LA CANDELA
racconto di Carlo Gregori
Esitando, il fuoco passa dal fiammifero allo stoppino. La fiamma incomincia a vivere di vita propria, mentre si ripiega su se stessa. Lo stoppino si inchina abbassando la tenue lingua di fuoco. La fiamma, che sembrava soffocata, ansima, si riprende, si innalza vorticosa.
La parte inferiore della sua lingua, cinerina e impenetrabile allo sguardo, si assottiglia lasciando ingrossare una parte che da rossiccia si fa sempre più chiara e tersa. Se la lunetta cinerina assume una forma stabile, anche il contorno esterno della lingua disegna un limite che marca la parte più trasparente.Solo la sottile punta della lingua oscilla lentamente si frastaglia in minuscole anse, forma una punticina che si scompone e ricompone. Nello stoppino un'infima parte segnata dal colore bianco originario resta libera dal fuoco. Ma proprio sotto, a distanza ravvicinata, la cera inizia a scaldarsi, si fa gelatinosa, diventa concava.
I bordi della candela si innalzano lentamente? Oppure è solo un'illusione della fossa morbida che si sta scavando? Mentre il suo corpo superiore si illumina internamente e digrada impercettibilmente nell'oscurità verso il basso, in fondo il fusto resta oscuro: convive con fredda indifferenza con lo sfacelo dell'altra parte.
Il respiro fa ondeggiare la fiamma; la spinge forzandola invano. Legata da un'invisibile forza allo stoppino, ritorna a fissarsi roteando. L'immobile punta dello stoppino è arroventata, sempre sul punto di bruciarsi. Intorno, un alone chiaro dal colore incerto (è bianco, giallo o arancione?) si irradia creando cupole concentriche di luce che si espandono.
Lo squarcio nel buio arriva ad accarezzare la spalliera della sedia al lato più corto del tavolo e poi una pila di libri, un paio di occhiali, un coltello, la mano che scrive, il foglio, la scrittura.
La fiamma ondeggia inseguendo il movimento del corpo. Il suo riflesso sul piano lucido del grande tavolo in noce solcato da venature concentriche raggiunge il foglio togliendo sicurezza all'occhio posato sul foglio coperto dall'inchiosto.Malgrado sia fisso e sicuro, l'occhio si alza e riposa nell'ipnosi di quella luce. Lo sguardo non resta però sullo stoppino, punto di origine della luce, bensì là dove più si fa potente: in quella lingua superiore che ora si sdoppia, si triplica, si divide in infinte corna e disegna una minuscola, nuova lunetta nel bordo interiore. L'occhio non resiste e, respinto, si ritira sul foglio per cercare riposo.
Ma il foglio resta sfuggente, soggetto ai dardi di luce. E la mano resta ferma.
L'occhio si volge alle ultime parole scritte: "Sì, sono vivo. Eppure, ora spegnerò la candela e anche io scomparirò nel buio".
Modena, marzo-aprile 1994
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Questo racconto, piuttosto tormentato nelle sue stesure, era un tentativo di scrittura concreta e descrittiva sullo stile dei romanzi di Alain Robbe-Grillet. E' dedicato a Kurt Cobain, morto pochi giorni prima di scriverlo. Foto: particolare da "La Maddalena penitente" di George De La Tour, 1638
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