racconto di Carlo Gregori
Anche questa notte sono finito a Cintya.
E' una calda sera d'estate e mi trovo a una festa di paese con lampadine colorate, tavolini con tovaglie a quadretti, cibo, vino e la solita miriade di banchetti di prodotti locali. La mia vicina di casa - una sessantenne robusta con un certo caratterino e senza tante storie - mi rincorre tra la folla. Quando mi ferma, mi tira da parte e mi dice di salire subito sulla sua auto. Andiamo in un viale buio al margine del paese e mi indica una vecchia R4 rossa parcheggiata vicino ai cassonetti dei rifiuti. Sembra proprio la famigerata R4 con il cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio. Che idea stupida: la mia vicina ha le movenze di un bulldozer e un vocione fastidioso, ma non è una terrorista. Non ha mai avuto una R4, però. Forse l'ha appena comperata e vuole mostrarmi quanto è bella. Dai dai, vai su, dobbiamo partire subito, verso dove non si sa. Ma cosa è successo? Mi fa salire a sinistra e scopro che l'auto ha la guida all'inglese. La mia vicina è emiliana, non è mai stata in Gran Bretagna e non sa guidare all'inglese, ci metto la mano sul fuoco, ma poi non mi preoccupo. Mi siedo e noto che, alla mia destra, il posto del guidatore resta vuoto. La vicina si attarda al cellulare. La osservo nel buio mentre parla freneticamente agitando i suoi possenti avambracci.
La R4 si mette in moto. Com'è possibile? Il motore è spento, nessuno guida. Merda, la marcia è in folle! Davanti a me, illuminata da una fioca luce gialla si snoda una lunga discesa ripida verso un sottopassaggio. Mi prende una paura fottuta. L'auto accelera, salto verso il posto del guidatore e riesco a frenare. Mi destreggio con il cambio della R4, un manico d'acciaio che va avanti e indietro, a destra e a sinistra, e che non uso più da almeno trent'anni. Improvviso con quel gingillo. Grazie a Dio, funziona. Rallenta, rallenta e a strappi l'auto si ferma. Fuori non passa nessuno. Quando torno indietro e parcheggio mi rendo conto che non è più il paese della festa: ho preso una strada identica ma diversa. Passeggio per vie e piazze simili a quelle di poco fa, ma senza folla: qui non c'è la festa, è tutto vuoto e la mia vicina è svanita. Cosa voleva da me? Come faccio a ridarle le chiavi dell'auto?
Mi imbatto in un amico, Ennio, un artista magro magro con barba e capelli lunghi e lisci con un viso da monaco santo; un vulcano di idee che cattura la mia attenzione con i suoi progetti e le sue invenzioni. Mi porta fino a casa sua. Ha cambiato casa, non lo sapevo. Ora vive in un enorme palazzo antico con un giardino circondato da alte mura; al centro del prato, si erge un maestoso gazebo bianco. In ogni stanza, un viavai di gente vestita di bianco. Sembra di essere in una villa utilizzata per le feste di nozze. Ennio si chiude dentro il gazebo. Suo figlio, un ragazzino, mi fa accomodare su una panca bianca. Il gazebo assomiglia a una iurta da nomadi tartari. Quindi, si aprono i teli completamente sigillati e mi fanno cenno di entrare: all'interno, i teli sono foderati di alluminio e materiali speciali. Ennio mette in moto una macchina diabolica, avvia Google Earth e tra una chiacchiera e l'altra decidiamo di andare in giro per il mondo. Mi piace spostarmi da un luogo all'altro con tanta facilità. Ma New York è noiosa, New Orleans poco interessante, così puntiamo sull'Argentina, ma per un attimo. Subito decidiamo di proseguire e raggiungere il grande continente scomparso.
E' qui che ogni volta finisco i miei viaggi, nel continente Senzanome.
Senzanome è un conglomerato di territori frastagliati a forma di palla sgonfia grande quattro o cinque volte l'Australia. Vi regna un clima tropicale tutto l'anno. A nord, terra di grandi foreste pluviali inaccessibili, sotto un cielo umido dominato dai monsoni, c'è il Karaciak o Karciakstan, un immenso, unico territorio selvaggio abitato da misteriose popolazioni primitive che si sono unite ai colonizzatori: russi rudi e violenti dai tratti mongoli. Russi asiatici. Russi che non hanno pietà per nessuno e vivono di coraggio e ferocia. Russi che muoiono giovani. Gente affamata, sporca e malata che ti ammazza ridendo. La terra è di chi se la prende. Ovunque si vedono bande armate a cavallo che urlano al galoppo. Non ho capito come mai, ma vanno tutti d'amore e d'accordo, russi asiatici e primitivi.
A sud est, si trova la Cintya. Estesa su un quarto di questo misterioso continente, la Cintya è uno Stato segreto (Senzanome non è segnato sulle carte) dal clima secco e a tratti temperato abitato sempre da russi, ma più civilizzati. Russi bifolchi, poveri e ubriaconi ma russi europei.
Nessuno può stabilire se ci sono più russi asiatici o russi europei in questo strano continente.
Senzanome non è però tutto uguale. Ha una punta di civiltà estranea a questo mondo selvaggio e che fa capire come per secoli e secoli nessuno sia stato interessato a oltrepassarla per entrare nelle immense terre sconosciute.
