domenica 4 novembre 2012







ERBA SECCA NELLA PRATERIA    
racconto di Carlo Gregori

 

 

  "Accidenti, credevo... di non farcela... Ho il cuore in gola... Sbrigati! Non sai... cosa ti perdi".

  Le parole uscivano spezzate dal respiro affannoso. Si era appena gettato sul fieno secco e annaspava alla ricerca di un punto fermo. Mentre stringeva tra i pugni l'erba - alta, gialla e grigia, seccata dal sole dopo un lungo inverno - cercava di incitare l'amico. Ma dalla gola gli usciva un sibilo.

"Questa maledetta salita... E' più dura di quanto pensassi!", gridava l'amico che stava per comparire.


"Ma come, un tipo atletico come te... uno che fa palestra... due volte alla settimana... si blocca davanti a una salita del genere?" E scoppiò a ridere e tossire.

"Non ho più fiato... Le sigarette...", aggiunse l'altro facendo capolino. Il suo volto già abbronzato aveva assunto una tinta scura; e il forte sole gli aveva imperlato la fronte di sudore. Con due passi decisi sormontò l'ultimo tratto e si lasciò cadere sul prato.

Rimasero zitti. Tossirono e ansimarono per qualche minuto. Il sole di quel pomeriggio di aprile, insolitamente torrido, scaldava al punto che si slacciarono dalla vita giubbotti e pullover e li stesero in fretta e furia sotto di loro, contorcendosi pur di fare poca fatica.



Davanti a loro si stendeva l'ultimo tratto del Monte Cimone e, girando lo sguardo verso sinistra, si poteva notare tutta la fascia a levante della catena innevata degli Appennini. Il Cimoncino si incollava con una dorsale che si spingeva internamente a "V", e poi, dalla Toscana, tornava indietro fino a formare, poco distante, la cima piatta e incavata del Corno alle Scale. Dolcemente, la catena si ricongiungeva con i calanchi a forma di canyon che scendevano verso la pianura modenese e bolognese. Dall'altra parte, verso la Toscana, si inseguivano le ultime praterie di alta quota.

Il fieno cresceva su quelle alture, interrotte continuamente da piccoli altipiani, canali naturali e laghetti che impedivano alla vista di abbracciare la parte di montagna alle spalle.

"Ascolta, Davide!", disse il primo arrivato. I due si concentrarono su un cinguettio, l'unico suono che echeggiava in quell'altura.

"E' un'allodola; anzi, sono due. Giorgio..."


"Cosa c'è?", chiese l'altro intento a scrutare tra i rari arbusti per trovare l'uccellino.


"Sai, ammiro la tua capacità di godere di queste piccole cose", disse fermandosi ritmicamente per deglutire la saliva.


"Dove sono le allodole?", chiese Giorgio dopo un lungo silenzio.


"In cielo", spiegò Davide. "Ecco, ce n'è una. La vedi? E' là". E la indicò all'amico.


Con gli occhi protetti dalla mano, Giorgio vide un puntino nero che volteggiava nel cielo blu. Poi spostando leggermente la mira, vide un uccello molto più grosso che volteggiava proprio sotto il sole.


"Davide, guarda, un'aquila", esclamò.


Davide si mise a sedere e scrutò. "Impossibile, troppo piccola. Quella è una poiana. Si mangerà in un solo boccone l'allodola".


"Mi hanno detto che un tempo accecavano gli usignoli per farli cantare meglio", disse Giorgio dopo essersi lasciato andare sul prato. Si mise a fissare le rare nuvole.

Davide si voltò. Dietro di loro la scarpata saliva ancora per qualche metro. Il campo di fieno, tra il giallo e il grigio, si stagliava con un sol colpo nel cielo blu. Le poche nuvole si disfacevano in mille fiocchi.

Giallo e blu. Tra terra e cielo si levava un palo sulla cima del quale una rotella misurava l'intensità del vento.
Giorgio, ora distratto, frugava tra l'erba secca alla ricerca di violette e primule. Ogni tanto scaricava colpi di tosse secca.

"Qui l'erba è altissima. Il terreno è pieno di crochi. Guarda: spuntano dalla neve", disse alzando lo sguardo.


"La neve copriva tutto fino a una settimana fa".


"Secondo te, qui portano a brucare i pascoli?", chiese a Davide.


"Certo. Vengono anche i turisti in mountain bike".


"Ma abbiamo scavalcato uno steccato e passato un filo spinato!", obiettò Davide ridendo.


"Lo fanno lo stesso. Vedo sempre i cicloturisti quando vengo qui. Avranno un passaggio segreto", disse Giorgio convinto.




