racconto di Carlo Gregori
1.
Non so cosa tu ci facessi lì, Franco, in mezzo a quella folla di gente nera - noi due unici bianchi in un'immensa città africana - ma mi hai salvato dalla follia. Così ho creduto in quel momento. Era un'illusione, ora lo so. In realtà, nella follia mi sono lanciato a capofitto io, quando ti ho seguito convinto di salvarmi da una semplice paura, ma non potevo sapere dove mi avresti portato.
Chissà da quanto tempo mi trovavo fermo appoggiato a quel corrimano sulla balconata, schiacciato dalla folla in movimento. Lo shuttle dell'aeroporto mi aveva scaricato all'ingresso di una lurida metropolitana lasciandomi da solo, senza scorta, in mezzo a una brulicante massa di africani in movimento che attraversavo controcorrente. E' stato quando sono arrivato alle scale che ho smesso di capire cosa succedeva. Mi sono imbattuto in tutte quelle scarpe in fila. Scarpe rotte, lucide, sformate, nuove, mangiate dalla polvere, ciabatte, decine di scarpe tutte perfettamente riposte sugli scaffali. Intanto, la gente scalza scendeva nel ventre di quella gigantesca isola pestilenziale che aveva ingoiato milioni di schiavi partiti per sempre. Quelle scarpe andavano e venivano. Adesso erano riposte in un alveare di metallo arrugginito e un attimo dopo arrivavano due mani scure come l'ebano che le afferravano e sparivano verso l'alto dirette all'uscita. Anch'io dovevo lasciarle. Non so perché ma ero sicuro che qualcuno avrebbe rubato proprio le mie scarpe.
Mi sentivo l'unico bianco in un mare di teste nere, l'uomo predestinato a finire male. Quel luogo attirava un caldo umido infernale. Era molto ormai che fissavo il vuoto perso nei miei pensieri e sentivo addosso gli sguardi dei passanti. Li sentivo imprecare al cellulare o ridere sguaiatamente senza motivo. Mi passavano accanto sudati, lasciando l'odore del fiato e della pelle. Mi osservavano e mi pareva che fossero tutti arrabbiati con me. Non so il motivo, forse non mi fidavo di loro e loro si offendevano... Cosa dovevo fare? Guardavo i piedi scalzi scendere le scale verso i binari e le mani risalire con le scarpe.
E' stato in quel momento che ti ho visto sbucare dalle scale. Anzi, ho visto le tue mani lunghe e affusolate afferrare delle scarpe da deserto, quelle dei corpi speciali sudafricani. Le tue sono scarpe da esaltati del combattimento estremo.
Ti ho chiamato in mezzo alla folla. Sudavo da svenire. Mi hai fatto cenno di farmi da lato e mi hai abbracciato. Eri proprio tu, Franco. E non ti vedevo da anni. Ma che accidenti ci facevi lì, tra tutti questi africani in movimento?
Averti lì, accanto a me, mi ha salvato dall'angoscia. Ricordo bene cosa hai detto: eri felice di vedermi, non dovevo preoccuparmi per le mie scarpe, potevo tenerle in mano sulla metro. Era un colpo di fortuna perché quel pomeriggio non avevi niente da fare e potevi stare con me. C'era niente di più commovente? Ti consideravo un amico perso negli anni, uno scivolato nella corrente del lavoro, degli amori, della famiglia. Sapevo che ti eri separato e avevi traslocato, ma non avevo mai approfondito niente sulla tua vita. Magari abitavamo a un chilometro l'uno dall'altro. Colpa mia. O forse tra noi c'era stato un litigio irrisolto, uno screzio da poco che aveva lasciato un ricordo amaro o rancore. Non ricordo.
