racconto nero di Carlo Gregori
Irina restò indecisa sul da farsi, quando in un torrido pomeriggio di maggio si trovò all'improvviso davanti al momento che aveva tanto immaginato. Il signor Paolo era in preda a un violento attacco di enfisema polmonare. Già al primo sibilo l'aveva scrutato da vicino e aveva capito che questa volta non ce l'avrebbe fatta. Doveva risolvere subito il dilemma: se l'avesse salvato, poteva contare su un lavoro sicuro continuando però a vivere senza pace e senza sonno; invece, se l'avesse lasciato al suo destino, per lei sarebbe arrivato il momento della verità. Sistemò un cuscino dietro la schiena del signor Paolo, magro come un chiodo. Prese il telefono e chiamò il 118. Mentre aspettava l'ambulanza, tirò fuori dal suo armadio il testamento scritto a mano dal signor Paolo e lo infilò nel cassetto del comodino dell'anziano. Fu mentre telefonava all'unico nipote, avvisandolo di quanto stava male lo zio, che sentì la sirena del soccorso arrivare nel viale e poi spegnersi sotto casa. Il signor Paolo era pallido; le sue guance, diventate concave tanto erano scavate, assorbivano una luce grigiastra innaturale. Irina gli disse qualche parola di conforto. Sentendo sbattere la porta dell'ascensore e un vocìo di persone, corse ad aprire la porta e lasciò che lo staff dei medici e paramedici si occupasse di lui. Ma il signor Paolo non ce la fece: morì lì per lì guardando intensamente un'infermiera.Quella sera Irina si trovò da sola nella casa dove aveva abitato per tre anni con il suo anziano malato, così ostinato e gentile. Al signor Paolo aveva dedicato tutto il tempo e l'attenzione, senza orario e senza condizioni: lo aveva pulito e sollevato centinaia di volte solo in quell'ultimo mese ed era sfinita, perché a 82 anni il signor Paolo era fragile ma ancora pesante.
Accese l'abat-jour della sala e si sedette sulla poltrona guardando la tv muta. Meditò su come il suo piano fosse finora andato avanti alla perfezione: il testamento lasciato nel posto giusto, il nipote che lo trova davanti al personale medico e decide di prenderlo in consegna per darlo a un notaio, la sua finta sorpresa.
Irina conservava quel pezzo di carta chiuso nella busta da un anno. Glielo aveva dato il signor Paolo in un momento di focoso affetto non ricambiato. Lui ci provava, lei minacciava di andarsene e così un giorno l'anziano, dopo essersi preso una sgridata per averla palpeggiata mentre lei gli faceva la doccia, le consegnò la busta dicendole di stare tranquilla, che le avrebbe lasciato tutto, che le voleva bene; suo nipote poteva andare all'inferno.
Irina si alzò e si versò una grappa. Il signor Paolo andava pazzo per i liquori ma non poteva più berli. Adesso li avrebbe bevuti lei. Sorseggiò il bicchierino e subito dopo ne riempì un altro. Osservò la scritta sull'etichetta; doveva essere una grappa costosa. Tornò a sedersi appoggiando il bicchierino sul bracciolo del divano. Riflettè a lungo, quella notte: la sua vita sarebbe cambiata per sempre, se tutto andava come doveva.
Il notaio incoraggiò le sue speranze. La pubblicazione del testamento confermò che il patrimonio del signor Paolo non solo ammontava a una fortuna ma spettava tutto a lei. Il notaio, che l'aveva convocata per la lettura con il nipote del defunto, pronunciò lentamente le parole dell'anziano che ringraziava con affetto Irina e spiegava che al nipote, unico familiare, non lasciava nulla. Piangendo, Irina disse al nipote inferocito di non preoccuparsi: avrebbe pagato ogni spesa. Uscita dallo studio, passeggiò per ore avanti e indietro da corso Buenos Aires a viale Regina Giovanna e anche attraverso i giardini pubblici; al tramonto tornò a casa con la copia del testamento stretto in mano. Tremava, quando all'ingresso il portinaio la salutò chiamandola per nome: solo lei sapeva di essere la nuova padrona del lussuoso appartamento nel centro di Milano. Si sedette in cucina, appoggiò sul tavolo la borsetta e il testamento e aprì una lattina di birra. La casa e tutto quello che conteneva adesso erano suoi. Sorseggiò la birra. Ricordò la difficile infanzia a Frumoasa, il paese moldavo nel quale era vissuta prima di arrivare in Italia. Si soffermò a pensare a una ragazza di nome Katarina che la prendeva in giro perché suo padre aveva allevato maiali in una cooperativa: diceva che portava in classe il puzzo della porcilaia. In realtà, ce l'aveva con lei perché i suoi erano di origini russe. Dopo una sorsata, le tornò in mentre anche Nicolae, il figlio del proprietario della cantina di vini appena fuori dal paese: a quindici anni la aveva quasi violentata; un giorno si era sparsa la falsa notizia che era incinta e, incrociandola per la strada, Nicolae aveva finto di non conoscerla. Sentì rivivere quel lontano senso di umiliazione; buttò giù il resto della birra e strizzò la lattina. Pensò al suo ex marito, un ubriacone spaccone e violento, un buono a nulla che viveva di lavoretti nei cantieri edili. Sputò nel lavandino dallo schifo. Si guardò attorno e tornò a sedersi.
