"TU NON SEI DEI NOSTRI"
Considerazioni di Carlo Gregori sull'origine della nuova destra
Quello che possiamo fare ora è ritagliare le origini di questa nuova destra, distinguendola nettamente da quella liberista. La destra liberista, più presentabile, raffinata, solare e inquadrata, caratterizzata da una spigliatezza nei rapporti internazionali, ha dominato in modo incontrastato dalla metà degli anni Settanta a oggi senza mai cedere il potere. E' stata invece la sinistra ad adattarsi alla destra liberista, fino a diventarne una parte a tutti gli effetti: la destra liberista non ha mai avuto un cedimento nella sua idea di dismettere lo Stato sociale e non si è mai interessata di chi restava indietro nel suo paradigma di Progresso, legato mani e piedi al suo progetto mondiale di Globalizzazione; il centro-sinistra ne è stato attratto seguendolo a leggera distanza e assimilandosi, pur mantenendo i vecchi slogan di sinistra per gli elettori. Il resto della sinistra, di fronte a una corrente politica di massa tanto impetuosa, non si è rinnovata e si è così condannata al settarismo.
Ma sono proprio gli individui rimasti indietro o inciampati nella corsa liberista ad essere i soggetti della destra attuale, una destra che si fa chiamare sociale e che si richiama all'esperienza storica del fascismo. Chi ha gettato le basi per arrivare al trionfo attuale della Lega di Salvini e, fuori dal parlamentarismo, il ritorno dei movimenti neofascisti e neonazisti? Come si sono riconosciute e unite queste moltitudini che prima erano solo una folla di individui isolati e senza un futuro e ora sono al centro del gioco politico a sostegno dei movimenti di destra?
2. In questo saggio prenderò in esame solo le origini di questo fenomeno in base a quanto ho visto, letto e ascoltato nell'arco di quasi trent'anni. Voglio concentrare l'attenzione sulla figura del singolo sostenitore attivo di queste idee (definirlo militante è inappropriato) ed elettore. Si tratta di un individuo staccato dalla società, spesso più a contatto con animali domestici che con altri uomini, sedicente "apolitico", ma che esercita un costante, rumoroso e aggressivo diritto di critica. Lo esercita arrivando ad auspicare una morte violenta e crudele per il suo nemico.
Provando a disegnarlo in modo stilizzato, possiamo dire che fa parte di una massa del ceto piccolo borghese coinvolta in un processo di spinta alla modernizzazione in nome della libertà di impresa (anni 70-90) e in seguito (dagli anni 90) di globalizzazione al quale ha partecipato attivamente e spesso in modo entusiastico. Una serie di eventi personali lo hanno portato a scontrarsi con le autorità statali o locali (documenti, fisco, permessi edili o sanitari ecc) lasciandogli la consapevolezza amara di non contare nulla. Il suo sforzo di imporsi come individuo in base alla sua ideologia liberista – e soprattutto in tutto ciò che veniva proclamato dai politici che sosteneva (Berlusconi, la Lega Nord di Bossi) - gli hanno instillato un profondo senso di delusione. A ciò si sono unite le paure per l'islam dopo l'11 Settembre e quella per il crimine con l'afflusso di masse di immigrati. L'unione di sfiducia, frustrazione e insicurezza hanno prodotto in lui un distacco che ha portato a uno straniamento, in parte cercato, dalla società reale.
4. Qui troviamo il secondo aspetto: il rancore. Spesso egli non sa esattamente quali diritti gli sono stati negati e perché, ma lo intuisce e intorno a questa intuizione crea ragionamenti e confronti con esperienze esterne nelle quali si imbatte. I lamenti a sfondo vittimista sono costanti rielaborazioni degli stessi concetti ed assumono un suono paranoico che allontana gli altri ascoltatori o li lascia muti. Per essere ascoltato espone la sua visione di una giustizia che rimette in sesto le cose augurando punizioni atroci che presto diventano oggetto di battute e imitazioni. L'enormità delle sue conclusioni e l'evocazione di Hitler, l'escluso politico per definizione, hanno fatto scandalo per tanti anni, bisogna ammetterlo, ma hanno attirato l'attenzione, tanto che oggi è di moda pronunciarle in pubblico cercando consenso. L'annuncio di questa tremenda "giustizia" vendicativa è il primo seme della diffusione: prima o poi qualcuno le ripeterà “per scherzo” facendole sue. Come una barzelletta, si propagherà ovunque tra lo stupore e le risate.