Dietro i suoi occhiali da sole, Davide osservava il panorama montano. Di fronte a loro c'era solo neve, neve e neve. Una motoslitta batteva la pista di Passo del Lupo. Giù, lungo la strada, le ultime auto degli sciatori tornavano a Sestola.


Il sole stava ormai per calare dietro una gola dell'Abetone, anche se da quel punto non si vedeva. Una coltre porpora saliva ai lati della catena e presto si sarebbe unita al sole spandendo l'ultimo bagliore rosso prima che sparisse la palla infuocata.


"Ne abbiamo fatta di strada a piedi, eh?".


Giorgio si voltò verso l'amico con un sorriso di rimprovero: "Te l'avevo detto", fece. "Non volevi venire".

Calò il silenzio. I due si guardarono. Entrambi erano intorno ai trentacinque anni; Giorgio alto, asciutto e calvo, e Davide, sì alto, ma robusto, scuro di carnagione e con una folta capigliatura.

Erano amici fin dall'infanzia. Divisi da vicende sentimentali e di lavoro per tanti anni, si erano alla fine ritrovati anche attraverso il dolore.

Due anni prima, Giorgio aveva perso la moglie in un incidente stradale e, da solo, si era ricostruito una vita. Non si era più sposato, ma intratteneva insoddisfacenti relazioni con alcune amiche.

Davide stava per separarsi dalla moglie. Non avevano avuto figli, ma la sofferenza all'idea di staccarsi dalla donna con la quale aveva vissuto per otto anni - una donna che non lo amava più e che ora lo trattava con indifferenza - lo straziava. Non capiva il motivo della fine del loro ménage e perciò non si dava pace. Avendo intuito che la separazione era questione di giorni, magari originata da una banale occasione, aveva cercato il vecchio amico per cercare un conforto.


"Quanto avremo camminato?", chiese Davide.

"Almeno un'ora".

"E' bellissima questa prateria"

"Sembra la Patagonia. Guarda quella recinzione laggiù; l'ha piegata il vento".

  
"Pensa che ho la casa a Sestola, vengo a sciare qui, a Passo del Lupo, e non ero mai venuto fin quassù", aggiunse Davide.

  
"Prima, quando eravamo nel bosco, vicino all'orto botanico, mi sono fermato a guardare i riflessi del sole tra i tronchi. Brillava tutto. C'era odore di autunno più che di primavera".

Davide si guardò attorno.

"Qui in alto la primavera arriva molto tardi", disse.

"E' questo che mi colpisce", replicò secco Giorgio. "Sembra che la natura dorma ancora, mentre giù, in pianura, è tutto fiorito. Eppure, anche in questo posto così desolato c'è la vita che preme. Senti, stringi forte il foraggio! E' secchissimo. Dove ricrescerà quello nuovo?"

Davide lo guardò come si guarda un bambino che parla troppo.

"Come fa a ricrescere, a innestarsi un nuovo ciclo di vita, voglio dire, se un altro non è ancora scomparso? Non c'è posto", insisteva Giorgio.

"Non lo so", rispode Davide serio, ma gli sfuggì un sorriso: a volte Giorgio diventava così ingenuo.

"A cosa pensi?", lo incalzò l'amico.

"Vorrei essere qui con una donna".

"Pensi ancora a Marta?"

"Come faccio a dimenticare?", gli rispose Davide lasciando partire un colpo di tosse dal rumore metallico.

Davide non se la sentiva di chiedergli come se la passava: temeva un'esplosione di dolore dell'amico.



Il vento montava dolcemente portandosi dietro un sibilo. Tornarono ad ascoltare l'usignolo che volteggiava sopra di loro e che chiamava la compagna con un doppio trillo avvolto in un grido finale. Ma la compagna era lontana e gli rispondeva ogni tanto, quando ne aveva voglia.

Tra loro stava crescendo la complicità morbosa tipica dei ragazzini. Quella sensazione, da loro conosciuta e cancellata dal tempo e dalle preoccupazioni quotidiane, si cementava nell'esperienza di un abbandono che in quel momento poteva sembrare illimitato.


"Da quanti anni non tiravi palle di neve?", chiese Davide scoppiando a ridere.

"Oh, tantissimi!", ripose Giorgio sedendosi. "Ci siamo divertiti prima al bar, eh?"

"Sì, tanto. Sai una cosa? Provo quasi vergogna..."

"Vergogna?", chiese l'amico stupito.

