LO SPECCHIO ROTTO
Riflessioni
sulla sinistra italiana oggi di Carlo Gregori
Il
simpatizzante di sinistra di oggi è un individuo singolo che vive la sua vita
in un'immaginaria avventura collettiva. Porta avanti l'eredità della politica
trasposta nell'ambito privato nata nel 1977. A sinistra non si è creata
alcuna discussione pubblica su ciò che realmente è la composizione attuale dei
gruppi e delle classi sociali dopo le forti spinte di massificazione compiute
dalla destra e dalle élite economiche a partire dalla seconda metà degli anni
Settanta, gli anni dell'inversione della rotta politica che hanno segnato il loro trionfo.
Guardando a fondo,
continuiamo a chiederci che fine ha fatto la sinistra e scopriamo
l'ironia della questione: mentre la storia ha seguito le inarrestabili
evoluzioni e i contorcimenti emotivi della destra che da allora ha avuto campo
libero per comandare in ogni settore in Europa, in quello stesso periodo la sinistra si è
fermata a ciò che considerava l'apice della sua evoluzione ma che in realtà era anche l'orlo del suo baratro. Non è stato il crollo dell'Urss, come vuole la vulgata,
a determinare la sconfitta storica della sinistra, bensì il suo conseguente richiudersi nel culto di un precedente periodo dorato, nel ricordo ossessivo di Berlinguer (quando il segretario
del Pci era già in declino), nel Kennedy gigante buono di Veltroni, nelle magliette con Che Guevara, nell'icona di Malcom X,
nel mito posticcio di un Gandhi di sinistra.
E' stato in quel momento, circa dodici anni prima della Caduta del Muro di
Berlino – quando nel Pci stesso, messo in difficoltà dall'estrema sinistra e
incapace di proseguire oltre con la favola di una rivoluzione che non sarebbe
mai scoppiata, a un passo da un accordo di governo coi cattolici (il
Compromesso Storico) – che ha prevalso il “migliorismo” e "la via italiana al comunismo". E' stato allora che lo specchio della sinistra è andato in frantumi.
Da quel momento il tempo si
è fermato. Da allora una bolla
mitologica trasporta nel tempo la nostalgia di un'epoca carica di
entusiasmo che nella realtà storica è stata inconcludente, se non fallimentare: dai primi anni Ottanta è iniziata un'inesorabile regressione di tutte le conquiste; regressione alla quale hanno
partecipato gli stessi beneficiari, compresi gli operai, che si sono disfatti
nel corso de decenni successivi dei diritti acquisiti come di un fardello,
talvolta per protesta contro i troppi abusi e privilegi avallati dai sindacati. Insomma, qualcosa si è pietrificato mentre il mondo andava avanti.
E, anche se questa storia è da scrivere, si nota da innegabili segnali fattuali mai cancellati dalla rimozione
successiva. L'élite di sinistra è entrata in un affanno che l'ha travolta fino al 1989
con il crollo del sistema sovietico, annunciato da tempo, e con la Svolta della
Bolognina che ha sancito il definitivo trionfo del “migliorismo”, da allora chiamato
“riformismo”, sdoganato da anni e in quel momento unica alternativa al marxismo-leninismo sovietico.
La
parte che non ha accettato la svolta verso il centro e soprattutto verso
l'unione coi cattolici non ha formulato alcuna alternativa e si è chiusa in se
stessa. Da allora è iniziato un infernale gioco di scissioni e anatemi che
ha parcellizzato sempre più i partiti a sinistra del Pds-Ds-Ulivo-Pd fino a trasformarli in sette che - in nome della tradizione comunista - hanno solo ripetuto gli slogan di capi per niente carismatici per il popolo. Questa ripetizione di formule nascondeva un tentativo di sopravvivenza politica in
attesa di tempi migliori o del ritorno di un'Età dell'Oro come furono gli anni
Settanta. Ma quegli anni d'oro non sono tornati e anzi le condizioni si sono
inasprite: la
rivoluzione è diventata una barzelletta; la globalizzazione è diventata un terreno di protesta scivoloso, ambiguo e per ora inconcludente; la sinistra è sparita dalla
competizione elettorale; i partiti pretendono di rappresentare un popolo che da anni ha già voltato le spalle.