Ma il rancore è uno stato d'animo che non si basta mai. Si espande alimentandosi di tutto ciò che trova sul suo cammino. Il rancore non ha limiti, è universale: esprime l'odio per il mondo. La mancanza di considerazione e di stima da parte degli altri è considerata dall'escluso un'occasione per parlare liberamente. Per farlo ricorre a proprie regole improvvisate: nessuno potrà criticarle. In questo senso, anche se può suonare strano, l'alienazione sociale dà al soggetto una sensazione di libertà assoluta (nella realtà, è invece collegata ai bersagli del rancore). Il suo discorso si fa ossessivo e, quando diventa dialogo con altri, è un'occasione costante per ribadire questa ferita del proprio essere e delle sue libertà ad opera di quel Moloch che è lo Stato liberista e democratico o di qualunque altra potente fonte di ingiustizia.
5. Questa idea della vittima che fa giustizia da sé, nel lavoratore (di qualsiasi livello) si alimenta dalla certezza di non ricevere alcuna forma di simpatia o di empatia dai sindacati (“Venduti”, “Ormai sono tutti pezzi grossi”, “Fanno politica”) visti come una parte parassitaria di quello Stato che li ha respinti e che odiano. Il sindacato diventa un nuovo oggetto di attacco, spesso unito ai partiti di sinistra. Unendo il rancore per il sindacato e per i partiti di sinistra, in poco tempo egli adotta il linguaggio dell'anticomunismo tradizionale. Qui avviene una saldatura fondamentale con la politica di destra. In questi anni tanti operai e artigiani passati dal voto di sinistra a quello di destra (soprattutto per la Lega) manifestano un profondo rancore sentendosi usati e mai rappresentati. Per lui il politico è solo uno che, grazie al suo voto, fa carriera per se stesso e lavora nell'interesse delle cordate che lo sostengono: costruttori, cooperative, trafficoni vari (“E' tutto un magnamagna”) . Tanto vale, conclude, votare all'opposto. Non c'è motivo razionale né un interesse per farlo. Per lui, un voto vale l'altro. Ma è proprio questa parità di disvalore a creare un passo ulteriore verso destra. Siamo al terzo aspetto: la sfiducia.
6. La frustrazione e la paura in lui sono tali che lo scetticismo iniziale, che investe ogni cosa che finisca a contatto dei suoi logorroici lamenti, diventa sfiducia. La sfiducia intacca progressivamente ogni autorità che lo sovrasta fino a diventare la sua filosofia di base: il nichilismo. Prima egli colpisce la politica, poi il sindacalismo, quindi la scienza, la religione, la cultura, alla fine tutto è pervaso da questa incredulità che rende ogni cosa priva di valore e autorità. Piano piano il mondo reale diventa un nulla. Come egli esprima la sua l'incredulità, è uno dei fenomeni più complessi di ciò che stiamo esaminando. Sono tante e tali le distorsioni che risulta impossibile una discussione; di fronte all'evidenza, egli ripiega sull'insulto. Ritengo prematuro dare una valutazione psicologica di questi comportamenti contraddittori secondo la ragione "normale". Non è solo questione di una diversa "grammatica" politica legata allo scontento dei ceti medi impoveriti, già emersa nella storia dai tempi di Catilina e anche oggi sicuramente centrale. Oggi siamo di fronte a un fenomeno di proporzioni enormi emerso in modo dilagante per la prima volta attraverso i social (basti pensare all'importanza delle echo chamber nella formazione di gruppi di consenso tra “amici” dell'odio o all'utilizzo dei commenti per propagare il proprio odio).
