IL RANCORE DEL DODICENNE
Riflessioni di Carlo Gregori sulle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij / Parte prima
E' difficile non provare irritazione o addirittura disgusto per il Narratore delle “Memorie del sottosuolo”. Questo straordinario libretto di Dostoevskij, così disorganico e scollegato tra le sue due parti, è tenuto insieme solo dalle elucubrazioni “sotterranee”, spesso inconfessabili, di un Io incarnato in un piccolo burocrate rancoroso che si sente superiore agli altri giudicando tutto e tutti. Non mi dilungherò su questo testo tanto famoso e tanto discusso, ma vorrei fare qualche considerazione personale sulla seconda parte, meno analizzata della prima, intitolata: “A proposito della neve fradicia”.
Ogni volta che mi è capitato di addentrarmi nel racconto (perché questo è un racconto) ho provato un forte fastidio per l'emersione del pensiero intimo di questo personaggio insopportabile, a tratti ripugnante. Succede, perché è un personaggio nel quale io mi riconosco con disgusto, come lettore e come singola persona: è questo aspetto che mi dà così fastidio delle “Memorie”.
Il Narratore ci tiene a presentarsi più intelligente dei suoi ex compagni di classe delle medie; eppure è tutto un correre dietro a loro, umiliarsi, sfidarli, insultarli senza mai essere presi sul serio. Lo considerano un uomo ridicolo. La presunta superiorità del Narratore sta nelle sue considerazioni auto-indulgenti che escludono ogni senso di amicizia e di cameratismo in nome di una personalità superiore che può giudicare senza essere mai giudicata. Il grande critico russo Michail Bachtin ha scritto un capolavoro sulle voci e i dialoghi in Dostoevskij; in quel libro analizza anche i sotterfugi e le scappatoie mentali dell' “uomo del sottosuolo”, un uomo che previene ogni possibile obiezione come se fosse circondato da voci ostili. Se siamo onesti, questa eco di pensieri c'è in ogni uomo massificato che rifiuta di essere tale pur conducendo una vita massificata. Per difendersi da questo pericolo di assimilazione ricorre a un fantasioso codice d'onore personale e universale che contempla anche il duello, la severità del diritto applicato senza riguardi o sdolcinati atteggiamenti romantici di perdono. E' così che scendiamo in quella cantina dell'anima che si scopre proprio ai tempi delle medie, intorno ai dodici anni. Il rancore e il senso di rivalsa per chi non ti accetta: chi non l'ha mai provato? So quanto è vergognoso rievocare quei sentimenti frustranti. Per me è difficile parlarne in pubblico, tanto provo repulsione per queste situazioni che fantasticavo alla fermata del bus per la scuola: oggi, il mio primo pensiero è che nessuno accetterebbe di ascoltami perché sarebbe costretto a rivangare gli stessi pensieri che per una vita ha cercato di seppellire.
Eppure, in quel racconto c'è un punto che ogni volta mi blocca e mi affascina: è quando il Narratore si immagina re e giustiziere, un grand'uomo che rimette il mondo sui suoi cardini. E' un groviglio di pensieri così patetico che si prova vergogna a leggerlo. Fa ripiombare alla tristezza dei nostri dodici anni, mentre adesso Tu Lettore, adulto, e l'Io Narratore, un adulto rimasto infantile, non li abbiamo più.
A questo punto Dostoevskij apre un geniale faccia-a-faccia tra chi racconta e chi ascolta.
Il Narratore è così insofferente dell'ex compagno fortunato, bello ricco e mondano, che gli riversa un “nobile” e intoccabile disprezzo per le sue attività e la sua capacità di “stare al mondo”, ma alla fine rivela solo il suo vuoto interiore. Dopo tanti anni, ritrovandoli quando è roso dal dolore della solitudine, scopre che tutti gli altri ex compagni continuano a disprezzarlo. Devono salutare la partenza del compagno fortunato; lui li deride e li critica ferocemente ma poi li segue alla festa per un perverso istinto contraddittorio che, dietro la maschera del cinico e sadico, nasconde una volontà segreta di fare la pace con loro. Ma è impossibile fare pace, perché i compagni lo odiano e lui li trova insopportabilmente volgari. Considera i loro argomenti degni di gente inferiore a lui.
Già da ragazzo disprezzava la loro derisione crudele per chi è prostrato.
“Scambiavano l'onore per il merito; a sedici anni parlavano già di posticini sicuri”, ricorda il Narratore che ora lavora in un posticino sicuro. Quei ragazzi, “mostruosamente corrotti”, vivevano di esteriorità, di “cinismo d'accatto”. Io li odiavo con tutte le mie forze, sebbene magari fossi peggiore di loro. Loro mi ripagavano con la stessa moneta e non nascondevano il disgusto che provavano per me. Ma io non aspiravo al loro affetto; al contrario, non desideravo che la loro umiliazione".
