Racconto prima amaro e poi dolce di Carlo Gregori

“Dai, non fare così”, mi dice e intanto accatasta le ultime scatole davanti all'ascensore.
Non riesco a trattenere le lacrime. Mi sento fiacco e inebetito.
Giada guarda ostinatamente il pulsante dell'ascensore. Non ha mai parlato, da quando è arrivata. Chissà come si sente a otto anni in questa situazione.
“Lo so a cosa pensi”, mi dice mia moglie fissandomi. “Va bene, me ne vado a vivere da Franco. Lo amo, cosa devo farci? Io per te non sento più niente. Bisogna che facciamo i conti con la realtà”.
“Ah, lo ami!”, ripeto.
Mi sento un ridicolo pappagallo. Due mesi dopo averlo saputo non ho ancora finito di stupirmi.
Mi accascio su una sedia. La sala è così grande e vuota. Il tavolo è coperto di scatoloni. Fisso la parete scrostata.
Penso a quei tizi che per vicende del genere uccidono le mogli. Usano i coltelli. Oppure sparano. Ho letto che a volte le ammazzano osservandole mentre dormono. Non sono uno di loro.
“Guarda che non lo amo perché è ricco. E a me dispiace molto che hai perso il tuo lavoro. Voglio solo che tu sappia che lo faccio per Giada, per darle un futuro dignitoso. Quanto a te, sono sicuro che ti rifarai una vita. Anzi, troverai una più in gamba di me”.
Un futuro dignitoso... Io sono il loro passato.
Certo che troverò una più in gamba di lei; non so quando e non so come ma non sarà difficile.
Guardo questo stanzone sporco e polveroso sotto il tetto di un condominio popolare di cinque piani che chiamo sala. La sala della mia casa.
Ci siamo trasferiti qui da cinque mesi, dopo che ho perso il lavoro. Questa è la casa che sono riuscito a dare alla mia famiglia dopo il tracollo. L'altra – quella bella, nuova, con il giardino, con i vicini nostri amici – è in vendita ma chissà quando qualcuno mi farà un'offerta. Non potrò mai più pagare un mutuo.
Ed eccomi qui.
Non so dare loro un futuro dignitoso. Mi vergogno persino della camera da letto di Giada. Per questo se ne vanno. Non posso biasimarle.
Certo, Giada fa quello che dice la mamma. Un giorno capirà, Giada. Non oggi. Lasciamo le cose così.
“Franco potrà aiutarci. Ha una casa grande...”
“Lo so”, dico risentito. Eccome lo so: ci siamo andati tante volte da quel viscido figlio di puttana. Sento le mie due parole rimbombare nella sala.
Mia moglie è indispettita.
“Cosa vuoi dire?”, dice alzando la voce. Giada si volta.
“Quello che già sai”.
“Non insinuare. E' colpa tua.”.
“Certo, è colpa mia se mi tradisci e perdo il lavoro. Vai pure”, le dico rassegnato. Di cosa devo discutere qui e ora con un'estranea?
Mia moglie si sente provocata ma tace. Afferra due sciarpe e le infila stizzita nella borsa, solleva uno scatolone e fa per uscire.
"Non sei mai ragionevole", borbotta.
Sono tentato di alzarmi e dirle che la amo, che non posso vivere senza di lei e Giada, che tutto si aggiusterà... Oh, quanto è vero ma è così melodrammatico! Soprattutto, non è ragionevole. Non servirebbe a niente. Immagino che riderebbe.
La fisso mentre si agita di spalle: in fondo, queste sue giustificazioni arrivano all'ultimo atto del nostro matrimonio. E' un copione che mia moglie ha scritto da tempo e sta recitando le battute che chiudono la nostra trama di dodici anni insieme. Eravamo così belli e sereni. Uniti nelle scelte, nei sogni, nelle risate...
Dove ho sbagliato?
Perché ora la responsabilità è mia, mentre lei non si accolla il peso del tradimento, dell'abbandono della casa, del plagio di mia figlia, della fuga con il viscido amico ricco? Soprattutto, non capisco perché avesse bisogno di portare alla luce questa squallida relazione. In fondo, Franco è separato da anni e non ha figli: potevano restare due amanti.
Cosa sono ridotto a pensare.
Guardo l'infisso di una delle due finestre che danno sulla strada. Il legno è marcio.
