giovedì 30 gennaio 2014

IL RANCORE DEL DODICENNE

Riflessioni di Carlo Gregori sulle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij / Parte prima  








E' difficile non provare irritazione o addirittura disgusto per il Narratore delle “Memorie del sottosuolo”. Questo straordinario libretto di Dostoevskij, così disorganico e scollegato tra le sue due parti, è tenuto insieme solo dalle elucubrazioni “sotterranee”, spesso inconfessabili, di un Io incarnato in un piccolo burocrate rancoroso che si sente superiore agli altri giudicando tutto e tutti. Non mi dilungherò su questo testo tanto famoso e tanto discusso, ma vorrei fare qualche considerazione personale sulla seconda parte, meno analizzata della prima, intitolata: “A proposito della neve fradicia”.
 Ogni volta che mi è capitato di addentrarmi nel racconto (perché questo è un racconto) ho provato un forte fastidio per l'emersione del pensiero intimo di questo personaggio insopportabile, a tratti ripugnante. Succede, perché è un personaggio nel quale io mi riconosco con disgusto, come lettore e come singola persona: è questo aspetto che mi dà così fastidio delle “Memorie”.
  Il Narratore ci tiene a presentarsi più intelligente dei suoi ex compagni di classe delle medie; eppure è tutto un correre dietro a loro, umiliarsi, sfidarli, insultarli senza mai essere presi sul serio. Lo considerano un uomo ridicolo. La presunta superiorità del Narratore sta nelle sue considerazioni auto-indulgenti che escludono ogni senso di amicizia e di cameratismo in nome di una personalità superiore che può giudicare senza essere mai giudicata. Il grande critico russo Michail Bachtin ha scritto un capolavoro sulle voci e i dialoghi in Dostoevskij; in quel libro analizza anche i sotterfugi e le scappatoie mentali dell' “uomo del sottosuolo”, un uomo che previene ogni possibile obiezione come se fosse circondato da voci ostili. Se siamo onesti, questa eco di pensieri c'è in ogni uomo massificato che rifiuta di essere tale pur conducendo una vita massificata. Per difendersi da questo pericolo di assimilazione ricorre a un fantasioso codice d'onore personale e universale che contempla anche il duello, la severità del diritto applicato senza riguardi o sdolcinati atteggiamenti romantici di perdono. E' così che scendiamo in quella cantina dell'anima che si scopre proprio ai tempi delle medie, intorno ai dodici anni. Il rancore e il senso di rivalsa per chi non ti accetta: chi non l'ha mai provato? So quanto è vergognoso rievocare quei sentimenti frustranti. Per me è difficile parlarne in pubblico, tanto provo repulsione per queste situazioni che fantasticavo alla fermata del bus per la scuola: oggi, il mio primo pensiero è che nessuno accetterebbe di ascoltami perché sarebbe costretto a rivangare gli stessi pensieri che per una vita ha cercato di seppellire.
 Eppure, in quel racconto c'è un punto che ogni volta mi blocca e mi affascina: è quando il Narratore si immagina re e giustiziere, un grand'uomo che rimette il mondo sui suoi cardini. E' un groviglio di pensieri così patetico che si prova vergogna a leggerlo. Fa ripiombare alla tristezza dei nostri dodici anni, mentre adesso Tu Lettore, adulto, e l'Io Narratore, un adulto rimasto infantile, non li abbiamo più.
  A questo punto Dostoevskij apre un geniale faccia-a-faccia tra chi racconta e chi ascolta. 
 Il Narratore è così insofferente dell'ex compagno fortunato, bello ricco e mondano, che gli riversa un “nobile” e intoccabile disprezzo per le sue attività e la sua capacità di “stare al mondo”, ma alla fine rivela solo il suo vuoto interiore. Dopo tanti anni, ritrovandoli quando è roso dal dolore della solitudine, scopre che tutti gli altri ex compagni continuano a disprezzarlo. Devono salutare la partenza del compagno fortunato; lui li deride e li critica ferocemente ma poi li segue alla festa per un perverso istinto contraddittorio che, dietro la maschera del cinico e sadico, nasconde una volontà segreta di fare la pace con loro. Ma è impossibile fare pace, perché i compagni lo odiano e lui li trova insopportabilmente volgari. Considera i loro argomenti degni di gente inferiore a lui.
 Già da ragazzo disprezzava la loro derisione crudele per chi è prostrato.

 “Scambiavano l'onore per il merito; a sedici anni parlavano già di posticini sicuri”, ricorda il Narratore che ora lavora in un posticino sicuro. Quei ragazzi, “mostruosamente corrotti”, vivevano di esteriorità, di “cinismo d'accatto”. Io li odiavo con tutte le mie forze, sebbene magari fossi peggiore di loro. Loro mi ripagavano con la stessa moneta  e non nascondevano il disgusto che provavano per me. Ma io non aspiravo al loro affetto; al contrario, non desideravo che la loro umiliazione".


 Arriva a disprezzare e a scacciare da sé l'unico ragazzo che lo ascolta a scuola.  Diventare il “secchione” elogiato dagli insegnanti che misura la sua presunta superiorità con i voti resta la sua futile rivincita. L'unico spazio di libertà è la fantasticheria nella quale si perde, la via del sogno che porta a restaurare la giustizia calpestata da quei ragazzi.
 Il Narratore ricorda quei sogni ad occhi aperti come un susseguirsi di scene tratte da romanzi, poesie, romanticismi vari. Ma il punto che mi ha sempre fatto gelare il sangue (un'emozione decisamente rara, leggendo un romanzo) è il momento di onnipotenza in cui il Narratore dispensa su tutti la sua personalissima giustizia, feroce e clemente.

