martedì 3 febbraio 2015

ZIE
racconto non autobiografico di Carlo Gregori





Quell'adorabile vecchietta parlava poco e quando lo faceva emetteva una voce stridula che contrastava così tanto con il suo aspetto di donna alta, magra e molto miope da fare tenerezza. La sua voce evocava il grido acuto di uno strano uccello agonizzante nella boscaglia tropicale.  A noi ragazzini divertiva: la imitavamo e ridevamo di lei. Non so come si potesse dare addosso a zia Marta, così gentile e pia. Eppure la zia Liz ci riuscì. Quel giorno la furia la invase al punto che in poco tempo come un uragano spazzò via ogni legame tra di loro. E fu lei stessa a volerlo.

 Il litigio esplose alla fine di uno di quei tipici pranzi di famiglia per le feste natalizie che si facevano tanti anni fa. Tutti intorno a una grande tavola con le assi di prolunga montate dalle cognate, i centrini, i piattini di peltro sotto le bottiglie di vino rosso, i portacenere con il sacchetto pieno di pallini, piatti e posate del giorno di festa. Mentre tintinnavano i cucchiaini nelle tazzine da caffè, mio zio Ernesto offriva galantemente a zia Liz, la bella cognata inglese seduta in poltrona, un cicchetto di whisky. Allora, il whisky era il liquore più alla moda in Italia, era un segno di benessere da esporre ben in vista sui mobili in sala, e da buona scozzese zia Liz ne era orgogliosa. Lei gradì, lo trangugiò e se ne servì un altro da sola. Notai che fissava zia Marta che come al solito parlava del nulla un po' nostalgica e un po' con la aria dimessa.
 Il clima si rabbuiò improvvisamente quando zia Marta cercò di coinvolgere zia Liz dopo aver notato anche lei che la stava fulminando con lo sguardo.
 "Betta!", la chiamò con voce stridula.
 Zia Liz odiava essere chiamata Betta.
 Si chiamava Elizabeth. I più gentili la chiamavo Liz aggiungendo che era bella come la Taylor, altri la chiamavano Betty. Solo zia Marta usava Betta.
 Mesi prima zia Liz l'aveva apostrofata sillabando il suo nome e suggerendole qualche soprannome da lei ammesso. Zia Marta le aveva sorriso.
 Era proprio quell'atteggiamento che mandava zia Liz su tutte le furie: la scarsa considerazione di chi riteneva insopportabile. Così quando la chiamò Betta, quasi sovrappensiero, zia Liz non fece altro che aggiungere fuoco a fuoco nelle pupille. Quando faceva così era pericolosa: conoscevo bene la collera che si comprimeva sotto il suo delicato aspetto perlaceo.
 “Non mi chiamo Bet-ta!”, disse seccata girando il bicchierino tra le dita. Lo zio Ernesto si avvicinò sorridendo e tolse furtivamente la bottiglia di whisky dal bracciolo della poltrona di zia Liz. Poteva cadere o magari poteva finire.
Zia Marta si voltò e tornò a parlare con una sua anziana cugina che chiamava sempre ai pranzi.
 “Ipocrita!”, urlò zia Liz con tono secco nel suo forte accento scozzese. “Parlo con te, voltati. Devo dirti una cosa!”.
 I parenti in sala ammutolirono. Proprio in quel momento una mosca trovò il coraggio di appoggiarsi sulle briciole di un grissino e di sfregarsi sfacciatamente le zampe sotto il naso del marito di zia Liz che la osservava stupito. Francesco, il nipote di tre anni, cercò di chiuderla nella sua manina.
 “Cosa c'è, Betta? Oh, scusa! Elisabeth...”
 Non capivo se zia Marta la provocava o si stava perdendo in un labirinto di versioni di un nome che le era estraneo. Ogni errore spalancava una porta dell'inferno davanti agli occhi di zia Liz e zia Marta era pronta a bruciarvi per l'eternità.
 Zia Liz  era così bella e così ubriaca. Era così maledettamente giovane in quel raduno di anziani che facevano parte della dote di suo marito, lo zio Paolo. Quella dote di anime era il suo fardello che non riusciva a scrollarsi di dosso. Per sua fortuna, le vedeva poco, quelle anime grigie. Zia Marta aveva venticinque anni più di lei e indossava una gonna scura sicuramente costosa ma che dava solo l'idea di polvere e naftalina; zia Liz invece accavallava le gambe con troppa disinvoltura. 