Così mi hai trascinato in quel tubo dentro le viscere di una soffocante megalopoli africana, da una parte all'altra di un'isola infernale senza capo né coda. Mi hai spiegato che per attraversare la città in auto ci vuole un giorno intero. Faceva già buio, quando siamo usciti. Mi hai detto che eravamo a due passi dal tuo hotel che per combinazione era anche il mio: l'unico dove i bianchi europei sono al sicuro. Mi hai mostrato l'ingresso pieno di guardie armate. Ma non siamo entrati, mi hai portato invece in un locale che conoscevi. Era stupefacente la sicurezza con cui sei entrato e vedere il padrone – un italiano di mezza età, grosso, con i capelli neri rasati e orecchino, per niente interessato alla nostra comune patria – venirti incontro e salutarti con il calore di un vecchio amico. Siamo stati lì un'ora a berci un cocktail orribile mezzo caldo in un bicchiere di plastica con il ghiaccio dal sapore disgustoso, mentre in sala rimbombava “Alladine Sane” di David Bowie, musica improbabile per quel posto. Sei rimasto indifferente quando è scoppiata una rissa tra due giovani neri vestiti con camicie italiane e un buttafuori li ha gonfiati di pugni allo stomaco. Nel silenzio della sala, mentre rimbombavano le strazianti note di sax di Bowie e le ragazze nere ci guardavano succhiando i loro drink, mi hai urlato nell'orecchio: “Devo dirti una cosa”. E mentre ti guardavo, mi hai sussurrato: “Ho ucciso un uomo a Londra”.
Cosa dovevo dirti? Mi aspettavo una tua confessione, ma tu mulinavi la mano dicendomi che era una storia lunga e me l'avresti raccontata, prima o poi. Ti ho fatto cenno di uscire e siamo andati in hotel. Ci siamo seduti nel foyer. Ormai era tardi, i ristoranti erano chiusi, così abbiamo ordinato sandwich e birre.
“Cosa ci fai qui? Sei ricercato?”. E' tutto ciò che ti ho chiesto.
Sei scoppiato a ridere.
“Oh no, per quel bastardo che ho ucciso non mi cercheranno. Era uno schifoso truffatore, uno che ha distrutto centinaia di vite. Nessuno lo rimpiangerà. Anzi, molti mi ringrazierebbero, a cominciare da Scotland Yard”.
Non capivo. Eri così diverso dal Franco timido e riservato che conoscevo.
“Quella è un'altra storia. Sono qui per lavoro”, mi hai detto sorseggiando la birra ghiacciata e togliendomi dall'imbarazzo. “Sto qui due giorni e riparto. Lavoro per una ceramica di Fiorano. Qui si lavora bene. C'è tanta corruzione. Basta pagare le mazzette giuste e ti fanno lastricare le ville con le tue piastrelle. Ville dappertutto: al mare, in città, nella giungla. Poi ci sono le caserme, gli aeroporti, le università. Uno spettacolo. Insomma, sono venuto a prendere contatti. E tu?”
“Sono qui per un contratto di estrazione”.
Mi hai chiesto se facevo ancora l'ingegnere.
“Sì, sono direttore di stabilimento”, ti ho spiegato azzannando un sandwich niente male. “A cento chilometri da qui hanno scoperto un importante giacimento di bauxite. Ci sono tre punti di estrazione nuovi di zecca. Forse hai letto sui giornali..”
“Ho letto di quel villaggio distrutto dall'esercito per la miniera. Gli abitanti disperati si davano fuoco per protesta e filmavano tutto con i cellulari...”
“Sì, proprio quella storia... Mi dispiace per quei poveracci e per la loro tragedia, ma sono qui per lavoro. Devo chiudere questo affare. Ci vendono la bauxite sottocosto. Lo faccio per salvare la fabbrica. Senza alluminio a basso prezzo, andiamo in fallimento. Abbiamo 120 operai e 25 impiegati. Se non firmo io, arrivano i cinesi. Capisci?”
“Certo”, mi hai detto appoggiando la bottiglia vuota dopo l'ultima sorsata. "Mors tua vita mea".
Così ti ho spiegato che l'indomani, nel pomeriggio, avevo un appuntamento con un generale. Si chiamava Akawango, se non sbaglio.
“Doctor Obi!”, hai esclamato. Era il suo nomignolo. Mi hai raccontato che era l'uomo più potente e corrotto della città, il capo nell'ombra della giunta militare che spadroneggiava. Mi hai dipinto Dr Obi come un uomo spietato e avido di denaro. Corrispondeva alle descrizioni su internet che lo definivano il più grande trafficante di armi e di cocaina di questa zona d'Africa, una regione enorme che in fatto di orrore non ha limite né eguali. Ti ascoltavo apprezzando quanto ne sapessi su di lui, ma Dr Obi mi lasciava indifferente: questa volta il denaro doveva darmelo lui. Ero in missione non solo per la firma del contratto ma anche per ritirare una tangente riciclata e una somma del generale da depositare su un conto nella stessa banca in Liechtenstein. Mi toccava fare anche quella sosta nel lindo principato tra le Alpi.
