Una definizione satirica di Carlo Gregori
Se la politica della corte e della dittatura (che ne è la sua imitazione) è l'arte dell'intrallazzo e dell'influenza personale all'ombra del capo, nella nostra democrazia la politica si può immaginare come un affollato teatro stabile di ciarlatani, cantastorie, affabulatori, indovini, istrioni, truffatori, picari, intriganti, venditori di fumo, accalappiatori di nuvole e mezzani che improvvisando incarnano ruoli di seri progettisti del bene comune. Loro compito è inscenare a soggetto una meravigliosa distribuzione di competenze utili a fingere di poter cambiare il mondo attraverso fiumi di parole dal significato malleabile. In realtà, in questa commedia non si cambia il mondo, ma il mondo è comunque cambiato dal suo copione, dal momento che talvolta capita che questi attori siano canaglie vere che aggrediscono il corpo della popolazione compiacendola e depredandola o, peggio, pazzi e criminali che possono, all'occasione, ordinare distruzione e sterminio. Sono attori che lavorano per compagnie chiamate "partiti" al soldo di impresari senza volto che controllano dietro le quinte. Ecco perché il popolano che resta deluso chiama sprezzante questi politici “buffoni”, nome antico per indicare gli attori truffaldini che nelle piazze recitavano i finti segreti della corte che li nutriva e li sfamava.
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