venerdì 7 agosto 2020

 DA "MEMORIE DI UN CACCIATORE DI ZANZARE"

di Carlo Gregori


 

Stai bene attento a quello che dico: la zanzara è scaltra ma non potrai mai sapere se è davvero intelligente. Mai. Sicuramente sceglie i luoghi e i momenti più opportuni per succhiarti il sangue e spesso la fa franca volandosene via a pancia piena. Ma quando si avvicina al tuo orecchio secondo te si accorge di fare un rumore infernale che attira l’attenzione? Oppure è costretta a farlo consapevole del rischio di morte? Su questo dilemma, ti confesso che non ho mai trovato una risposta. Posso però dirti per esperienza, come infaticabile cacciatore di zanzare da decenni e a tutte le latitudini, che solo alcune cercano di entrare nell’orecchio. Lo fanno solo per curiosità più che per dispetto. In ogni caso si avvicinano alla tua testa mentre dormi solo se hai le gambe e le braccia coperte o coi repellenti. Se è un istinto o no, non lo so ma immagino che la spinge una libidine di sangue tutta naturale. Ma se sceglie la caviglia invece della testa in qualche modo sa tenerla a freno entro certi limiti. Capisci che riesce a fare un calcolo del rischio di venire scoperta e schiacciata. Sappi però che esiste una prova infallibile dei limiti dell’intelligenza della zanzara: non conosce gli attrezzi e il loro uso. Il suo pensiero è semplice rispetto al nostro. Ti faccio un esempio. Se trovi una zanzara che si rilassa sulla parete in alto vicino al soffitto stai sicuro che non si muove. Sa che non la puoi colpire perché sa che la tua mano estesa non arriva fino a lì. Ma ti basterà mettere una sedia sotto di lei senza attirare la sua attenzione, salire e dare un colpo secco col giornale per schiacciarla. Funziona sempre e sai perché? Lei non prevede il rischio di morire con un sistema di strumenti che elevano le mani dell’uomo fino a raggiungerla e ucciderla. Non lo immagina neppure, la zanzara non pensa oltre il suo corpo.

Concludendo, la zanzara è furba ma noi lo siamo di più. E adesso passami quel lambrusco.


Modena, agosto 2020
Solo per diffusione senza scopo di lucro

lunedì 6 luglio 2020

DA "RICORDI DI UN CACCIATORE DI ZANZARE"
di carlo Gregori


La zanzara è un animale privo di coscienza sociale: ogni suo gesto è mosso da indifferenza per i suoi simili. Ricorda, non vedrai mai una zanzara soccorrerne un'altra in pericolo di morte. Ognuna pensa solo al proprio bene. Questo ci dice che soffre di un egoismo ipertrofico che probabilmente è connaturato alla soddisfazione della sua personale esigenza di nutrirsi in mezzo a un nugolo di sue simili. Ognuna deve pensare per sé. Dico questo perché ogni tua battaglia contro le zanzare sarà combattuta contro una sola zanzara. Ed è una fortuna. La sua possibilità di difendersi è quindi molto ridotta rispetto alla sua capacità di attacco. Forse non sai cosa significa venir assaliti da uno sciame. Il problema tattico sarà quindi identificare sul campo ogni singola zanzara prima di agire. Stai sicuro che se una vola via mentre ne uccidi un'altra, questo avviene solo perché si è impaurita per il rumore.

giovedì 28 maggio 2020




PLAY: OMICIDIO IN DIVISA E ETICA DI STRADA

Considerazioni sul caso Floyd 
di Carlo Gregori






Un’amica pone un’importante questione etica intorno all’omicidio di George Floyd, l’afroamericano fermato per un controllo in mezzo a una strada di Minneapolis e morto soffocato da un poliziotto che gli stava sopra nonostante gli dicesse che non riusciva a respirare. La questione etica riguarda l’atteggiamento di chi ha ripreso tutta la scena che ci ha mostrato questa violenza brutale: che mondo è, chiede l’amica, quello in cui uno sta a filmare dieci minuti la scena e non interviene? Non è come chi filma i feriti dopo gli incidenti senza intervenire o addirittura con compiacimento?


La mia opinione è che, per ragioni intrinseche ai fatti - e non a nostre valutazioni etiche - non è così. I fatti vanno valutati nel loro  svolgimento. Per la prima volta, un poliziotto viene ripreso in strada mentre blocca con la massima brutalità un passante controllato che, mettiamo pure casualmente, è di colore (Floyd non era neppure sospettato). L’agente Chauvin si accorge di essere ripreso con un telefonino da un/a passante. Fissa la telecamera. Mette le mani bene in vista, resta fermo, non parla a voce alta col collega che tra l'altro non lo ostacola. Chauvin crea insomma una posa che lo metta al riparo da accuse o critiche in modo formalmente legale. 