Lo scopo di questo primo viaggio era di ritirare una valigetta 24-ore identica alla mia, scambiandola durante il colloquio, e andarmene con il contratto firmato. Se mi impegnavo e Dr Obi era dell'umore giusto, bastavano dieci minuti ed era fatta. Ma tutto questo mica te l'ho raccontato. Ti ho detto solo che dovevo fargli firmare quel maledetto pezzo di carta e andare di filato all'aeroporto. Il pensiero di un errore, però, mi tormentava.
“Senti, Franco”, ti ho detto. “Non ti chiedo niente su quell'uomo che hai ucciso. E' una faccenda che riguarda la tua coscienza, ma i dettagli di questi affari teniamoceli per noi. Sai come vanno le cose da noi. Gli scandali... Poi magari trovi un giudice che ti mette in galera. I miei capi mica mi tirano fuori, cosa credi? Siamo qui per affari e qui gli affari si fanno con le regole di questi generali. Non l'ho deciso io”.
“Certo”, mi hai risposto lapidario.
“Sai che non ero mai stato in una città africana così grande?" Cercavo di alleggerire la conversazione. "Oggi in metropolitana ho avuto davvero paura. Non capivo quella faccenda delle scarpe. Ma qui vanno in metrò a piedi nudi? Per fortuna che sei venuto...”
Volevi accompagnarmi da Dr Obi. Mi confessasti che ti incuriosiva perché volevi vedere da vicino una leggenda del male. E poi ti faceva comodo, se entravi nelle sue grazie qualche affaruccio lo facevi anche tu. Hai anche aggiunto che un contratto anche piccolo ti avrebbe risollevato la vita perché in Italia facevi fatica a pagare i conti.
Certo che ti capivo, cristo santo. Era tardi, ce ne siamo andati in camera. Sudavo, l'aria condizionata faceva un baccano d'inferno, ma quella notte ho dormito profondamente.
2.
Ricordo che l'autista si è fermato al lato opposto della strada alberata rispetto alla villa del generale. Stranamente, non c'erano guardie. Tu gli hai detto di aspettarci un po' più avanti indicandogli un parcheggio tra due sicomori. Quando il portone si è aperto, siamo entrati in uno splendido giardino tropicale, sembrava l'eden. Nell'orto botanico che abbiamo attraversato risuonavano chiami e richiami di uccelli invisibili, piccoli e grandi, mentre sul terreno giacevano i frutti appena caduti che un giardiniere avrebbe raccolto più tardi. All'ingresso della villa due guardie statuarie in divisa da parà stavano immobili come cariatidi davanti alla porta-finestra aperta. Dopo l'ispezione e il controllo dei documenti, ci hanno fatto entrare in quell'enorme salone pieno di specchi, mobili e costosi divani di alto design.
Non parlavamo, vero?, neanche quando è sbucato quell'enorme cane che ci fissava. Bastava un attimo e avrebbe ringhiato saltandoci addosso e sbranandoci. Un ufficiale dalla pelle scurissima, magro, con baffi e occhiali da sole, è arrivato a passo spedito, ha agganciato il molosso e se lo è portato via. In quella lunga attesa ogni tanto passava quella splendida ragazza con i jeans attillati, la donna di Dr Obi, che ci fissava in silenzio e spariva carica di mistero. In quel lungo momento di silenzio, le apparizioni di una pura bellezza africana, giovane e felpata, con lineamenti scuri e delicati, mi hanno catturato l'anima. Poi si è aperta una porta ed entrato Dr Obi con due o tre pretoriani.
Chissà come me lo immaginavo. Certo non così flaccido, con due enormi borse scure sotto occhi irrorarti di sangue. Non riuscivo neanche a capire se era più vecchio di me. Sembrava uno di quegli immigrati neri consumati dalla miseria che incrociamo sulle nostre strade. Dr Obi prese un paio di occhiali scuri e si sedette di fronte a noi. Lo reputavo uno al quale non si darebbe un soldo.