  “Io, per esempio, trionfo del mondo intero. Tutti, s'intende, sono ridotti nella polvere e devono per forza confessare spontaneamente le mie perfezioni, e io li perdono tutti”.  

 Solo chi a quell'età difficile abbia vissuto una fantasia simile può capire la difficoltà di esprimere questa frase. E' un segreto osceno della propria esistenza per chiunque, quello che viene rivelato.
 Ma questa fantasia di giustizia ha una sua storia sgangherata seppure precisa:

 “Ecco, son poeta e ciambellano, e m'innamoro; ricevo innumerevoli milioni e subito li offro per il bene del genere umano, e, in una volta, mi confesso davanti al popolo riunito delle mie vergogne, le quali, è inutile suggerirlo, non sono comuni vergogne, ma contengono una gran copia di “bello ed elevato”, sono come per dire qualcosa di “manfredesco” ".

 Così aggiunge prendendo in giro la grandezza d'animo del  personaggio di Lord Byron. 

 “Tutti si sciolgono  in lacrime e mi buttano le braccia al collo (se no che razza di tangheri sarebbero?) e io vado scalzo e affamato a predicare nuovi verbi, e sgomino i retrogradi sotto Austerlitz. Segue una marcia trionfale, è concessa un'amnistia, il papa acconsente a lasciare Roma per il Brasile; quindi gran ballo, al quale partecipa tutta l'Italia,  a Villa Borghese, che si trova sulle rive del lago di Como, perché per l'occasione il lago di Como è trasferito a Roma ecc ecc; come se non sapeste che queste cose vanno così”.

 Conclude l' “uomo del sottosuolo”: “Voi direte piuttosto che è volgare e ignobile metter tutto ciò in piazza, dopo tante ebbrezze e lacrime che io stesso ho confessato”. Ma poi chiarirà che è più ignobile giustificarsi per averlo detto e che è ancor più ignobile parlarne.

 “Ma basta, comunque, perché non si finirebbe mai; si troverebbe ogni volta qualcosa di più ignobile ancora...”

 Per me, ogni volta che arrivo a leggerlo, questo è uno dei passaggi più profondi di sempre. Nel 1877, tredici anni dopo, Dostevskij riprenderà queste poche righe sviluppandole in chiave mistico-fantascientifica nel racconto "Il sogno di un uomo ridicolo" che, secondo la critica, finirà a sua volta rielaborato nei "Fratelli Karamazov". Decine di romanzi successivi ne hanno tratto nutrimento narrativo. Secondo me, persino il “Grande Gatsby” in fondo è l' "uomo del sottosuolo" visto dall' "altro": l'ombra del grand'uomo che per un attimo realizza la “festa di Villa Borghese” osservato dai vicini che sono solo “gli altri”, ai quali si rivolge titanico, magnanimo e distaccato. Mi piace immaginare che in queste poche righe Dostoevskij rompe la diga tra il ricordo fastidioso di un passato remoto nascosto nell'interiorità e il mondo esterno. E' una narrazione letteralmente pornografica: crolla la “vergogna”, si mostra l'osceno. L'ignobile è il sentimento negativo  che frenava il racconto nascosto così a lungo e che ormai bisogna pronunciare. Nessuno, forse neanche Sant'Agostino o Rousseau, aveva mai raccontato questi pensieri così vili e ridicoli e tanto profondi che, in fondo, tutti facciamo; lo ha fatto Dostoevskij mantenendo il suo sgradevole Narratore, ormai non più giovane, allo stesso livello mentale di quando aveva dodici anni e si perdeva a fantasticare un mondo riordinato con un senso della giustizia tutto personale, come se fosse il re. E a questo punto capisco perché queste pagine mi danno tanto fastidio e allo stesso tempo mi attraggono: l'Io Narratore gioca a carte scoperte; ma poi, Io Lettore, come sono io in realtà? sono così diverso da lui, mettendo da parte il disprezzo per il suo tono? anche io sono rimasto un adulto infantile?
  Finora ho letto tre volte le “Memorie” - intorno ai 20, ai 35 e ora a 50 anni - e, nonostante le diverse fasi di maturità, pur con ragionamenti e motivazioni diverse, non ho trovato in me risposte convincenti, ma solo altro fastidio.


