa e sessuale di quelle che appassionavano George Bataille - era in ogni caso destinato a continuare solo se restava segreto: nessuno lo avrebbe condannato, perché non vedeva in se stesso nulla da condannare. Questa era la sua "coscienza", intendendola nella sua forma più semplice come grado di autoconsapevolezza controllata. E' questo vuoto interiore che mi impressiona. Ed è molto più oscuro di qualsiasi sofisticato serial killer di carta.
Modena 13 maggio 2014
Immagine: Max Ernst, da "Una settimana di bontà"
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