“Scusate se vi parlo con gli occhiali, ma ho una congiuntivite forte”, ci ha spiegato con un ottimo accento inglese mentre appoggiava la valigetta. “Piuttosto, aspettavo lei ma non il signore, che non ho il piacere di conoscere”.
Ti sei presentato a Dr Obi con imbarazzo. Ti vedevo allungargli timidamente la mano. Dr Obi ha afferrato una scatola di fazzoletti di carta, ne ha strappato una manciata, si è tolto il basco un attimo e si è strofinato la testa sudata continuando a tenerci d'occhio. Lo guardavo e sentivo il sudore inzuppare la mia camicia bianca. Faceva un caldo insopportabile.
“In che ramo lavora?”, ti ha chiesto. E quando tu hai risposto: piastrelle, lui ha alzato il mento con un cenno di sorpresa. “Interessante. Un giorno se vuole può passare e mostrami le sue mercanzie, mr Franco”, ti ha detto sorridendo. “Spero che abbiate materiale da giardino di prima qualità... In ogni caso, signori...” disse battendo le mani. “Parliamo di questo affare”.
A un suo cenno, la stanza si è svuotata, le porte si sono chiuse e siamo rimasti soli, noi tre.
“Se permette”, gli hai detto alzandoti. “Do un'occhiata nella stanza”
Dr Obi sembrava contento.
“Apprezzo la sua discrezione. Un buon inizio nei nostri rapporti”. Ti ha sorriso facendoti cenno di andare in fondo alla sala.
Così io e Dr Obi siamo rimasti da soli. Ti confesso che in quell'uomo non trovavo nulla di carismatico. Era una specie di mafioso in divisa completamente privo di fascino. La sua vita poteva durare cinque minuti o trent'anni ancora, non aveva alcuna importanza. Intanto, ne avrebbe goduto i frutti migliori strappandoli agli altri dopo averli terrorizzati.
Ho aperto la valigetta e passato il fascicolo con il contratto a Dr Obi che, inforcati gli occhiali da vista, ha letto attentamente sorseggiando ogni tanto dell'acqua. Ha firmato senza dire una parola e mi ha riconsegnato le carte fissandomi mentre rimetteva gli occhiali scuri. Le sue labbra si sono aperte in un sorriso.
“Ho fiducia nella sua azienda”, mi ha confidato. “Non c'è mai stata una lamentela. E ora mi dia la valigetta”.
Dr Obi l'ha scambiata con la sua riconsegnandomela e mettendo quella nuova sotto la poltrona.
“Allora”, ha detto strofinando le mani. “Resta da fare solo un viaggetto per me in Svizzera, mi pare”.
In Liechtenstein, lo corressi. Dr Obi annuì divertito. Diede un colpo di mano sul bracciolo della poltrona. Ed è tutto quello che ricordo.
Vedo ancora quel colpo al bracciolo e sento il colpo terribile del vaso di cristallo che gli spacca in testa, Franco. Vedo scendere la sua mano per la seconda vota e afferrare il bracciolo e poi cascare, afflosciarsi, restare immobile. L'hai ucciso, Franco. Ma che cosa ti ha preso, pazzo assassino? E adesso?
Mentre appoggiavi il vaso sul tappeto mi hai detto quelle parole che non dimenticherò mai: “Non ti preoccupare, ti porto via io”. Mi sono alzato di scatto. Quel vaso non aveva nemmeno una goccia di sangue: lo hai colpito sul basco.
3.
Ma dove, Franco, dove mi porti? Hai appena ucciso il capo di un banda di gangster militari che terrorizza un Paese intero, traffica con tonnellate di droga, fa prostituire migliaia di ragazze di campagna da noi in Europa, scatena guerre civili nei Paesi confinanti e corrompe mezzo mondo. Dove credi di portarmi, imbecille? Cosa hai combinato? L'hai ucciso, Franco, guarda in che lago di sangue è questo mostro di dittatore insaccato nella sua costosa poltrona.