  In questa rivelazione c'è anche il crollo di un'altra diga, quella tra la propria interiorità e l'interiorità degli altri: l'ideologia del perbenismo ipocrita tra l'essere e il dover essere. Lo sgradevole Narratore prende atto della realtà e rivede nei suoi discorsi di allora i segni di un'ingiustizia incarnata in poche persone vicino a lui: il suo piccolo mondo è tutto il mondo, un tema polemico frequente in Dostoevskij. Gli piace praticare la giustizia con magnanimità lasciandosi andare a fantasie di dominio assoluto e, a sua discrezione, di gesti di clemenza cristiana che sono solo un'altra maschera del proprio senso di superiorità (gettare le braccia al collo, piangere e riconciliarsi). E' ciò che accade nella realtà silenziosa dei pensieri di ciascuno di noi: da questo pensiero grandioso e meschino milioni e milioni di uomini adulti sviluppano - in un'incubazione mentale lunga ma poco sviluppata - il proprio senso di giustizia applicato agli altri, accecato da questa convinzione di superiorità del proprio giudizio. Il segreto osceno del ragazzino è coltivato tutta la vita, anche senza saperlo, e può trovare sbocchi di violenza sull' “altro” a portata di mano. Questa è la politica nel suo senso più spaventoso: la politica della forca. E' l'opinione profonda del "cittadino" quando nega ogni valore al "buon governo" illuminista e al fallimento dei suoi schemi benevoli per migliorare la società e vuole dare il suo contributo diretto e sbrigativo che sistema i guai del mondo. "Ci penso io!" è la frase che esalta tanti. Capita di sentire questa eco in discorsi politici spiccioli anche di persone importanti apparentemente pacate: è proprio allora che ci accorgiamo della loro maschera. 
 L'uomo massificato, racconta Dostoevskij, non vede se stesso; appena si accorge delle falle nel proprio ragionamento, sistema la maschera e dentro di sé scappa in un labirinto mentale pieno di specchi (l' "ignobile più di quello"). In questi sogni preadolescenziali pare ricomporsi la massa dei suoi singoli individui che crescono: i conformisti che "stando alla pari" escludono chi non rende il loro cerchio perfetto e gli esclusi che diventano conformisti “dall'alto” per dominare chi li esclude. In fondo, il nostro narratore è solo un escluso scacciato in basso dai suoi pari e pretende di giudicarli dall'alto della sua presunta superiorità morale.
 Il passaggio successivo, quello più difficile e che molti non faranno mai da adulti, è spiegare a voce alta le proprie ragioni. Gli adulti preferiscono il sottinteso per riconoscersi. Ma, sotto questo aspetto, le “memorie” del nostro sgradevole Narratore si saldano: il discorso politico-filosofico della prima parte del libro ha senso solo come sviluppo di questi lontani ricordi di rivincita e giustizia di cui ci vergogniamo parlare; le sue irritanti opinioni hanno una veste cinicamente accettabile ma il loro contenuto, a ben guardare, porta ancora il marchio osceno dei pensieri del ragazzino. E' così per tutti noi e questo libro ci fa riconoscere l'origine di un sentimento frustrante che genera continuo desiderio di "purificazione" attraverso la lite e la violenza come "resa dei conti" definitiva.
 Però, nella vita comune della Civiltà europea ci si deve solo accontentare: questi sentimenti inaccettabili vanno frenati e nascosti. Non si può essere onnipotenti, punire e perdonare e tenere “feste a Villa Borghese”; al massimo si può accennare al desiderio di una morte atroce per un avversario, come tanti fanno.
 Per questo anche il Narratore troverà un suo momento di frattura tra questi logorroici discorsi interiori e il confronto con gli altri quando, passato da una gaffe all'altra con gli odiati compagni delle medie, spiegherà a Lisa, una giovane puttana, che vita dovrebbe condurre esaltandosi nel suo esercizio di giustizia e di morale. Ma lei gli replicherà solo che “parla come un libro stampato”.


Modena, finito di scrivere nel gennaio 2014
Foto: Sam Stoke
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mercoledì 29 gennaio 2014

SU STRAVINSKY 

Su Igor Stravinsky e la sua musica si possono sviluppare infinite riflessioni, ma in definitiva si riducono, per me, alla piacevole constatazione della consapevole fine di una grande epoca artistica che noi chiamiamo "musica classica". Ci fa ascoltare il grande ballo finale, leggero e arioso, in un enorme carnevale che celebra la morte di una tradizione. Lo avvertiva perfettamente e la affrontava con gioia e divertimento. Tutto nella sua musica ha il suono di un addio, di un sipario che si chiude lentamente; e allo stesso tempo colpisce per i suoni freschi e nuovi che indicano il germoglio dal quale nascerà altra musica. La sua musica racconta la morte e la rigenerazione.

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lunedì 27 gennaio 2014

LA POLITICA DEL SERVO

"Non mi interesso di politica". E' vero: l'italiano comune non si interessa di politica. Quando è costretto a farlo, come in questi tempi difficili, lo fa male, senza alcuna cognizione di cosa dice e di cosa vuole, incapace di affrontare una qualsiasi discussione per mancanza di argomenti, portato così a sopraffare chiunque non la pensi come lui. Non capisce le differenze tra numeri, fatti, possibili soluzioni. Emerge insomma il suo istinto servile con il quale ha convissuto per millenni. Per questo ama immaginare una dittatura: ci pensa il capo a risolvere tutto; lui, l'italiano comune, esegue e può pensare ad altro; tutto tornerà come un tempo, vedrete, siamo fratelli d'Italia...