Lo so perché una volta mi sono avventurato verso la costa nord-est. In quel viaggio lungo e periglioso ho visto il paesaggio cambiare in fretta: spariscono praterie e savane e iniziano pietraie di polverose montagne brulle dove l'unico conforto è la luna. Lì abitano ancora i resti di antichi popoli come i leggendari cavalieri Sciti, qualche discendente di guarnigioni romane e bizantine ai confini dell'Impero Persiano, comunità di monaci scismatici, cacciatori di leoni, cercatori di acqua, eremiti, lunatici, poeti.
Ricordo che una volta visitai Artemisia, la città nella punta in alto a nord-est di Senzanome. E' una metropoli antica nella quale regna ancora un satrapo con un copricapo a cono, raffigurato sui muri e nei disegni dentro tutti i locali pubblici, obbedito da un esercito con pantaloni alla zuava, pettorale di cuoio, cartuccere a "x" e il cappello frigio. Che meraviglia la vista del porto, a falce di luna, con il brulicare di una folla dai mille mestieri che si inoltra dentro le stradine e i moli occupati da navi a vela quadrata che arrivano e partono districandosi nella rada chiusa da macigni! Ad Artemisia finisce l'Impero: lo chiamano ancora così, lo giuro. E lì si può restare un solo giorno alla volta pagando una tassa speciale per godere della grandezza imperiale e dei suoi traffici commerciali. Artemisia è la tipica città orientale nella quale tutti ti chiedono se hai oro da vendere: notano subito se vieni dalle terre selvagge di Senzanome. E' una città nella quale in ogni vicolo ti imbatti in chiassosi cambiavalute e assicuratori armeni ed ebrei, mercanti greci e siriani che come mosche ti tirano per la maglia e ti mettono le loro mercanzie sotto il naso, bambini cenciosi che ridono e corrono nella polvere.
E' questa la città che vogliamo raggiungere anche oggi, ma come facciamo? Mi guardo intorno. Ci troviamo in mezzo a un'altra città: moderna e allo stesso tempo scassata, decadente, inquinata. Il viale centrale, un lastricato di marciapiedi dissestati, è un susseguirsi di squallidi negozi dalle insegne sbiadite, ville chiuse con le assi a "x", giardini abbandonati. In fondo vedo solo palazzoni enormi. La città è circondata da questi edifici giganteschi piantati nel fango delle periferie, mi spiega Ennio.
Ci fermano una bella ragazza bionda con due occhi sgranati che sorridono e la sua amica con i capelli castani cotonati come la panna montata. Scoppiano a ridere: trovano buffo che non capiamo un'acca delle loro domande. Sono sicuramente due studentesse universitarie.
Siamo finiti in mezzo alla coda davanti a un cinema. Guardo il cartellone: danno un vecchio film di guerra dove i loro buoni sono i nostri cattivi. E' un cinema d'altri tempi ma tenuto bene, con la galleria, le locandine, gli specchi e la cassiera anziana. Nessuno intorno a noi ha un cellulare.
Le ragazze tengono le sigarette tra le dita; ridendo e gesticolando con le borsette agganciate al gomito interno, ci fanno segno: fuoco! fuoco! Quando scatta la fiamma, guardo la bionda negli occhi. Mi convinco che è ingenua fino al midollo, all'improvviso avverto in lei un fortissimo calore umano. No, non mi pare proprio una gran bellezza, eppure la trovo stranamente ricca di fascino. Ha qualcosa di obliquo, di storto, di incompleto. Come la cadenza della voce mentre parla la sua misteriosa lingua, la fessura tra gli incisivi o un bel fondoschiena fasciato da orribili pantaloni a righe che esaltano la coscia polposa: piccoli difetti che mi attraggono di più di un'armonia cristallina. E' una ventenne rozza e ignorante, sicuramente fa una vita difficile, non sa niente del mondo, ma in questo momento per me incarna una donna universale. Comunque, è viva. Sono ridicolo soltanto a pensarlo, ma è così. Sento palpitare il cuore. A gesti, chiediamo dove siamo finiti. Le due ragazze scoppiano a ridere. L'amica sbuffa il fumo della sigaretta agitando i capelli cotonati dai riflessi rossicci; i seni turgidi si agitano sotto una maglietta bianca attillata.
“In Cintya”, mi dice la bionda torcendo la parola in modo sensuale. Stringe gli occhi fino a farne due fessure. E' stupefacente: finora li aveva tenuti sgranati. C'è un'asiatica in ogni russa, penso mentre fisso le sue labbra. Si sta rilassando in un sorriso. Come mi è familiare e sconosciuta allo stesso tempo! Ormai, sento di provare per lei un'attrazione insostenibile.
"In Cintya", ripetono insieme ridendo.
Non ho capito bene. “Incinta”? O si chiama Cinzia...
Ennio mi viene incontro: “Cintya, ha detto. Siamo capitati ancora a Cintya. Sbrighiamoci, Carlo; siamo dall'altra parte del mondo e dobbiamo tornare per l'ora di pranzo”.
Modena, gennaio 2014
Questo racconto è frutto della mia fantasia
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