Passò il resto della serata a chiamare le amiche compaesane, intente a stirare o ad aiutare anziani.
Una volta a letto – nel letto matrimoniale in noce del signor Paolo – rilesse piano piano la fotocopia del testamento immaginando cosa avrebbe ereditato oltre alla casa. Sapeva che il signor Paolo aveva una villa al mare e una in campagna, ma non c'erano mai andati perché il signor Paolo era troppo anziano e stava male. Possedeva alcuni appartamenti a Milano ma non aveva idea dove fossero. Spense la luce sentendosi serena e dopo mesi cadde in un sonno profondo.
Il notaio la convocò tre settimane dopo. Le spiegò che aveva ricostruito l'asse ereditario del signor Paolo. Le lasciava l'appartamento sul viale, una villa al mare a Bordighera, vicino al confine con la Francia, un grande appartamento in via Meravigli a Milano e una casa di campagna sul Ticino fuori Pavia, la città di origine del defunto. Ereditava anche trecentomila euro in titoli azionari, obbligazioni e soldi sul conto corrente. A mesi avrebbe riscosso duecentomila euro che chiudevano un vecchio investimento obbligazionario. Le spiegò poi che era stato amico fraterno del signor Paolo; in casa c'erano sicuramente oggetti di valore, doveva cercarli; ricordava di qualche orologio e penna stilografica. Sulla porta, mentre le stringeva la mano sorridendo ossequioso, il notaio le chiese se per caso voleva vendergli due o tre mobili che gli piacevano: cose di poco valore; gli avrebbero ricordato l'amico. Irina rispose che gli avrebbe fatto sapere.
Fotografò i mobili con il telefonino e li mostrò agli antiquari. Le dissero che bisognava vederli di persona per capire se erano autentici. Iniziò un periodo di perizie. Ogni giorno entravano in casa esperti che osservavano i singoli pezzi e dicevano la loro. Molti facevano offerte; Irina prendeva tempo. Ogni sera annotava il valore medio delle stime, oggetto per oggetto. Alla fine scoprì che, vendendoli, avrebbe messo assieme mezzo milione di euro.
Era colpita soprattutto da uno strano mobile bianco, basso e lungo con i pulsanti neri che conteneva un vecchio giradischi e una radio. Quell'oggetto doveva costare un sacco di soldi: lo volevano tutti. Non capiva dove stesse tanto interesse. Vedendolo in una vetrina rimase sorpresa ed entrò nel negozio di design. Le spiegarono che l'originale di quel mobile era ricercatissimo. Tornò a casa ridendo dalla felicità.
Poi un giorno di giugno si infilò dei jeans attillati e una maglia aderente, mise un mazzo di chiavi nella borsetta, prese un treno e andò a Bordighera. Rimase davanti alla villa osservandola estasiata: era davvero malconcia, ma un tempo doveva essere stata uno splendore. Si immaginò le feste che il signor Paolo aveva tenuto da giovane in estate con i suoi amici del mare. Gliene aveva parlato tante volte nelle loro lunghe notti di sofferenza. Chissà perché, adesso era sua. Timorosa, fece un giro nel giardino e poi entrò. Attraversò la sala tossendo mentre si faceva largo tra i mobili impolverati. Scoprì che dalla finestra sul retro si vedeva la spiaggia. Si appoggiò alla mensola e per qualche minuto osservò il mare. Forse non l'aveva mai visto così da vicino. Aprì la finestra e rimase ad ascoltare le onde tra il rumore del traffico.