Mi hai preso per mano, gli hai rubato la pistola e hai messo in tasca delle chiavi che avevo notato anche io sul bordo del tavolo. Le aveva appoggiate Dr Obi prima di sedersi. Ora era lì Dr Obi, morto con il cranio fracassato e il sangue che gli colava dal collo sulle mostrine e il braccio destro. I suoi occhiali scuri sbilenchi lasciavano vedere gli occhi immobili irrorati di sangue e lacrime. E cosa succederà appena si sparge la notizia dell'assassinio di Dr Obi? Forse scoppia una guerra civile, dimmelo tu. Ci saranno morti per le strade, il coprifuoco, la legge marziale... Tra i morti, sicuramente ci saremo noi due. Maledizione, Franco, sei un imbecille! Perché l'hai fatto?
Ricordo qualcosa. Mi hai trascinato fuori dalla porta-finestra passando tra le due guardie ignare dell'accaduto. In una mano tenevo la valigetta identica alla mia e nell'altra la cartellina del contratto appena firmato. Mi ha spinto dentro su un suv parcheggiato in un altro lato della villa, con il telecomando hai aperto il cancello e siamo usciti in strada.
Alle spalle sentivo alzarsi la confusione. Dalla villa arrivavano rumori, urla, spari. Mi hai detto di togliere subito la sim card dal cellulare e poi hai preso il mio costoso iphone e tutto aperto lo hai gettato nel sedile di dietro. Hai frenato accanto all'autista del taxi, gli hai fatto cenno di seguirci e dopo due o tre isolati abbiamo abbandonato il suv dietro un cespuglio. Da allora siamo in viaggio su questo maledetto taxi.
Ma chi diavolo eri diventato in tutti quegli anni in cui non ti ho frequentato, Franco? Non sapevo spiegarmi cos'era appena successo, tu avevi appena fatto sprofondare la mia vita in una catastrofe. Sarei sicuramente morto presto e in modo atroce in quella terra soffocante.
“Non ti preoccupare”, mi ripetevi sorridendo. “Abbiamo un mucchio di soldi. Ce la caveremo. Ho pensato a tutto”.
Pensato a cosa, maledetto idiota? Mi hai spiegato solo che stavamo andando a ovest verso il confine. C'erano almeno ottocento chilometri. Nessun problema, ripetevi, nessuno avrebbe immaginato che scappavamo in quel punto.
Ma cosa ti salta in mente, Franco! Siamo gli unici due bianchi in un Paese di soli neri, pensavi davvero che saremmo sfuggiti al primo posto di blocco?
Mentre attraversavamo l'ultimo pezzo di città ed eravamo già lungo la superstrada dentro una baraccopoli senza fine, tutta uguale, piena di casupole, fili e gente misera, hai aperto la tua sacca e mi hai consegnato un passaporto. Cosa ci faceva la mia foto? Come avevi fatto ad averla? Nel documento mi chiamavo Luigi Fontana. Me lo sono rigirato per ore tra le mani.
“Un piacere che mi ha fatto un amico. La foto, l'ho attaccata stanotte in bagno, avevo l'occorrente. L'ho presa dalla tua carta di identità. Spero che non ti dispiaccia. In Italia denunci il furto e la rifai”, mi hai spiegato anticipandomi.
No che non mi dispiaceva. Ero impietrito.
Per almeno un'ora abbiamo viaggiato in silenzio. Non sapevo cosa dire. Stringevo le dita attorno a quel nuovo passaporto sapendo che era falso ma poteva salvarmi la vita. Con il piede tastavo la valigetta piena di dollari. Quei soldi potevano salvarmi la vita, se restavo prudente. Non sapevo la cifra esatta: quando vai a raccogliere denaro riciclato, meno sai e meglio è. Dr Obi voleva solo che lo consegnassi in banca, non mi ha chiesto di contarlo. Invece, adesso mi era venuta voglia di controllare. Ho aperto la valigetta senza attirare l'attenzione del taxista. Era piena di dollari, talmente piena che ho fatto fatica a metterci il contratto e chiuderla di nuovo. Tu guardavi indifferente,
“Sai che ho ucciso uno a Londra”, mi hai detto nascondendo la pistola di Dr Obi sotto una coscia. “Se vuoi ti racconto la storia”.
Mi hai mandato in bestia. Non volevo più sapere niente di te e dei tuoi traffici. Mi interessava solo abbandonarti e portare a casa la pelle. Poi, però, dopo mezz'ora di viaggio su quella superstrada in mezzo alla savana, mentre mi rivelavi di punto in bianco che ci aspettava un piccolo aereo lì vicino che ci avrebbe portato oltre il confine, ti chiesi di dirmelo.