7. Possiamo cogliere alcuni segni esterni al soggetto: ad esempio la battaglia per far valere la propria opinione contro il parere della medicina sulle questioni dei vaccini o della cura dei tumori basandosi su teorie di medici anche loro emarginati dall'establishment; le certezze apodittiche sull'economia dell'Unione Europea, sulle banche e sulla moneta unica contro gli studi degli economisti immediatamente squalificati prima di ogni discorso (“venduti”), un pregiudizio in purezza adamantina, dal quale si salvano solo gli economisti esclusi dall'establishment.
Vorrei sottolineare l'importanza di questo aspetto, degno di approfondimento: l'identità in scala dell'esclusione delle due categorie. L'uomo della strada alienato si sente uguale al sapiente emarginato; entrambi sono portatori della stessa dolorosa verità esistenziale che il primo, ingenuamente, scambia per una verità assoluta. Per questo fa sua ogni teoria “di scarto” dell'establishment, compresa la storia dei perdenti politici (egli esalta una storia in realtà solo mitica del fascismo e del nazismo costruita da un'industria culturale che ne fa un business per il suo consumo).
A forza di nutrirsi di quella che l'establishment considera una sottocultura di scarto, è arrivato a creare una nuova “cultura frankenstein", un mostro su misura che riconosce solo se stesso come cultura. E' così che si sente anche lui autorevole: rispecchiandosi nello scienziato emarginato dalla sua comunità. Siamo molto lontani dalle costellazioni culturali tradizionali della destra nazista descritte da Furio Jesi o da George Mosse. La cultura della destra attuale mi pare invece alimentata da una radice “alternativa” che affonda le sue radici nelle controculture americane del 68, nei movimenti libertari radicali americani di destra, nella moda new-age unita alla cultura esoterica del neofascismo italiano, anche se restano comunque tracce e relitti di culture superate o emarginate, compresa quella popolare prima della massificazione consumista degli anni 60. Charles Manson resta il nonno ideale.
8. Il quarto aspetto che emerge in origine è il senso di inutilità sociale del singolo. L'alienazione sociale di questi individui riguarda una società che si definisce sempre più una rete e che spinge la modernizzazione sempre di più sull'accesso alla tecnologia e al godimento dell'esperienza (Jeremy Rifkin), creando così sempre più esclusi sulla sua strada fino a diventare una semplice modernizzazione di élite per tutti gli altri stilizzata. I rancorosi sono persone che non hanno avuto tempo e modo di tenere il passo con quanto viene trionfalmente annunciato dall'ideologia liberista, sempre più sola e sparuta nel suo percorso verso un Progresso capace solo di emarginare milioni di persone. Proprio in questo momento i singoli scontenti, diventati semplici spettatori del benessere e del godimento di pochi, diventano una massa di esclusi. Non è tanto la crisi economica mondiale, che per quanto tragica e dolorosa resta sempre una cornice, ma è il quadro dell'esclusione da questo progresso sempre più sottile a creare invidia e rancore. In altre parole, oggi non è più lo stipendio misero ma lo smart phone e la vacanza ai tropici a fare la differenza.
9. Da questi esclusi sempre più numerosi, persino gli immigrati che arrivano a flussi costanti sono visti come degli inclusi. Gente protetta che “viene qui e se la spassa, prendono 35 euro a testa, vivino in una camera d'hotel di lusso e non fanno niente”. Questi benefici rinfacciati, reali o immaginari qui non importa, sono il collante tra un alienato e l'altro per riconoscersi come gruppo di esclusi dalla società che criticano e per la quale hanno pronti i rimedi più violenti e crudeli. Gli immigrati fanno parte di un progetto politico segreto delle élite e di chi ha accesso al meglio per tagliar fuori ancor più gli esclusi e, come dicono, “sostituirli”. Il lavorìo paranoico di questo ragionamento non si fonda su alcuna discussione né prende in esame alcunché di reale: è apodittico, basta a se stesso. E' l'anticamera di un rifiuto. Ciò che lo rende socialmente virale è l'evidenza sociale che comunque è davvero in corso un'esclusione di masse di individui. Le cause non vengono indagate; la politica tradizionale ignora il problema o non ha soluzioni adeguate se non slogan.
