INVERSIONE A "U"
racconto di Carlo Gregori
Aveva saputo che cercavano scuoiatori di procioni. Gli avevano detto che le pelli servivano per foderare lussuosi stivali da donna. Ma quando arrivò alla fabbrica non c'era più niente; anche le gabbie erano vuote. Un ragazzino che tirava sassi a vecchie bottiglie di birra gli disse che era tutto chiuso da un mese: la moda era passata, niente più lavoro. In un bar vicino, mentre beveva un caffè, un suo conoscente gli indicò un lavoro sicuro nella solita fabbrica di invecchiamento per i jeans. Respirando ogni giorno quella polvere fine che sparano sui pantaloni per rovinarli artificialmente si prende sicuramente la silicosi, ma è meglio che non lavorare. Tanto questa vita schifosa deve pur finire; a chi gliene frega di tirare avanti cent'anni così? Ci risero sopra. Gli diede una pacca sulla spalla e si allontanò mentre l'altro ordinava un gratta-e-vinci. Davanti alla fabbrica che invecchiava i jeans c'erano almeno venti persone in fila. Notò Gino, un suo conoscente con un incisivo spezzato e le guance scavate; lo aveva conosciuto quando sistemava pneumatici nel magazzino di un gommista. Gino gli diede la mano e finse un colpetto basso in mezzo ai pantaloni. Gli disse che non c'erano posti. Facevano tutti la fila sperando che qualcuno rinunciasse. La paga era ancora buona, comunque, e se si perdeva un giorno ad aspettare faceva lo stesso: di soldi ne avrebbe presi abbastanza. Parlarono un po' di lavori in giro. Gino gli raccontò che anche Palo, un loro conoscente alto alto e magro, era rimasto a spasso. Palo era così cretino, disse Gino, che aveva speso gli ultimi soldi per farsi un tatuaggio nuovo. Un tizio davanti a loro consigliò di andare alla Veracruz, una agenzia che distava due isolati. Cercavano venditori di contratti telefonici. Se no, alla Publiblitz; ma lì per due soldi ti facevano imbucare per otto o dieci ore pubblicità nelle cassette della posta. Un altro in fila intervenne raccontando che aveva già provato con la Publiblitz, di non andarci: danno pochissimo e devi insistere per giorni prima di ritirare i tuoi soldi e poi il lavoro fa schifo. Non vogliono che entri nei palazzi. Nessuno ti risponde. Rischi di prenderle. A volte aizzano il cane. Uno schifo... Ma alla Publiblitz c'è sempre qualche posto. Quel lavoro non lo fanno neanche i bengalesi. Gino gli chiese un po' di soldi: più tardi sarebbe andato alla sala scommesse, perché aveva una puntata sicura su una corsa delle cinque; glieli avrebbe ridati l'indomani.
Poco dopo, arrivò alla Veracruz. Una giovane segretaria annoiata e strafottente lo fece sedere. Quando vide che si era messo su una sedia nuova, lo fece alzare e lo mise su una vecchia contro il muro. Ce l'aveva di fronte: lo poteva controllare mentre teneva gli occhi bassi sulle scartoffie. Durante quella lunga attesa, rimase immobile. Anche lui aveva lavorato in una agenzia simile, molto più grande. Era un manager. No, non proprio; era un ragioniere, ma di fatto era un manager. Era quello che in amministrazione doveva scaricare i venditori e pagarli il meno possibile. Passava le giornate a studiare espedienti di ogni tipo per fregarli. A volte ridacchiava all'idea della faccia che avrebbero fatto trovandosi con un pugno di mosche. Siccome aveva tanto tempo da aspettare, si mise a ripensare al periodo in cui aveva dato istruzione ai reclutatori di promettere un fisso consistente al raggiungimento di una quota minima di incontri in vista dei contratti. Poi però, quando c'era da pagare, si rimangiava tutto e liquidava con una mancia il poveraccio di turno che aveva lavorato una settimana per otto ore al giorno in un centro commerciale. Gli piaceva sapere quali argomenti avrebbero tirato fuori per avere ciò che spettava. Ma si erano bevuti delle parole e quindi non potevano farci nulla; era fiato sprecato. Non potevano neanche denunciarlo; erano solo dei morti di fame senza uno straccio di contratto. Ogni volta lasciava detto di passare a prendere i loro quattro soldi. Sapeva bene che spesso non sarebbero passati, perché costava troppo andarli prendere. Alla fine, se li intascava lui dopo averli contabilizzati con false ricevute. Era andata avanti così per anni. Alla sua eterna fidanzata non interessava granché sapere da dove scaturisse il loro benessere: a lei bastava che pagasse il ristorante, qualche gita a Londra e magari la borsetta alla moda. Poi una mattina, uscendo dalla loro villetta di via Alassio, una zona periferica molto curata, la sua vita cambiò per sempre. Aprendo la portiera, notò che la Bmw era sbilanciata. La gomma davanti a destra era bucata. Mentre girava intorno all'auto, qualcuno lo prese alle spalle, lo gettò a terra e lo tramortì a bastonate. Ne prese tante. Si