racconto dal sottosuolo
scritto da Carlo Gregori
Lo voglio dire ai quattro venti: ce l'ho con il popolo. Sì, da tanto tempo non lo sopporto più. Odio il po-po-lo!
Ho fatto carriera grazie al popolo, mi rimproverano. Ma sono malignità da poco: li conosco bene quelli che sparlano alle mie spalle, li frequento da una vita. E allora? Ho dei meriti se sono arrivato al vertice e ci sarei arrivato lo stesso. Sono vanitoso? Fa lo stesso. Sarei il capo di un'importante azienda privata. Nonostante il popolo, eh sì! Io non sono nato per fare l'impiegatuccio! Dirigo migliaia di persone in nome di un'antica associazione popolare, c'è qualcosa di sbagliato? E poi, scusate, cosa c'entra? E' una faccenda troppo vecchia per essere presa seriamente.
Ogni cosa ha una sua vita, anche se pietrificata. Ce l'ha anche il sasso, quando è calciato da un animale di passaggio oppure è tirato lontano da un ventenne arrabbiato. Anche un'associazione popolare come la nostra si evolve, figuriamoci. Le cose cambiano, belli miei. E anche il popolo è cambiato. Cosa c'entra il popolo di oggi con quello di allora? Sapete dove mi trovo io? Guardatemi: un modesto ragioniere, ben piantato nella storia di questa associazione, a dirigerla da trentacinque anni. Decido io quale indirizzo dare. Potrei anche distruggerla, portarla al fallimento... Amici miei, se dovessi ascoltare il po-po-lo starei fresco.
E stai a sentire i maligni, allora; corri dietro alle loro voci... Ogni volta tirano fuori la stessa storia: che io lavoro per il popolo e prendo una barca di soldi. E allora? Dovrei vergognarmi? “Prendi uno stipendio che è trenta-quaranta volta quello di un tuo dipendente”. Se li merito, non posso averli? Dovrei distribuire soldi al popolo ogni venerdì sera? Vi vedo, ridacchiate... La pensate come me.
“Sei tu che alla fine ti crei lo stipendio, tu controlli il consiglio di amministrazione”, dici. Ah certo, è vero, ma vieni tu a lavorare per il popolo, bello mio. Mettiti qui dieci ore al giorno in ufficio a sentire lamentele, tu che sei l'amico del popolo. Sai cosa succede dopo trentacinque anni? Arrivi a odiarlo. Sì, bello mio, e io lo odio. Non l'ho mai detto prima, ma ora l'ho fatto, mi senti liberato di un peso. Oggi lo posso dire, perché per me è un giorno speciale. O-dio il po-po-lo! E' meraviglioso. Si prova una sensazione liberatoria, come quando ti strappano un dente marcio. Questo è male che fa bene, male sano... Cosa c'è di più prezioso per la vita? E poi, diciamolo, non ci vedo niente di riprovevole nell'odiare qualcuno: è un sentimento, è sempre preferibile all'indifferenza.
Sapete perché sono arrivato a odiare segretamente il popolo? Ve lo spiego... Il popolo è una massa. E' un insieme confuso di puntini che sono teste. E se lo osservi dall'alto, mettiamo da un terrazzo, non capisci se è una moltitudine informe o tutta uguale. Noi cerchiamo di spingerli ad avere gusti identici e loro cercano di differenziarsi tra ciò che noi offriamo: questo sì è un bel mistero! Io controllo la mia massa di popolo e a volte immagino come fa un politico a controllare tutto il popolo, anche quella parte che ti odia perché non vuole essere chiamata popolo, quelli che credono di essere in-di-vi-dui (sono ancor più ridicoli con le loro pretese...) E così sono finito a convincermi che tanta gente oggi si riempie la bocca di paroloni come “popolo” e “democrazia” solo perché mantiene qualche legame affettivo con quelle parole. Sono vittime dell'educazione scolastica.