Ed è a quel punto che gli individui alienati, prima isolati, trovano un comune denominatore tra di loro nella loro provenienza, nell'origine familiare, nel suolo e nel sangue, nella propria “razza”. L'esserci “da prima”, l'essere "del posto”, l'essere autoctoni insomma, è un indice di superiorità. Adesso il singolo alienato si sente parte di una comunità sempre più grande che può davvero uscire dall'esclusione creata da politici malvagi: è un'idea di riscatto che infonde coraggio ed estrema energia a queste persone prima solo depresse e paranoiche. Ora possono colpire e distruggere tutti quelli che ritengono essere i segni della loro esclusione, possono riprendere in mano un loro destino, quale che sia. Una singola malefatta di uno straniero scredita tutti i suoi connazionali e allo stesso tempo rafforza la convinzione tra gli alienati di origine “superiore” di essere nel giusto e quindi di poter giudicare per tutti. Le ragioni dell'alienato sociale si fondono con quelle del ceto medio benestante, senza che gli uni attacchino gli altri, visti come alleati. Si saldano gli argomenti politici e nasce un movimento di destra. In questo modo di ragionare di un gruppo speciale intorno a un “nemico del popolo”, fenomeno molto noto e già descritto quasi un secolo fa, si nasconde il cuore del totalitarismo. Dopodiché, se non trova ostacoli, può incanalarsi in un'organizzazione razzista violenta e diventa possibile la vendetta sanguinosa: la violenza popolare trova sempre una ragione "istituzionale" che le dia una veste "legale".
10. L'azione politica di destra nasce nel momento preciso in cui l'alienazione dell'individuo di questa massa dispersa e atomizzata – di fatto, il frutto del fallimento di un processo di modernizzazione – lo fa sentire da “straniero in casa” a “padrone di casa sua”. Credo che sia il fattore che accomuna questa destra sociale con quella storica del fascismo e del nazismo. D'altra parte, la condizione di questo ribaltamento è la stessa: la volontà di passare dalla sottomissione al dominio. Si tratta di un fenomeno politico molto conosciuto e studiato che, secondo le dottrine tradizionali di sinistra, si fonda su un “falso ragionamento” che scambia l'oppressore (il padrone, il politico ecc) con l'oppresso (l'immigrato, il nemico del popolo ecc).
Non entro in questa discussione se non per sottolineare che l'attuale destra nutre il suo rancore contro soggetti sociali creati dalla politica della destra liberista: gli immigrati sono davvero tollerati dai liberisti solo perché mano d'opera a basso costo, anche se agli occhi dell'escluso autoctono non hanno altra colpa se non di esistere (e quindi si sente in diritto di umiliarli e, a lui piacendo, di disporre della loro morte). E' un fatto incontrovertibile ma che viene sempre tenuto nell'ombra o al quale vengono date spiegazioni del tutto errate. E' stata la politica degli ultimi 40 anni a creare la situazione attuale, in unione con una politica di sinistra blanda e arrendevole verso il liberismo, tutta arroccata esclusivamente sul suo narcisismo politico e impegnata solo nelle battaglie per i diritti civili che per quanto sacrosante hanno disperso gli obiettivi sociali più profondi, costretta a fare il lavoro sporco per ottenere le credenziali dal liberismo a cominciare dalla frammentazione dei diritti sul lavoro. E' stata l'assenza di una dialettica politica a portare a questo collasso sociale.