Arriva a disprezzare e a scacciare da sé l'unico ragazzo che lo ascolta a scuola. Diventare il “secchione” elogiato dagli insegnanti che misura la sua presunta superiorità con i voti resta la sua futile rivincita. L'unico spazio di libertà è la fantasticheria nella quale si perde, la via del sogno che porta a restaurare la giustizia calpestata da quei ragazzi.
Il Narratore ricorda quei sogni ad occhi aperti come un susseguirsi di scene tratte da romanzi, poesie, romanticismi vari. Ma il punto che mi ha sempre fatto gelare il sangue (un'emozione decisamente rara, leggendo un romanzo) è il momento di onnipotenza in cui il Narratore dispensa su tutti la sua personalissima giustizia, feroce e clemente.
“Io, per esempio, trionfo del mondo intero. Tutti, s'intende, sono ridotti nella polvere e devono per forza confessare spontaneamente le mie perfezioni, e io li perdono tutti”.
Solo chi a quell'età difficile abbia vissuto una fantasia simile può capire la difficoltà di esprimere questa frase. E' un segreto osceno della propria esistenza per chiunque, quello che viene rivelato.
Ma questa fantasia di giustizia ha una sua storia sgangherata seppure precisa:
“Ecco, son poeta e ciambellano, e m'innamoro; ricevo innumerevoli milioni e subito li offro per il bene del genere umano, e, in una volta, mi confesso davanti al popolo riunito delle mie vergogne, le quali, è inutile suggerirlo, non sono comuni vergogne, ma contengono una gran copia di “bello ed elevato”, sono come per dire qualcosa di “manfredesco” ".
Così aggiunge prendendo in giro la grandezza d'animo del personaggio di Lord Byron.
“Tutti si sciolgono in lacrime e mi buttano le braccia al collo (se no che razza di tangheri sarebbero?) e io vado scalzo e affamato a predicare nuovi verbi, e sgomino i retrogradi sotto Austerlitz. Segue una marcia trionfale, è concessa un'amnistia, il papa acconsente a lasciare Roma per il Brasile; quindi gran ballo, al quale partecipa tutta l'Italia, a Villa Borghese, che si trova sulle rive del lago di Como, perché per l'occasione il lago di Como è trasferito a Roma ecc ecc; come se non sapeste che queste cose vanno così”.
Conclude l' “uomo del sottosuolo”: “Voi direte piuttosto che è volgare e ignobile metter tutto ciò in piazza, dopo tante ebbrezze e lacrime che io stesso ho confessato”. Ma poi chiarirà che è più ignobile giustificarsi per averlo detto e che è ancor più ignobile parlarne.
“Ma basta, comunque, perché non si finirebbe mai; si troverebbe ogni volta qualcosa di più ignobile ancora...”
Per me, ogni volta che arrivo a leggerlo, questo è uno dei passaggi più profondi di sempre. Nel 1877, tredici anni dopo, Dostevskij riprenderà queste poche righe sviluppandole in chiave mistico-fantascientifica nel racconto "Il sogno di un uomo ridicolo" che, secondo la critica, finirà a sua volta rielaborato nei "Fratelli Karamazov". Decine di romanzi successivi ne hanno tratto nutrimento narrativo. Secondo me, persino il “Grande Gatsby” in fondo è l' "uomo del sottosuolo" visto dall' "altro": l'ombra del grand'uomo che per un attimo realizza la “festa di Villa Borghese” osservato dai vicini che sono solo “gli altri”, ai quali si rivolge titanico, magnanimo e distaccato. Mi piace immaginare che in queste poche righe Dostoevskij rompe la diga tra il ricordo fastidioso di un passato remoto nascosto nell'interiorità e il mondo esterno. E' una narrazione letteralmente pornografica: crolla la “vergogna”, si mostra l'osceno. L'ignobile è il sentimento negativo che frenava il racconto nascosto così a lungo e che ormai bisogna pronunciare. Nessuno, forse neanche Sant'Agostino o Rousseau, aveva mai raccontato questi pensieri così vili e ridicoli e tanto profondi che, in fondo, tutti facciamo; lo ha fatto Dostoevskij mantenendo il suo sgradevole Narratore, ormai non più giovane, allo stesso livello mentale di quando aveva dodici anni e si perdeva a fantasticare un mondo riordinato con un senso della giustizia tutto personale, come se fosse il re. E a questo punto capisco perché queste pagine mi danno tanto fastidio e allo stesso tempo mi attraggono: l'Io Narratore gioca a carte scoperte; ma poi, Io Lettore, come sono io in realtà? sono così diverso da lui, mettendo da parte il disprezzo per il suo tono? anche io sono rimasto un adulto infantile?