Un mese dopo la morte del signor Paolo, tirò le somme: l'eredità ammontava a quasi due milioni di euro. La banca le aveva telefonato tre giorni prima; si congratulava con lei. Il direttore le aveva chiesto, quasi pregandola, di restare loro cliente e di passare con i documenti, quando le faceva comodo; una firma e i soldi del conto corrente erano suoi. Decise di andarci il lunedì successivo: mettere le mani su trecentomila euro era un buon modo per cominciare la settimana. Fantasticava su quanto sarebbe riuscita ad ottenere subito di liquidità dalla banca. Passò il week-end a guardare le vetrine in centro immaginandosi vestina in questo o in quel modo, portando scarpe coi tacchi alti o sandali.
Era un nuovo modo di vivere. In piazza Cinque Giornate si fermò in mezzo alla strada e improvvisamente scoppiò a ridere. A un'amica moldava confidò che le avrebbe fatto un regalo indimenticabile. A un'altra disse di non preoccuparsi per i debiti di suo marito: avrebbe sistemato tutto lei. Lasciò Georgina di stucco quando le disse che l'avrebbe aiutata a pagare l'università a sua figlia Elena. In pochi giorni nella comunità moldava si sparse la voce che Irina, la figlia di un povero contadino russo di Frumoasa, aveva ereditato da un vecchietto diventando ricca sfondata. La domenica, al mercatino la voce salì sui pulmini e raggiunse la Moldavia.
Era luglio e Irina aveva preso gusto a girare con vestiti all'ultima moda di grandi stilisti. Si era iscritta al corso per la patente: si era messa in testa di voler guidare un'auto di lusso. Andava dal miglior parrucchiere due volte alla settimana. Si sentiva realizzata. Le amiche si dividevano tra quelle che la cercavano continuamente e quelle che la disprezzavano o la compativano. Giravano molte voci maligne sui metodi che aveva usato per cinvincere il suo vecchietto. Irina venne a sapere qualcosa ma lasciò correre. Era ricca, questo importava.
Passò le giornate d'autunno a guardare le vetrine e fare shopping. Trovava divertente portare le amiche più fidate fuori a cena. Teneva la carta di credito stretta in tasca.
Con l'inizio dell'Avvento, Irina decise di tornare a casa per Natale. Comperò un biglietto aereo per Chisinau, la capitale moldava. Telefonò alla sorella per farsi venire a prendere. Si raccomandò: voleva un taxi lussuoso; avrebbe pagato lei, non doveva preoccuparsi; poi le avrebbe spiegato tutto. Riempì due valigie di regali per i nipoti e i vecchi amici, poi prese l'aereo alla Malpensa.
La sorella le venne incontro all'uscita dell'aeroporto. Si abbracciarono a lungo, salirono sul taxi più bello che avevano trovato e filarono alla volta di Frumoasa, il loro paesino. La sorella le raccontò in fretta e furia le ultime novità e poi arrivò al dunque: insomma, aveva ereditato dal suo anziano? E quanto? Tanta curiosità mise a disagio Irina; ne avrebbero riparlato più tardi, rispose; non aveva piacere che l'autista ascoltasse. Arrivando alle porte di Frumoasa, Irina scoppiò a piangere. La sorella si preoccupò ma Irina le spiegò che era solo commossa; le straziava il cuore vedere quanto era bello al crepuscolo il suo paesino con il famoso monastero in mezzo a quella vallata chiusa tra le colline innevate. Le raccontò qualcosa del lavoro che aveva fatto, ma si vergognò all'idea di scendere nei dettagli ricordando le medicine, gli escrementi e gli odori forti a ogni ora del giorno.
A casa la festeggiarono facendola sentire importante. Non si interessò di capire se i parenti sapevano o no dell'eredità. Li abbracciò tutti, più a lungo i nipoti. La madre anziana era ormai piegata dalla fatica; la trovò tremendamente invecchiata ma non le disse niente. Mancava il fratello Mircea. A cena, davanti a un arrosto d'agnello preparato in suo onore, le fecero capire tra mille imbarazzi che era in clinica per disintossicarsi dall'alcol. Dopo cena si lasciarono andare ai semplici ricordi di una famiglia di campagna. Misero Irina nel suo vecchio letto, ben sistemato e con un soffice piumino alto.
Quella notte, però, Irina si svegliò all'improvviso. Pensò che era troppo: come era possibile che fosse diventata ricchissima e tutti la amassero? Era stata una povera badante e prima ancora una ragazza bruttina e derisa; cosa stava succedendo? Dopo un fiume di domande mute si riaddormentò a fatica pensando felice alla sua borsetta e alla carta di credito che c'era dentro.