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sabato 25 gennaio 2014

VIAGGIO FANTASTICO
racconto di Carlo Gregori





Anche questa notte sono finito a Cintya.
 E' una calda sera d'estate e mi trovo a una festa di paese con lampadine colorate, tavolini con tovaglie a quadretti, cibo, vino e la solita miriade di banchetti di prodotti locali. La mia vicina di casa - una sessantenne robusta con un certo caratterino e senza tante storie - mi rincorre tra la folla. Quando mi ferma, mi tira da parte e mi dice di salire subito sulla sua auto. Andiamo in un viale buio al margine del paese e mi indica una vecchia R4 rossa parcheggiata vicino ai cassonetti dei rifiuti. Sembra proprio la famigerata R4 con il cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio. Che idea stupida: la mia vicina ha le movenze di un bulldozer e un vocione fastidioso, ma non è una terrorista. Non ha mai avuto una R4, però. Forse l'ha appena comperata e vuole mostrarmi quanto è bella. Dai dai, vai su, dobbiamo partire subito, verso dove non si sa. Ma cosa è successo? Mi fa salire a sinistra e scopro che l'auto ha la guida all'inglese. La mia vicina è emiliana, non è mai stata in Gran Bretagna e non sa guidare all'inglese, ci metto la mano sul fuoco, ma poi non mi preoccupo. Mi siedo e noto che, alla mia destra, il posto del guidatore resta vuoto. La vicina si attarda al cellulare. La osservo nel buio mentre parla freneticamente agitando i suoi possenti avambracci.
  La R4 si mette in moto. Com'è possibile? Il motore è spento, nessuno guida. Merda, la marcia è in folle! Davanti a me, illuminata da una fioca luce gialla si snoda  una lunga discesa ripida verso un sottopassaggio. Mi prende una paura fottuta. L'auto accelera, salto verso il posto del guidatore e riesco a frenare. Mi destreggio con il cambio della R4, un manico d'acciaio che va avanti e indietro, a destra e a sinistra, e che non uso più da almeno trent'anni. Improvviso con quel gingillo. Grazie a Dio, funziona. Rallenta, rallenta e a strappi l'auto si ferma. Fuori non passa nessuno. Quando torno indietro e parcheggio mi rendo conto che non è più il paese della festa: ho preso una strada identica ma diversa. Passeggio per vie e piazze simili a quelle di poco fa, ma senza folla: qui non c'è la festa, è tutto vuoto e la mia vicina è svanita. Cosa voleva da me? Come faccio a ridarle le chiavi dell'auto?
 Mi imbatto in un amico, Ennio, un artista magro magro con barba e capelli lunghi e lisci con un viso da monaco santo; un vulcano di idee che cattura la mia attenzione con i suoi progetti e le sue invenzioni. Mi porta fino a casa sua. Ha cambiato casa, non lo sapevo. Ora vive in un enorme palazzo antico con un giardino circondato da alte mura; al centro del prato, si erge un maestoso gazebo bianco. In ogni stanza, un viavai di gente vestita di bianco. Sembra di essere in una villa utilizzata per le feste di nozze. Ennio si chiude dentro il gazebo. Suo figlio, un ragazzino, mi fa accomodare su una panca bianca. Il gazebo assomiglia a una iurta da nomadi tartari. Quindi, si aprono i teli completamente sigillati e mi fanno cenno di entrare: all'interno, i teli sono foderati di alluminio e materiali speciali. Ennio mette in moto una macchina diabolica, avvia Google Earth e tra una chiacchiera e l'altra decidiamo di andare in giro per il mondo. Mi piace spostarmi da un luogo all'altro con tanta facilità. Ma New York è noiosa, New Orleans poco interessante, così puntiamo sull'Argentina, ma per un attimo. Subito decidiamo di proseguire e raggiungere il grande continente scomparso.
 E' qui che ogni volta finisco i miei viaggi, nel continente Senzanome.






 Senzanome è un conglomerato di territori frastagliati a forma di palla sgonfia grande quattro o cinque volte l'Australia. Vi regna un clima tropicale tutto l'anno. A nord, terra di grandi foreste pluviali inaccessibili, sotto un cielo umido dominato dai monsoni, c'è il Karaciak o Karciakstan, un immenso, unico territorio selvaggio abitato da misteriose popolazioni primitive che si sono unite ai colonizzatori: russi rudi e violenti dai tratti mongoli. Russi asiatici. Russi che non hanno pietà per nessuno e vivono di coraggio e ferocia. Russi che muoiono giovani. Gente affamata, sporca e malata che ti ammazza ridendo. La terra è di chi se la prende. Ovunque si vedono bande armate a cavallo che urlano al galoppo. Non ho capito come mai, ma vanno tutti d'amore e d'accordo, russi asiatici e primitivi. 
 A sud est, si trova la Cintya. Estesa su un quarto di questo misterioso continente, la Cintya è uno Stato segreto (Senzanome non è segnato sulle carte) dal clima secco e a tratti temperato abitato sempre da russi, ma più civilizzati. Russi bifolchi, poveri e ubriaconi ma russi europei.
  Nessuno può stabilire se ci sono più russi asiatici o russi europei in questo strano continente. 
  Senzanome non è però tutto uguale. Ha una punta di civiltà estranea a questo mondo selvaggio e che fa capire come per secoli e secoli nessuno sia stato interessato a oltrepassarla per entrare nelle immense terre sconosciute.
 Lo so perché una volta mi sono avventurato verso la costa nord-est. In quel viaggio lungo e periglioso ho visto il paesaggio cambiare in fretta: spariscono praterie e savane e iniziano pietraie di polverose montagne brulle dove l'unico conforto è la luna. Lì abitano ancora i resti di antichi popoli come i leggendari cavalieri Sciti, qualche discendente di guarnigioni romane e bizantine ai confini dell'Impero Persiano, comunità di monaci scismatici, cacciatori di leoni, cercatori di acqua, eremiti, lunatici, poeti. 
 Ricordo che una volta visitai Artemisia, la città nella punta in alto a nord-est di Senzanome. E' una metropoli antica nella quale regna ancora un satrapo con un copricapo a cono, raffigurato sui muri e nei disegni dentro tutti i locali pubblici, obbedito da un esercito con pantaloni alla zuava, pettorale di cuoio, cartuccere a "x" e il cappello frigio. Che meraviglia la vista del porto, a falce di luna, con il brulicare di una folla dai mille mestieri che si inoltra dentro le stradine e i moli occupati da navi a vela quadrata che arrivano e partono districandosi nella rada chiusa da macigni! Ad Artemisia finisce l'Impero: lo chiamano ancora così, lo giuro. E lì si può restare un solo giorno alla volta pagando una tassa speciale per godere della grandezza imperiale e dei suoi traffici commerciali. Artemisia è la tipica città orientale nella quale tutti ti chiedono se hai oro da vendere: notano subito se vieni dalle terre selvagge di Senzanome. E' una città nella quale in ogni vicolo ti imbatti in chiassosi cambiavalute e assicuratori armeni ed ebrei, mercanti greci e siriani che come mosche ti tirano per la maglia e ti mettono le loro mercanzie sotto il naso, bambini cenciosi che ridono e corrono nella polvere.
  E' questa la città che vogliamo raggiungere anche oggi, ma come facciamo? Mi guardo intorno. Ci troviamo in mezzo a un'altra città: moderna e allo stesso tempo scassata, decadente, inquinata. Il viale centrale, un lastricato di marciapiedi dissestati, è un susseguirsi di squallidi negozi dalle insegne sbiadite, ville chiuse con le assi a "x", giardini abbandonati. In fondo vedo solo palazzoni enormi. La città è circondata da questi edifici giganteschi piantati nel fango delle periferie, mi spiega Ennio.
 Ci fermano una bella ragazza bionda con due occhi sgranati che sorridono e la sua amica con i capelli castani cotonati come la panna montata. Scoppiano a ridere: trovano buffo che non capiamo un'acca delle loro domande. Sono sicuramente due studentesse universitarie.
  Siamo finiti in mezzo alla coda davanti a un cinema. Guardo il cartellone: danno un vecchio film di guerra dove i loro buoni sono i nostri cattivi. E' un cinema d'altri tempi ma tenuto bene, con la galleria, le locandine, gli specchi e la cassiera anziana. Nessuno intorno a noi ha un cellulare.
 Le ragazze tengono le sigarette tra le dita; ridendo e gesticolando con le borsette agganciate al gomito interno, ci fanno segno: fuoco! fuoco! Quando scatta la fiamma, guardo la bionda negli occhi. Mi convinco che è ingenua fino al midollo, all'improvviso  avverto in lei un fortissimo calore umano. No, non mi pare proprio una gran bellezza, eppure la trovo stranamente ricca di fascino. Ha qualcosa di obliquo, di storto, di incompleto. Come la cadenza della voce mentre parla la sua misteriosa lingua, la fessura tra gli incisivi o un bel fondoschiena fasciato da orribili pantaloni a righe che esaltano la coscia polposa: piccoli difetti che mi attraggono di più di un'armonia cristallina. E' una ventenne rozza e ignorante, sicuramente fa una vita difficile, non sa niente del mondo, ma in questo momento per me incarna una donna universale. Comunque, è viva. Sono ridicolo soltanto a pensarlo, ma è così. Sento palpitare il cuore. A gesti, chiediamo dove siamo finiti. Le due ragazze scoppiano a ridere. L'amica sbuffa il fumo della sigaretta agitando i capelli cotonati dai riflessi rossicci; i seni turgidi si agitano sotto una maglietta bianca attillata.
 “In Cintya”, mi dice la bionda torcendo la parola in modo sensuale. Stringe gli occhi fino a farne due fessure. E' stupefacente: finora li aveva tenuti sgranati. C'è un'asiatica in ogni russa, penso mentre fisso le sue labbra. Si sta rilassando in un sorriso. Come mi è familiare  e sconosciuta allo stesso tempo! Ormai, sento di provare per lei un'attrazione insostenibile.
 "In Cintya", ripetono insieme ridendo. 
 Non ho capito bene. “Incinta”? O si chiama Cinzia...
  Ennio mi viene incontro: “Cintya, ha detto. Siamo capitati ancora a Cintya. Sbrighiamoci, Carlo; siamo dall'altra parte del mondo e dobbiamo tornare per l'ora di pranzo”.