Il tentativo di Rifondazione
Comunista ha dimostrato l'incapacità di pensare un movimento di cambiamento
dentro la sinistra. Il periodo Bertinotti, tra governi e fuoriuscite
dai governi benefiche solo per Berlusconi, ha indicato che la politica dei gruppi dirigenti della
sinistra “radicale” era un semplice rimestare nel passato. Era la conservazione di un
ideale tradizionale, secondo un disegno di marketing che potesse consolare il
suo elettorato, coperta dal linguaggio verboso elaborato dai suoi dirigenti. La
verbosità si è fatta ancor più fumosa con il periodo Vendola per dissolversi infine nel nulla.
Nel frattempo la sinistra ha promosso unicamente campagne per i
diritti civili perdendo di vista la regressione economica e sociale di intere masse popolari e della qualità della vita sia nei luoghi di lavoro che nella vita
quotidiana che nei servizi, esiliandosi all'interno di una società completamente cambiata che nel frattempo sterzava sempre più a destra per cercare altrove risposte ai propri problemi o arrivando a non votare per
non compromettersi con proposte vuote di partiti che facevano da spalla al
Pds-Ds-Pd.
Non starò qui a discutere la
progressiva deriva da sinistra verso il centro e la destra del principale
partito diventato oggi il Pd: è sotto gli occhi di tutti la serie di pesanti
compromessi liberisti a vantaggio delle élite concessi di buon grado da D'Alema, Bersani e, sulla
moda di Tony Blair, da Renzi. Né insisterò sul peso sempre più schiacciante
della componente cattolica nel partito. L'attuale agonia del Pd è frutto di un
lungo lavoro di svuotamento interno della componente tradizionale di sinistra; un lavoro tenuto nascosto dai dirigenti ai loro elettori, fino alle ultime diatribe con Renzi che hanno
portato ad accrescere ancor più il numero di partitini e singoli esponenti fuoriusciti
nell'ambito della sinistra frantumata, in parte coalizzati (LeU) ma incapaci di andare
al di là della rappresentanza di alcuni ex leader del
partito abbandonato (Bersani, D'Alema ecc). Erosa la cosa, è rimasto un nome sbiadito: centro-sinistra.
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| Andy Warhol, Natura Morta (1976) |
Quando uno specchio si
rompe, i pezzi non possono replicare la visuale originaria.
Ciascun pezzo, a modo suo, riflette una realtà simile ma sempre diversa dagli altri
frammenti: è una realtà in apparenza unificata ma difforme e distorta. E, come è insensato rimettere assieme i frammenti per ricreare lo
specchio originario, così l'insieme di queste voci frammentate di sinistra non
fanno un coro ma al massimo un brusio. Questo è la Sinistra italiana oggi.
La
galassia che si esprimeva tra il socialismo in cerca di alternative al Pci, il comunismo
leninista e talvolta stalinista, timide tendenze "liberal" e le riletture ereticali delle opere di Karl Marx era già stata messa in forte crisi dopo il
1968 dalla nascita di numerosi partiti extraparlamentari giovanili che giocavano a spingere i confini teorici della radicalizzazione sempre più all'estremo invocando un
ritorno alla purezza rivoluzionaria. Il loro modello era un Lenin originario e puro, mai visto tanto distintamente, un leader comunista estraneo allo stalinismo. In Russia tutto il Male pareva scaturito
dopo di lui per vie che nessuno indagava: l'Urss era decisamente fuori moda tra
i giovani.