Questa posa che assume, visibilmente artefatta, non solo è una novità ma colpisce intuitivamente lo spettatore: è qualcosa di estremamente cinico da un punto di vista etico. L'agente Chauvin sa che il suo controllato sta soffocando, perché lui stesso lo dice con gli ultimi rantoli, ma non cede nella sua posa “legalmente corretta” e anzi fissa chi lo riprende. Si espone alla registrazione. Questa posa è così “legale” che contiene un vistoso surplus sarcastico: è la caricatura del bravo poliziotto che segue il regolamento e che nessuno può rimproverare. Probabilmente è voluta: oggi sappiamo che l’agente Chauvin aveva avuto in passato numerose indagini degli Affari Interni per violenze e brutalità e forse aveva avuto potenti coperture politiche.


Passiamo ora a chi riprende la scena. Non sappiamo chi è. Nei suoi confronti l’obiezione è che non è intervenuto/a. Doveva farlo, gli viene rimproverato, per una considerazione che egli stesso doveva prendere autonomamente in base a una morale pubblica che si pretende condivisa dalla società. Ma esiste davvero questa morale pubblica ed è davvero condivisa? O è solo l’etica di un’etica personale che astrattamente si immagina adatta a una società dei nostri tempi? In fondo si tratta solo di una eterna riproposizione di un imperativo categorico kantiano: tu devi fare questo per soccorrere il prossimo e sventare il trionfo del malvagio. E' il singolo che deve farsene carico. Purtroppo ogni giorno la realtà sociale ci dà risposte ben diverse. Tanto che questa lamentela indignata è diventata un luogo comune. Sappiamo quindi che l’intervento di soccorso coraggioso non è qualcosa di dato in natura.

Accantoniamo il problema enorme di quale decisione prendere su due piedi se ci trovassimo di fronte a un caso del genere.  Chiediamoci invece cosa sarebbe successo se chi riprendeva le violenze a Floyd fosse intervenuto. Avrebbe filmato qualcosa, avrebbe urlato al poliziotto di lasciare stare e probabilmente sarebbe rimasto coinvolto in una lite con la polizia finendo alla stazione di polizia con un’accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Certo, era un prezzo da pagare, ma avrebbe salvato la vita di Floyd? Non possiamo rispondere. Non è quindi escluso che la risposta sia no.


L’unico fatto certo è che non avremmo il video.


Anche se non voglio addentrarmi in uno scenario legale, è comunque evidente che davanti a un giudice un passante che diventa testimone oculare di un simile omicidio ed è anche accusato di resistenza alla polizia (magari con lontanissimi precedenti per lievi infrazioni) non ha nessuna speranza di affermare un suo ruolo nella giustizia di fronte agli argomenti di un avvocato che difende un poliziotto; il video, invece, è una prova decisamente più solida, soprattutto se unita alle immagini recuperate ieri da una telecamera pubblica. 




Ciò che rende invece nuovo questo caso è che per la prima volta un gesto riprovevole come filmare apaticamente una persona in estrema difficoltà fino a quando muore diventi più importante dell’intervento di soccorso. Quel filmato - che per la morale convenzionale è riprovevole perché segno di curiosità morbosa, cinismo, intenti malsani e apatia sociale – diventa una testimonianza meccanica e facilmente riproducibile che, per ragioni sue intrinseche inerenti alla dinamica di una serie di fatti reali, riproduce a ogni sua visione un’etica allargata.


Un atteggiamento morale molto più diffuso di quello che avrebbe creato l’intervento diretto di chi filmava se fosse intervenuto davanti a qualche passante che osservava la scena. E' una conseguenza imprevista e se si vuole ironica: è la realtà che prende il sopravvento sulle buone intenzioni del singolo e soccorre la nostra fiacca etica. 


In questo sta la novità del caso Minneapolis. Non ci importa conoscere le motivazioni di chi ha filmato, anche se fossero mosse da un istinto sadico: la decisione di diffondere il filmato ha fatto di lui il soggetto etico primo. E' rimasto anonimo lasciando il posto al video, diventato uno strumento etico, che a ogni visione ha generato un soggetto etico secondo fino a interagire con altri e diventare un pubblico, il soggetto etico terzo. 


Grazie alla banalità tecnologica di un telefonino e ai social, quel video maledetto ha potuto raggiungere milioni di persone non solo in America ma in tutto il mondo arrivando fino a noi. Come in uno specchio, nello svolgimento delle sue immagini per ogni singolo spettatore riflette una situazione di violenza “in divisa” possibile, forse persino comune anche da noi ma non visibile. Eticamente, questo svelamento riprodotto milioni di volte ha scosso in profondità le singole coscienze. Ha creato disagio, rabbia, senso di colpa, vergogna. Se ne è parlato, ha creato interrogativi, è diventato un argomento politico. 


In questo senso ha toccato le corde di una morale pubblica diffusa e l’ha riplasmata. 


E per chi approva o incoraggia la violenza della polizia (come giusta violenza in divisa o contro i neri perché razzista) ha segnato uno scacco mai visto prima che lo costringerà a correre ai ripari dai cellulari. Chi vuole o cerca questi tipi di violenza dovrà eliminare la possibilità che un altro passante filmi tutto fino a un punto di non ritorno. Da un punto di vista etico quindi valuto il video un risultato enorme: nella sua ingenuità tecnologica, ha un valore universale.