Modena, gennaio 2014
Questo racconto è frutto della mia fantasia
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mercoledì 15 gennaio 2014

ODIARE IL POPOLO
racconto dal sottosuolo
scritto da Carlo Gregori








Lo voglio dire ai quattro venti: ce l'ho con il popolo. Sì, da tanto tempo non lo sopporto più. Odio il po-po-lo!
 Ho fatto carriera grazie al popolo, mi rimproverano. Ma sono malignità da poco: li conosco bene quelli che sparlano alle mie spalle, li frequento da una vita. E allora? Ho dei meriti se sono arrivato al vertice e ci sarei arrivato lo stesso. Sono vanitoso? Fa lo stesso. Sarei il capo di un'importante azienda privata. Nonostante il popolo, eh sì! Io non sono nato per fare l'impiegatuccio! Dirigo migliaia di persone in nome di un'antica associazione popolare, c'è qualcosa di sbagliato? E poi, scusate, cosa c'entra? E' una faccenda troppo vecchia per essere presa seriamente.
  Ogni cosa ha una sua vita, anche se pietrificata. Ce l'ha anche il sasso, quando è calciato da un animale di passaggio oppure è tirato lontano da un ventenne arrabbiato. Anche un'associazione popolare come la nostra si evolve, figuriamoci. Le cose cambiano, belli miei. E anche il popolo è cambiato. Cosa c'entra il popolo di oggi con quello di allora? Sapete dove mi trovo io? Guardatemi: un modesto ragioniere, ben piantato nella storia di questa associazione, a dirigerla da trentacinque anni. Decido io quale indirizzo dare. Potrei anche distruggerla, portarla al fallimento... Amici miei, se dovessi ascoltare il po-po-lo starei fresco.


 E stai a sentire i maligni, allora; corri dietro alle loro voci... Ogni volta tirano fuori la stessa storia: che io lavoro per il popolo e prendo una barca di soldi. E allora? Dovrei vergognarmi? “Prendi uno stipendio che è trenta-quaranta volta quello di un tuo dipendente”. Se li merito, non posso averli? Dovrei distribuire soldi al popolo ogni venerdì sera? Vi vedo, ridacchiate... La pensate come me.
  “Sei tu che alla fine ti crei lo stipendio, tu controlli il consiglio di amministrazione”, dici. Ah certo, è vero, ma vieni tu a lavorare per il popolo, bello mio. Mettiti qui dieci ore al giorno in ufficio a sentire lamentele, tu che sei l'amico del  popolo. Sai cosa succede dopo trentacinque anni? Arrivi a odiarlo. Sì, bello mio, e io lo odio. Non l'ho mai detto prima, ma ora l'ho fatto, mi senti liberato di un peso. Oggi lo posso dire, perché per me è un giorno speciale. O-dio il po-po-lo! E' meraviglioso. Si prova una sensazione liberatoria, come quando ti strappano un dente marcio. Questo è male che fa bene, male sano... Cosa c'è di più prezioso per la vita? E poi, diciamolo, non ci vedo niente di riprovevole nell'odiare qualcuno: è un sentimento, è sempre preferibile all'indifferenza. 