La storia è nota. La prima grande scossa arriva con l'Invasione di Praga: si consuma lo strappo tra il Pci e il Gruppo del Manifesto. La nascita dei movimenti di Lotta Continua e di Autonomia operaia porta a nuove spinte ed esigenze inizialmente “ortodosse” (un ritorno alla purezza delle origini leniniste) che tuttavia dal 1972 circa modernizzeranno il catalogo degli argomenti fino ad allora solo “operaistici”. Negli anni 1974-75 si assiste al culmine della radicalizzazione. Per paura e per curiosità, all'apice elettorale e ormai vicina al governo, la sinistra diventa di moda tra i nemici borghesi; nasce la figura del radical-chic. Nel 1977 si assiste all'apice e poi alla paralisi del Movimento giovanile, proprio nel momento in cui le domande nuove riguardano la vita privata e i bisogni anche affettivi dei militanti (un fatto che mi sempre colpito) e anche nel momento in cui un umorismo sempre più sarcastico comincia ad erodere ogni certezza nel Movimento stesso in nome della “lotta armata” come soluzione strategica. Il fenomeno terroristico delle Brigate Rosse e di Prima Linea, successivo al Convegno di Bologna, scredita tutta la sinistra, tranne il Pci che si è schierato con la Dc enunciando le formule della “fermezza” e della “legalità” (quest’ultima ancora oggi usata ad ogni occasione).
Proprio allora diventa evidente l'incapacità di presentare un qualsiasi progetto politico concreto e attuabile. Se per disgrazia fossero arrivate al potere, cosa avrebbero concluso le Brigate Rosse se non far collassare l'economia del Paese in pochi giorni e chiedere imbarazzanti aiuti all'Urss? Dal lato opposto, in che cosa si sarebbe differenziato il Pci dalla Dc, considerando la sua paura di perdere la già infima credibilità a governare concessa dalle potenze occidentali? Questa era la forbice divaricata della sinistra che ha portato alla paralisi progressiva per tutti gli anni Ottanta, mentre da destra avanzavano trionfanti due novità concrete: la "deregulation" e il neoliberismo.
La storia è nota. La prima grande scossa arriva con l'Invasione di Praga: si consuma lo strappo tra il Pci e il Gruppo del Manifesto. La nascita dei movimenti di Lotta Continua e di Autonomia operaia porta a nuove spinte ed esigenze inizialmente “ortodosse” (un ritorno alla purezza delle origini leniniste) che tuttavia dal 1972 circa modernizzeranno il catalogo degli argomenti fino ad allora solo “operaistici”. Negli anni 1974-75 si assiste al culmine della radicalizzazione. Per paura e per curiosità, all'apice elettorale e ormai vicina al governo, la sinistra diventa di moda tra i nemici borghesi; nasce la figura del radical-chic. Nel 1977 si assiste all'apice e poi alla paralisi del Movimento giovanile, proprio nel momento in cui le domande nuove riguardano la vita privata e i bisogni anche affettivi dei militanti (un fatto che mi sempre colpito) e anche nel momento in cui un umorismo sempre più sarcastico comincia ad erodere ogni certezza nel Movimento stesso in nome della “lotta armata” come soluzione strategica. Il fenomeno terroristico delle Brigate Rosse e di Prima Linea, successivo al Convegno di Bologna, scredita tutta la sinistra, tranne il Pci che si è schierato con la Dc enunciando le formule della “fermezza” e della “legalità” (quest’ultima ancora oggi usata ad ogni occasione).
Proprio allora diventa evidente l'incapacità di presentare un qualsiasi progetto politico concreto e attuabile. Se per disgrazia fossero arrivate al potere, cosa avrebbero concluso le Brigate Rosse se non far collassare l'economia del Paese in pochi giorni e chiedere imbarazzanti aiuti all'Urss? Dal lato opposto, in che cosa si sarebbe differenziato il Pci dalla Dc, considerando la sua paura di perdere la già infima credibilità a governare concessa dalle potenze occidentali? Questa era la forbice divaricata della sinistra che ha portato alla paralisi progressiva per tutti gli anni Ottanta, mentre da destra avanzavano trionfanti due novità concrete: la "deregulation" e il neoliberismo.