C'è troppa gente in giro che si commuove quando si parla del popolo. Sono sentimentali, rovinano tutto. Sotto sotto, si stanno ancora commuovendo per il sacrificio del popolo di Parigi che moriva sulle barricate. Che romantici! Se andate a fondo, scoprirete che pensano ancora a quel popolo; voglio dire: a quell'immagine del popolo. Ma sono passati più di due secoli! Andate a vedere il popolo di oggi, quello vivente. Io conosco bene il popolo dei centri commerciali, degli stadi, delle chiese, delle discoteche, dei raduni politici e sindacali, persino quello che blatera su Facebook o Twitter. Io servo questo popolo. Per questo posso dire che non è quel popolo. Questo popolo è una semplice moltitudine di gente riunita che s'illude di pensare per sé. Guardateli da un terrazzo, i singoli puntini mentre si muovono in gruppo. Ecco, immaginate un gruppetto in fondo a destra: un giovane con il pizzetto, due anziani seduti, una pensionata che spinge il carrello, un immigrato che parla al cellulare, una donna sui trent'anni che fuma e guarda una vetrina. Cosa li lega? Niente! E ora scegliete un singolo puntino, staccatelo dalla massa e seguitelo a casa: ogni sera chiuso nella sua sala a guardare la tv e a commentare notizie che non capisce mentre chi gli sta vicino non lo ascolta neanche. Non è vero che tra questi puntini, se li esaminiamo con calma e se li consideriamo come “persone”, nel pieno della loro dignità e dei loro diritti bla bla bla..., beh, non è vero che non sono altro che dei piccoli farabutti miseri e ignoranti? Se potesse, ognuno di loro non si comporterebbe proprio come e se non peggio dei ricchi e dei potenti che criticano? Guardate come diventano quando entrano in politica. E preso nel suo insieme, questo popolo tanto amato non è capace di commettere nefandezze o addirittura crimini? Non spinge i capi a uccidere, depredare, conquistare; non esclude il diverso, il disabile, il negro, il cinese e augura ogni santo giorno la sua morte nel modo più atroce? Non è il popolo, che alla fine dei conti, arriva al cosiddetto genocidio di una sua parte o di un altro popolo? La storia ci dice che lo ha fatto: è accaduto neppure tanto tempo fa. Il popolo ama i criminali al governo, ammira chi ruba a man bassa i soldi pubblici: guardate come li vota con entusiasmo! Insomma, il popolo non è buono. Eppure tanti continuano ad amare il popolo. A questo punto mi sono chiesto se lo amavano di un amore sincero, per non dire stupido, oppure se era gente che mirava a dominarlo dicendo ai quattro venti di voler agire per il suo bene, di rappresentarlo ecc ecc. Perché, alla fine di tutti questi ragionamenti... diciamolo... cosa divide il popolo da chi lo comanda? Questa è l'unica domanda importante.
Ho avuto tempo per pensarci, chiuso nel mio ufficio quando mi prendevo qualche svago tra un incontro e l'altro in nome del popolo, visto che per i “soci” ufficialmente sono il loro capo e i “soci” sono una rappresentanza del popolo che ha creato il mio ente, almeno sulla carta. Ma sto divagando. Dicevo che ho avuto modo di pensare al fossato che divide il popolo da chi lo comanda. E' tutta qua la faccenda: ricordatelo.