  Sapete perché sono arrivato a odiare segretamente il popolo? Ve lo spiego... Il popolo è una massa. E' un insieme confuso di puntini che sono teste. E se lo osservi dall'alto, mettiamo da un terrazzo, non capisci se è una moltitudine informe o tutta uguale. Noi cerchiamo di spingerli ad avere gusti identici e loro cercano di differenziarsi tra ciò che noi offriamo: questo sì è un bel mistero! Io controllo la mia massa di popolo e a volte immagino come fa un politico a controllare tutto il popolo, anche quella parte che ti odia perché non vuole essere chiamata popolo, quelli che credono di essere in-di-vi-dui (sono ancor più ridicoli con le loro pretese...) E così sono finito a convincermi che tanta gente oggi si riempie la bocca di paroloni come “popolo” e “democrazia” solo perché mantiene qualche legame affettivo con quelle parole. Sono vittime dell'educazione scolastica. 
 C'è troppa gente in giro che si commuove quando si parla del popolo. Sono sentimentali, rovinano tutto. Sotto sotto, si stanno ancora commuovendo per il sacrificio del popolo di Parigi che moriva sulle barricate. Che romantici! Se andate a fondo, scoprirete che pensano ancora a quel popolo; voglio dire: a quell'immagine del popolo. Ma sono passati più di due secoli! Andate a vedere il popolo di oggi, quello vivente. Io conosco bene il popolo dei centri commerciali, degli stadi, delle chiese, delle discoteche, dei raduni politici e sindacali, persino quello che blatera su Facebook o Twitter. Io servo questo popolo. Per questo posso dire che non è quel popolo. Questo popolo è una semplice moltitudine di gente riunita che s'illude di pensare per sé. Guardateli da un terrazzo, i singoli puntini mentre si muovono in gruppo. Ecco, immaginate un gruppetto in fondo a destra: un giovane con il pizzetto, due anziani seduti, una pensionata che spinge il carrello, un immigrato che parla al cellulare, una donna sui trent'anni che fuma e guarda una vetrina. Cosa li lega? Niente! E ora scegliete un singolo puntino, staccatelo dalla massa e seguitelo a casa: ogni sera chiuso nella sua sala a guardare la tv e a commentare notizie che non capisce mentre chi gli sta vicino non lo ascolta neanche. Non è vero che tra questi puntini, se li esaminiamo con calma e se li consideriamo come “persone”, nel pieno della loro dignità e dei loro diritti bla bla bla..., beh, non è vero che non sono altro che dei piccoli farabutti miseri e ignoranti? Se potesse, ognuno di loro non si comporterebbe proprio come e se non peggio dei ricchi e dei potenti che criticano? Guardate come diventano quando entrano in politica. E preso nel suo insieme, questo popolo tanto amato non è capace di commettere nefandezze o addirittura crimini? Non spinge i capi a uccidere, depredare, conquistare; non esclude il diverso, il disabile, il negro, il cinese e augura ogni santo giorno la sua morte nel modo più atroce? Non è il popolo, che alla fine dei conti, arriva al cosiddetto genocidio di una sua parte o di un altro popolo? La storia ci dice che lo ha fatto: è accaduto neppure tanto tempo fa. Il popolo ama i criminali al governo, ammira chi ruba a man bassa i soldi pubblici: guardate come li vota con entusiasmo! Insomma, il popolo non è buono. Eppure tanti continuano ad amare il popolo. A questo punto mi sono chiesto se lo amavano di un amore sincero, per non dire stupido, oppure se era gente che mirava a dominarlo dicendo ai quattro venti di voler agire per il suo bene, di rappresentarlo ecc ecc. Perché, alla fine di tutti questi ragionamenti... diciamolo... cosa divide il popolo da chi lo comanda? Questa è l'unica domanda importante.


  Ho avuto tempo per pensarci, chiuso nel mio ufficio quando mi prendevo qualche svago tra un incontro e l'altro in nome del popolo, visto che per i “soci”  ufficialmente sono il loro capo e i “soci” sono una rappresentanza del popolo che ha creato il mio ente, almeno sulla carta. Ma sto divagando. Dicevo che ho avuto modo di pensare al fossato che divide il popolo da chi lo comanda. E' tutta qua la faccenda: ricordatelo.  
  La prima risposta solida che mi sono dato è stata: la forza. Il popolo sta fermo e buono perché, se no, chi comanda prende in mano il bastone. E va bene, succede dalla notte dei tempi. E poi c'è anche la menzogna, d'accordo. Ma oggi c'è qualcosa in più, mi dicevo. Così mi sono riletto un po' di libri. Pensate che la curiosità mi è esplosa per caso mentre sfogliavo un libro pescato nel cestone delle offerte al supermercato. Ho letto che si governa “in nome del popolo” dato che il popolo governa in “democrazia”, cioè con il governo del popolo; una ripetizione, insomma, che non spiega niente. (A volte fa bene ripassare la storia, chiarisce ciò che resta di certi ricordi). Tutto questo, ho letto, è un'eredità della Rivoluzione francese, quando il popolo generosamente si è immolato contro l'oppressione del re e dei nobili... Intendiamoci, non so niente di storia... Sentivo crescere la curiosità e così ho cercato di capire qualcosa di più di questo popolo e ho scoperto che in mezzo ai rivoluzionari di Parigi che tagliavano teste c'era il macellaio, il lustrascarpe, la servetta, il maestro, la sarta, il tipografo ecc ecc; eppure già in quei gloriosi giorni tutti, “in nome del popolo”, erano comandati da avvocati, scienziati, ufficiali, ricchi commercianti ecc ecc. Guardate i nomi dell'Assemblea costituente; leggete la storia di un Robespierre (adesso. gli altri nomi non li ricordo...) Capirete che già allora la finzione si racchiudeva in una sola formula: “in nome del popolo”. Ma quando il popolo ha provato davvero a prendere il potere, sapete dove è andata a finire la fraternité... Carne da cannone: è l'unico trattamento che ogni volta gli riservano quelli che aveva nominato. Ogni rivoluzione è finita nel sangue e nella rovina: ne sono sicuro, ho letto altri libri in merito. Anche in Russia sotto il comunismo è andata a finire così: hanno dovuto estromettere il popolo e governare in suo nome, se no erano spacciati. In fondo è giusto così: se il popolo avesse preso il potere, sarebbe stato un disastro. E allora, alla fine di tutto questo bel discorso, cosa divide il popolo da chi comanda in suo nome? Ve lo dico io: il vuoto.