Il
giorno in cui si ruppe lo specchio che rifletteva la realtà nella sinistra (e
viceversa) e nessuno se ne accorse, tutti i nodi vennero al pettine: era
evidente che la fase di radicalizzazione era ormai finita. Il Movimento
esprimeva idee nuove ma si trovava troppo vicino alle frange terroriste. A un passo dal governo, il Pci non aveva più nulla da proporre e
iniziava la sua lenta consunzione affidando la sua dirigenza a una chiusa borghesia elitaria. Nonostante un'area di influenza mondiale
estesissima, l'Urss entrava nella sua fase catastrofica degli ultimi anni di Breznev con
l'occupazione dell'Afghanistan. Tutti questi fattori hanno schiacciato la storia
della sinistra successiva appiattendola per molti anni su luoghi comuni mutuati da quel periodo, che però è diventato un periodo tabù: ancora oggi quasi nessuno ne parla e gli anniversari cadono nel vuoto.
La progettazione utopistica del futuro - il cuore della tradizione socialista/comunista - si è
pietrificata giorno per giorno nei decenni successivi. La sinistra, tra afasia
e slogan, è diventata incapace di fare i conti con le nuove esigenze, le nuove
ricomposizioni sociali, le rivoluzioni nella tecnologia e nella comunicazione e le sfide della destra neoliberista. Se il Pds-Ds-Pd ha
fatto suoi gli obiettivi neoliberisti proponendo “riforme” peggiorative (per fortuna)
spesso solo annunciate, realizzando le privatizzazioni a vantaggio della élite capitalista italiana, affidandosi al giudizio delle società di rating
finanziario e creando gravi disuguaglianze nel trattamento nel mondo del lavoro
(dalla Legge Treu al Jobs Act), la sinistra è rimasta muta.
La globalizzazione, il maggior progetto liberista di sempre, prosegue incontrastata suscitando il sostegno del Pds-Ds-Pd, il fallimento di una protesta ingenua e brutalmente repressa (Genova 2001), l'impossibilità di agire diversamente una volta al potere (Syriza, Podemos), l'inerzia politica di fronte a gravi fenomeni come la delocalizzazione e il dumping, il senso di impotenza del singolo rispetto all'enormità del fenomeno che sfocia in un'accettazione passiva (Tina: There Is No Alternative).
Nel frattempo ogni partitino comunista ha ripetuto in modo sempre più settario alcuni slogan “puri” di condanna teorica che lo distinguevano dai concorrenti finendo per perdere ogni presa sull'elettorato. E ogni possibile nuova coalizione di sinistra, anche imitata da esperienze estere, è diventata un'occasione solo per i soliti nomi anziché per i volti nuovi (Altra Europa con Tsipras). Del "popolo" si è fatto tappezzeria.
La globalizzazione, il maggior progetto liberista di sempre, prosegue incontrastata suscitando il sostegno del Pds-Ds-Pd, il fallimento di una protesta ingenua e brutalmente repressa (Genova 2001), l'impossibilità di agire diversamente una volta al potere (Syriza, Podemos), l'inerzia politica di fronte a gravi fenomeni come la delocalizzazione e il dumping, il senso di impotenza del singolo rispetto all'enormità del fenomeno che sfocia in un'accettazione passiva (Tina: There Is No Alternative).
Nel frattempo ogni partitino comunista ha ripetuto in modo sempre più settario alcuni slogan “puri” di condanna teorica che lo distinguevano dai concorrenti finendo per perdere ogni presa sull'elettorato. E ogni possibile nuova coalizione di sinistra, anche imitata da esperienze estere, è diventata un'occasione solo per i soliti nomi anziché per i volti nuovi (Altra Europa con Tsipras). Del "popolo" si è fatto tappezzeria.
L'elettore di sinistra ha così preferito restare muto e rinunciare a votare. Si è diffusa la speranza messianica in un cambiamento senza alcun impegno concreto: uno di questi giorni la cara vecchia sinistra sarebbe tornata da sola.