 Zia Liz si accese una sigaretta strusciando lentamente un fiammifero svedese. Sapeva di aver attirato l'attenzione e se ne compiaceva di nascosto. La fiammata bruciacchiò la carta della sigaretta. Tirò a sé un portacenere su uno stelo. Quasi quasi lo rovesciò. Le scappò un'imprecazione in inglese. L'alcol faceva effetto. Si sistemò i capelli castani mentre aspirava avidamente la prima boccata fissando zia Marta.
 “Ma chi credi di essere, brutta ipocrita?”, le disse soffiando dalla bocca il fumo e le parole.
 Suo marito, fratello della povera zia Marta, si alzò con aria severa.
 “Smettila!”, le disse seccato.
 “No, no!”, rise sguaiatamente zia Liz, “Adesso chiariamo le cose”.
 “Maledizione!”, disse suo marito sottovoce picchiando il palmo della mamo sul tavolo. La mosca scappò e trovò rifugio sullo schermo della tv.
"E' arrivato il momento", sbiascicò Liz sbuffando il fumo. 
 “Calmati, Liz!”, le disse lo zio Ernesto con la sua  aria compiaciuta di uomo di mondo e le afferrò il polso. Zia Liz se lo scrollò di dosso. “Siete tutti qui per questa vecchia ipocrita bigotta. Guardatela. Ascolta solo il prete e la tv. Ma tutti voi siete qui a pendere dalle sue labbra. Ah, dice cose interessanti! Certo!", esclamò con una goffa risata che le mandò il fumo di traverso. Tossiva. Nessuno andò ad aiutarla. "A voi interessa solo il suo denaro”
 In sala salì un brusio terribile, sembrava il nugolo impazzito di un vespaio appena rotto.
 “Il denaro!”, esclamò alzandosi in piedi a fatica. "Marta è buona, generosa, disponibile. Marta è una donna di chiesa. E' cristiana. Marta regala soldi a tutti. E' così che si compera la vostra attenzione?” 
 Non riuscì a restare ritta e cadde sul divano perdendo una scarpa col tacco. Si piegò e frugando la cercò ma senza mai mollare la presa dello sguardo sulla sua rivale.
 “Hai qualcosa da dire?”, le chiese zia Liz. "Secondo me, sì. Te lo tieni dentro da tanto tempo". Si aggiustò i capelli.
 Adesso ridacchiava compiaciuta del suo coraggio: finalmente qualcuno che le cantava a quella strega ipovedente...  Suo marito si avvicinò e la sollevò di peso. Era infuriato. Come il suo solito, però, non parlava. Anzi, agiva in maniera glaciale più che mai.
“Lasciami! Anche tu...”, gli disse divincolandosi. “Tu... Dovresti andare a vivere con lei!”
  “Allora, Marta”, riprese. “Hai qualcosa da dirmi?”
 “Sì”, disse Marta sgranando i suoi occhioni dietro le spesse lenti. Era scossa dalla paura ma si fece forza.
  “Bene”, la sfidò zia Liz appoggiando con forza il bicchierino vuoto sul tavolo. Aveva così avvicinato la testa a zia Marta che pareva avere una prolunga nel collo.
 “Anche oggi sei ubriaca”, esclamò la zia Marta con una voce acutissima. Poi spalancò le braccia e sorrise. E tutti scoppiarono a ridere.
 Zia Liz si buttò di nuovo sulla poltrona.
 La sala si rianimò mentre lei sprofondava in un cupo silenzio.
 Da quel giorno non si parlarono più.

Modena, gennaio-febbraio 2015
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