 Vedo bocche storte, facce perplesse... Sù, non faccio filosofia. E' una faccenda seria, il vuoto. Mi riguarda personalmente, perché anche qui e oggi, in questo ufficio e in questa poltrona, potrebbe presto esserci il vuoto. Siamo onesti, tra voi c'è chi si augura un bel vuoto...
 Il vuoto di potere esiste da quando i francesi hanno ucciso il loro re. Un gesto criminale, d'accordo, ma necessario: quel damerino insopportabile ostacolava ogni progresso. E per ottenere il progresso serviva il sostegno del popolo. Così hanno iniziato a idolatrarlo. Intendiamoci, secondo me i padri della democrazia non pensavano che il popolo incarnasse il progresso; per loro quella massa di gente arrabbiata era solo uno strumento per comandare e serviva il suo consenso. Tutti erano d'accordo, bisognava togliere di mezzo il re; il problema è nato dopo, quando si sono chiesti chi metterci al suo posto. E' da quella domanda che è iniziata una contorta e infinita catena di ipocrisie che arriva fino a oggi e che addirittura fa di me, un piccolo ragioniere figlio di una sarta e di un autista di corriere, il capo di una fetta di popolo. Non è ridicolo? Io, che se potessi fuggirei dalla politica... Onestamente, ditemi, voi che siete laureati, perché dovrebbe interessare la politica a uno che sgobba sui bilanci?
 Capite ora perché odio il popolo? Io sono solo figlio di un'ipocrisia: ho trovato la stanza del potere vuota, mi sono seduto, ho lavorato e ora dirigo un popolo di soci che non esiste.
 Ma tornando alla scena iniziale, quel trono vuoto è stato occupato da innumerevoli politici in poco tempo, se ci pensate, con grandissimi costi per mantenere chi applaudiva l'occupante del momento. Non esiste un governo stabile, né sotto la repubblica, né sotto una dittatura né sotto un re restaurato. E' un fatto, amici miei. E non è possibile, perché quel trono è stato vuotato con un sacrificio e quindi non si riempie più: non si riporta in vita ciò che si è ucciso. Ognuno può occuparlo, ma per farlo deve usare la forza, raccontare un sacco di balle, pagare chi le racconta per lui e lo applaude. E' una storia che, nel nostro piccolo, conoscete bene, amici miei. E così veniamo a me e a voi.


  Sono a capo di un'associazione con migliaia di dipendenti. Non mi vergogno più di confessarvi che da anni li considero miei sudditi. Poi ci sono i soci. Voi li conoscete bene i nostri soci: gente che paga una piccola quota per avere un servizio agevolato. Ai soci non frega un bel niente dell'associazione. Siamo onesti: quanti vengono alle assemblee? Quanti votano? Eppure noi li trattiamo con i guanti, li seduciamo con voce flautata, li coccoliamo: sono la nostra ragion d'essere. Massimo rispetto per i soci! Ma alla fine nel nostro ente popolare (chiamiamolo così) sono io a fare il bello e cattivo tempo. Rispondo io solo al consiglio di amministrazione. Ma l'ho nominato io e quel consiglio siete voi... Basta che uno solo di voi si metta di traverso e lo elimino mostrando agli altri che fine si fa.
 Mi aumento lo stipendio, mi rimproverano spesso. Ma è giusto! Ho i poteri per farlo e nessuno me lo può impedire, neanche voi che mi approvate. Decido chi assumere e chi lasciare a casa, chi tenermi più vicino, chi mandare a eseguire i compiti più sgradevoli. In cambio, vivo solo in questo ufficio con qualche libro e un minigolf da camera. Posso vantarmi di non aver parlato a un solo dipendente negli ultimi dieci anni. Sono lo stesso che ogni tanto gli scrive messaggi incoraggianti. Chi non mi invidierebbe? Non ho più neppure l'obbligo di farmi vedere in pubblico o di parlare; ci pensano i miei addetti alle relazioni esterne. Ho scelto con cura gente fidata che sa parlare ai soci; sono loro che lasciano pensare ai soci che tutto viene deciso da loro per il loro vantaggio. In ogni discorso pubblicato, letto o pronunciato io scompaio: resto dietro i soci. Io e voi abbiamo un compito: dobbiamo far sentire importante il nostro popolo di soci. E quando si tratta di votare le cariche, voi, miei fidati consiglieri, suscitate tra i soci un grande entusiasmo per me. Io garantisco che tutto possa andare avanti come sempre. Voi mi eleggete soddisfatti. Tutto questo senza che nessun socio se ne sia davvero interessato. E così ogni singolo socio vive felice e contento.
 Oppure, scusate se insisto, c'è qualcuno tra voi che davvero pensa di rimettere i poteri del nostro ente ai soci? Perché allora non al popolo di oggi, che discende da coloro che ha fondato il nostro ente in nome del popolo? Gente morta e sepolta da tanto tempo con le sue illusioni... Che cosa ne farebbero i loro pronipoti di questa grande associazione?  Volete fare la rivoluzione? Siamo seri... Il popolo, cari miei, è incosciente. Noi guidiamo il nostro piccolo popolo di soci facendogli credere di eleggerci e va bene così. Facciamo anche i suoi interessi, no? "Dai alla gente ciò che vuole", è il nostro motto da sempre. E tutte le associazioni come la nostra al popolo diamo telefonini, surgelati, spiagge assolate, trasporti, traslochi, servizi, case, consulenze e per sognare qualche bel concerto. Musica popolare, s'intende!