La prima risposta solida che mi sono dato è stata: la forza. Il popolo sta fermo e buono perché, se no, chi comanda prende in mano il bastone. E va bene, succede dalla notte dei tempi. E poi c'è anche la menzogna, d'accordo. Ma oggi c'è qualcosa in più, mi dicevo. Così mi sono riletto un po' di libri. Pensate che la curiosità mi è esplosa per caso mentre sfogliavo un libro pescato nel cestone delle offerte al supermercato. Ho letto che si governa “in nome del popolo” dato che il popolo governa in “democrazia”, cioè con il governo del popolo; una ripetizione, insomma, che non spiega niente. (A volte fa bene ripassare la storia, chiarisce ciò che resta di certi ricordi). Tutto questo, ho letto, è un'eredità della Rivoluzione francese, quando il popolo generosamente si è immolato contro l'oppressione del re e dei nobili... Intendiamoci, non so niente di storia... Sentivo crescere la curiosità e così ho cercato di capire qualcosa di più di questo popolo e ho scoperto che in mezzo ai rivoluzionari di Parigi che tagliavano teste c'era il macellaio, il lustrascarpe, la servetta, il maestro, la sarta, il tipografo ecc ecc; eppure già in quei gloriosi giorni tutti, “in nome del popolo”, erano comandati da avvocati, scienziati, ufficiali, ricchi commercianti ecc ecc. Guardate i nomi dell'Assemblea costituente; leggete la storia di un Robespierre (adesso. gli altri nomi non li ricordo...) Capirete che già allora la finzione si racchiudeva in una sola formula: “in nome del popolo”. Ma quando il popolo ha provato davvero a prendere il potere, sapete dove è andata a finire la fraternité... Carne da cannone: è l'unico trattamento che ogni volta gli riservano quelli che aveva nominato. Ogni rivoluzione è finita nel sangue e nella rovina: ne sono sicuro, ho letto altri libri in merito. Anche in Russia sotto il comunismo è andata a finire così: hanno dovuto estromettere il popolo e governare in suo nome, se no erano spacciati. In fondo è giusto così: se il popolo avesse preso il potere, sarebbe stato un disastro. E allora, alla fine di tutto questo bel discorso, cosa divide il popolo da chi comanda in suo nome? Ve lo dico io: il vuoto.
.jpg)
Vedo bocche storte, facce perplesse... Sù, non faccio filosofia. E' una faccenda seria, il vuoto. Mi riguarda personalmente, perché anche qui e oggi, in questo ufficio e in questa poltrona, potrebbe presto esserci il vuoto. Siamo onesti, tra voi c'è chi si augura un bel vuoto...
Il vuoto di potere esiste da quando i francesi hanno ucciso il loro re. Un gesto criminale, d'accordo, ma necessario: quel damerino insopportabile ostacolava ogni progresso. E per ottenere il progresso serviva il sostegno del popolo. Così hanno iniziato a idolatrarlo. Intendiamoci, secondo me i padri della democrazia non pensavano che il popolo incarnasse il progresso; per loro quella massa di gente arrabbiata era solo uno strumento per comandare e serviva il suo consenso. Tutti erano d'accordo, bisognava togliere di mezzo il re; il problema è nato dopo, quando si sono chiesti chi metterci al suo posto. E' da quella domanda che è iniziata una contorta e infinita catena di ipocrisie che arriva fino a oggi e che addirittura fa di me, un piccolo ragioniere figlio di una sarta e di un autista di corriere, il capo di una fetta di popolo. Non è ridicolo? Io, che se potessi fuggirei dalla politica... Onestamente, ditemi, voi che siete laureati, perché dovrebbe interessare la politica a uno che sgobba sui bilanci?
Capite ora perché odio il popolo? Io sono solo figlio di un'ipocrisia: ho trovato la stanza del potere vuota, mi sono seduto, ho lavorato e ora dirigo un popolo di soci che non esiste.
Ma tornando alla scena iniziale, quel trono vuoto è stato occupato da innumerevoli politici in poco tempo, se ci pensate, con grandissimi costi per mantenere chi applaudiva l'occupante del momento. Non esiste un governo stabile, né sotto la repubblica, né sotto una dittatura né sotto un re restaurato. E' un fatto, amici miei. E non è possibile, perché quel trono è stato vuotato con un sacrificio e quindi non si riempie più: non si riporta in vita ciò che si è ucciso. Ognuno può occuparlo, ma per farlo deve usare la forza, raccontare un sacco di balle, pagare chi le racconta per lui e lo applaude. E' una storia che, nel nostro piccolo, conoscete bene, amici miei. E così veniamo a me e a voi.
