giovedì 29 dicembre 2016

MASSIFICAZIONE: DOPO RENZI
Riflessione di Carlo Gregori











L'effetto della recente pressione di massificazione sotto Renzi, al nono anno della crisi, ora che Renzi se ne è andato sconfitto si può notare: è la maturazione paradossale di una folla di milioni di individui che, nel loro egocentrismo, pensano di avere la risposta giusta per tutto. E' una società spinta alla disgregazione totale, nella quale i singoli non riescono più ad avere rapporti autentici con gli altri, si creano le proprie regole di condotta in base a un piacere astratto, non parlano e non ascoltano ma predicano il loro ingenuo punto di vista non-ipocrita. Quasi sempre, esaltano la violenza per rimettere tutto a posto. L'opinione di questi individui - incapaci di vedere i diversi piani e ruoli sociali, immersi nell'invisibile ideologia liberista alla quale non vorrebbero comunque rinunciare per paura di perdere futuri quanti immaginari benefici "dovuti" - non fa mai presa sulla ragione o sull'esperienza, ma solo sul numero ingente: la massa si ricompone come quantità parcellizzata di atomi simili o identici. Questo aggregato che non sa più comunicare e collaborare si rivolge alla ricerca di un singolo elemento che, riassumendoli tutti come massa di atomi simili,  dia una soluzione miracolosa a tutti i problemi in una volta e senza discussione. "Ten millions can't be wrong", si diceva in America. Il risultato non può che essere una dittatura della maggioranza: il totalitarismo rompe il guscio dell'uovo democratico ed esce all'aria aperta.

 E'  questa, credo, la radice autentica del fascismo, questa strana creatura politica inventata in Italia. Le condizioni sociali sono molto diverse da un secolo fa, anche se l'autorità dello Stato è in sfacelo come allora seppure per motivi diversi. Non siamo a una riedizione del fascismo, ma la diffusione è la stessa: a ondate concentriche dalla figura autorevole del "Padrone" reale (il Signore, il Dominus, il super-ego tradizionale del popolo italiano che lo guida e lo protegge garantendo fiducia nei momenti critici: l'uomo ricco, l'uomo autorevole, l'uomo potente, l'uomo influente ecc ecc) fino all'ultimo che si mette a disposizione della cerchia. Il mito interno è una sorta di fraternità (cameratismo), una condivisione di destino che esclude tutti gli altri (allora erano il nazionalismo, la "vittoria mutilata" e la negazione del socialismo/comunismo; oggi la barriera contro l'immigrazione, l'odio per i musulmani, un labile razzismo e l'odio per i sindacati). 
Oggi, come forse allora, non esiste alcun progetto oltre la violenza: se chiedi a queste persone cosa vogliono, non avranno nulla da rispondere se non pensieri confusi, al massimo un "non quello che c'è adesso". Non dipende solo dal fatto che fino a ieri erano gli stessi che dicevano di non interessarsi di politica. E' invece evidente che chi propone questa soluzione lo fa certamente per esasperazione, perché costretto, ma, proprio perché non ha alcun progetto, è incapace di andare oltre il muro della violenza; ci rimbalza continuamente contro. Succede perché la violenza come soluzione può presupporre solo che il seguito sia altra violenza e altra ancora fino a una routine di violenza accompagnata dal silenzio delle sue vittime e dal terrore dei vivi. E' l'idea dell'ordine sancito da chi domina, un duce, colui che, secondo la sua celebre definizione, conosce la giusta razione del bastone e della carota per muovere l'Asino, ovvero il Paese stesso che masochisticamente sostiene il suo Padrone. Ma oggi non c'è nessun Mussolini in Italia. E quindi questo revival del "fascismo" un secolo dopo è destinato a restare sterile o a finire nelle mani di una caricatura grottesca di Mussolini che stomacherà anche i suoi seguaci, quando saranno stanchi di difenderlo.


Modena, dicembre 2016

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