Passarono alcuni giorni e intanto aveva scoperto che a due chilometri da Frumoasa vendevano la più bella tenuta vinicola della zona: guarda caso il proprietario era Nicolae. Nicolae abitava a Chisinau, se la passava male e aveva bisogno di soldi. Irina lo considerò un ottimo investimento. D'altra parte, la prima famiglia presso la quale aveva lavorato in Italia, una coppia di medici, l'aveva costretta ogni volta a tornare dalla Moldavia con bottiglie costose che poi non le rimborsava mai. Non ci capiva molto, ma i loro discorsi le erano rimasti impressi. Immaginò di tornare con un italiano esperto di vini: sapeva quanto costano le bottiglie di quello buono. E poi la stuzzicava l'idea di umiliare Nicolae. Avviò subito una trattativa con un mediatore.
Passeggiando dopo pranzo nella fredda giornata di sole della Vigilia di Natale, mentre rifletteva sulla visita appena fatta alla cantina, Irina rimase spaventata sentendo alle spalle un clacson e una frenata. Si voltò tremando e vide il suo ex marito Vlad alla guida di un'auto scassata che la invitava a salire. Quando rideva così, Vlad era ubriaco. Tirò dritto. Però Vlad continuava a seguirla a passo d'uomo suonando il clacson e chiamandola per nome. Irina aumentò il passo sperando di incontrare qualcuno. Vlad accostò al marciapiede e scese dall'auto. Adesso le camminava incontro come un moscone ronzante facendo lo spiritoso e proponendole di fare la pace: aveva dimenticato tutto; non le serbava rancore. Irina lo fulminò con gli occhi.
Notò che Vlad indossava dei pantaloni laceri e un maglione a rombi cosparso di segatura e morchia. Puzzava da far schifo. Cercava di essere simpatico, ma riusciva solo a irritarla. Per la fretta, Irina mise una scarpa nel fango inzaccherandosi. Vlad si offrì di aiutarla, ma Irina gli urlò di andarsene subito, voleva stare da sola; allora Vlad fece un cenno e se ne andò in silenzio.
Tre giorni dopo, Irina lo incontrò di nuovo, questa volta in centro vicino alla posta. Vlad usciva dal barbiere per il quale faceva dei lavoretti. La salutò da lontano e le venne incontro. Era ripulito e sembrava gentile. Le chiese scusa per aver fatto lo scemo in auto. Un'ora dopo la rincontrò, Irina si stava allontanando a piedi con la spesa. Vlad le aprì lo sportello, le fece segno di salire e questa volta Irina decise di accettare. Mentre giravano Vlad le chiese solo se potevano tornare per dieci minuti nella loro vecchia casa. Erano anni che voleva dirglielo; solo dieci minuti e poi la loro casa era sulla strada. Irina gli rispose che non sapeva cosa dire: se ne era andata da lì in ambulanza dopo essere stata pestata a sangue; gli ricordò che doveva la sua vita a un vicino che aveva chiesto aiuto dopo aver sentito le urla e il fracasso. Vlad confessò di vergognarsi. Arrivarono davanti alla loro vecchia casa. Vlad parcheggiò: insisteva per fare un giro. Irina non vedeva l'ora di tornare a casa sua e togliersi le scarpe con i tacchi e così, pur di levarselo di torno, accettò.
Il marito aprì la porta e la fece accomodare. Irina sentì un tuffo al cuore, quando riconobbe i mobili e gli oggetti dei tempi del matrimonio. Provò pena per quella casa dove aveva vissuto da sposata, ma subito dopo pensò che in realtà era stata la sua vita lì dentro a far pena. Quante botte e quante offese da quell'uomo! Non riusciva a capire perché l'avesse amato così tanto.
Vlad la fece accomodare sul divano in mezzo alla sala e si sistemò su una poltrona. Le chiese come se la passava e presto finirono a parlare delle loro vite. Irina lo ascoltava sentendo con fastidio il puzzo del mobilio, soprattutto del cusicno di quel divano, e più volte pensò di alzarsi e andarsene. Ma Vlad attirò la sua attenzione, quando le confidò di aver riflettuto sul loro matrimonio, di non sapersi spiegare perché diventava così violento e di non essersi ancora ripreso da quanto era accaduto quella sera e dalla loro separazione. Non gli aveva fatto certo piacere che lei, uscita dall'ospedale, con quattro soldi in tasca, fosse salita sul primo pulmino per l'Italia. Non doveva andarsene. Irina evitò commenti e invece gli raccontò per filo e per segno la vita difficile da donna delle pulizie e da badante che si faceva in Italia. Gli disse che Milano era una città molto costosa e pericolosa, soprattutto di sera. Non riusciva a mettere niente da parte. Poi aveva conosciuto il signor Paolo, un angelo, e si era dedicata solo a lui per tre lunghi anni. Gli disse qualcosa sulle notti terribili passate nell'insonnia ad aiutarlo mentre era colto da attacchi di enfisema, d'asma o di dolori al petto. Poi rimasero in silenzio un minuto. Non gli voleva dire niente dell'eredità.