 





 Oggi per me è l'ultimo giorno. Come sapete, devo andare in pensione. Ho provato a modificare lo statuto riguardo i “raggiunti limiti di età” (che espressione volgare!), ma non ci sono riuscito per i motivi che conoscete. Non piaccio ai politici nuovi. In fondo, sono solo un semplice ragioniere che comanda e dispone delle vite di qualche migliaio di persone. Mi hanno detto che trentacinque anni a capo dell'ente sono troppi. Troppi, cosa? Li ho guardati in faccia, questi politici. Invidiosi! Vogliono occupare il mio posto!
  Forse dimenticano quanto siamo andati a braccetto in questi anni... Ne ho mandati tanti in parlamento, uhhh! Certi ciucci coperti di fango... Gente che credeva che la luna fosse un formaggio... Alcuni li ho anche arricchiti! Ho sistemato i loro figli, padri, zii, nipoti. Ingrati! Ometti! Vili! 
 Scusate, mi sento soffocare di rabbia...
 Dicevo... Ho visto lo sguardo di quel giovane politico con la barbetta. Due occhi lucidi. Magari si fa anche le “canne”. E' assetato di potere. Lo so: alla sua età avevo lo stesso sguardo. Se mi faccio da parte si sbranano tra loro, questi nuovi politici che amano il popolo. “Anche tu eri giovane quando sei stato nominato direttore”, mi ha rimproverato. Come ti permetti? Scusa, sai, mi scappa da ridere. Avevo trent'anni... Ma sì.. Va bene... Chi se ne frega, me ne vado... Ciao a tutti! E largo ai giovani!
  Prima però voglio fare una dolorosa confessione. Ho lavorato tutta una vita per il popolo. E ora rischio di sparire  per sempre dentro la massa. Un volto tra un milione. E' orribile, non è vero? Tanto vale che mi vestissi da rapper o girassi con cappellino e infradito. Ci sono anziani ridotti così, li ho visti con i miei occhi. Non lo sopporterei. 
 La pensione mi spaventa a morte, lo confesso, perché sento dietro di me quel vuoto del quale vi parlavo poco fa. Il trono dei re è vuoto, anche se il sangue si è seccato da tanto tempo; e anche la mia poltrona presto sarà vuota. Per fortuna, sarà solo spolverata. Questa poltrona un tempo era una sedia impagliata sulla quale sedeva uno che sapeva scrivere e fare un po' di calcoli e mandava avanti la nostra associazione formata da operai, artigiani, impiegatucci che credevano nell'uguaglianza e chiedevano di spendere poco. Oggi per incanto la sedia è diventata una poltrona in pelle scura, reclinabile e regolabile; un lusso che i fondatori non avrebbero neppure immaginato. Vedremo chi sarà il prossimo a occuparla...
 Lo so che sto facendo un discorso sconclusionato. E' pur sempre il mio ultimo discorso e i pensieri premono, si aggrovigliano nella testa... Vorrei dirvi tante cose ancora. Ho lottato e oggi mi arrendo, ma prima ho alcune domande per voi. 
 In tutti questi anni sono stato lasciato qui? Chi lo ha deciso? Io? I soci? I politici nominati dal popolo? Oppure il popolo stesso? Se penso a questi risvolti della mia carriera, la mia intera vita diventa fragile, forse insignificante. Sono a capo di un ente popolare ma da molto tempo il popolo non comanda più questo ente. E anche io non lo comanderò più. Almeno datemi un posticino tranquillo. "Presidente dell'associazione per l'amicizia con i popoli balcanici"... O qualcosa del genere... Mi accontento, ve lo assicuro. Non è per i soldi...


  Bussano alla porta...
  Ci siamo: il consiglio di amministrazione è riunito. Sì, sì, mi sbrigo. Ecco, sono in ordine. Non vedono l'ora di farmi la festa, quelle iene. Glielo farò proprio questo discorsetto d'addio. Chissà che regalo mi faranno.
 Bussano ancora... 
 Rompiscatole!
 "Sì, arrivo!"
 Il chewing gum... Lo attacco qui, sotto la mia scrivania.
 Com'è sporco questo specchio... 



Questo racconto è frutto della mia fantasia
Modena, ottobre 2013-gennaio 2014

In alto: "Point, Line" di Oskar Schlemmer
Al centro: "Skinner Box Head" di Milos Rajkovic
In fondo: "Photomontages" di Raoul Hausmann
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martedì 14 gennaio 2014

COERENZA #3

La coerenza è un qualsiasi atteggiamento politico di origine illuministica che discende dai precetti dalle religioni monoteiste: è la capacità durevole nel tempo e nelle circostanze di adattarsi a uno schema ideale che vorrebbe migliorare il mondo. Tuttavia, i più grandi esaminatori della coerenza altrui sono quelli che se ne infischiano, sacerdoti compresi.
COERENZA #2

Il male ha una sua coerenza più forte di qualsiasi prova virtuosa