11. Non è di questo però che voglio scrivere. Preferisco restare sull'origine del nuovo individuo di destra. La sua è una cultura del rancore che spazza via tutte le regole della discussione codificate in almeno 2.500 anni di storia europea. Possiamo sottolineare che alla base di questo atteggiamento c'è ancora una volta la paura: la paura di un confronto ad armi impari che coglie chi ha studiato poco, non legge quasi nulla, ha conoscenze quasi esclusivamente tecnologiche, può avere anche lacune o gap generazionali (sui computer, i cellulari, internet ecc), non ha imparato nulla dai suoi viaggi all'estero vissuti puramente come vacanze di relax. Eppure la sua opinione di escluso, nella sua concezione del diritto di critica, ha lo stesso sacrosanto valore di quella della autorità in materia. Per lui non esistono neppure i fondamenti di una civiltà gerarchica fondata sul sapere: la sua opinione da escluso indifferente o ostile al sapere, quando si fa eco in una massa di esclusi, ha per lui il valore superiore grazie al peso numerico. Considera la verità solo una questione di quantità di ripetizioni della sua stessa verità, l'unica eterna verità; ciò che si scosta dalla sua verità non esiste e non ha neppure il diritto di esistere (questo è un assioma monolitico di chi abusa del diritto di critica). A ciò si aggiunge una profonda ironia: ripete ad ogni occasione di essere un “libero pensatore”, “uno che ragiona con la sua testa” quando non fa che ripetere idee e slogan altrui, spesso fatti circolare dai movimenti di destra con fake news.
12. In ciò si nota chiaramente l'effetto delle spinte di massificazione che egli ha vissuto come individuo escluso insieme con chi gli sta intorno (famiglia, amici, amanti). La verità che ha cercato nella solitudine della sua alienazione, nei giorni più bui in cui sentiva davvero che gli altri lo consideravano un escluso farneticante, ora ha un valore universale, anzi totalizzante: questo individuo è disposto a sacrificare tutto, non solo gli altri e le loro opinioni ma anche se stesso, in nome della fratellanza di chi vuole “tornare padrone a casa sua”. E' anche disposto a farla riconoscere a chi è riluttante utilizzando la menzogna, la diffamazione, l'insulto, l'incitamento all'odio, persino l'utilizzo della forza bruta della polizia, sua naturale alleata, che considera l'unica parte salvabile dello Stato. E si tratta, a ben guardare, di tutto ciò che nessuno si è mai sognato di riservare a lui quando si sentiva “straniero in casa”, quando la sua evidente alienazione sociale era ormai prossima a quella psichica: in politica la paranoia, si sa, è considerata un fattore non-patologico, per questo lo si lasciava farneticare di complotti e stermini riparatori. Ma egli è arrivato al potere, anche se in realtà comandano altri coi quali dialoga nella neolingua orwelliana del cosiddetto “populismo” (ho tentato di descrivere questo discorso politico in un altro saggio), e vuole che si eserciti il potere con i metodi brutali dei quali accusava chi prima usava verso di lui al massimo un dolorosa indifferenza. In realtà, egli non è più un alienato sociale ma continua a proclamarsi escluso: nella "politica del popolo" il vittimismo paga sempre bene.
A questo punto la destra sociale, come la massa di questi individui, se non trova antagonisti politici temibili e se inquadrata in un'organizzazione senza scrupoli, può gettare la maschera civile e ricominciare il suo tragico percorso storico di persecuzione e distruzione vagheggiando piani politici e militari senza limite contro nemici senza volto.
13. Possiamo chiederci quanto questo individuo che ho tratteggiato nella sua tipicità sia un elemento del popolo. A mio avviso la domanda, oggi molto diffusa, è posta in modo insensato: è l'idea stessa del popolo che sta scomparendo per sempre. Siamo in un'era di masse che non hanno più i vecchi tratti popolari (o popolani). Persino la condizione economica disagiata è cambiata: l'individuo rancoroso deve agire di necessità ma non è certo la stessa spinta che subiva l'uomo del popolo di duecento anni fa né le sue pulsioni consumistiche hanno qualcosa in comune con l'economia frugale del popolano. I due hanno ancora molti elementi in comune, a cominciare dall'odio della folla per i soliti nemici e dalle risposte infantili a grandi problemi, nonché a una sorta di economia morale dispensata con la forza (penso ai violenti rituali popolari nell'Inghilterra del '700 descritti da E.P. Thompson). L'individuo attuale sa di essere un atomo isolato e impotente di fronte a qualsiasi organizzazione, la sua azienda ad esempio, ma sposta il rancore altrove e fa dell'esterno di questo perimetro, che è il suo reale problema, il suo terreno di guerra.