Sono a capo di un'associazione con migliaia di dipendenti. Non mi vergogno più di confessarvi che da anni li considero miei sudditi. Poi ci sono i soci. Voi li conoscete bene i nostri soci: gente che paga una piccola quota per avere un servizio agevolato. Ai soci non frega un bel niente dell'associazione. Siamo onesti: quanti vengono alle assemblee? Quanti votano? Eppure noi li trattiamo con i guanti, li seduciamo con voce flautata, li coccoliamo: sono la nostra ragion d'essere. Massimo rispetto per i soci! Ma alla fine nel nostro ente popolare (chiamiamolo così) sono io a fare il bello e cattivo tempo. Rispondo io solo al consiglio di amministrazione. Ma l'ho nominato io e quel consiglio siete voi... Basta che uno solo di voi si metta di traverso e lo elimino mostrando agli altri che fine si fa.
Mi aumento lo stipendio, mi rimproverano spesso. Ma è giusto! Ho i poteri per farlo e nessuno me lo può impedire, neanche voi che mi approvate. Decido chi assumere e chi lasciare a casa, chi tenermi più vicino, chi mandare a eseguire i compiti più sgradevoli. In cambio, vivo solo in questo ufficio con qualche libro e un minigolf da camera. Posso vantarmi di non aver parlato a un solo dipendente negli ultimi dieci anni. Sono lo stesso che ogni tanto gli scrive messaggi incoraggianti. Chi non mi invidierebbe? Non ho più neppure l'obbligo di farmi vedere in pubblico o di parlare; ci pensano i miei addetti alle relazioni esterne. Ho scelto con cura gente fidata che sa parlare ai soci; sono loro che lasciano pensare ai soci che tutto viene deciso da loro per il loro vantaggio. In ogni discorso pubblicato, letto o pronunciato io scompaio: resto dietro i soci. Io e voi abbiamo un compito: dobbiamo far sentire importante il nostro popolo di soci. E quando si tratta di votare le cariche, voi, miei fidati consiglieri, suscitate tra i soci un grande entusiasmo per me. Io garantisco che tutto possa andare avanti come sempre. Voi mi eleggete soddisfatti. Tutto questo senza che nessun socio se ne sia davvero interessato. E così ogni singolo socio vive felice e contento.
Oppure, scusate se insisto, c'è qualcuno tra voi che davvero pensa di rimettere i poteri del nostro ente ai soci? Perché allora non al popolo di oggi, che discende da coloro che ha fondato il nostro ente in nome del popolo? Gente morta e sepolta da tanto tempo con le sue illusioni... Che cosa ne farebbero i loro pronipoti di questa grande associazione? Volete fare la rivoluzione? Siamo seri... Il popolo, cari miei, è incosciente. Noi guidiamo il nostro piccolo popolo di soci facendogli credere di eleggerci e va bene così. Facciamo anche i suoi interessi, no? "Dai alla gente ciò che vuole", è il nostro motto da sempre. E tutte le associazioni come la nostra al popolo diamo telefonini, surgelati, spiagge assolate, trasporti, traslochi, servizi, case, consulenze e per sognare qualche bel concerto. Musica popolare, s'intende!
Oggi per me è l'ultimo giorno. Come sapete, devo andare in pensione. Ho provato a modificare lo statuto riguardo i “raggiunti limiti di età” (che espressione volgare!), ma non ci sono riuscito per i motivi che conoscete. Non piaccio ai politici nuovi. In fondo, sono solo un semplice ragioniere che comanda e dispone delle vite di qualche migliaio di persone. Mi hanno detto che trentacinque anni a capo dell'ente sono troppi. Troppi, cosa? Li ho guardati in faccia, questi politici. Invidiosi! Vogliono occupare il mio posto!