Finora ho letto tre volte le “Memorie” - intorno ai 20, ai 35 e ora a 50 anni - e, nonostante le diverse fasi di maturità, pur con ragionamenti e motivazioni diverse, non ho trovato in me risposte convincenti, ma solo altro fastidio.
In questa rivelazione c'è anche il crollo di un'altra diga, quella tra la propria interiorità e l'interiorità degli altri: l'ideologia del perbenismo ipocrita tra l'essere e il dover essere. Lo sgradevole Narratore prende atto della realtà e rivede nei suoi discorsi di allora i segni di un'ingiustizia incarnata in poche persone vicino a lui: il suo piccolo mondo è tutto il mondo, un tema polemico frequente in Dostoevskij. Gli piace praticare la giustizia con magnanimità lasciandosi andare a fantasie di dominio assoluto e, a sua discrezione, di gesti di clemenza cristiana che sono solo un'altra maschera del proprio senso di superiorità (gettare le braccia al collo, piangere e riconciliarsi). E' ciò che accade nella realtà silenziosa dei pensieri di ciascuno di noi: da questo pensiero grandioso e meschino milioni e milioni di uomini adulti sviluppano - in un'incubazione mentale lunga ma poco sviluppata - il proprio senso di giustizia applicato agli altri, accecato da questa convinzione di superiorità del proprio giudizio. Il segreto osceno del ragazzino è coltivato tutta la vita, anche senza saperlo, e può trovare sbocchi di violenza sull' “altro” a portata di mano. Questa è la politica nel suo senso più spaventoso: la politica della forca. E' l'opinione profonda del "cittadino" quando nega ogni valore al "buon governo" illuminista e al fallimento dei suoi schemi benevoli per migliorare la società e vuole dare il suo contributo diretto e sbrigativo che sistema i guai del mondo. "Ci penso io!" è la frase che esalta tanti. Capita di sentire questa eco in discorsi politici spiccioli anche di persone importanti apparentemente pacate: è proprio allora che ci accorgiamo della loro maschera.
L'uomo massificato, racconta Dostoevskij, non vede se stesso; appena si accorge delle falle nel proprio ragionamento, sistema la maschera e dentro di sé scappa in un labirinto mentale pieno di specchi (l' "ignobile più di quello"). In questi sogni preadolescenziali pare ricomporsi la massa dei suoi singoli individui che crescono: i conformisti che "stando alla pari" escludono chi non rende il loro cerchio perfetto e gli esclusi che diventano conformisti “dall'alto” per dominare chi li esclude. In fondo, il nostro narratore è solo un escluso scacciato in basso dai suoi pari e pretende di giudicarli dall'alto della sua presunta superiorità morale.
Il passaggio successivo, quello più difficile e che molti non faranno mai da adulti, è spiegare a voce alta le proprie ragioni. Gli adulti preferiscono il sottinteso per riconoscersi. Ma, sotto questo aspetto, le “memorie” del nostro sgradevole Narratore si saldano: il discorso politico-filosofico della prima parte del libro ha senso solo come sviluppo di questi lontani ricordi di rivincita e giustizia di cui ci vergogniamo parlare; le sue irritanti opinioni hanno una veste cinicamente accettabile ma il loro contenuto, a ben guardare, porta ancora il marchio osceno dei pensieri del ragazzino. E' così per tutti noi e questo libro ci fa riconoscere l'origine di un sentimento frustrante che genera continuo desiderio di "purificazione" attraverso la lite e la violenza come "resa dei conti" definitiva.
Però, nella vita comune della Civiltà europea ci si deve solo accontentare: questi sentimenti inaccettabili vanno frenati e nascosti. Non si può essere onnipotenti, punire e perdonare e tenere “feste a Villa Borghese”; al massimo si può accennare al desiderio di una morte atroce per un avversario, come tanti fanno.
Per questo anche il Narratore troverà un suo momento di frattura tra questi logorroici discorsi interiori e il confronto con gli altri quando, passato da una gaffe all'altra con gli odiati compagni delle medie, spiegherà a Lisa, una giovane puttana, che vita dovrebbe condurre esaltandosi nel suo esercizio di giustizia e di morale. Ma lei gli replicherà solo che “parla come un libro stampato”.
Modena, finito di scrivere nel gennaio 2014
Foto: Sam Stoke
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