rialzò a fatica con le ossa a pezzi e la faccia ridotta a una maschera di sangue. La schiena lo faceva impazzire di dolore. Non aveva dubbi sull'agguato: uno dei suoi ex venditori lo aveva trovato e seguito fin sotto casa. Chissà come aveva fatto a penetrare nella barriera di protezione totale che aveva creato negando ogni accesso a numeri telefonici e indirizzi. Per anni aveva vissuto in una organizzazione simile più a un gruppo terroristico che a una agenzia commerciale. Eppure lo avevano trovato e si erano vendicati per qualche torto subito. Nella tasca trovò un foglietto con una scrittura incerta. Diceva che doveva pagarla cara. I suoi colleghi non ne vollero sapere di quell'agguato. Quando si riprese, tornò in ufficio ma lo tenevano a distanza: si era trasformato nell'animale appestato del branco. Telefonò al principale, un trentenne arrogante che passava la giornata a pulire le sue due pistole preferite: una Walter Ppk e una Tokarev Tt30. Quel giorno il principale, richiamato prima di un lancio in paracadute, rimase infastidito venendo a sapere di quella vicenda e dei risvolti che poteva avere. Quando il principale troncò la telefonata dicendo che si sarebbero consultati, si sentì bruciato. Questione di giorni e gli fecero la guerra. Gli tolsero tutti gli oggetti dal suo ufficio; non lo mettevano più a parte del lavoro; nessuno lo invitava a bere un caffé. Nonostante le sue numerose chiamate per giorni e giorni, il principale non rispondeva. Alla fine fu sbattuto fuori. L'eterna fidanzata, dopo un po' di piagnistei e battibecchi, se ne andò con un altro. Si trovò con il conto in banca prosciugato. Poco dopo la banca gli tolse il fido e le condizioni di favore. Vendette ogni mobile e oggetto possibile, anche la sua collezione di pezzi di Star Treck. Non riuscì più a pagare il mutuo e così perse la bella villetta di via Alassio. Si trovò disoccupato. Da allora era cominciata una nuova vita difficile ed era già passato un anno.
Si riprese da quel brutto sogno che erano i suoi ricordi quando la signorina, appoggiando la cornetta, gli fece un cenno. Fu introdotto nella stanza di un manager. Era poca cosa rispetto al suo ufficio; tutto pareva una imitazione del vecchio lavoro, ma più povera e scadente. E anche quel giovane losco in giacca e cravatta gli pareva un semplice venditore senza scrupoli che aveva fatto carriera calpestando cadaveri, anziché un ragioniere come lui. Non si erano mai incontrati, per fortuna. Quando il manager gli chiese se conosceva il lavoro, annuì con la testa. Allora, tagliò corto e gli spiegò le condizioni: fisso minimo, dalle 4 allo 8 ore al giorno con un banchetto e due colleghi sotto il portico del comune in centro storico. Doveva fermare gente per la strada, incuriosire con poche frasi (gli avrebbero poi spiegato quali sono quelle che funzionano) e cercare di mettere in caldendario più appuntamenti possibile per le vendite; meglio se faceva firmare i contratti subito in strada. Stesso lavoro, stessa tecnica dei suoi tempi. Chiese di vedere il contratto di lavoro. Come si aspettava, l'altro rispose che si sarebbe arrivati alla firma pochi giorni dopo l'inizio dell'attività: dovevano vedere come lavorava, se era affidabile, se era serio. Si vide nell'esercito di quei disperati che girano di casa in casa dentro giacche sformate e unte per cercare di trovare un altro pollo da spennare. Avrebbe dovuto mettere insieme almeno venticinque contratti al mese per arrivare a prendere una busta paga da sopravvivenza. Quasi un contratto al giorno: impossibile. Mentre rifletteva, il manager fu chiamato in un altro ufficio. Si sentivano delle urla. Rimasto solo, notò il cellulare del giovane manager. In preda a un impulso irresistibile lo afferrò e fece il numero di richiamata. Lo trascrisse dal display e infilò il foglietto in tasca un attimo prima che l'altro entrasse. Uscì dall'ufficio con un accordo di prova del tutto verbale. Nel primo pomeriggio sarebbe andato in un centro commerciale travestito da pupazzo. Gli fecero indossare il costume di un specie di pulcino che era il simbolo di una compagnia elettrica. Trascorse mezza giornata disastrosa: a quarant'anni passati stare in piedi per ore e ore con quel travestimento pesante e soffocante era insopportabile. Si sentiva morire; sudava senza sosta; più volte ebbe il timore che le gambe gli cedessero. Accanto a lui, dei giovani venditori in giacca e cravatta con colleghe in minigonna tentavano di fermare chiunque passasse. Alla vista del grande pulcino, i bambini si avvicinavano ma le mamme, ormai scaltre, li tiravano via per il braccio promettendo loro qualsiasi cosa. Non capiva come avrebbe potuto prendere soldi facendo quel lavoro. Era sicuramente una corvée per i principianti.