Forse dimenticano quanto siamo andati a braccetto in questi anni... Ne ho mandati tanti in parlamento, uhhh! Certi ciucci coperti di fango... Gente che credeva che la luna fosse un formaggio... Alcuni li ho anche arricchiti! Ho sistemato i loro figli, padri, zii, nipoti. Ingrati! Ometti! Vili!
Scusate, mi sento soffocare di rabbia...
Dicevo... Ho visto lo sguardo di quel giovane politico con la barbetta. Due occhi lucidi. Magari si fa anche le “canne”. E' assetato di potere. Lo so: alla sua età avevo lo stesso sguardo. Se mi faccio da parte si sbranano tra loro, questi nuovi politici che amano il popolo. “Anche tu eri giovane quando sei stato nominato direttore”, mi ha rimproverato. Come ti permetti? Scusa, sai, mi scappa da ridere. Avevo trent'anni... Ma sì.. Va bene... Chi se ne frega, me ne vado... Ciao a tutti! E largo ai giovani!
Prima però voglio fare una dolorosa confessione. Ho lavorato tutta una vita per il popolo. E ora rischio di sparire per sempre dentro la massa. Un volto tra un milione. E' orribile, non è vero? Tanto vale che mi vestissi da rapper o girassi con cappellino e infradito. Ci sono anziani ridotti così, li ho visti con i miei occhi. Non lo sopporterei.
La pensione mi spaventa a morte, lo confesso, perché sento dietro di me quel vuoto del quale vi parlavo poco fa. Il trono dei re è vuoto, anche se il sangue si è seccato da tanto tempo; e anche la mia poltrona presto sarà vuota. Per fortuna, sarà solo spolverata. Questa poltrona un tempo era una sedia impagliata sulla quale sedeva uno che sapeva scrivere e fare un po' di calcoli e mandava avanti la nostra associazione formata da operai, artigiani, impiegatucci che credevano nell'uguaglianza e chiedevano di spendere poco. Oggi per incanto la sedia è diventata una poltrona in pelle scura, reclinabile e regolabile; un lusso che i fondatori non avrebbero neppure immaginato. Vedremo chi sarà il prossimo a occuparla...
Lo so che sto facendo un discorso sconclusionato. E' pur sempre il mio ultimo discorso e i pensieri premono, si aggrovigliano nella testa... Vorrei dirvi tante cose ancora. Ho lottato e oggi mi arrendo, ma prima ho alcune domande per voi.
In tutti questi anni sono stato lasciato qui? Chi lo ha deciso? Io? I soci? I politici nominati dal popolo? Oppure il popolo stesso? Se penso a questi risvolti della mia carriera, la mia intera vita diventa fragile, forse insignificante. Sono a capo di un ente popolare ma da molto tempo il popolo non comanda più questo ente. E anche io non lo comanderò più. Almeno datemi un posticino tranquillo. "Presidente dell'associazione per l'amicizia con i popoli balcanici"... O qualcosa del genere... Mi accontento, ve lo assicuro. Non è per i soldi...
Bussano alla porta...
Ci siamo: il consiglio di amministrazione è riunito. Sì, sì, mi sbrigo. Ecco, sono in ordine. Non vedono l'ora di farmi la festa, quelle iene. Glielo farò proprio questo discorsetto d'addio. Chissà che regalo mi faranno.
Bussano ancora...
Rompiscatole!
"Sì, arrivo!"
Il chewing gum... Lo attacco qui, sotto la mia scrivania.
Com'è sporco questo specchio...
Questo racconto è frutto della mia fantasia
Modena, ottobre 2013-gennaio 2014
In alto: "Point, Line" di Oskar Schlemmer
Al centro: "Skinner Box Head" di Milos Rajkovic
In fondo: "Photomontages" di Raoul Hausmann
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro


Nessun commento:
Posta un commento