Se l'azienda è fallita, non è colpa mia. Io sono uno dei tanti tecnici a spasso. E' la crisi. Eppure mia moglie mi punta il dito accusandomi per questa casa miserabile, un solaio sistemato in qualche modo, in cima a un palazzo pieno di operai e poveri impiegatucci. Gente che deridevo e che oggi è più solida di me. E' quello che posso mantenere per ora con i lavori che trovo e i risparmi avanzati. Ho un'auto troppo costosa da mantenere e non riesco a venderla e a comperarne un'altra. Sono in trappola, insomma.
Mia moglie spinge un cartone fino alla porta dell'ascensore. So che dentro ci sono alcuni regali che mi ha fatto quando mi amava. Ricordo il suo sorriso per uno di questi regali, un bel pezzo di design: una radio sveglia con lettore cd e mp3. Era felice di donarmelo. Batteva le mani davanti a Giada piccola mentre lo sollevavo dal pacco il giorno del compleanno. Che festa! Ricordo la gioia nei loro occhi. Ora è felice di riprenderselo. Ma è un regalo, santo cielo! No, glielo lascio. Cosa mi importa? La mia vita cambierà, farò senza il costoso pezzo di design.
Mia moglie spinge freneticamente il bottone della chiamata dell'ascensore. Giada la guarda e tace. Povera piccola, chissà a cosa pensa?
Mi volto, è un momento straziante.
Le lacrime tornano a scendere.
Ma proprio adesso, quando ormai è finita, avviene qualcosa di strano.
Guardo il muro ed ecco che vedo uno straccio da cucina appeso a una parete scrostata. Da dove salta fuori?
Non l'ho messo io, quello straccio. Quando sono rientrato non c'era.
Mi avvicino. E' appeso a un gancio adesivo, appoggiato sulla parete scrostata che dà sull'appartamento vicino, quello vuoto.
Com'è finito lì?
“Che cos'è?”, urlo.Mia moglie si volta e subito dopo torna a sistemare la scatola. Non ha voglia di diversivi per restare. Deve andare giù e caricare tutto sul suv che Franco le ha gentilmente prestato.
Giada si volta per la prima volta.
“Cosa c'è, papà? Cos'hai trovato?”
Entra in casa.
“Giada, dai, torna qui. Andiamo!”, le urla mia moglie con tono da sergente.
Ma Giada attraversa la stanza e mi viene incontro. Guarda lo straccio perplessa.
“Non c'era!”, esclama. “Chi l'ha messo?”
Le sorrido asciugando le lacrime. Le do un bacio in testa.
"E' un bel mistero, non trovi?", le dico. Mi fissa seria.
Insieme solleviamo lo straccio.
Dietro c'è un buco nel muro. E' un circolo piuttosto grande e irregolare: un muratore ha dato delle mazzate. Con il dito sento quanto è sottile la parete. Hanno dato una martellata di troppo. Non sapevo che nell'appartamento vuoto stessero facendo dei lavori. Non ho mai sentito rumori.
Tocco il muro slabbrato e stacco dei pezzetti.
Hanno fatto un bel buco, accidenti! La prima volta che incontro questi vicini mi faccio sentire. Cosa credono di fare? Pensano che basti uno straccio per coprire i danni? Secondo loro, siamo dei cretini? Potevano lasciare un biglietto... Dovrò chiamare il proprietario e l'amministratore del condominio.
“Giada, vieni. L'ascensore è arrivato!”, grida sua madre.
Devono andare via.
Giada non risponde, è tutta indaffarata attorno al buco.
“Fammi vedere, papà”.
Ci spingiamo per guardare per primi nel buco. Ridiamo.
Sua madre impreca. Apre la porta, carica il cartone in modo rumoroso per attirare l'attenzione e l'ascensore parte.
Siamo soli, io e Giada.
“Cosa vedi?”, le chiedo.
“Ci sono tante piante. In fondo alla stanza non si capisce bene... Forse c'è un corridoio”.
Mi fa guardare. Sì, ci sono molti vasi. Strano: l'abitazione è vuota. Guardo bene. Sembrano fusti di cannabis: qualcuno coltiva marijuana.
Mi sento confuso. E' uno stupore nuovo, non c'entra niente con il dolore di poco fa. Non me lo sarei mai aspettato.
Ma chi saranno i vicini? La canapa indiana fa un odore fortissimo, eppure in casa mia non si sente. E dire che hanno fatto un bel buco. Tutte quelle piante di marijuana...