Modena, maggio 2020
Solo per diffusione senza scopo di lucro

martedì 25 giugno 2019

DIALOGHI DI OGGI
MONOLOGO DI COPPIA
ascoltato e trascritto da Carlo Gregori


LEI (ventenne, la sua voce strascicata rimbomba in un cortile tra la calura torrida): "Sì, sì, e allora?"
LUI: Blablabla
LEI: Ma c'è da farne una tragedia?
LUI: Blablabla
LEI: Esco con lui, sì. Vuoi sapere se gliel'ho data? No, non gliel'ho data.
LUI: Blablabla
LEi: Ripeto, perché ne fai una tragedia? Tu con quante sei uscito in questi mesi oltre a me? Ti ho mai detto qualcosa?
LUI: Blablabla
LEI: Insisti? Io stasera vado all'aperitivo e magari gliela do. Così la smetti di fare queste tragedie. Ciao, a domani

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martedì 11 giugno 2019

PENSIERO
di Carlo Gregori

Ieri nei boschi del Lago Santo ho guardato per una decina di minuti una trota immobile nell'ansa di un torrente che correva a precipizio. Restava ferma, mimetizzata tra i sassi, con la bocca leggermente aperta e rivolta verso la corrente. Aspettava che passasse una qualche portata vivente del suo pasto. Un'altra trota, che giocava con lei disturbandola, è guizzata via. Dei ranocchi si lanciavano dai sassi. Mi sono lasciato andare a oziose meditazioni sugli animali e se come noi soffrano la noia. La mia risposta è stata: forse no. La noia è probabilmente collegata al lavoro o all'aspettativa di produrre. Loro non producono, vivono

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PENSIERO
di Carlo Gregori

Probabilmente il candidato del Pd era scadente, ma Forlì insegna: basta lo spettacolino ducesco di Salvini al balcone con qualche selfie e la Lega vince. La politica per tanti italiani è tutta qui

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domenica 9 giugno 2019

DA "RICORDI DI UN CACCIATORE DI ZANZARE"
Ancora sulla questione se la zanzara è intelligente
di Carlo Gregori

Quando guardi un film, la tua percezione dall'occhio al cervello riesce a elaborare sedici fotogrammi al secondo. E' un fatto basato su un dato statistico medio. E, per non perdere spettatori, i produttori di film non variano questa sequenza. Ora considera che la zanzara arriva a elaborare la percezione di una quantità di immagini in movimento pari a centosettanta fotogrammi al secondo. E' più di dieci volte la nostra possibilità. Incredibile, vero? Me l'ha raccontato ieri a cena Roberto Ferrari, un entomologo modenese. L'entomologo, se non lo sai (e ci metto la mano sul fuoco che non lo sai, perché non sai un bel niente), è uno scienziato che studia gli insetti. Roberto è un esperto di termiti ma per anni ha approfondito anche il comportamento delle zanzare. Insomma, capisci che non potevo avere un commensale migliore accanto a me. Uno scienziato che studia la mia preda prediletta, ma quando mi capita ancora? Così tra una portata e l'altra ne ho approfittato, eccome. Al decimo brindisi Roberto si è confidato spiegandomi questo paragone dei fotogrammi per sottolineare quanto è importante l'aspetto percettivo tra animali. Ed è ciò che noi scambiamo per intelligenza. In realtà è un nostro errore di percezione.


La zanzara non è intelligente né come normalmente intendiamo noi umani (ovvero dotata di una qualche cultura di specie o di apprendimento dall'infanzia che elabora oppure di una qualche virtù innata o infusa da un dio) né in senso specifico. Intendo l'intelligenza più profonda, quella che viene da "intelligo", verbo latino, terza coniugazione, ovvero il saper collegare le cose tra loro e capirle. E' una sua capacità di elaborazione decisamente più veloce a fare la differenza tra la zanzara e noi. Partendo dall'esempio dei fotogrammi, Roberto mi ha spiegato che noi, rispetto a lei, andiamo al rallentatore. Proprio questa sua velocità le permette di capire e adottare scelte tattiche che non solo noi non possiamo contrastare ma che ci lasciano stupiti. Per questo la zanzara sembra più intelligente di noi: in realtà è solo alcuni passi avanti. Quando cerchiamo di colpirla col giornale per schiacciarla contro il muro, è già sparita: ha avuto tutto il tempo e il modo per farlo mentre noi stavamo iniziando ad attuare la nostra decisione omicida. Quando noi babbei guardiamo il muro vuoto a bocca aperta, lei se la ride dal suo rifugio.

Per concludere, quando parliamo di intelligenza della zanzara iniziamo a inquadrare correttamente cosa diciamo. Conoscere la nostra nemica è fondamentale: ricorda queste parole se vuoi diventare un vero cacciatore di zanzare.

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