"Beh, mi dico: e se qualcuno mi vedesse? Sono un professionista serio, un medico ospedaliero rispettato". Ma Davide non terminò la frase e si lasciò cadere. "Ma cosa me ne frega!", gli scappò detto sotto voce.


Il profumo dell'erba e i primi pollini si mescolavano all'intenso odore della polvere che copriva la pelle. Davide si levò gli occhiali da sole. Giallo e blu. Intorno a lui solo prateria e cielo.

"Cosa avresti fatto se fossi rimasto a casa?", gli chiese Giorgio osservando la rotella sopra il palo che ogni tanto accelerava, spinta dal vento crescente.

"Niente. Oggi Marta esce con un collega. L'avrei aspettata a casa. Mi sarei messo in poltrona davanti alla tivù", disse Davide.

"L'avresti aspettata a casa? E perché? Prima mi hai detto che non vi parlate neanche, che è indifferente..."

"Lo so, lo so!", lo interruppe infastidito Davide. "Però l'aspetterei. Cosa vuoi che ti dica? E' stupido, ma è più forte di me. Una passione travolgente porta sempre a sacrifici inutili. A volte mi chiedo: perché ho sgobbato tanti anni, ho risparmiato, ho saltato le ferie? Voleva quella maledetta casa e, ora che ce l'ha, non le va più bene. Non capisco!"
Pieno di stizza, aggiustò in silenzio il giubbotto sotto la schiena. Sputò lontano. Imprecò. Si scosse la polvere di dosso.

Giorgio intanto taceva, consapevole di essere stato troppo insistente e di aver riacceso la tristezza dell'amico. Ma, anche se riparatorio, Davide apprezzò quel moto di sensibilità.

"Prima le ho telefonato", proseguô Davide più pacato. "Le dico: - Sto fuori con Giorgio-. -Sì-, mi fa. -Forse non torno a cena-, dico io. -Va bene-, mi dice. Fine della telefonata. Da mesi va avanti così".

"Eppure continuate a vivere insieme. Magari Marta sia crudele come la dipingi. In fondo, vuole star libera e cerca di farti uscire dal tuo guscio, quella casa. So che ti parrà sgradevole, ma quella casa l'hai costruita e ti ci sei murato dentro per tutti questi anni".

E dopo una pausa aggiunse: "Devi trovare una via d'uscita onorevole. Adotta una linea morbida se non riesci a staccarti da lei".

"Una linea morbida?", chiede Davide infastidito.

"Rifatti una vita tua. Non usare Marta come una stampella; cammina da solo. Riscopri la tua personalità che si è annullata nel vostro rapporto".

 Gli diede una lieve pacca sulla spalla; poi si lasciò andare a pancia all'aria.

 "Non lo dico per atteggiarmi a tuo maestro di vita, Davide: anche io sto passando qualcosa di simile; sono solo più avanti di te".

"Forse hai ragione".



Il sole non scaldava più, ora che si stava incuneando dietro alla gola con un movimento preciso. Intorno a loro, una forte luce arancione avvolgeva prato e cielo. Giallo e blu erano soffocati da quell'aura odorosa. Lontano, sulla punta del Cimone, a quasi duemila metri, si ergeva la stazione meteorologica dell'aeronautica militare. Non c'era più segno di vita tra la neve che scendeva da laggiù lungo le piste fino agli impianti sciistici.

"Tanti anni fa ho fatto con Marco il sentiero di neve fresca che arriva alle Polle di Riolunato", disse Davide.
"Com'era?"

"Bello, ma pericoloso. Si passa attraverso i burroni. L'altro mese sul monte Bianco ho fatto tanti tratti fuoripista simili, anche se più spettacolari. Solo che si rischia di rompere gli sci".

Giorgio respirava profondamente: sentiva che l'ossigeno gli faceva pulsare le tempie.

L'allodola non cantava più. In quel momento, il silenzio e il calore accumulato erano all'apice.

"Andiamo?", gli chiese Davide.

Si alzarono e si infilarono i giubbotti dopo averli scossi in modo sommario. Si incamminarono lungo la discesa che li avrebbe portati al parcheggio.

"Come ti senti?", chiese Giorgio.

Davanti a lui Davide afferrava un arbusto, tutto preso dalla discesa.

"Bene", sussurrò.



 

Modena, aprile 1995

dedicato a Luca "Chiodo"

La foto in alto è di Marco Monti / Avventurosamente
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1 commento:

  1. Lo scenario dei Taburri, nei pressi di Fellicarolo e' meno angosciante. C'e' un bel ruscello che in Aprile si puo' tranquillamente guadare a piedi se non e' piovuto recentemente.

    Ciao

    enrico

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