Guardo oltre il buco in basso: c'è il ripiano di uno scaffale metallico ricoperto di polvere. Qualcuno ha spaccato la parete, infilato la mano, attaccato il gancio dio solo sa come e appeso lo straccio. Incredibile.
“Papà, secondo te si riesce a entrare? Andiamo a esplorare?”
Benedetta ragazzina! Stai per andartene per sempre con quella strega impazzita di tua madre e vuoi giocare con papà, un uomo a pezzi, sul lastrico, senza un futuro.
Giada infila la mano nel buco e palpa in alto sul ripiano dello scaffale.
“C'è qualcosa, papà!”, grida entusiasta.
“Fai piano. Se di là c'è qualcuno, si arrabbia”
“Tranquillo. Fatto!”, dice mostrandomi una chiave.
E' sveglia mia figlia, però. C'è speranza.
Afferro la chiave.
“Senti”, le propongo lentamente mentre rifletto, “siccome tua madre sale tra poco, cosa dici se andiamo sul pianerottolo e vediamo se questa chiave apre la porta di quell'appartamento?”
Giada è entusiasta, è tanto se non salta e balla.
Ci avviciniamo furtivamente al portone. Suono il campanello: se apre qualcuno, gli faccio una piazzata per il buco. Ma non si sentono rumori.
Ci guardiamo in faccia sorridendo. Giada è la mia complice.
Chi se ne frega della separazione!
Infilo la chiave nella serratura e la faccio scattare.
Apriamo la porta furtivamente e davanti a noi si spalanca un salone da mansarda uguale alla nostra ma molto più grande. Tutto intorno alle pareti ci sono piante di marijuana. E' l'ultima cosa che pensavo di scoprire oggi.
Giada è già dentro. La seguo. Non si sa mai. Tutta la casa è piena di piante con fusti più o meno alti. L'odore è nauseabondo, l'umidità soffocante. Nella sala di fronte alla nostra, piena di vasi, stanno montando lo scaffale di metallo. Per terra ci sono un trapano e alcuni martelli. Si fa fatica a vedere il buco nella mia parete. In bagno la vasca è stata trasformata in un un centro di incubazione: so bene cosa sono le colture idroponiche. Dal soffitto dell'ultima stanza calano tanti neon dalla luce strana che rischiarano i vasetti: è la sala è la nursery. La casa è percorsa da grovigli di cavi elettrici, ciabatte e timer.
E' tutto chiaro.
“Vieni, Giada, andiamo. Non c'è niente di interessante”.
Ma dove si è cacciata?
“Papà, vieni a vedere!”, mi grida da una porta.
E' l'unica stanza spoglia, senza vasi. Ci sono tre o quattro sedie accatastate in un angolo. Giada è dietro un tavolo e mi fa cenno di avvicinarmi. Giro intorno al tavolo e vedo un lungo cassetto pieno zeppo di banconote. Cerco di contare quel tesoro e capire quanto c'è, ma non ci riesco: sono tutti pezzi grossi. Però mi servirebbero. Magari qualche banconota...
Tornerò più tardi.
“Non hai preso niente, vero?”, le chiedo severo.
Ci incamminiamo verso l'ascensore mentre si sente lo scatto della cabina arrivata. Si apre la porta.
“Mi dispiace, ma dobbiamo proprio andare”, dice mia moglie. Prende Giada per mano e la spinge in ascensore.
Qui comincia la nuova vita della mia famiglia.
Io sarò solo.
“Ciao papà”, mi dice Giada abbracciandomi. E' riuscita a sfuggire a sua madre.
“Ti chiamo”, le dico. “Nei prossimi giorni andiamo a vedere meglio cosa c'è oltre il buco, va bene? Secondo me ci sono altre stanze con altri tesori”.
Giada mi stringe forte.
“Ti voglio bene”, mi dice.
E' ora di cominciare la nuova vita.
Almeno Giada starà bene. Mia moglie, che vada all'inferno.
Sento che l'ascensore si allontana dal quinto piano. Non aspetterò fino a sentire le loro voci interrompersi mentre si chiude il portone d'ingresso. No, sarebbe troppo.
Mentre fisso lo straccio alla parete, penso al buco che nasconde. La chiave, ce l'ho in tasca. La rimetterò a posto, ma ora vado subito a duplicarla.
Settembre 2014
Questo racconto è frutto della mia fantasia
e non contiene riferimenti autobiografici
e non contiene riferimenti autobiografici
Al centro: Lucio Fontana, "Concetto spaziale"
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
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