Nessuno ha invece voluto fare i conti con la tradizione che rendeva forte la sinistra: l'organizzazione. Nel Novecento l'organizzazione è stata il nucleo della sinistra, insieme con il grande rilievo dato a scrittori, pensatori e artisti allineati (gli "intellettuali organici"). Il socialismo/comunismo è stato il frutto di un durissimo lavoro di inquadramento dei militanti, ai quali spesso si chiedevano sacrifici, impegno ed entusiasmo come si chiedeva neppure ai militari al fronte, in cambio di sostegno concreto. La sua forza massificante, che ha terrorizzato le élite economiche per oltre un secolo, nasceva dalla capacità di elaborare un obiettivo, cercare una strategia adatta, saper cogliere la circostanza giusta e realizzarlo attraverso le masse. A volte le decisioni dei dirigenti erano sbagliate o tardavano, ma l'organizzazione restava. L'organizzazione si è però consumata lentamente tra disinteresse, miopie e malafede dei dirigenti. La disgregazione ha lasciato da solo il militante. Ne ha fatto un orfano che oggi vive di nostalgie e desideri vaghi plasmati su vecchie credenze dentro una società in pieno mutamento che presto dovrà affrontare una crisi mai vista come quella della sovrappopolazione (non in Italia) di un pianeta già troppo sfruttato e la prossima sfida dell'automazione digitale in un mercato del lavoro già precario e fragile. In questa idea di sinistra (perché è solo un'idea vagheggiata) non c'è voce per il futuro o, ancor più, per il progresso sociale; non ci sono risposte alla durezza delle attuali condizioni di vita per milioni di persone che vivono precariamente. Non c'è più incontro, dialogo, discussione, scontro. La sinistra non esiste più in parlamento e in piazza. Resta la voce del simpatizzante che ripete lo stesso vecchio ritornello sul progresso sociale. Da speranza concreta, i suoi ideali sono spesso diventati una nuova e spesso fastidiosa morale da applicare a tutti (es: il politically correct). Non fa altro che contemplare il proprio frammento di uno specchio rotto ormai quaranta anni fa.
***
Non sono un esperto di politica, sono solo un cittadino. Per quarant'anni ho osservato la crisi che ho cercato di descrivere. Come figlio della Guerra Fredda, faccio fatica a immaginare un mondo senza una
reale dialettica politica. E’ questo pendolo che oscilla tra destra e sinistra, spesso in modo violento e pericoloso, che dalla
Rivoluzione Francese ha creato un reale progresso sociale parallelo a quello tecnologico.
Il mondo senza la sinistra è un mondo colpito da un ictus politico.
Il mondo senza la sinistra è un mondo colpito da un ictus politico.
A mio avviso, la sinistra potrà ricomporsi: a) se saprà affrontare un’analisi
spietatamente realistica del cambiamento sociale e tecnologico in corso (come
seppero fare Marx e Engels ai loro tempi), b) se saprà organizzarsi con
disciplina rigorosa; c) se prenderà una posizione chiara sulla globalizzazione differenziandosi dalle proteste di destra, considerando concretamente il valore delle sue origini internazionaliste ormai dimenticate e coordinandosi coi partiti di sinistra di altri Paesi e soprattutto d) se saprà infondere nuove speranze realizzabili nei suoi seguaci.
In Italia la dottrina comunista ha dovuto in qualche modo fare da sostituto
alla mancata riforma etica e religiosa di un Paese da secoli decadente e
corrotto (la “questione morale”), troppo vicino alla Chiesa cattolica. Ma questo moralismo, a volte fastidioso, può al massimo colmare una
distanza formale tra noi e i Paesi del Nord Europa nel processo di modernizzazione sociale. In sé, però, non può essere un
obiettivo per migliorare le nostre vite: servono progetti politici.
Al centro: Andy Warhol, Natura Morta (1976)
Ringrazio per le loro critiche Eugenio Candi e Patrizia Rubbiani
Modena, maggio 2018
Ringrazio per le loro critiche Eugenio Candi e Patrizia Rubbiani
Modena, maggio 2018
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