14. In un momento storico in cui la politica si fa aziendale e la dirigenza delle grandi aziende assume sempre più prassi e contorni autoritari, l'individuo di destra cerca i suoi nemici altrove: nei politici tradizionali, nelle élite esclusive, nei centri di sapere ma anche negli esclusi che sente come estranei (immigrati, zingari, miliardari ebrei ecc). L'individuo escluso sente di perdere la sua alienazione sociale nel momento in cui crea un suo gruppo che esclude gli altri. Dal suo gruppo - un tempo escluso e ora esclusivo - giudica e marchia gli altri attribuendo loro la stigma dell'alienazione sociale, un'alienazione per lui autentica, più autentica di quella che la società aveva dato alla sua esclusione. Per i suoi nemici ha sempre pronto un lanciafiamme o il forno crematorio. E a chi gli rimprovera di essere disumano questo individuo, ora autoinvestito del potere di emarginare, risponde sempre che è solo un “buonista del cazzo” e deve tacere. Non è più uno "scherzo".
Opere citate:
Horkheimer Max, Ragione e autoconservazione, 1942
Jesi Furio, Cultura di Destra, 1979
Mosse George, Le origini culturali del Terzo Reich, 1968
McWilliams Susan, This Political Theorist Predicted the Rise of Trumpism. His Name Was Hunter S. Thompson, The Nation dicembre 2016
Rifkin Jeremy, L'Era dell'Accesso, 2000
Thompson Edward P., Società patrizia, cultura plebea, 1983
Modena, giugno 2018
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Solo per diffusione senza scopo di lucro
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Pubblico qui di seguito la mail che mi ha inviato l'amico Eugenio Candi di Modena perché allarga l'argomento con lucidità. E' uno dei lettori tester ai quali sottopongo i miei scritti prima della pubblicazione
Caro Carlo,
la prima cosa che mi viene in mente è il carattere nuovo di questa destra che peraltro tu descrivi così bene.
La destra liberista aveva il ceto medio-alto borghese come categoria guida, evidenziava soprattutto il profitto del proprio capitale e i metodi per farsene uno proprio, e, attraverso un adeguata trasformazione delle forze lavoratrici in consumatori di consenso, si era affermata attraverso un efficiente marketing della propria identità, servendosi dei più persuasivi mezzi di informazione di massa.
Questa destra "lumpenproletariat" si è invece formata nelle periferie svuotate di cittadinanza, si è levata direttamente dal basso, dal degrado delle periferie urbane, dai ceti più colpiti dal consumismo straccione, dall'abbandono dei partiti-guida e dalle parrocchie, per questo si è trasformata, come scomponendosi in nuovi autonomi killer del linciaggio e della collera; ha acquisito insomma tutte le caratteristiche di basso profilo che hai ben descritto.
La prima destra era portata ad identificare il proprio destino in quello del beneamato leader che avesse raggiunto obiettivi di maggior agio e status sociale.
Questa ha una ben diversa identità antropologica, si è come atomizzata in singolarità attive, svincolate (per ora) da un'identità che le sovraintende.
Provo a spiegare.
Mi pare che sia stato Marco Revelli ad aver stigmatizzato in questa nuova destra l'affermazione del soggetto-massa, come "moltitudine"di singoli, descrivendo con questo una partecipazione di moltissime singolarità attive, non come organizzazione popolare, intesa come entità in quanto tale, bensì come monadi incollerite, che però fanno numero e forza per moltipiicazione.
Ognuno di loro si scontra con l'altro, meglio se più debole e diverso, e non ha tanto bisogno di sentirsi popolo per esserlo, gli basta lo scontro ravvicinato, perché solo così sente che il conflitto si è spostato in uno spazio privato, tra singolo e singolo.
In questo modo il soggetto si sente più libero di odiare e desiderare persino l'annientamento dell'altro senza per questo dover rispondere ad una organizzazione nella quale si sentirebbe vincolato.
La lega credo sia vista da chi l'ha votata come qualcosa che concede libertà d'azione ai singoli. E al tempo stesso questi singoli non hanno bisogno di contraccambiare nei suoi confronti per le azioni compiute.

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