“L'ho ucciso perché ha distrutto la mia vita”, mi hai detto lasciandoti andare sullo schienale. “Ho perso un patrimonio per una truffa. Hai ragione a dire che sono un imbecille. L'ho fatto per leggerezza. Ho risposto a una di quelle mail che ti promettono soldi se aiuti a fare una pratica in banca, presti il nome, fai il fiduciario o qualcosa del genere. Sono truffe che nascono proprio qua. Una sera non resisto, ne apro una e leggo la richiesta di aiuto di una tale Izabel, con la zeta. Dice che suo padre è morto in un incidente e ha lasciato una fortuna in una banca nelle Filippine. Mi vergogno a dirlo, ma ho spedito i miei dati. Era per vedere cosa succede. Non so, forse mi ha ingannato l'idea delle Filippine. Alcuni giorni dopo il bancomat non funziona e scopro che sul conto corrente non ho più nulla. Quei truffatori erano riusciti a risalire anche al codice della mia home bank svuotando il mio conto titoli. Allora cerco di fermare le vendite. Troppo tardi. Mi hanno fregato. Così, tramite un amico che lavora alla polizia postale vengo a sapere che nella nostra città decine di persone erano state truffate allo stesso modo. Alla fine, riesco ad avere un indirizzo vero collegato all'Ip della mail. Vado a Londra, scopro che si tratta della sede di una società di truffe internazionale in mano a degli africani e aspetto che il loro capo esca dall'ufficio lussuoso (non immagini che posto, con quello che truffano...). Mentre passa in strada e ride al telefono sbuco da un vicolo e lo accoltello due volte a una coscia trascinandolo nel buio. In tasca ha un rotolo di sterline. Gli metto il coltello alla gola e gli dico di dirmi chi è il suo capo. Era chiaro che era una pedina...”
Immagino già chi era il capo supremo. Per questo non te l'ho chiesto, Franco.
Comunque ho capito che non l'avevi ucciso e, quando ti ho fatto notare che due coltellate alla gamba non bastano, mi hai detto che perdeva molto sangue.
Mi hai raccontato il resto. Con i soldi rubati al truffatore sei venuto qui per cercare Dr Obi, ma non avevi contatti e anzi hai capito che era difficile avvicinarlo. Dopo qualche giorno per caso sei venuto a sapere che stavo per arrivare. L'impiegato alla reception aveva fatto confusione tra la tua e la mia stanza e si era scusato riferendoti che stava per arrivare un italiano della stessa città. E quando hai saputo che ero io, gli hai dato una bella mancia per sapere a che ora arrivavo. Così mi hai aspettato all'ingresso della metropolitana dove sarei sicuramente passato.
E le scarpe?
Ti sei fatto una bella risata: non avevo proprio capito niente. In questo Paese non si va in metro a piedi nudi. Sono gli islamici a togliersi le scarpe in quella stazione, vanno a pregare in una piccola moschea aperta dove un tempo si trovava un bagno pubblico, in fondo alla scala poco prima dei binari. Ma siamo saliti sulla metro a piedi nudi, santo cielo! Certo, mi hai fatto un bello scherzo. Chissà come ridevano i passeggeri. Sei scoppiato a ridere anche tu.
Mi hai rivelato che non sapevi che andavo proprio da Dr Obi. Per te è stato un colpo di fortuna.
Carogna... Ti ho dato una pacca sulla coscia e ho riaperto la valigetta allungandoti di nascosto dall'autista delle mazzette da cento dollari.
Ora ti guardo mentre stiri un foglietto con un numero di telefono e chiami qualcuno con il cellulare dell'autista, al quale hai appena allungato cinque dollari per il disturbo, e mi strizzi l'occhio. Sì, certo, va tutto bene.
Sei un figlio di puttana oltre che idiota, Franco. Poi come finirà, ora che stiamo per decollare su un trabiccolo volante guidato da un danese ubriaco, non so lo e non mi interessa più. Voglio solo andarmene da questo nostro orrore. Dopo ti abbandonerò, Franco, e rimetterò insieme i miei cocci. Questo Paese soffocante andrà avanti senza Dr Obi, altri europei arriveranno al nostro posto.
Modena, febbraio 2015
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