Vlad si alzò in piedi e si diresse in cucina chiedendole se anche lei voleva un bicchiere d'acqua oppure una birra. Irina disse di sì, che andava bene l'acqua, ma che poi andava via subito. Si doveva preparare per la cena della Vigilia. Tanto, si sarebbero rivisti con calma: sarebbe tornata in Italia solo dopo capodanno. Magari avrebbero festeggiato insieme...
Mentre diceva queste parole sentì un dolore terribile alla gola e vide il sangue uscire a fiotti davanti a lei. Sentì la mano di Vlad che la bloccava la testa, vide un coltello da cucina davanti agli occhi e poi tornò il dolore di altri colpi violenti alla gola. Il suo sangue pioveva da tutte le parti e inondava il divano, il tappeto e un tavolino. Non riusciva più a parlare, immobilizzata contro lo schienale del divano dal marito alle sue spalle. Riuscì a sentire Vlad che urlava rabbioso: "Non te ne andrai più di qui. E' casa nostra".
Poi morì.
Il cadavere fu trovato il giorno di Capodanno. Dalla casa di periferia usciva un fetore insopportabile, più pungente del freddo. Qualcuno chiamò i vigili del fuoco e, dopo aver aperto la porta, i vigili del fuoco chiamarono la polizia. La polizia avvisò il procuratore che era stata massacrata una donna del paese tornata dall'Italia e che i familiari cercavano da giorni; l'avevano trovata in principio di decomposizione sotto il letto dell'ex marito, la sala era tutta sporca di sangue, il coltello del delitto era nel lavandino, ma dell'ex marito non c'era traccia. Dalla borsetta della vittima mancavano il telefonino, i soldi e la carta di credito. Il medico legale confermò la causa del decesso: tre coltellate profonde alla gola con rescissione della vena giugulare. Il procuratore si fece consegnare il foglio del testamento e lo studiò attentamente allegandolo agli atti del fascicolo per omicidio volontario. Convocò il capo delle guardie del paese e lo rimproverò duramente per non aver considerato seriamente la denuncia di scomparsa della donna. La famiglia si era giustamente lamentata. Il poliziotto si giustificò dicendo che quella donna sapeva che tipo era suo marito e se l'era cercata. Il magistrato andò su tutte le furie e aprì un'inchiesta sulla polizia locale.
Ora Vlad era ricercato dall'interpol in tutta Europa.
L'orribile fine di Irina fu oggetto di infinite chiacchiere. I giornali nazionali ricamarono a lungo sulla neomilionaria morta. Il giorno del funerale l'intero paese di Frumoasa si radunò in chiesa e poi partecipò alla sepoltura nel cimitero vicino al monastero. Fino alla fine fu un vociare di leggende sulla fortuna lasciata da Irina. Era opinione comune che Vlad avesse ucciso l'ex moglie per mettere le mani sul patrimonio. Alcuni uomini si chiesero maliziosamente come mai il vecchio italiano le avesse lasciato una simile fortuna. Altri ripetevano che Irina era stata imprudente, se non stupida, a entrare nella sua vecchia casa con quell'idiota ubriacone: in paese anche i bambini sapevano che Vlad era pericoloso; lei stessa aveva imparato a sue spese quanto poteva diventare violento. E poi perché l'aveva nascosta sotto il letto dopo averla uccisa? Tutti provarono pietà per quella donna e orrore per il suo assassinio; e tutto il paese sdegnato accusò la polizia di non aver fatto nulla per giorni pur sapendo tutto, lasciando scappare Vlad. Tornarono a casa chiedendosi se la povera Irina avesse già acquistato il vigneto di Nicolae oppure no. Si chiedevano chi sarebbe stato il fortunato erede di Irina. Forse aveva lasciato tutto al monastero. Molti scommettevano sulla sorella.
Sulla strada, un ragazzino trovò in un fosso una carta di credito. La pulì dal fango e lesse il nome della donna uccisa. L'aveva gettata l'assassino in fuga. Un pezzo di plastica era tutto ciò che restava della grande fortuna di Irina. Lo mise in tasca come ricordo.
Modena, novembre 2012
Questo racconto è frutto della mia fantasia
Riproduzione Riservata
Solo per diffusione senza scopo di lucro
Foto: Nicola Bertellotti Pietrasanta, Italia
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