Arrivò nel suo alloggio a tarda sera. Aprì quella topaia all'ultimo piano di una palazzina abitata da immigrati e poveracci come lui. Si tolse le scarpe in fretta e furia e si gettò sul letto ancora vestito. L'idea della cena lo disgustava. Fu allora che pensò che qualcosa di terribilmente sinistro stava accadendo nella sua vita. Il suo destino aveva fatto una inversione a "U": lo immaginò così, come un brusco giro in auto di sera sui viali. Nei fatti che gli capitavano c'era una forza spaventosa e incontrollabile che lo portava dalla parte opposta. Si trovava proprio là dove per anni aveva pescato gente disperata. Era uno di quelli che aveva disprezzato. Non lo avrebbe mai sospettato, quando la sua vita pareva solida come una roccia. Adesso il suo futuro si riduceva ad anni e anni di incertezze: non intravvedeva nessuna via d'uscita da quella situazione, neppure spacciando droga o rapinando banche. Era fottuto. Gli restava una consolazione: il numero del manager sul foglietto. Lo tolse dalla tasca e lo esaminò. Meditò su come utilizzarlo. Poteva venderlo a qualche truffato: pochi soldi erano meglio che niente. Poteva telefonargli minacciandolo di morte per farlo impazzire e il solo pensiero lo eccitava. In fondo, anche a lui era successo qualcosa di simile. Si stancò presto di queste fantasie; ci avrebbe pensato con calma il giorno dopo. Era sfinito e si addormentò.
Ancora una volta sognò di riprendersi dopo le botte che lo avevano tramortito, ma questa volta si trovava in un bosco. Era dolorante e immobile tra il fogliame; mangiava fango. Sentiva il fiato di qualcuno che lo schiacciava, gli ansimava sul collo, gli tirava i capelli. Lo sconosciuto premeva una lama di coltello contro la sua gola. La voce affannata e cattiva gli chiese indietro i soldi. Doveva ridargli quei maledetti soldi: erano suoi, urlava. Cercò di lottare e rimase sorpreso quando scoprì che il coltello premeva ma non lo feriva. L'altro continuava a gridare pretendendo indietro i soldi e gli tirava i capelli. Finirono per azzuffarsi. Rovesciandosi, si trovò a cavalcioni sopra l'aggressore. Mentre lo immobilizzava, di lui riusciva vedere solo gli occhi da pazzo che lo fissavano con odio. Gli tolse il fango dal volto: era il giovane manager che aveva incontrato quel giorno. Che stupore! Mollò la presa spaventato. Mentre puntava il coltello al petto dell'aggressore, si svegliò. Era buio pesto. Si sedette sudato sul materasso. Dentro di lui cresceva l'odio. L'indomani avrebbe chiamato il manager per minacciarlo. Desiderava la sua morte; ne godeva al solo pensiero. Poi ci ripensò: strano che nessuno di quella moltitudine di poveracci che vagavano per le strade covasse tanta sete di vendetta. Sapeva bene che potevano subire ogni sorta di angheria senza poter fare niente. Le leggi proteggevano gli altri: se le facevano loro. Si ripeteva che la sua rabbia era dovuta al fatto che conosceva bene il meccanismo che l'aveva portato fino a lì; gli altri no, erano all'oscuro; erano presi dal bisogno di procurarsi quattro soldi; sapevano di essere inermi e dovevano restarlo se volevano un lavoro o evitare di finire nei guai con la giustizia. Erano rassegnati. Pensò a tutta la vicenda e arrivò alla conclusione che anche il suo aggressore era sicuramente uno che aveva avuto il suo stesso destino. E anche quel giovane manager avrebbe fatto la stessa fine. Era questione di tempo. Poco dopo sprofondò in un sonno pesante. Poteva aspettare.
Modena, novembre 2012
Foto: Fatemeh Behboudi Teheran, Iran
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Solo per diffusione senza scopo di lucro
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Ammazza ammazza è tutta una razza
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